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mercoledì 30 luglio 2025

La resa di Milano al cemento - Sarah Gainsforth

 

Quando hanno cominciato a costruire un edificio nel cortile del suo palazzo, Simona Franchetti ha chiesto spiegazioni. “Signora, si può arrabbiare quanto vuole ma Milano sarà tutta così”, le ha detto l’ingegnere responsabile del cantiere. Quando lei ha minacciato di presentare un esposto alla guardia di finanza, cosa che poi ha fatto, l’amministratore del condominio vicino le ha detto: “Ma cosa si è messa in testa, qui siamo a Milano, mica a Catanzaro, dove si costruisce abusivamente”. Lei ha risposto che la cosa non la convinceva e che sarebbe andata avanti. Aveva ragione.

Nel maggio 2024 il cantiere in via Lepontina, nel cortile interno tra i civici 7 e 9, è stato sequestrato dalla procura di Milano. Gli oneri urbanistici, cioè i contributi per finanziare i servizi, erano stati sottostimati, i volumi e le superfici non erano a norma e mancava un piano di opere pubbliche: dalle fognature al servizio idrico, agli spazi verdi. È stata una violazione “dell’abc dei principi costituzionali di legalità”, ha scritto il giudice per le indagini preliminari, Mattia Fiorentini.

Quello di via Lepontina è uno dei 150 cantieri finiti nell’inchiesta della magistratura sugli edifici tirati su senza permessi di costruzione a Milano. I costruttori hanno infatti presentato solo una segnalazione certificata di inizio attività (Scia), cioè una richiesta di autorizzazione che non prevede un assenso esplicito da parte del comune. L’inchiesta ha svelato le responsabilità di diversi dirigenti del comune di Milano.

Franchetti scorre i rendering del progetto nel cortile interno del suo palazzo. Lo hanno chiamato Giardino segreto e prevede la costruzione di 61 appartamenti al posto di un fabbricato un tempo usato come deposito di medicine delle farmacie comunali, ora demolito. “Le case in sé non sembrano neanche male”, commenta. “È il contesto che è sbagliato. Quelli dei piani alti avrebbero avuto sotto gli occhi un panorama di pannelli solari e bidoni per la raccolta dell’acqua piovana. Il verde sarebbe stato decorativo. Ho chiesto se fossero previsti dei servizi, un asilo, un parco. Niente, non era previsto niente”.

Nel quartiere c’è un asilo con diverse classi, spiega Franchetti, ma da alcuni anni i posti non bastano per soddisfare la domanda. Presentando la costruzione di edifici di decine di piani come ristrutturazioni, costruttori e fondi immobiliari hanno evitato di pensare ai servizi, risparmiato milioni di euro di contributi per realizzarli e aumentato i possibili guadagni. I cittadini, di contro, rischierebbero di ritrovarsi proporzionalmente con meno parcheggi, scuole, piscine, biblioteche, parchi, e tutto quello che distingue una città da un aggregato di case abusive. È questo il prezzo pagato da Milano per attirare capitali finanziari privati. Secondo il giornalista Gianni Barbacetto, il danno erariale potrebbe ammontare a un miliardo e mezzo di euro, tra contributi per i servizi scontati e non incassati dal comune.

“Costruivano alla velocità della luce, in un anno hanno tirato su di tutto”, racconta Maria Castiglioni dell’associazione Parco piazza d’Armi, indicando un complesso edilizio che affaccia sul lago Cabassi nel parco delle Cave. Qui la multinazionale francese Nexity stava costruendo tre torri residenziali tra i 27 e 43 metri di altezza, in grado di ospitare più di duecento nuovi inquilini. “Abitare in armonia con la natura” è lo slogan sul sito del progetto immobiliare Residenze lac. Quella proposta è una “Milano vista lago”.

“All’inizio del novecento da questi terreni si estraeva la sabbia e la ghiaia per costruire il duomo, le strade e i palazzi del centro”, racconta Amelia Rinaldi, dell’associazione Le giardiniere. Poi nelle cave sono finiti i rifiuti. Negli anni novanta, grazie alle battaglie dei cittadini, l’area è diventata un parco e le cave, che intanto si erano riempite d’acqua, dei laghi. A dicembre del 2023 Le giardiniere e Parco piazza d’Armi hanno presentato un esposto contro la Nexity e a luglio del 2024 il cantiere è stato sequestrato: anche le Residenze lac sono state tirate su con una Scia e senza un piano per i servizi. La convenzione urbanistica tra i costruttori e il comune non è passata dalla giunta o attraverso il consiglio comunale, ma è stata firmata nello studio di un notaio, come se la trasformazione della città fosse un fatto privato.

 “C’è stata una resa del pubblico, che non ha spinto le aziende immobiliari a costruire per realizzare anche qualcosa per la collettività, con un senso per la città”, commenta Christian Novak, professore di progettazione urbanistica al Politecnico di Milano.

A Milano, come altrove, è possibile costruire entro certi limiti in base alle zone, ma ci sono delle eccezioni, spiega Novak. Se il proprietario di un’area non può costruire perché il terreno è destinato a servizi, può vendere il suo diritto edificatorio. Chi compra lo può sommare ad altri diritti fino a raggiungere cubature molto grandi e costruire un grattacielo. La legge nazionale, però, stabilisce dei limiti: non si può costruire un edificio di più di 25 metri senza un cosiddetto piano attuativo dei servizi, cioè un progetto dettagliato che spiega come saranno creati i servizi pubblici.

