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mercoledì 14 maggio 2025

I nostri soldi - Mario Guerrini

  

Valeria Satta. L'ex assessora leghista della Giunta Solinas. Pluriindagata dalla Procura di Cagliari. Condannata tra l'altro dalla Corte dei Conti a restituire 220 mila euro per danno erariale. Pochi mesi fa ha annunciato di essere stata nominata presidente per la Sardegna di FederTerziario, organismo datoriale "apolitico" di consulenza per il "mondo della micro, piccola e media imprenditoria". Opera, è scritto nel suo logo promozionale, senza fini di lucro. Ebbene, questa associazione privata, è appena destinataria dalla Regione Sardegna, con apposito emendamento-mancia (come vengono definiti), di un regalo di 300 mila euro sotto il titolo emblematico del nulla: "Dialoghi di impresa". Stiamo parlando di soldi pubblici (ripeto, 300 mila euro). È un esempio clamoroso di come vengano utilizzati i soldi dei contribuenti. Con affidamento diretto e senza bando. In questo caso ad un organismo gestito da una esponente di primissimo piano della politica sarda, con incarichi di assessore regionale agli Affari regionali e poi all'Agricoltura. Un pacco di soldi pubblici. Mentre i sindaci di molti Comuni della Sardegna lamentano di non aver avuto neanche un soldo. Pur con le loro croniche emergenze dovute alla carenza di contributi pubblici. Sarà interessante capire (per ora non ne ho certezza) chi è stato il promotore di questa perla di finanziamento pubblico. Immagino peraltro chi possa essere e a quale giro appartenga. Comunque, complimenti a Valeria Satta. A pochi mesi dalla nomina a Presidente di FederTerziario (novembre 2024) ha saputo subito attirare l'interesse degli amministratori per il suo organismo "apartitico". In cui figura, come consulente, un altro "soldato di Salvini", l'avvocato Carlo Tack, già referente della città di Cagliari per il Carroccio. Però FederTerziario è apartitico. 300 mila euro sottratti alle nostre tasche. Pecunia non olet, dicevano i latini.

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La denuncia di Anci Sardegna: «Nella Finanziaria 179 milioni di spese poco trasparenti» - Alessandra Carta

L’associazione dei sindaci denuncia i finanziamenti autorizzati dal Consiglio regionale con l’approvazione della manovra lo scorso 17 aprile

«Nella Finanziaria 2025 risultano stanziati circa 179 milioni di euro riconducibili alla categoria delle cosiddette spese puntuali. Si tratta di risorse assegnate a enti, associazioni o soggetti specifici, spesso in assenza di un chiaro impianto programmatorio e con modalità di assegnazione difficilmente verificabili dai territori». Porta la firma dell’Anci Sardegna la denuncia sulle “mancette”, per dirla senza giri di parole. Una corsa che si ripete ogni anno, ma stavolta, stando ai sindaci dell’Isola guidati da Daniela Falconi, è stato superato il limite.

È sufficiente andare sul Buras, il Bollettino ufficiale della Regione dove la Finanziaria è stata pubblicata, per verificare ogni singola voce della manovra 2025. Ce n’è per tutti i gusti: dall’estate putzese, cioè quella di Decimoputzu, ai festival, incluso quello “InVaso” di Muravera. Come se tutte le altre manifestazioni valessero meno. Idem sulla promozione turistica: Assemini l’ha spuntata e molti altri Comuni no, sebbene l’estate arrivi uguale per tutti. Discorso identico sulla riqualificazione dei campetti da calcio.

Le fasce tricolori ne fanno prima di tutto una questione di giustizia. E per questo hanno deciso di scrivere a Giunta, Consiglio e capigruppo. «Seppure formalmente sia tutto legittimo – chiariscono le fasce tricolori – le modalità utilizzate fanno sollevare significative perplessità in ordine politico e istituzionale, sia per quanto riguarda l’individuazione delle spese sia per la loro assegnazione. L’Anci, sul merito, evidenzia disparità territoriali, mancanza di trasparenze e indebolimento del ruolo dei Comuni». Un j’accuse in tre punti che non lascia niente al caso. «L’allocazione discrezionale dei fondi, così come articolata nella manovra, può generare squilibri tra enti locali, a prescindere da criteri oggettivi quali fabbisogno, progettualità o emergenza sociale». Ancora: «L’assenza di procedure pubbliche e di bandi aperti compromette la tracciabilità e la legittimazione democratica nell’uso delle risorse pubbliche», si legge nel documento dell’Anci. Da qui il terzo punto chiave: «I sindaci, primi rappresentanti dello Stato nei territori, spesso non sono messi nelle condizioni di concorrere equamente all’accesso ai fondi né vengono coinvolti nei processi decisionali relativi alla loro assegnazione».

I sindaci chiedono alla Regione che d’ora in avanti «ogni erogazione di fondi pubblici sia fondata su criteri trasparenti, partecipati e programmatori, preferibilmente tramite bandi e in coerenza con le priorità espresse dai Comuni». Verrà anche promossa «la costituzione di un Osservatorio permanente sulla qualità e l’equità della spesa pubblica regionale, quale strumento strategico di supporto alle decisioni politiche e programmatiche».

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domenica 9 marzo 2025

Se gli animali sono brutti, pochi soldi per la ricerca: così l’uomo li condanna all’estinzione - Alessandra Carta

 

La bellezza conta anche nel mondo a quattro zampe e tra gli invertebrati

 

È un classico esempio di cane che si morde la coda. Ma soprattutto un caso di condanna deciso a tavolino e senza appello: per la ricerca sugli animali brutti, che pure rischiano l’estinzione, vengono destinate pochissime risorse. Ragion per cui quelle stesse specie, la cui permanenza sulla terra è da considerarsi in bilico, sono destinate a scomparire del tutto, se non si inverte la rotta.

Il valore della bellezza applicato ai fondi per la biodiversità è stato studiato dalle Università di Hong Kong e Firenze. Con un risultato talmente sorprendente, a svantaggio degli animali non belli, che ha voluto darne eco persino il Proceedings of the national academy of sciences (Pnas), quartier generale in America, uno dei più prestigiosi giornali scientifici al mondo.

Nella lista degli animali considerati brutti ci sono salamandre, rane, pipistrelli, serpenti, lucertole e moltissimi insetti. Il motivo è che non fanno "engagement”. Cioè non tirano, non fidelizzano lettori, non creano quell’effetto “virale” che per esempio si registra con i panda. Ma anche con le farfalle, annoverate nella scarna lista di invertebrati che la scienza ama. Anche per la loro impareggiabile bellezza (ma tant’è: prima erano “solo” dei bruchi).

Il problema è che a furia di trattare gli animali alla stregua di influencer, si finirà per mettere a rischio la biodiversità del mondo. Quindi l’ecosistema. Stefano Cannicci, docente di Zoologia nell’ateneo di Firenze, è uno dei ricercatori che ha studiato l’andamento dei finanziamenti destinati alla conservazione delle specie animali e vegetali. Cannini è pure componente della Iucn, l’Unione internazionale che tutela la biodiversità. In questi giorni, in una delle tante interviste rilasciate, il professore ha spiegato al Corriere della Sera un concetto tanto basilare quando pericolosamente ignorato nella ripartizione dei fondi: «Investire su poche specie le risorse non preserva gli ecosistemi che li supportano. Che senso ha conservare un animale ma non quelli della catena alimentare che sono alla base della sua sussistenza?».

Evidentemente serve un rimescolamento delle carte. I numeri, a livello mondiale, sono a senso unico: rispetto ai 1.963 miliardi di dollari assegnati ai progetti sulla biodiversità, l’82,9 per cento viene destinato ai vertebrati, pari a 14.566 ricerche. Così dal 1992 al 2016. Gli animali più studiati, perché i più amati dal pubblico, sono stati elefanti e tartarughe. Vere e proprie specie iconiche dentro i social (ma anche fuori). Su piante e invertebrati, invece, gli stanziamenti non hanno superato il 6,6 per cento del totale.