Il comune di Milano non solo ha ignorato questa legge, ma nel 2023 ha pubblicato una circolare affermando che non c’era bisogno di piani attuativi, soprattutto nelle aree storiche della città, quelle con una struttura stabile, costruite secondo i piani del passato. “Vuol dire che si può passare direttamente da un garage a un grattacielo residenziale, senza valutare le conseguenze di un’operazione simile”, commenta Novak. “Dal Bosco verticale in poi a Milano si è puntato tutto sullo sviluppo in altezza. Stiamo diventando come New York, con grattacieli strettissimi e altissimi perché, a parità di suolo occupato, il valore di un edificio aumenta”, spiega Novak.

Le case sono concepite come strumenti finanziari. “È tutto pensato per sfruttare al massimo lo spazio libero. Lo scopo è quello di guadagnare e basta”, sostiene Simona Franchetti. Il problema è che anche chi compra spesso lo fa per questo: “Le persone acquistano soprattutto appartamenti piccoli e poi rivendono al doppio del prezzo. Stanno facendo tutti così”, racconta. Una città senza servizi, con case piccole, buie e costose sta diventando la norma. “La gente si abitua e non protesta”, commenta Franchetti.

Per alcuni però il cambiamento è violento. In via Melchiore Gioia quattro torri nere di uffici, chiamate Portali, stanno soffocando il cortiletto di un complesso residenziale costruito negli anni quaranta. Una torre nera sta letteralmente privando di tutto gli abitanti di uno degli edifici, togliendo loro aria, luce e la vista del parco.

Grazie al risparmio sui contributi per i servizi pubblici, i guadagni immobiliari sono triplicati. Una piattaforma online di raccolta fondi immobiliare, che raccoglieva capitale immobiliare da piccoli investitori che speculano sull’aumento del valore delle case, prometteva un ritorno annuo di più del 16 per cento (contro la media italiana del 5 per cento) per il complesso in via Lepontina.

Con il crowdfunding chiunque può diventare azionista di una società immobiliare: investe, aspetta e incassa. E alimenta la crisi abitativa: a Milano i prezzi delle case sono aumentati del 58 per cento tra il 2015 e il 2023. A crescere di più sono stati i prezzi delle abitazioni nuove: più del 10 per cento in un solo anno, tra il 2022 e il 2023. I salari invece sono aumentati molto meno, secondo l’Osservatorio casa abbordabile del Politecnico di Milano. Ora che le inchieste hanno bloccato il meccanismo, in molti si lamentano: “Chi ha investito, chi ha comprato: vanno tutti a piangere in televisione”, dice Franchetti, “ma questo modo di costruire e comprare case, basato solo sulla speculazione, dovrebbe essere vietato. E noi che abitavamo già qui, chi ci tutela?”.

“Chi è più furbo costruisce di più”, commenta Novak. “Ed è sempre una torre, una torre di lusso. Nelle pubblicità delle case spesso non si capisce neanche dove siano. La torre è una narrazione, la narrazione dell’attico, del lusso, dell’essere staccati da terra. Poi che nella torre ci sia chi abita al primo e al secondo piano non importa. Ti vendono un sogno”.

È un sogno di esclusività e isolamento. “Le ricadute sulla città sono diverse, con edifici fuori scala e in contrasto con il contesto circostante”, spiega Novak, mentre sullo schermo del computer zooma su un edificio più alto di diversi piani rispetto a quelli vicini.

Quando la magistratura ha cominciato a indagare, il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha sostenuto che il modo in cui si costruisce in città è corretto. Come hanno rivelato le indagini, su diretta richiesta dei dirigenti indagati, per bloccare le inchieste è nata la proposta della cosiddetta legge Salva Milano, che amplia il concetto di ristrutturazione edilizia, con una validità retroattiva.

Approvata alla camera il 21 novembre 2021 e passata al senato, è una proposta di legge secondo cui le determine dirigenziali milanesi avrebbero interpretato correttamente la legislazione urbanistica nazionale, consentendo trasformazioni rilevanti senza una pianificazione attuativa, senza oneri e senza un’offerta di servizi.

Dopo la pubblicazione di un appello, partito dal Politecnico di Milano e firmato da numerosi urbanisti, in senato il disegno di legge non è passato. “Se fosse approvato il Salva Milano, molte delle nuove costruzioni sarebbero classificate come ristrutturazioni, che per legge prevedono il pagamento di contributi ridotti. Ogni comune in Italia avrebbe il 60 per cento in meno di soldi da spendere per realizzare i servizi. Tra 15 o 20 anni ci troveremo con amministrazioni che non avrebbero più soldi per tenere aperte le piscine, le biblioteche, i parchi”.

Milano già oggi è così. Nell’estate 2024 funzionavano solo tre delle otto piscine pubbliche. “Stiamo assistendo alla riduzione e privatizzazione di tutti i servizi pubblici”, dice Luca (nome di fantasia), attivista del comitato Amici della Scarioni che si batte contro la privatizzazione dell’omonimo centro balneare, progettato dagli architetti del comune e inaugurato nel 1957.

Nel 2003 la giunta di centrodestra ha speso dodici milioni di euro per ristrutturare la Scarioni, affidandola in gestione alla Milano sport, una partecipata del comune, che non ha fatto la manutenzione, l’ha dichiarata inagibile e l’ha chiusa, spiega Luca. Tre anni dopo una multinazionale spagnola, la Ingesport, poi denominata Go Fit Life, ha proposto al comune di prenderla in gestione. La Ingesport è finanziata da capitali finanziari in cerca di un ritorno economico. Oltre alla Scarioni ha preso di mira anche le piscine Lido e Argelati.

Alla Scarioni il progetto prevede l’eliminazione della piscina per bambini e la divisione della vasca grande in due piccole. “Lo spazio è ridotto per spendere il meno possibile per l’acqua: è tutto orientato al profitto. Si vuole fare l’ennesimo centro fitness. È il concetto di svago, di ricreazione, di riposo, che è cancellato”, dice Luca. Non ci sono stati confronti con le associazioni sportive, con i cittadini, né ipotesi alternative da parte del comune o studi sui costi per dimostrare la convenienza della gestione privata della Scarioni, che durerebbe quarant’anni.

Il comitato Sai che puoi ha pubblicato un report sui centri balneari, redatto insieme a due urbanisti, per spiegare come il modello di gestione adottato dal comune, il partenariato pubblico-privato, vada tutto a favore del privato. “Il contributo pubblico è un ‘aggravio per le casse del comune’ o un investimento sociale?”, si legge nella ricerca. A Parigi, in Francia, l’ingresso in una piscina pubblica costa 3,50 euro; a Berlino, in Germania, va dai 2,50 ai 5,50 euro. A Milano, invece, la Ingesport vorrebbe introdurre abbonamenti annuali e mensili e aumentare il biglietto giornaliero a 18 euro.

Eppure, in tempi di crisi climatica le piscine, gli spazi verdi e i luoghi pubblici all’aperto sono fondamentali per la salute. Lo scorso agosto 3.500 persone sono morte nelle città italiane a causa delle isole di calore, secondo un testo scritto da urbanisti ed esperti di diritto ambientale.

Luca vede un disegno preciso in quello che sta succedendo alla piscina Scarioni: “Si vogliono allontanare i poveri, che abitano nel quartiere e che da sempre frequentano la piscina”. A Niguarda stanno chiudendo tutti i servizi: il consultorio, il mercato comunale e l’anagrafe in via Passerini. I circoli Arci e le associazioni culturali fanno fatica. “L’impressione è che vogliano mandarci via”, aggiunge Luca. Nel quartiere Isola, dov’è cominciata la moda delle torri di lusso, i vecchi abitanti non sanno più neanche dove comprare il pane, spiega l’attivista.

Come se non bastasse, negli ultimi due anni diverse persone sono state schiacciate da betoniere, quelle che fanno il cemento per le nuove torri. “Scatta il verde, la bici va dritta sulla ciclabile, la betoniera gira, non vede il ciclista e lo schiaccia”, spiega Massimo Lafronza, del comitato Sai che puoi. “Anche per questo c’è stata una grande mobilitazione di cittadini sul tema della sicurezza dei ciclisti. A Milano si è affermato un modello di città arrogante”, dice Lafronza. La presenza di enormi Suv parcheggiati dove la sosta è vietata, sulle strisce pedonali, sui marciapiedi, in doppia fila, nelle aree verdi, è un fatto ordinario. “Ma la sottrazione di spazio pubblico non è percepita come un problema, neanche dal comune: è culturalmente accettata”, continua Lafronza. Una sera di maggio del 2024, grazie a duemila volontari divisi in ottocento squadre, il comitato ha mappato tutte le auto parcheggiate sui marciapiedi di Milano, contandone ben 64mila che occupavano illegalmente un’area grande quanto 77 campi da calcio.

I parcheggi non si trovano anche perché quando realizzano le case i costruttori possono raggiungere un accordo economico con il comune per evitare di farlo. Questa procedura si chiama “monetizzazione dei servizi”. Il comune però spesso usa queste entrate per la gestione ordinaria e i servizi non li realizza nessuno. A febbraio il sindaco Sala ha minacciato di tagliare i servizi se non si fosse approvato il Salva Milano per sbloccare i cantieri.

Le città dovrebbero rompere la dipendenza economica dall’attività immobiliare privata per finanziarsi: in un paese che ha concesso 170 miliardi di euro in crediti d’imposta per bonus edilizi a favore di privati, il problema non è tanto la mancanza di risorse pubbliche, quanto il modo in cui sono usate. In secondo luogo, i contributi pagati dai costruttori sono stati per molto tempo di gran lunga più bassi che altrove in Europa, facendo dell’Italia un paradiso fiscale. A Milano questi ultimi sono un terzo rispetto a quanto dovuto in città come Monaco di Baviera. Secondo l’urbanista Roberto Camagni, che si è occupato a lungo di questo tema, bisogna alzare le tasse sulle trasformazioni urbane, che generano enormi plusvalenze, per redistribuire quel valore tra i cittadini.

È l’interesse pubblico che a Milano è saltato. Se il comune avesse multato tutte le auto parcheggiate male la notte della mappatura avrebbe ottenuto un gettito di 5,3 milioni di euro, secondo il comitato Sai che puoi. “Con quei soldi si potrebbero finanziare 134mila abbonamenti mensili al trasporto pubblico o seimila rette annuali per gli asili nido”, si legge nel report Via libera.

Un tempo i piani regolatori garantivano i diritti dei più deboli, ma a partire dagli anni ottanta il peso dei proprietari privati nella trasformazione della città è cresciuto fino a prevalere. Il Salva Milano è solo l’ultima di una serie di attacchi alle regole attraverso cui l’urbanistica garantisce l’equilibrio tra pubblico e privato. Il tutto in nome di una semplificazione delle norme che gli investitori chiedono per aumentare i guadagni realizzati con la rendita immobiliare.