Questi dati hanno aperto la strada anche a una seconda analisi: le specie a cui è destinato l’89,5 per cento delle risorse rappresenta appena il 6 per cento degli animali e dei vegetali presenti sulla terra. Significa che il restante 94 per cento non ha ricevuto alcun sostegno economico, sebbene rischi l’estinzione allo stesso modo.
In tutto il pianeta sono un milione le specie che non hanno la sopravvivenza garantita. E la tendenza italiana alla spesa non mostra dinamiche differenti rispetto al resto degli altri Stati. Nel nostro Paese, secondo un report di Legambiente, sono 58 gli ecosistemi fragili. Quanto ai singoli animali, nella lista rossa ci sono l'orso bruno marsicano, l'aquila del Bonelli, il capovaccaio, la pernice bianca, alcune farfalle diurne, lo stambecco alpino, i pipistrelli e particolari tipi di anatre mediterranee. Nel mondo, invece, sono a rischio estinzione il panda rosso, l’elefante asiatico, l’aye-aye (piccolo mammifero nativo del Madagascar), il banteng (bovino selvatico originario del sud-est asiatico), la balenottera azzurra, il bonobo, lo scimpanzé e il sifaka coronato, che appartiene alla famiglia dei lemuri.

L’allarme è lanciato. Adesso serve che qualcuno lo raccolga. Per davvero.

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giovedì 26 ottobre 2023

Carceri, le madri detenute sarde senza una casa: «L’unica struttura inaugurata nove anni fa e mai aperta»

(intervista di Alessandra Carta)

Maria Grazia Caligaris, socia-fondatrice dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme": «Nei penitenziari dell’Isola ancora troppa discriminazione verso le donne. Serve assistenza personalizzata, e i malati non devono stare in cella»

 

Un taglio del nastro in pompa magna. Il 18 luglio del 2014. Poi più nulla. A Senorbì, nove anni fa, venne inutilmente inaugurato l'Icam, un istituto a custodia attenuata per madri detenute, uno dei cinque che si contavano in Italia. Sulla carta un faro di civiltà: permettere alle donne di scontare la pena senza separarsi dai figli piccoli e senza obbligarli all'orrore di una vita in cella. Eppure quell'appartamento concesso dall'amministrazione municipale al ministero della Giustizia – quattro camere con bagno più ludoteca, cucina e cortile - è rimasto lungamente inutilizzato. A inizio anno, come certificato dal Rapporto Antigone sulla situazione carceraria nazionale, il Comune di Senorbì l'ha voluto chiedere indietro per strapparlo all'insipienza dello Stato e restituirlo alla comunità locale.

Di Icam parla Maria Grazia Caligaris, ex consigliera regionale del Psi e socia-fondatrice di “Socialismo Diritti Riforme”, l'associazione che dal 2009 lavora nel penitenziario di Cagliari per sostenere i reclusi nei percorsi di recupero.

Con lei, docente di Italiano e Storia in pensione, prosegue l'approfondimento di Unionesarda.it sulle carceri nell'Isola, un focus cominciato con l'intervista alla Garante regionale per i detenuti, Irene Testa.

Professoressa, una storia all'italiana, quella dell'Icam a Senorbì.
«Uno scandalo. Un investimento consistente per una struttura aperta giusto il giorno dell'inaugurazione. Che io, peraltro, ricordo molto bene. Non mancarono l'enfasi e le autocelebrazioni. Ma dei buoni propositi fatti si è perduta ogni traccia».


Oggi nelle strutture penitenziarie della Sardegna ci sono madri con figli?
«Al momento, che ci risulti, nessuna detenuta ha con sé figli minori. Da questo punto di vista c'è stata una grande maturazione da parte delle donne: pur nel dolore della separazione, preferiscono che i figli non vengano coinvolti nella vita detentiva. Per questo, nel 2014, l'apertura dell'Icam a Senorbì sembrò un giusta compensazione nella tutela delle madri private della libertà ed escluse, come tutte le altre donne, dalle colonie penali agricole. Ma a quell'inaugurazione del 2014 non è stato dato seguito».

Conosce i motivi?
«No. Ma se l'assenza di agenti penitenziari può essere prevedibilmente una causa della mancata apertura, resta da capire perché siano stati spesi soldi pubblici».

Donne in cella: qual è la situazione attuale?
«La condizione femminile nelle carceri, tanto in Sardegna quanto nel resto d'Italia, è fondata sulla discriminazione. Nel nostro Paese ci sono appena quattro penitenziari destinati esclusivamente alle donne: tutte le altre detenute sono costrette in piccole sezioni di carceri pensate e costruite a misura di uomini. Vero che la presenza femminile è residuale: in Sardegna le donne sono una quarantina su duemila e passa reclusi. Viaggiamo intorno al due per cento, percentuale che sale al 4 su base nazionale. Ma ciò non deve autorizzare a far venir meno le tutele sui diritti».

Carceri femminili e maschili in cosa differiscono?
«Intanto c'è un problema legato alla cultura. Le donne che finiscono in carcere sono, nella maggior parte dei casi, persone fragili sotto il profilo sociale e psicologico. Hanno figli, spesso in tenera età: vuol dire che vivono con grande sofferenza il distacco da loro e questo le rende ancora più insicure e meno capaci di reagire. Siamo davanti a una situazione di oggettiva difficoltà. Si aggiunga che in linea di massima le donne recluse non hanno commesso reati di grande pericolosità sociale: infatti restano in carcere per poco tempo. Ma questo condiziona l'accesso alle attività di formazione, visto che per raggiungere un buon livello di professionalizzazione i corsi sono pluriennali».

Qual è la conseguenza sotto il profilo della rieducazione?
«Per le donne diventa ancora più difficile emanciparsi, una volta che sono all'esterno. C'è poi il fatto che i lavori offerti all'interno del carcere, e questo vale anche per gli uomini, sono di scarsa qualità, nel senso che non richiedono particolari competenze. Le detenute e i detenuti vengono impiegati in cucina o nella consegna del cibo o a loro è affidata la pulizia degli spazi comuni. Tutti lavori che fanno parte della routine e non offrono chissà quali stimoli sotto il profilo dell'apprendimento. Solo di recente anche per le donne si è aperta la possibilità di un'occupazione grazie all'articolo 21 del Codice penitenziario, sia all'interno che all'esterno delle strutture penitenziarie. Ma sino a poco tempo fa questo sbocco professionale, dedicato proprio a sostenere il lavoro, era pressoché precluso».

I rapporti tra le detenute e le poliziotte come sono?
«Tesi, di norma. Proprio per la grande sofferenza interiore che le donne si portano dietro. Nelle sezioni femminili manca la serenità. Anche con educatrici ed educatori i rapporti sono spesso agitati. C’è una difficoltà nella comunicazione e nell’assunzione di responsabilità».

Tra le recluse ci sono episodi di violenza fisica?
«Violenza fisica no. Però tra loro manifestano una certa difficoltà a socializzare. Tendenzialmente, alla grande capacità di analisi personale le detenute affiancano uno spirito critico verso le altre. Tuttavia non ci sono aggressioni, non mi risulta. Capitano spesso schermaglie verbali che il più delle volte vengono rapidamente sanate».

Violenza psicologica?
«Quando capitano litigi, una detenuta può chiedere il divieto di incontro con l'altra compagna di sezione. Le attività vengono quindi organizzate in modo tale che le due non si vedano né si incrocino».