Dopo le proteste e le inchieste, il Salva Milano è fermo al senato. Ma l’attacco alle città continua. A Roma l’aggiornamento del piano regolatore sembra riproporre il “modello Milano”, favorendo i privati invece che la collettività. Un altro disegno di legge in discussione in senato propone di delegare la rigenerazione urbana a interventi edilizi privati, anche per singoli edifici, che godranno di incentivi pubblici. La proposta tratta un tema politico, quello della trasformazione delle città, come una questione edilizia, appannaggio dei soli costruttori. Il tutto in nome della battaglia per arrestare il consumo di suolo. Ma costruire in altezza non ha arrestato questo processo, neanche a Milano. Soprattutto, però, non spetta a proprietari e costruttori decidere il futuro delle città, che sono di tutti.

da qui

mercoledì 7 maggio 2025

La resa di Milano al cemento - Sarah Gainsforth

 

Quando hanno cominciato a costruire un edificio nel cortile del suo palazzo, Simona Franchetti ha chiesto spiegazioni. “Signora, si può arrabbiare quanto vuole ma Milano sarà tutta così”, le ha detto l’ingegnere responsabile del cantiere. Quando lei ha minacciato di presentare un esposto alla guardia di finanza, cosa che poi ha fatto, l’amministratore del condominio vicino le ha detto: “Ma cosa si è messa in testa, qui siamo a Milano, mica a Catanzaro, dove si costruisce abusivamente”. Lei ha risposto che la cosa non la convinceva e che sarebbe andata avanti. Aveva ragione.

Nel maggio 2024 il cantiere in via Leopontina, nel cortile interno tra i civici 7 e 9, è stato sequestrato dalla procura di Milano. Gli oneri urbanistici, cioè i contributi per finanziare i servizi, erano stati sottostimati, i volumi e le superfici non erano a norma e mancava un piano di opere pubbliche: dalle fognature al servizio idrico, agli spazi verdi. È stata una violazione “dell’abc dei principi costituzionali di legalità”, ha scritto il giudice per le indagini preliminari, Mattia Fiorentini.

Quello di via Leopontina è uno dei 150 cantieri finiti nell’inchiesta della magistratura sugli edifici tirati su senza permessi di costruzione a Milano. I costruttori hanno infatti presentato solo una segnalazione certificata di inizio attività (Scia), cioè una richiesta di autorizzazione che non prevede un assenso esplicito da parte del comune. L’inchiesta ha svelato le responsabilità di diversi dirigenti del comune di Milano.

Franchetti scorre i rendering del progetto nel cortile interno del suo palazzo. Lo hanno chiamato Giardino segreto e prevede la costruzione di 61 appartamenti al posto di un fabbricato un tempo usato come deposito di medicine delle farmacie comunali, ora demolito. “Le case in sé non sembrano neanche male”, commenta. “È il contesto che è sbagliato. Quelli dei piani alti avrebbero avuto sotto gli occhi un panorama di pannelli solari e bidoni per la raccolta dell’acqua piovana. Il verde sarebbe stato decorativo. Ho chiesto se fossero previsti dei servizi, un asilo, un parco. Niente, non era previsto niente”.

Nel quartiere c’è un asilo con diverse classi, spiega Franchetti, ma da alcuni anni i posti non bastano per soddisfare la domanda. Presentando la costruzione di edifici di decine di piani come ristrutturazioni, costruttori e fondi immobiliari hanno evitato di pensare ai servizi, risparmiato milioni di euro di contributi per realizzarli e aumentato i possibili guadagni. I cittadini, di contro, rischierebbero di ritrovarsi proporzionalmente con meno parcheggi, scuole, piscine, biblioteche, parchi, e tutto quello che distingue una città da un aggregato di case abusive. È questo il prezzo pagato da Milano per attirare capitali finanziari privati. Secondo il giornalista Gianni Barbacetto, il danno erariale potrebbe ammontare a un miliardo e mezzo di euro, tra contributi per i servizi scontati e non incassati dal comune.

“Costruivano alla velocità della luce, in un anno hanno tirato su di tutto”, racconta Maria Castiglioni dell’associazione Parco piazza d’Armi, indicando un complesso edilizio che affaccia sul lago Cabassi nel parco delle Cave. Qui la multinazionale francese Nexity stava costruendo tre torri residenziali tra i 27 e 43 metri di altezza, in grado di ospitare più di duecento nuovi inquilini. “Abitare in armonia con la natura” è lo slogan sul sito del progetto immobiliare Residenze lac. Quella proposta è una “Milano vista lago”.

“All’inizio del novecento da questi terreni si estraeva la sabbia e la ghiaia per costruire il duomo, le strade e i palazzi del centro”, racconta Amelia Rinaldi, dell’associazione Le giardiniere. Poi nelle cave sono finiti i rifiuti. Negli anni novanta, grazie alle battaglie dei cittadini, l’area è diventata un parco e le cave, che intanto si erano riempite d’acqua, dei laghi. A dicembre del 2023 Le giardiniere e Parco piazza d’Armi hanno presentato un esposto contro la Nexity e a luglio del 2024 il cantiere è stato sequestrato: anche le Residenze lac sono state tirate su con una Scia e senza un piano per i servizi. La convenzione urbanistica tra i costruttori e il comune non è passata dalla giunta o attraverso il consiglio comunale, ma è stata firmata nello studio di un notaio, come se la trasformazione della città fosse un fatto privato.