Come si sopravvive al carcere?
«La società esterna non ha idea di cosa significhi una vita in cella. Anzi: più spesso si pensa che la misura detentiva sia la soluzione. Invece rinchiudere le persone ha un solo risultato: allontanare il problema dallo sguardo dei cittadini. Con questo non voglio dire che i reati debbano restare impuniti, ma non ha senso relegare il disagio sociale dentro quattro mura. Le istituzioni, a tutti i livelli, a partire da quello locale, dovrebbero prestare più attenzione alla situazione carceraria. Anche il Governo sardo, attraverso la Conferenza Stato-Regioni, dovrebbe interessarsi maggiormente al problema: per esempio non viene mai affrontato il tema delle servitù penitenziarie».

In che senso?
«Le colonie penali agricole occupano in Sardegna più di seimila ettari. Una porzione ampia di territorio sulla quale non si avrebbe nulla da dire se ci fossero positive ricadute nel recupero dei detenuti. Invece il loro utilizzo è sempre più limitato e queste strutture di campagna stanno andando in malora. Si sta facendo poco o nulla per assicurare un futuro a colonie penali che sono uno strumento efficace per garantire una ricostruzione personale e professionale a chi ha sbagliato».

Lei in carcere quante volte a settimana va?
«Nella nostra associazione “Socialismo Diritti Riforme” ci alterniamo in sei. Garantiamo la nostra presenza sia nella sezione maschile che in quella femminile. Quando facciamo attività di mattina, ci siamo dalle 9 alle 12, ora in cui servono il pranzo. I pomeriggi iniziamo alle 15 e finiamo alle 17».

Su che progetti state lavorando?
«Abbiamo attivato un corso di scrittura creativa: prevede la pubblicazione di un volume in cui le detenute sono protagoniste. Loro scrivono e noi rivediamo i testi. In più verrà realizzato un murale, sempre legato alla creatività. Le detenute sono impegnate anche nella produzione di piccoli oggetti, destinati poi alla vendita, così potranno avere qualche euro da utilizzare all'interno del carcere. Inoltre attraverso la maestra Alma Piscedda, tutti i sabati mattina abbiamo attivato un corso di ricamo, sempre nella sezione femminile. Sarà poi nostra cura promuovere all'esterno i manufatti realizzati».

Già, i soldi del vitto e dell'alloggio. In carcere non si mangia e beve gratis.
«Decisamente no. Ciascun detenuto deve pagare una quota di quattro euro al giorno. E se una persona non ha i soldi, si porta il debito fuori, una volta che lascia il carcere».

Ovviamente trattandosi quasi sempre di nullatenenti e nullafacenti, lo Stato non li porta in tribunale.
«In ogni caso, quel debito, almeno sulla carta, va rifondato. Non solo: noi chiediamo in continuazione all'Amministrazione penitenziaria di garantire un cibo il più possibile adeguato, perché ci sono detenuti che non hanno un euro e mangiano solo quello che passa l’amministrazione. Anche perché il sopravvitto costa parecchio».

Per chiarezza: il sopravvitto sono gli acquisti che i detenuti possono fare nello spaccio del penitenziario. C'è un addetto che raccoglie gli ordini.

«Il sopravvitto andrebbe abolito, per quel che mi riguarda».


Perché?
«Crea discriminazione. Chi non ha soldi, non può comprarsi nulla. Incide anche nei rapporti di forza all'interno delle celle, perché la persona a cui vengono comprate cose da un altro detenuto, magari si sente in debito. Io sono per garantire a tutti una qualità di cibo migliore, in questo modo si assicura lo stesso trattamento a tutti i detenuti e a tutte le detenute».

A Uta il cibo non è di qualità?
«Non mi permetto di dire questo. Anche perché il controllo sui pasti passa da una commissione di cui fanno parte pure i reclusi. Tuttavia, considerando che lo Stato taglia di continuo la spesa e i prezzi aumentano, anche gli acquisti delle carceri ne risentono. Succede a ogni famiglia. Ci sono comunque misure dignitose: per esempio, durante il Ramadan i detenuti di fede musulmana possono mangiare dopo il tramonto. Anche in un orario diverso rispetto agli altri».

Chi cucina per i detenuti?
«Loro stessi».

Per i malati?
«Per i ricoverati nel Servizio di assistenza intensiva, ai pasti provvede la Asl».

Come associazione di volontariato avete modo di raccogliere eventuali proteste da parte dei detenuti?
«Certo. Facciamo da tramite anche con gli avvocati. Lavoriamo insieme agli educatori, coi quali ci confrontiamo sulle attività da svolgere. Lo stesso facciamo con i medici, quando ci sono problematiche di carattere sanitario. Continuamente ci rapportiamo con il direttore. Il nostro obiettivo è dare un contributo a chi già lavora nel carcere, incluse gli agenti e i mediatori culturali».

Sull'assistenza sanitaria in carcere quante lamentele vi arrivano?
«Parecchie. La sanità è in crisi fuori dai penitenziari, ovvio che all'interno le carenze si fanno sentire in maniera molto più forte. Per fare una visita, i detenuti devono passare dal Cup (Centro unico di prenotazione) e avere l'autorizzazione dal Tribunale di sorveglianza. Poi devono essere accompagnati dagli agenti. L'approccio alle cure è molto complesso. Nelle carceri ci sono medici interni come gli psichiatri. Ma a Uta, per dire, manca il dermatologo».


Un caso limite?
«Da oltre un anno un detenuto con un grave problema odontoiatrico che deve subire un intervento ricostruttivo ma l'attesa sta durando a lungo. Significa che questa persona da più di dodici mesi deve limitarsi fortemente nel mangiare. Le sue condizioni fisiche non sono buone. A Uta ci sono anche gravi problematiche legate alla dermatologia».

Quanti anni ha questo detenuto?
«È sulla quarantina. Purtroppo non è l'unico caso. Torniamo sempre lì: la nostra società ha una visione carcerocentrica, si pensa che i penitenziari siano la panacea della delinquenza. Invece servirebbe un'assistenza carceraria personalizzata: non mi stancherò mai di dire che i detenuti non possono essere trattati per grandi categorie. Le persone in sofferenza psichiatrica e i tossicodipendenti in una cella non ci dovrebbero stare. Ma le strutture a loro destinate mancano e sono del tutto insufficienti. Sul carcere vengono scaricati troppi problemi, non è da lì che passa la costruzione di una società migliore»...

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venerdì 10 giugno 2022

gli assassini della sanità pubblica sono instancabili

 

Medici in affitto per l’estate, tariffa a ora (altissima). Ecco la sanità del centrodestra - Alessandra Carta

 

Medici in affitto dal 1° luglio al 30 settembre. Medici ‘comprati’ a tempo, come per primo, a metà maggio, aveva denunciato il capogruppo dei Progressisti, Francesco Agus. Adesso c’è la determina, pubblicata da Ares, l’Ats del centrodestra, con nome nuovo. Tecnicamente è una manifestazione di interesse che vale un passo a due tra l’assessorato alla Sanità, guidato da Mario Nieddu, e l’Azienda regionale della salute, con a capo la manager veneta Annamaria Tomasella, di fatto il braccio operativo della Regione sul fronte dell’assistenza medica e ospedaliera.”Il servizio – si legge nel documento – consiste nella gestione delle attività di gestione del Pronto soccorso, ovvero Punti di primo intervento con guardia medica attiva per turni di 12 o 24 ore, a seconda della richiesta. Il servizio deve essere gestito in maniera autonoma salve le indispensabili correlazioni con la struttura ospedaliera gestita dalla Asl”.

Nella determina, come fosse un acquisto di siringhe, invece sono medici, si parla di “fornitura del servizio medico di guardia attiva, per i dipartimenti di Emergenza/Urgenza” nei Pronto soccorso della Sardegna. C’è una tabella: accanto a ciascun presidio è indicata la spesa con il costo delle ore e il prezzo a base d’asta. Costo minimo: 80 euro l’ora (più Iva)…

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La sanità in appalto - Gianluigi Trianni

 

La notizia è dirompente. A Modena è stato pubblicato un avviso di bando per la fornitura temporanea in via d’urgenza di servizi ospedalieri di ostetricia e ginecologia dell’Area Nord dell’Azienda USL e in particolare per Mirandola, per cinque mesi, rinnovabili per altri cinque, per una base d’asta di oltre 500 mila euro! La stessa Azienda Usl di Modena e quella di Reggio Emilia pubblicano avvisi per la fornitura di servizi medici ospedalieri, ricalcando il percorso già adottato per l’emergenza urgenza di Ferrara. Siamo – si noti – in provincie e in una regione il cui servizio sanitario pubblico gode, nell’immaginario collettivo, di un credito non piccolo. E, dunque, alcune considerazioni si impongono.

È, a dir poco, irresponsabile privatizzare l’assistenza sanitaria negli ambiti ospedalieri dell’emergenza e della maternità introducendo nel servizio sanitario pubblico variabili di direzione clinico-organizzativa ingestibili, per disomogeneità di competenze e di tipologia ed entità delle remunerazioni, con inevitabili ripercussioni negative sulla sicurezza, qualità, gratuità ed universalità delle cure. Chiunque coglie l’inadeguatezza tecnica e istituzionale di direzioni aziendali incapaci di lanciare per tempo ai decisori politici che le hanno direttamente scelte segnali della difficoltà di mantenere servizi sanitari pubblici che datano da decenni, e di progettare altro che non siano tagli di attività e di organici pubblici, giochetti mistificanti la reale dimensione delle liste di attesa e ricorso ad appalti al privato per qualsiasi cosa. Come non ricordare il depotenziamento o la chiusura dei piccoli ospedali e delle in tutta l’Emilia-Romagna senza la preventiva organizzazione di strutture e di percorsi assistenziali alternativi basati sulla relazione clinico organizzativa tra Case della Salute/Comunità e grandi Ospedali poli distrettuali? (La Casa della Salute di Castelfranco Emilia, peraltro in un edificio ormai vetusto, è una pregevole eccezione e un modello non seguito). È grottesco che il PD, il presidente dell’Emilia Romagna Bonaccini e il suo assessore Donini rilascino dichiarazioni come se la responsabilità politica non fosse anche loro e dei loro predecessori, come se non avessero mai appoggiato la politica di tagli della spesa sanitaria nazionale in epoca pre-Covid 19, come se oggi non fosse necessario imporre una svolta al Governo e alla maggioranza sul finanziamento della sanità invece che assecondarlo col taglio di servizi e personale del pubblico e sua privatizzazione con gli appalti!

Ma c’è di più. È indispensabile togliere il numero chiuso per tutti corsi di laurea (medici, infermieri, altro personale d’assistenza) delle facoltà e dei dipartimenti universitari di medicina e chirurgia e senza attardarsi in espliciti o impliciti pensieri sulla concorrenza sul mercato del lavoro e sulla sua capacità di tutelare stipendi in sanità, tanto neocorporativi e neo-liberali quanto ottusi nelle attuali società della conoscenza e della ricerca. Anche perché è eticamente inaccettabile, non solo per la sanità pubblica italiana, ma anche per quella privata, “rubare”, pur se in emergenza e costi quel che costi, personale sanitario ad altri paesi, magari in via di sviluppo e le cui popolazioni hanno gli stessi diritti alla salute della nostra, in un’epoca nella quale le competenze professionali per la salute sono vieppiù centrali per la sopravvivenza di intere popolazioni nel villaggio globale, ormai tale non solo per i movimenti di capitale e di merci ma anche delle patologie! È, dunque doveroso chiedersi con quali argomentazioni e con quale etica pubblica il Ministro dell’Università e i Rettori delle Università Italiane si limitano a dire che nella situazione attuale delle università pubbliche italiane è impossibile formare più laureati invece di programmare e richiedere le risorse necessarie a renderlo possibile in Italia, in concorso indispensabile con il SSN, informandone l’opinione pubblica.

Dove ci porteranno il Governo Draghi, il ministro alla Salute Speranza e la loro maggioranza, indistinguibile se non a parole dalla opposizione di centro-destra quanto a politiche di incremento ingiustificato della spesa per armamenti e di privatizzazione dei servizi pubblici, da ultimo anche per la sanità con il cosiddetto DDL Concorrenza? Forse all’autonomia regionale differenziata per una più efficace e capillare privatizzazione della sanità pubblica, regione per regione, in combinazione con il definanziamento programmato dall’ultima legge di bilancio, versione italiana della rana bollita di Noam Chomsky? Purtroppo, questa non è una mera ipotesi. È un preciso disegno politico dopo la recente pubblicazione del DDL Gelmini (su cui si dovrà tornare nei prossimi giorni e nelle prossime campagne elettorali).

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giovedì 14 ottobre 2021

A Tortolì si scia! - Grig

La realtà supera sempre la fantasia.

La Regione autonoma della Sardegna, in base alla legge n. 69/2021 (c.d. decreto sostegni), distribuisce poco più di 100 mila euro in favore delle imprese turistiche localizzate entro i comprensori sciistici.

Cosa sono i comprensori sciistici?

“per ‘comprensorio sciistico’ si intende un’area attrezzata, abitualmente riservata alla pratica degli sport sulla neve comprendente il territorio di uno o più Comuni ove è situata la partenza, ‘arrivo o il passaggio di almeno un impianto di risalita e/o pista da sci di discesa. Del ‘comprensorio sciistico’ fanno parte anche i ‘Comuni contigui’ che completano l’offerta turistica, intendendosi così i Comuni di area montana, ciascuno confinante con almeno un Comune di cui in precedenza, funzionali all’offerta turistica del comprensorio sciistico di riferimento che deve essere strutturato con almeno 1 impianto e 2 piste da sci”, così afferma la deliberazione Giunta regionale n. 38/39 del 21 settembre 2021.

Poi, per non sbagliare, con sagacia, “l’elenco dei Comuni facenti parte dei ‘comprensori sciistici’ sono individuati nell’Allegato B alla presente deliberazione”.

Così, si palesa al mondo l’esistenza di ben 14 Comuni sardi appartenenti a comprensori sciistici, fra cui Tortolì, Girasole e Lotzorai, da sempre sul mare, forse a loro insaputa.

Nonostante i cambiamenti climatici, in Sardegna in materia si va avanti con vere e proprie sfide alla realtà come il piano neve (complessivamente 5 milioni di euro di investimenti pubblici), i cui lavori sono in corso da anni fra Fonni e Desulo (NU), dove solo una nuova piccola era glaciale potrebbe creare le condizioni per una vera e propria stazione sciistica con le necessarie decine e decine di chilometri di piste.

Oggi non ne esiste nemmeno una funzionante.

Ora si va oltre, per aspera ad astra.

Tutti a sciare a Tortolì!

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

dal sito web istituzionale della Regione autonoma della Sardegna

Delibera del 21 settembre 2021, n. 38/39
Criteri e modalità per la concessione di contributi a favore delle imprese turistiche localizzate all’interno di comprensori sciistici a fronte della mancata apertura al pubblico della stagione sciistica invernale 2020/2021 in conseguenza della pandemia di Covid-19, ai sensi del Decreto Legge 22.3.2021, n. 41, art. 2 e s.m.i..  