 “C’è stata una resa del pubblico, che non ha spinto le aziende immobiliari a costruire per realizzare anche qualcosa per la collettività, con un senso per la città”, commenta Christian Novak, professore di progettazione urbanistica al Politecnico di Milano.

A Milano, come altrove, è possibile costruire entro certi limiti in base alle zone, ma ci sono delle eccezioni, spiega Novak. Se il proprietario di un’area non può costruire perché il terreno è destinato a servizi, può vendere il suo diritto edificatorio. Chi compra lo può sommare ad altri diritti fino a raggiungere cubature molto grandi e costruire un grattacielo. La legge nazionale, però, stabilisce dei limiti: non si può costruire un edificio di più di 25 metri senza un cosiddetto piano attuativo dei servizi, cioè un progetto dettagliato che spiega come saranno creati i servizi pubblici.

Il comune di Milano non solo ha ignorato questa legge, ma nel 2023 ha pubblicato una circolare affermando che non c’era bisogno di piani attuativi, soprattutto nelle aree storiche della città, quelle con una struttura stabile, costruite secondo i piani del passato. “Vuol dire che si può passare direttamente da un garage a un grattacielo residenziale, senza valutare le conseguenze di un’operazione simile”, commenta Novak. “Dal Bosco verticale in poi a Milano si è puntato tutto sullo sviluppo in altezza. Stiamo diventando come New York, con grattacieli strettissimi e altissimi perché, a parità di suolo occupato, il valore di un edificio aumenta”, spiega Novak.

Le case sono concepite come strumenti finanziari. “È tutto pensato per sfruttare al massimo lo spazio libero. Lo scopo è quello di guadagnare e basta”, sostiene Simona Franchetti. Il problema è che anche chi compra spesso lo fa per questo: “Le persone acquistano soprattutto appartamenti piccoli e poi rivendono al doppio del prezzo. Stanno facendo tutti così”, racconta. Una città senza servizi, con case piccole, buie e costose sta diventando la norma. “La gente si abitua e non protesta”, commenta Franchetti.

Per alcuni però il cambiamento è violento. In via Melchiore Gioia quattro torri nere di uffici, chiamate Portali, stanno soffocando il cortiletto di un complesso residenziale costruito negli anni quaranta. Una torre nera sta letteralmente privando di tutto gli abitanti di uno degli edifici, togliendo loro aria, luce e la vista del parco.

Grazie al risparmio sui contributi per i servizi pubblici, i guadagni immobiliari sono triplicati. Una piattaforma online di raccolta fondi immobiliare, che raccoglieva capitale immobiliare da piccoli investitori che speculano sull’aumento del valore delle case, prometteva un ritorno annuo di più del 16 per cento (contro la media italiana del 5 per cento) per il complesso in via Leopontina.

Con il crowdfunding chiunque può diventare azionista di una società immobiliare: investe, aspetta e incassa. E alimenta la crisi abitativa: a Milano i prezzi delle case sono aumentati del 58 per cento tra il 2015 e il 2023. A crescere di più sono stati i prezzi delle abitazioni nuove: più del 10 per cento in un solo anno, tra il 2022 e il 2023. I salari invece sono aumentati molto meno, secondo l’Osservatorio casa abbordabile del Politecnico di Milano. Ora che le inchieste hanno bloccato il meccanismo, in molti si lamentano: “Chi ha investito, chi ha comprato: vanno tutti a piangere in televisione”, dice Franchetti, “ma questo modo di costruire e comprare case, basato solo sulla speculazione, dovrebbe essere vietato. E noi che abitavamo già qui, chi ci tutela?”.

 “Chi è più furbo costruisce di più”, commenta Novak. “Ed è sempre una torre, una torre di lusso. Nelle pubblicità delle case spesso non si capisce neanche dove siano. La torre è una narrazione, la narrazione dell’attico, del lusso, dell’essere staccati da terra. Poi che nella torre ci sia chi abita al primo e al secondo piano non importa. Ti vendono un sogno”.

È un sogno di esclusività e isolamento. “Le ricadute sulla città sono diverse, con edifici fuori scala e in contrasto con il contesto circostante”, spiega Novak, mentre sullo schermo del computer zooma su un edificio più alto di diversi piani rispetto a quelli vicini.

Quando la magistratura ha cominciato a indagare, il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha sostenuto che il modo in cui si costruisce in città è corretto. Come hanno rivelato le indagini, su diretta richiesta dei dirigenti indagati, per bloccare le inchieste è nata la proposta della cosiddetta legge Salva Milano, che amplia il concetto di ristrutturazione edilizia, con una validità retroattiva.

Approvata alla camera il 21 novembre 2021 e passata al senato, è una proposta di legge secondo cui le determine dirigenziali milanesi avrebbero interpretato correttamente la legislazione urbanistica nazionale, consentendo trasformazioni rilevanti senza una pianificazione attuativa, senza oneri e senza un’offerta di servizi.

Dopo la pubblicazione di un appello, partito dal Politecnico di Milano e firmato da numerosi urbanisti, in senato il disegno di legge non è passato. “Se fosse approvato il Salva Milano, molte delle nuove costruzioni sarebbero classificate come ristrutturazioni, che per legge prevedono il pagamento di contributi ridotti. Ogni comune in Italia avrebbe il 60 per cento in meno di soldi da spendere per realizzare i servizi. Tra 15 o 20 anni ci troveremo con amministrazioni che non avrebbero più soldi per tenere aperte le piscine, le biblioteche, i parchi”.

Milano già oggi è così. Nell’estate 2024 funzionavano solo tre delle otto piscine pubbliche. “Stiamo assistendo alla riduzione e privatizzazione di tutti i servizi pubblici”, dice Luca (nome di fantasia), attivista del comitato Amici della Scarioni che si batte contro la privatizzazione dell’omonimo centro balneare, progettato dagli architetti del comune e inaugurato nel 1957.

Nel 2003 la giunta di centrodestra ha speso dodici milioni di euro per ristrutturare la Scarioni, affidandola in gestione alla Milano sport, una partecipata del comune, che non ha fatto la manutenzione, l’ha dichiarata inagibile e l’ha chiusa, spiega Luca. Tre anni dopo una multinazionale spagnola, la Ingesport, poi denominata Go Fit Life, ha proposto al comune di prenderla in gestione. La Ingesport è finanziata da capitali finanziari in cerca di un ritorno economico. Oltre alla Scarioni ha preso di mira anche le piscine Lido e Argelati.

Alla Scarioni il progetto prevede l’eliminazione della piscina per bambini e la divisione della vasca grande in due piccole. “Lo spazio è ridotto per spendere il meno possibile per l’acqua: è tutto orientato al profitto. Si vuole fare l’ennesimo centro fitness. È il concetto di svago, di ricreazione, di riposo, che è cancellato”, dice Luca. Non ci sono stati confronti con le associazioni sportive, con i cittadini, né ipotesi alternative da parte del comune o studi sui costi per dimostrare la convenienza della gestione privata della Scarioni, che durerebbe quarant’anni.

Il comitato Sai che puoi ha pubblicato un report sui centri balneari, redatto insieme a due urbanisti, per spiegare come il modello di gestione adottato dal comune, il partenariato pubblico-privato, vada tutto a favore del privato. “Il contributo pubblico è un ‘aggravio per le casse del comune’ o un investimento sociale?”, si legge nella ricerca. A Parigi, in Francia, l’ingresso in una piscina pubblica costa 3,50 euro; a Berlino, in Germania, va dai 2,50 ai 5,50 euro. A Milano, invece, la Ingesport vorrebbe introdurre abbonamenti annuali e mensili e aumentare il biglietto giornaliero a 18 euro.

Eppure, in tempi di crisi climatica le piscine, gli spazi verdi e i luoghi pubblici all’aperto sono fondamentali per la salute. Lo scorso agosto 3.500 persone sono morte nelle città italiane a causa delle isole di calore, secondo un testo scritto da urbanisti ed esperti di diritto ambientale.

Luca vede un disegno preciso in quello che sta succedendo alla piscina Scarioni: “Si vogliono allontanare i poveri, che abitano nel quartiere e che da sempre frequentano la piscina”. A Niguarda stanno chiudendo tutti i servizi: il consultorio, il mercato comunale e l’anagrafe in via Passerini. I circoli Arci e le associazioni culturali fanno fatica. “L’impressione è che vogliano mandarci via”, aggiunge Luca. Nel quartiere Isola, dov’è cominciata la moda delle torri di lusso, i vecchi abitanti non sanno più neanche dove comprare il pane, spiega l’attivista.

Come se non bastasse, negli ultimi due anni diverse persone sono state schiacciate da betoniere, quelle che fanno il cemento per le nuove torri. “Scatta il verde, la bici va dritta sulla ciclabile, la betoniera gira, non vede il ciclista e lo schiaccia”, spiega Massimo Lafronza, del comitato Sai che puoi. “Anche per questo c’è stata una grande mobilitazione di cittadini sul tema della sicurezza dei ciclisti. A Milano si è affermato un modello di città arrogante”, dice Lafronza. La presenza di enormi Suv parcheggiati dove la sosta è vietata, sulle strisce pedonali, sui marciapiedi, in doppia fila, nelle aree verdi, è un fatto ordinario. “Ma la sottrazione di spazio pubblico non è percepita come un problema, neanche dal comune: è culturalmente accettata”, continua Lafronza. Una sera di maggio del 2024, grazie a duemila volontari divisi in ottocento squadre, il comitato ha mappato tutte le auto parcheggiate sui marciapiedi di Milano, contandone ben 64mila che occupavano illegalmente un’area grande quanto 77 campi da calcio.

I parcheggi non si trovano anche perché quando realizzano le case i costruttori possono raggiungere un accordo economico con il comune per evitare di farlo. Questa procedura si chiama “monetizzazione dei servizi”. Il comune però spesso usa queste entrate per la gestione ordinaria e i servizi non li realizza nessuno. A febbraio il sindaco Sala ha minacciato di tagliare i servizi se non si fosse approvato il Salva Milano per sbloccare i cantieri.

Le città dovrebbero rompere la dipendenza economica dall’attività immobiliare privata per finanziarsi: in un paese che ha concesso 170 miliardi di euro in crediti d’imposta per bonus edilizi a favore di privati, il problema non è tanto la mancanza di risorse pubbliche, quanto il modo in cui sono usate. In secondo luogo, i contributi pagati dai costruttori sono stati per molto tempo di gran lunga più bassi che altrove in Europa, facendo dell’Italia un paradiso fiscale. A Milano questi ultimi sono un terzo rispetto a quanto dovuto in città come Monaco di Baviera. Secondo l’urbanista Roberto Camagni, che si è occupato a lungo di questo tema, bisogna alzare le tasse sulle trasformazioni urbane, che generano enormi plusvalenze, per redistribuire quel valore tra i cittadini.