1.      DEL38-39 Allegato A.pdf

2.      DEL38-39 Allegato B.pdf

3.      DEL38-39 Allegato C.pdf

 

da Sardinia Post, 1 ottobre 2021

Soldi ai ‘comprensori sciistici’, Giunta paga 3 Comuni costieri. (Alessandra Carta)

Dalle montagne innevate al mare dell’Ogliastra. È questo il cammino fatto dai 101.116 euro che la Giunta di Christian Solinas ha stanziato ““in favore delle imprese turistiche localizzate nei Comuni ubicati all’interno di comprensori sciistici”. Ma a giudicare dagli allegati alla delibera,, parte del gruzzoletto è arrivato dove ancora hanno i piedi a mollo per via del caldo.

Andiamo con ordine. Il 21 settembre scorso, con la delibera numero 38/39, la Giunta autorizza il pagamento di quei 101.116 euro messi a bilancio come ristoro anti-Covid. E fin qui tutto regolare, visto che interi settori produttivi si sono dovuti fermare in seguito alla pandemia. La stranezza è la destinazione del fondo regionale, arrivato non solo nei Comuni dell’Isola dove il mare non lo vedono nemmeno coi binocoli, ma pure nei territori che vivono di turismo balneare.

I beneficiari dello stanziamento pubblico sono stati quattordici in tutto, ciò che fa supporre l’esistenza – sinora sconosciuta – di altrettanti “comprensori sciistici isolani”, definiti nella stessa delibera del 21 settembre come “area attrezzata e abitualmente riservata alla pratica degli sport sulla neve, con almeno uno o più impianti di risalita e/o pista da sci di discesa“.

Tuttavia se Aritzo, Belvì, Desulo, Fonni, Orgosolo e Tonara sono i nostri paesi di montagna, al pari di Ovodda, Talana, Tiana, Arzana e Villagrande Strisaili (seppure a quote leggermente inferiori), lo stesso non si può dire di Girasole, Lotzorai e Tortolì. Girasole – e basta Wikipedia per fare la verifica – si estende a otto metri sul livello del mare. Lotzorai, ugualmente l’Ogliastra costiera, si trova a undici metri sul livello del mare. Tortolì a tredici.

L’unico motivo per cui la Giunta può aver dato i soldi anche ai tre centri rivieraschi è il fatto che nel documento si fa riferimento ai “Comuni contigui che completano l’offerta turistica”. Ma se i ristori sono a favore dei “comprensori sciistici”, non si capisce come mai dalla neve si passi al mare.

L’elenco dei Comuni beneficiari è contenuto nell’allegato B. Le firme in calce sono due: la Dg Silvia Curto e la vicepresidente della Giunta, Alessandra Zedda. Uno schema, questo delle due donne, diventato costante nei provvedimenti che fanno scalpore. La Curto e la Zedda sottoscrissero, per esempio, la delibera sul cemento nelle spiagge di Arbus e Castiadas (ad aprile 2020); stesso copione sul provvedimento relativo alla nomina della dirigente dell’Anticorruzione (lo scorso gennaio). Adesso il via libera ai ristori anti-Covid per i quattordici comprensori sciistici sardi. La cui esistenza si scopre adesso.


da qui

mercoledì 1 gennaio 2020

la massoneria sarda non muore mai


Pintor, Montaldo, il Pci e la massoneria. Un intervento di Giorgio Melis
  
L’ex vicedirettore della Nuova Sardegna Giorgio Melis, che per primo nel 1993 pubblicò la lista dei massoni sardi, interviene nel dibattito sui ‘grembiulini’ aperto dal blogger e giornalista Vito Biolchini. Lo fa ricordando il terremoto che seguì la pubblicazione della lista, con particolare riferimento alle figure di Enrico Montaldo e Luigi Pintor e agli equilibri interni al Pci. Ecco il testo dell’intervento che Melis ci ha inviato.