È l’interesse pubblico che a Milano è saltato. Se il comune avesse multato tutte le auto parcheggiate male la notte della mappatura avrebbe ottenuto un gettito di 5,3 milioni di euro, secondo il comitato Sai che puoi. “Con quei soldi si potrebbero finanziare 134mila abbonamenti mensili al trasporto pubblico o seimila rette annuali per gli asili nido”, si legge nel report Via libera.

Un tempo i piani regolatori garantivano i diritti dei più deboli, ma a partire dagli anni ottanta il peso dei proprietari privati nella trasformazione della città è cresciuto fino a prevalere. Il Salva Milano è solo l’ultima di una serie di attacchi alle regole attraverso cui l’urbanistica garantisce l’equilibrio tra pubblico e privato. Il tutto in nome di una semplificazione delle norme che gli investitori chiedono per aumentare i guadagni realizzati con la rendita immobiliare.

Dopo le proteste e le inchieste, il Salva Milano è fermo al senato. Ma l’attacco alle città continua. A Roma l’aggiornamento del piano regolatore sembra riproporre il “modello Milano”, favorendo i privati invece che la collettività. Un altro disegno di legge in discussione in senato propone di delegare la rigenerazione urbana a interventi edilizi privati, anche per singoli edifici, che godranno di incentivi pubblici. La proposta tratta un tema politico, quello della trasformazione delle città, come una questione edilizia, appannaggio dei soli costruttori. Il tutto in nome della battaglia per arrestare il consumo di suolo. Ma costruire in altezza non ha arrestato questo processo, neanche a Milano. Soprattutto, però, non spetta a proprietari e costruttori decidere il futuro delle città, che sono di tutti.

da qui

sabato 2 dicembre 2023

L’Italia svuotata - Sarah Gainsforth

 

Un viaggio tra le insostenibili diseguaglianze tra i centri e le periferie del “Belpaese”.


In L’Italia Vuota, viaggio nelle aree interne (Laterza, 2022), Filippo Tantillo esplora la parte dimenticata del paese, quella delle aree interne, definite in base alla distanza dai servizi essenziali, quelle dunque uscite sconfitte nella competizione con le città, dove le politiche di investimento hanno concentrato la ricchezza. Ma dalle città, che succhiano più risorse di quante ne redistribuiscano al territorio circostante, questa ricchezza non è ‘gocciolata’ a tutti, e una gran parte del Paese è stata lasciata indietro. Il diario di viaggio di Tantillo, che è stato coordinatore scientifico per la Strategia nazionale aree interne (Snai), si snoda attraverso questa “Italia vuota”, che in verità costituisce il 60% della penisola, facendo emergere i dettagli del paesaggio, i desideri e le difficoltà, i conflitti, le energie e i progetti in corso, per “dare più valore all’intelligenza delle persone che la abitano”. Oggi queste aree, che includono le periferie urbane, sono destinatarie di politiche di tipo compensativo. Ma è il paradigma che va cambiato perché “la crescita delle diseguaglianze sociali e territoriali sta raggiungendo un livello insostenibile per un sistema democratico”, si legge nell’introduzione al libro.

Oggi le aree interne, che includono le periferie urbane, sono destinatarie di politiche di tipo compensativo, ma la crescita delle diseguaglianze sta raggiungendo un livello insostenibile.

L’inversione del paradigma, allora, inizia nel racconto. Il libro restituisce una dimensione concreta e specifica a luoghi abituati all’oblio oppure a subire sguardi e narrazioni astratte, scollegate dalla realtà, che si impongono dall’alto e finiscono per plasmarli. Contro l’imposizione di un immaginario finto, e per uscire dall’eterno presente delle politiche istituzionali che parlano di “rilancio” dei territori – ma i luoghi non hanno bisogno di essere “rilanciati”, semmai di essere conosciuti – il racconto restituisce spessore alla realtà, uno spessore anche storico. “Fare politica è fare cultura, intervenire sul pensiero, sui modi di ragionare, e viceversa” mi racconta Tantillo.

“Se oggi guardiamo alle aree interne vediamo solo dei puntini, dei paesini spopolati qua e là” spiega Tantillo. “Ma un tempo i paesi erano connessi in sistemi economici policentrici”. Per questo i paesi non vanno considerati singolarmente: “lo spopolamento ha reso soli i paesi, ma fino a un secolo fa esistevano relazioni economiche, urbanistiche, sociali e culturali molto intense tra questi centri”.

 “Con l’industrializzazione questo sistema è stato smantellato, combattuto, vinto. Il mondo che resisteva all’urbanizzazione è stato rappresentato come ‘il passato’, negativo, a tratti diabolico” mi racconta Tantillo. A un certo punto tutto quello che non era città è diventato obsoleto, o idillico. “L’Esposizione internazionale di Londra, nel 1851, attirò sei milioni di visitatori e inaugurò l’idea che il futuro è della grande città. In Italia, tra la fine dell’Ottocento, con l’Esposizione di Torino del 1884 e l’inizio del Novecento, si costruisce il racconto dell’Italia come un insieme di cartoline, come Paese di sonnolenti province e luoghi pittoreschi. Inizia allora il branding del Belpaese – il formaggio Belpaese nasce nel 1906. Questa rappresentazione è il risultato di precisi interessi economici, industriali, urbani”.