Caro Vito,
visto che ricordi un momento di grande clamore della vita sarda nella quale ho avuto qualche parte professionale, completo la ricostruzione su Enrico Montaldo e la franc maçonnerie in salsa nuragica. Con dettagli inediti, contestuali e successivi. In quegli elenchi c’era davvero di tutto e di troppo. Inclusi ultracattolici alquanto baciapile, da comunione quotidiana come Giorgio Falconi, allora cerimoniere a Villa Devoto della Giunta Palomba: molto ridicolizzato e molto indignato per essere stato smascherato nella doppia appartenenza. Ma i casi clamorosi erano millanta. Fino a far stupire chi aveva sospettato il peggio ma si trovò scavalcato da una realtà più larga e inquietante. Ad esempio, l’imponente infiltrazione nel Consiglio regionale. Non solo dei numerosi politici. Soprattutto del personale, anche a livelli burocratici apicali, e dei molti fra i tanti giornalisti che vi lavoravano.
Il tasso di grembiulini era imponente e allarmante. Fu una grande rivincita per Emanuele Sanna, il leader ex Pci che da presidente  dell’assemblea aveva più volte denunciato oscure interferenze non genericamente esoteriche ma virate in pesanti manipolazioni politiche all’ombra delle logge. Emanuele Sanna, prove alla mano, poté inchiodare molti personaggi solo sospettati, che l’avevano fortemente contrastato: senza chiare motivazioni ma per concrete contorte ragioni riconducibili agli interessi politico-economici di esponenti di diversi partiti e delle professioni, specie quella medica, dominante nella sanità privata ma condizionante anche nelle scelte della sanità pubblica. Sanna non potè invece inchiodare un importante compagno di partito, già suo alleato e poi avversario implacabile, il quale da tempo andava sostenendo (ma non allo scoperto) che Emanuele fosse massone. Mi accadde di dover contestare per ruolo professionale – presenti vari esponenti del partito in un congresso regionale del Pci – le affermazioni fatte dall’interessato a due persone (confermate di fronte a testimoni e firmate in una breve
dichiarazione) sulla presunta affiliazione di Sanna alla massoneria.
Nella redazione cagliaritana della Nuova, i due mi riferirono che l’autore dei boatos, in varie occasioni anche pubbliche, era stato Piersandro Scano. Ovvero un esponente di punta ed ex segretario regionale del Pci, poi eccelllente assessore al bilancio in Regione. Un personaggio di notevole spessore culturale e politico, allora leader di un gruppo interno molto influente. Oggi, da sindaco di Villamar (il suo paese) è stato eletto segretario dell’Anci sarda: è ben al di sopra di ogni altro sindaco sardo per qualità ed esperienza. Ma in quel rovente 1993 la lotta nel partito era a coltello, Scano contro Sanna e viceversa. E il primo – non so se perché malinformato e depistato o perché solo sospettando volle colpire l’avversario interno – andava dicendo che Sanna era massone. Finì per scoprirsi davanti ai due testimoni citati e glielo contestai a viso aperto: con sue repliche e ovvie negazioni generiche, tanto poco credibili quanto imbarazzate.
Ma veniamo al capitolo Montaldo. Il padre di Enrico, Paolo, era un notissimo geologo, docente universitario, fra i massimo esperti della mineralogia sarda. Personaggio estroverso con forte empatia. Però massone notorio, professo benché non del tutto confesso. Il figlio maggiore, Enrico, ingegnere in ascesa professionale, era un fervido ma critico attivista del Pci. Quando il grande Luigi Pintor fu “esiliato”
in Sardegna dal partito (in odore di eresia con Rossanda, Natoli, Magri e altri), Montaldo ne divenne forte sostenitore e lo seguì nella traumatica scissione del Manifesto. A Cagliari fu particolarmente dolorosa e drammatica. Il carisma di Luigi Pintor. Il rigore esplosivo delle sue denunce, senza compromessi o sconti per il partito. La sua inimitabile scrittura tagliente come un bisturi e trasparente come una lastra di ghiaccio (il Manifesto quotidiano avrebbe vissuto molto dei suoi editorilali, sempre di 45 righe, spesso straordinari). Insomma, la personalità di Pintor aveva conquistato molti esponenti di punta, parecchi dei più preparati giovani emergenti. Insofferenti dei residui di stalinismo e di osservanza sovietica presenti nel partito.
I leader degli scissionisti con Pintor erano Salvatore Chessa (morto in un incidente nel 1974), Nuto Pilurzu l’avvocato che non scansava una causa in difesa dei lavoratori, Cenzo Defraia, Marco Ligas e molti altri. Enrico Montaldo venne espulso dal Pci per posizioni non ortodosse e di
slancio seguì Pintor, col quale aveva costruito anche un rapporto personale importante. Al punto di chiamare il suo primo figlio Giame. Il nome dell’amatissimo fratello di Pintor, saltato su una mina nel 1943 mentre attraversava le linee tedesche per unirsi alla Resistenza a sud di Roma. Astro nascente e già prestigioso della letteratura italiana, benché giovanissimo. Un’altra normale combinazione: anche il primogenito di Luigi si chiamava Giame (morto ancor giovane a Trieste, curato dal grande Basaglia), come lo zio scomparso. Come dire, un doppio legame speciale che Enrico Montaldo volle creare con Pintor attraverso il figlio. A questo punto va ricordato che anche nel Pci Enrico Montaldo, in quanto figlio di un noto e importante massone, aveva dovuto insieme a un fratello, dichiarare formalmente ed energicamente, richiesto dal partito, di non essere iscritto ad alcuna loggia. Figurarsi quando passò al Manifesto, con Pintor “comunista apocalittico” che da Montaldo pretese quasi un giuramento laico di essere estraneo alla massoneria.
Questo accadeva alla fine dei tumultuosi anni Sessanta. Figurarsi la sorpresa di tutti e l’enorme indignazione di Pintor quando nel 1993 venne documentato che Montaldo aveva mentito a tutti ma specialmente all’uomo politico intransigente col quale aveva creato uno speciale legame anche personale. A questo aspetto umano e politico dedicai un breve commento sulla Nuova (“Da Pintor a Corona, il comunista ribelle col grembiule”) sottolineando la grevità dell’agire di Montaldo verso il suo leader osannato. Il quale Pintor, l’amarezza e l’ìndignazione contro l’infido seguace non l’ha mai smaltita, fino agli ultimi giorni. Venne a Cagliari nel 2002 per presentare il suo ultimo libro, straziato dalla
fulminea morte della figlia Barbara dopo quella – anni prima – del primogenito Giaime. Alla fine della serata organizzai un’improvvisata cenetta con la seconda moglie Isabella, il rappresentante della Bollati Boringhieri e alcuni dei suoi migliori amici cagliaritani nella trattoria “Dr. Ampex” in via S. Giacomo. Una bella serata, portai a Pintor delle stampe del Poetto anni trenta che lui amava e citava con rimpianto e dolore.
Salutandoci, a tarda notte, all’imbocco di Terrapieno, Luigi mi abbracciò e per poco non svenni dall’emozione: nessuno immaginava gesti simili nella severità del suo carattere. Ma la serata si era aperta nel segno del malumore. Parlando con Anna Maria Pisano, vedova di Salvatore Chessa e rimasta legatissima a Luigi dopo la morte del marito, Pintor in piedi e alquanto alterato tornò sulla storia di Enrico Montaldo massone. Ancora gli bruciava, direi esclusivamente o soprattutto sul versante umano. Disse ad Annamaria: “Diglielo, diglielo da parte mia, che è un pezzo di merda. Non perché era massone e ce lo ha sempre negato. Diglielo che lo disprezzo per aver coinvolto, quasi offeso mio fratello e me, chiamando Giame suo figlio. Che bisogno c’era – si sfogava Pintor – di questa sconcezza, di tirare in ballo il nome di mio fratello? Non so perché, forse per rendere insospettabile d’essere comunista e massone, con quella scelta non richiesta di rafforzare umanamente la stima che mi mostrava. Tutto, tutto avrei potuto forse capire. Non di aver accostato il nome di mio fratello, mentendo a me e ai compagni sulla sua appartenza alla massoneria. Diglielo, Anna Maria, diglielo che è stato e resta un p…..”. Fine di una storia, non determinante ma significativa anche per i valori e disvalori di un altro tempo rispetto a quello sbandato che viviamo.
La vita è naturalmente continuata, dimentica (non in tutti) di quell’episodio. Enrico Montaldo ha anche avuto guai seri con la giustizia, ne è uscito. Nel tempo ha rafforzato l’amicizia con Emanuele Sanna, l’anti-massoni, fino a progettargli una bella casa a Santa Margherita di Pula accanto alla sua villa. Ora la sortita del figlio Nicola in politica e l’intervista con l’accostamento alla massoneria, gettano una piccola luce sulla brutta storia lontana del padre con Luigi Pintor. L’uomo che non volle perdonargli non tanto la denegata appartenenza alla massoneria, ma la menzogna recidiva e l’improvvido accostamento al nome del fratello Giame. E lui, Enrico Montaldo, come giudica quella scelta pessima di tanti decenni fa e il giudizio sprezzante che Pintor ne ha dato fino all’ultimo? Non ha mai detto nulla, forse nessuno glielo ha chiesto. O forse il silenzio è l’unica scelta dignitosa per parole e atti indifendibili e inspiegabili.
Post scriptum. Da allora a oggi, niente è cambiato se non in peggio. Neanche la massoneria è più quella di un tempo, pur non essendo mai stata un fiore all’occhiello per la sua opacità e i troppi coinvolgimento politico-affaristici: anche in Sardegna. Negli ultimi anni della sua vita, Armandino Corona – in rotta con i figli Ketty e Piergiorgio che avevano cercato di interdirlo riuscendoci in parte – manifestava, con chiunque lo abbia avvicinato, disprezzo e insofferenza per la deriva della massoneria sarda e cagliaritana in particolare. Per gli arruolamenti a valanga, improbabili e maldestri, di personaggi in cerca di fortuna e soldi all’ombra delle logge. Certo, c’erano e ci sono ottime persone e professionisti prestigiosi nelle loro file. Ma resta un background sospetto e sgradevole di arrampicatori e arrivisti che scalano poltrone e ruoli politici in partiti trasformati in piccole e squallide massonerie pseudo-politiche, di bottega e a caccia di ogni brandello di potere.
Tutto si tiene, nel precipizio che ci inghiotte: malapolitica, malamassoneria, di tutto e di peggio nello sfascio di un’Italia allo sbando e della Sardegna disgregata e distrutta. Come mai in passato, negli ultimi cinque anni delle letali Giunte Cappellacci. Con la massoneria che ha spadroneggiato e imperversato come non mai, a volto quasi scoperto. Ma ben coperto mediaticamente dal grande alleato: il gruppo Unione Sarda di Sergio Zuncheddu: coazionista della Giunta, dove ha sempre avuto diversi assessori direttamente espressi, qualcuno poi dirottato in Enti di grande importanza come Sardegna Ricerche. Pour cause, Ketty Corona, la madre e figlia di tutta la massoneria cagliaritana.Ora anche elevata giornalisticamente al rango di grande manager, forse perfino internazionale. Senza che nessuno dica una parola. Senza che le penne à la carte arrossiscano per l’impudica esaltazione, sprofondando nel ridicolo.
Giorgio Melis



La massoneria ai vertici della Regione: due Dg iscritti a una Loggia di Oristano - Alessandra Carta 


Regolare Loggia Astrea numero 157. Di Oristano. Seguono diciotto nomi. Due di loro sono Dg in Regione. Ingaggiati il 28  giugno dalla Giunta di Christian Solinas. Quel giorno furono scelti in totale ventitré dirigenti. Inclusi i due iscritti alla Massoneria: si tratta di Antonio Casula, alla guida del Corpo forestale, e di Giuliano Patteri, indicato all’Industria. Casula, peraltro, occupa quella poltrona dai tempi del centrosinistra di Francesco Pigliaru, ingaggiato nel luglio del 2018, e confermato sei mesi fa da Psd’Az, Lega e alleati, la nuova maggioranza in Regione. Patteri, invece, è una ‘novizia’ dell’assessorato di via XXIX Novembre.
Sardinia Post si era occupata di “mercanti massoni” in tempi non sospetti. Era la fine dello scorso aprile. Allora sembrava che a sabotore la formazione del nuovo Esecutivo targato centrodestra fossero proprio le Logge segrete. Il caso lo aveva sollevato in un editoriale il direttore della nostra testata, Guido Paglia (qui l’articolo), attraverso una lettera aperta a Solinas. In quelle settimane aveva preso forma solo una mini Giunta, da cinque assessori. Successivamente, l’8 maggio, la scelta di altri sei. Una settimana più tardi la dodicesima e ultima nomina. 
Adesso spunta il documento che in via riservata Sardinia Post è riuscita ad avere, coi nomi dei Dg massoni. Casula e Patteri sono legati anche da uno stretto rapporto di amicizia: entrambi hanno cominciato la loro carriera in Regione all’Ente foreste, diventato agenzia durante la scorsa legisaltura, col nome di Forestas.

I diciotto massoni sono inseriti nell’elenco in rigoroso ordine alfabetico. Casula è terzo, Patteri dodicesimo. Per capire cosa sia Astrea bisogna fare una ricerca su Internet. “La Regolare Loggia fa capo al Gran Maestro venerabile Tommasi Ares Daniel, nato a Lione, in Francia, libero professionista, iniziato nel 1988 da Licio Gelli a Firenze”. Così riporta il quotidiano La Stampa in un articolo dell’ottobre 2018, il più aggiornato sul tema.A parlare, in un’intervista, fu Giustino Bruno, Maestro venerabile della Massoneria patriottica, derivazione della Astrea, spiegò lui stesso.
Nell’elenco di Oristano accanto a ciascun nome sono riportati il numero di cellulare e la mail. Nell’ultima colonna è indicata invece la carica. Il Dg del Corpo forestale è un “organista”, è scritto. Patteri, invece, risulta essere “segretario”. Dal trimbo che occupa l’intera pagina si legge che Astrea è una “regolare loggia della Sardegna”. Casula e Patteri hanno in comune anche un altro elemento: quando un anno e mezzo fa il primo passà da Forestas al Corpo forestale come primo dirigente, il suo posto lo prese il secondo.



giovedì 26 dicembre 2019

Pietrino Soddu intervistato da Alessandra Carta


“Dopo la società liquida, quella del rischio o la eccitata, come nel prezioso lavoro di sintesi sulle dinamiche del nostro tempo, servirebbe adesso un Gramsci del Duemila. Ovvero qualcuno che disegni l’orizzonte dell’Antropocene”. A parlare è Pietrino Soddu, uno dei grandi saggi della Sardegna, protagonista della politica isolana per oltre cinquant’anni. Nemmeno stavolta l’ex presidente della Regione e parlamentare si sottrae all’invito di una lettura profonda sul nuovo millennio. Compresa la stagione amministrativa in corso.
Onorevole, sembra di essere sulle sabbie mobili. Con emergenze note: denatalità, emigrazione, invecchiamento, dispersione scolastica e razzismo.
Aggiungiamo la crisi dei partiti tradizionali, le insufficienti risposte dello Stato sociale e la sempre più debole fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Il risultato è il diffondersi di una stratificazione subculturale ispirata a modelli che sono di segno opposto rispetto alle idee, ai principi e ai valori su cui è stata costruita la Costituzione. Tutto questo fa sì che ci troviamo immersi nella paura, disorientati e confusi. Oggi a mancare è un senso comune su cui costruire speranze e aspettative. Sogni e qualche certezza. La siepe di Leopardi, oltre la quale il poeta di Recanati immaginava un’immensità sconosciuta, ha lasciato il posto alla paura. Il dolce naufragare è diventato un lusso. E non certo un’opzione per i disoccupati, i giovani costretti a lavori di ripiego o le famiglie sulla soglia di povertà”.
Chi paga il prezzo più alto?
Gli anziani. A Sassari, con le sardine, sono scesi in piazza anche i pensionati. Quasi in difesa di uno status quo che, in realtà, non esiste già più. Il Paese in cui i bambini degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta sono diventati adulti è andato erodendosi, senza soluzione di continuità. Il popolo italiano, in pochi anni, ha perduto la fiducia nella vecchia rappresentanza dando origine a un processo caotico che sì, è cominciato qualche decennio fa, ma sta arrivando rapidamente a una conclusione inaspettata. Sta arrivando alla nascita di un “nuovo ordine”, originato, secondo il linguaggio della scienza del caos, dall’azione di un “attrattore strano”, sino a qualche tempo fa assolutamente imprevedibile. Parlo del neonazionalismo fondato su un leader autoritario e populista. A prendere forma è un orientamento reazionario che sta sotituendo il precedente, democratico-progressista.
Cosa servirebbe adesso?
Un Gramsci del Duemila, appunto. Un intellettuale capace di trasferire in politica la ricerca di un nuovo senso comune. Un Gramsci che possa rimettere in equilibrio capitale e lavoro, col primo che ha finito per prevalere sul secondo, a causa di incontrollate, o forse incontrollabili, trasformazioni economiche. Sino a pochi anni fa, nel cosiddetto mondo occidentale la rotta era segnata dallo Stato sociale e dalla democrazia rappresentativa, dove il consenso se lo spartivano tradizione liberaldemocratica, socialdemocratica o federalista. Oggi non si parla più di impegno, coraggio e generosità. Oggi assistiamo allo sbandamento delle classi popolari, che infatti hanno preso a votare la destra conservatrice, come avvenuto in Inghilterra con la Brexit. E per contro la borghesia ha come punto di riferimento i partiti progressisti, che infatti hanno dimenticato operai e contadini. L’attrattore strano, di cui si diceva prima e che spinge la gente comune verso l’abbraccio coi nuovi nazionalismi, fa leva proprio sull’assenza di quelle strutture concettuali attraverso le quali si gestisce la paura e si dà una prospettiva futura.
In Sardegna vede dinamiche diverse?
Assolutamente no. Come nel resto del mondo occidentale, anche da noi il futuro è percepito come peggiore del presente. Anche in Sardegna la crisi è generale e investe i diritti, i doveri e le relazioni esistenti nella società. Oggi si chiede che uno Stato assicuri non solo cibo, casa, istruzione e sanità. Oggi il paniere delle rivendicazioni è allargato agli spettacoli, alle vacanze e allo sport. Ma poi quello che diffusamente si registra è un vuoto di motivazione, in cui il non pagare le tasse, per esempio, è diventato un vanto. La liberazione dai tributi si è convertita nella nuova giustizia sociale, come se lo Stato stesso non avesse un costo. Non c’è programma politico che non contempli una zona franca o quella economica speciale.
Il Gramsci del Duemila avrebbe una proposta politica diversa?
Di sicuro non trascurerebbe il fatto che questa distrazione sta diventando fatale, perché foriera di rabbia, rancore e infelicità. Ma questo vogliono i nuovi nazionalismi. Che spingono i cittadini a rinchiudersi, a cercare gli untori, come ai tempi del Manzoni. Untori che i leader populisti, per consacrare il consenso, hanno trovato negli immigrati, nei politici che prendono il vitalizio o nei partiti tradizionali, per citare le strategie più gettonate. Né un Gramsci del Duemila e nemmeno i padri costituzionali della Dc, così come l’intera e illuminata classe dirigente di quei tempi alla quale concorrevano comunisti e socialisti, liberali e repubblicani, avrebbero mai affrontato i problemi per singole parti o per interessi personali. Come spesso succede, perché questo approccio è dannoso e riduttivo e non consente di cogliere la portata e la drammaticità della crisi in cui il mondo occidentale è precipitato. Oggi vanno di moda tesi che mettono in dubbio persino la sovranità popolare, l’eguaglianza, le pari opportunità, la libertà, la solidarietà e la dignità della persona umana. Il Gramsci del Duemila e la Costituente tutta prenderebbero in considerazione idealità, sogni, aspirazioni e ambizioni. Le chance di successo individuale e collettivo.
Trova che l’attuale centrodestra al governo della Regione sia capace decodificare questa complessità sociale?
In Sardegna i partiti hanno cominciato ad andare in crisi agli inizi degli anni Novanta, quando la triade “democrazia, autonomia, rinascita”, che ha dominato la politica isolana dalla nascita della Repubblica, ha cominciato a manifestare la propria inefficacia. Almeno rispetto agli obiettivi di progresso, sviluppo, emancipazione e benessere che ci si era prefissati. Il fenomeno ha avuto inizio con le prime delusioni nate dall’insuccesso, sia pure parziale, del Piano di rinascita, che non aveva risposto alle grandi attese e alle grandi speranze di un’opinione pubblica impaziente e influenzata dall’opposizione di un gruppo di intellettuali ostili a un modello di crescita considerato un’imposizione dall’esterno. E quindi, a loro dire, destinato inevitabilmente a fallire. Queste posizioni ci sono ancora: è la difesa dei miti de su connottu, riproposti ogni volta in nuove forme. Non si tratta di respingere la certezza dell’autosufficienza, semmai andrebbe riutilizzata nelle parti più vitali.
Le Regionali del 2019, oltre a consegnare la Sardegna al centrodestra in maniera netta, hanno anche spazzato via dal campo politico gli indipendentisti. Alla lunga se ne sentirà la mancanza?
Il sardismo diffuso, come era ai tempi di Mario Melis e Michele Colombu, aveva davvero contribuito alla nascita prima e alla diffusione poi di una coscienza identitaria collettiva. Non verticistica, non settoriale, non classista. Ma popolare nel senso stretto del termine. Quello spirito però ha finito per scontrarsi con la nazione resiliente quale noi sardi siamo. Ovvero una nazione che si adatta alle condizioni e poi magari torna allo stato precedente, quello considerato ideale. Ma non osa, non rischia, non si espone. Nel dibattito politico sardo manca quella una tensione riformista di cui gli indipendentisti si erano fatti portatori.
Lei, di recente, ha bacchettato un certo indipendentismo di sinistra e disfattista-
Ho parlato invero di quell’esperienza culturale che vive nella convinzione di uno sviluppo senza industrie, come se l’economia si potesse reggere sui fasti del passato più antico. In realtà anche i nuragici, coi loro bronzetti e le strutture di pietra anche complesse, hanno dato prova di avere una forma di organizzazione sociale paragonabile a quella industriale del nostro tempo. Per diventare un grande popolo non bisogna essere necessariamente solo cacciatori e raccoglitori. In Sardegna andrebbero superate tutte le visioni, le programmazioni e le governance che contrastano con l’idea dell’unica polis e frantumano l’identità della ‘Nazione sarda’ in tante identità locali, che indubbiamente ci sono ma non possono essere in contrasto con quella regionale.
La ‘Nazione sarda’ ha ancora un senso?
Non solo ha un senso, ma può diventare protagonista della politica italiana ed europea come altri nazioni. Ma serve appunto ragionare e operare come un’unica polis, lasciandosi alle spalle la politica frammentata e di corto respiro localistico; bisogna tagliare il cordone ombelicale con quel regionalismo chiuso, impregnato di sovranismo illusorio. Serve una visione più ampia e globale, in cui la Sardegna non va pensata e vissuta come periferia emarginata e bisognosa di assistenzialismo. Per questo considero debole, ancorché intenzionalmente positiva, l’iniziativa che promuove l’inserimento del principio di insularità in Costituzione. Ha poco senso guardare alla Carta, se si ignora che il mercato è dominato da un numero sempre più ristretto di soggetti, non controllabili dalla Regione e neppure dallo Stato. Ha poco senso guardare alla Carta, se si ignorano i problemi derivanti dai nostri errori, della nostra inefficienza, della nostra incapacità di stare al passo con i tempi. L’insularità non è la causa di tutti i mali, e neppure una panacea. Ma di sicuro diventa impossibile risalire la china se la nostra democrazia parlamentare rappresentativa si trasforma in sistema autoritario, perché così perde di vista la Costituzione stessa. L’opinione pubblica, non è un caso, è dominata dallo slogan del “prima la Sardegna, prima i sardi, prima i cagliaritani, prima i piccoli paesi e, prima di tutti, io”.
Con alcuni di questi refrain il presidente della Regione, Christian Solinas, ha vinto le elezioni dello scorso febbraio.
Da governatore fa l’unitarista. Non crea strappi. Si spinge dove nessun capo della Giunta aveva fatto prima. Poco tempo fa è stato accolto con tutti gli onori dalla Conferenza episcopale sarda. Il presidente Solinas è bravo a intessere relazioni. Ma è evidente che non bastano. Tuttavia è presto per esprimere giudizi complessivi. Quel che si intravede ora è una raccolta di quanto seminato dalla Giunta precedente e agevolato dalla correttezza politica del Governo nazionale che si sta dimostrando aperto e collaborativo. Sembra mancare invece del tutto un’idea di Sardegna e di visione futura, per costruire una nuova autonomia in senso federalista e un nuovo patto costituzionale. Questo si può fare solo con iniziative che mettano insieme non solo la politica, ma la società intera.
Intravede una speranza?
Sì, certamente. Per alimentare la nuova questione sarda, se così la vogliamo chiamare, la prima cosa da fare è riprendere appunto l’iniziativa politica per coinvolgere partiti, movimenti e la società civile tutta. Cominciando dalle donne e dai giovani: perché le prime hanno voglia di impegnarsi sino in fondo, con la loro spinta emancipatrice e l’affermazione della parita; i secondi hanno un orizzonte più ampio, aperto e libero da vincoli e da interessi consolidati. Ma prima ancora va cambiato il senso comune antipolitico cresciuto in questi anni. Per farlo, bisogna riprendere a dialogare e a confrontarsi. Senza pregiudiziali né rigidità ideologiche di parte. È necessario rimettere al centro l’interesse generale, la giustizia sociale, l’eguaglianza e su tutto ciò che rientra nella categoria dei diritti fondamentali e nella dignità della persona umana. Per migliorare la vita individuale e quella dei popoli non bastano le conquiste della scienza, i progressi della tecnica e dei sistemi produttivi: serve che le istituzioni migliorino non solo le condizioni materiali dei territori, cioè le abitazioni, le strutture e gli strumenti destinati alla produzione e ai servizi; diventa prioritario trasformare città e paesi in soggetti politico-culturali, in comunità intenzionali, avrei detto una volta. Il che significa riconoscersi come cittadini che si sentono responsabili del proprio destino e accettano di identificarsi in collettività più ampie.
Crede davvero che l’ascia del campanilismo, dissotterrata in ogni confronto che conta, verrebbe abbandonata da sindaci e consiglieri regionali?
La diversità a livello regionale può rafforzare un’identità; su un piano nazionale può essere vissuta come un diritto; in un contesto internazionale può diventare il confine etico per arginare chi propone di seguire le tendenze di un mercato senza limiti, al di fuori dei profitti e dei consumi.