Oggi, con la crisi di quella idea di modernità, si cercano alternative. “L’urbanizzazione, la crescita della cultura, dell’economia, del benessere, della mobilità sociale: tutto quello che era garantito dalla città oggi è entrato in crisi”. Così si guarda fuori dalle città. “Il numero di coloro che sono espulsi dalla città oggi è cresciuto a tal punto che straripa nei territori considerati anti-moderni. Anche per questo le aree interne sono guardate come luoghi della possibilità, della modernità futura. E la crisi climatica determina un nuovo immaginario”.

In Italia, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si costruisce il racconto dell’Italia come un insieme di cartoline. 

Nelle aree rimaste fuori dalla modernità il mercato non è arrivato. “Quello delle aree interne è uno spazio economico dove non c’è accumulazione, e per questo è marginalizzato”. Il forno di paese non produce più pane di quanto ne consumano i clienti abituali e può capitare, come succede a Tantillo in Molise, di restare senza cena perché il bar ha chiuso e il ristorante è a 20 chilometri. Di che cosa vivono allora queste aree? “Altrove vivono di welfare” mi spiega Tantillo. Fa l’esempio della Finlandia, un paese con una bassissima densità abitativa, dove molte aree sono da sempre spopolate. “Il welfare è un motore economico. Questi territori riescono a creare economie – reddito, lavoro, ricchezza, tutela del territorio – a partire dalla creazione di servizi. Non è un caso che il welfare sia forte nei paesi nordici”.

Le nostre aree vivono di proprietà condivisa, di terreni a “uso civico”, chiamati Regole, comunanze, università agrarie. “Sono proprietà collettive, residui, riserve indiane, dell’economia comunitaria del bosco” scrive Tantillo. In Val Visdende, a Santo Stefano di Cadore, un’associazione di architette sta costruendo una casa armonica con legni di risonanza, una residenza per musicisti, una sala di registrazione. L’iniziativa è uno dei progetti di ricostruzione partecipata del bosco nell’area del Trentino colpita dal ciclone Vaia. È appoggiata da diversi enti, tra cui la Regola di Casada che possiede in comune un bosco pubblico di quasi 5000 ettari. Ma anche qui la tutela ambientale è finalizzata sempre di più alla logica turistica.

Il bosco ai piedi del Terminillo rischia di essere tagliato per far posto a un progetto di espansione della stazione sciistica, in un’area in cui manca la neve ormai da molti anni. “Il Terminillo con le sue pareti severe, le creste affilate e i circhi glaciali che contornano la vetta è ancora oggi un luogo bellissimo, ma non c’è bisogno di proiettarsi in un futuro remoto per capire che nel giro di pochi decenni queste aree saranno del tutto inabitabili. È un’emergenza, eppure la sensazione è che non si abbiano gli strumenti teorici utili a intervenire rapidamente per fermare questa deriva” scrive Tantillo.

Quello delle aree interne è uno spazio economico dove non c’è accumulazione, e per questo è marginalizzato.

Non abbiamo strumenti perché, come la logica turistica, anche le politiche istituzionali sono astratte, non sono territorializzate. Non a caso spesso il turismo è il loro “orizzonte indiscusso di sviluppo”. Separandoci dal paesaggio, presentandolo come idillico e incontaminato, proponendo ricette calate dall’alto, la logica turistica toglie la capacità di progettare il futuro. L’illusione turistica rompe la relazione con il contesto, interrompe il rapporto con il mondo e per questo rende inabitabili i luoghi.

Ma la soluzione all’emergenza climatica, scrive Tantillo, va cercata nei territori: nelle pratiche di sopravvivenza che cittadini e amministratori sperimentano già oggi di fronte alle difficoltà dei mutamenti climatici. “Molti sono quelli che si sono messi letteralmente in cammino, in lungo e in largo per il paese, per tracciare nuovi sentieri di esplorazione dell’Italia vuota, da fare a piedi, alla ricerca di sguardi diversi”.

Ci sono diverse insidie. Innanzitutto, si rischia di cadere nella retorica delle “buone pratiche”. “Le piccole esperienze, per quanto buone, da sole non possono sopravvivere come isole felici in un mondo dominato da dinamiche di violenza ed esclusione – scrive Tantillo. Non ci si può illudere che diffondendo queste ‘buone pratiche’ a macchia d’olio le cose cambino. Se non le si porta a una dimensione sistemica, questo mondo continuerà a convivere con esse, privandole delle risorse per crescere realmente o mettendole a tacere quando serve”.

Un altro rischio è la cooptazione delle progettualità nuove, “portatrici di una nuova visione che connette giustizia sociale e ambientale, che rischia di diventare egemone e che sembra terrorizzare una buona parte della classe dirigente”. Il rischio è la colonizzazione di queste nuove istanze per alimentare il vecchio modello della crescita. “Tutta la narrazione della green-economy è questo: trovare nuovi margini per fare capitalismo sulla ricostruzione di quello che è stato distrutto. Distruggere per poter ricostruire. È la logica del termovalorizzatore che si alimenta di spazzatura” mi dice Tantillo.

Non abbiamo strumenti perché, come la logica turistica, anche le politiche istituzionali sono astratte, non sono territorializzate. Spesso il turismo è il loro ‘orizzonte indiscusso di sviluppo’.

Se la crisi climatica sta mostrando i limiti del modello di accumulazione capitalista e di organizzazione gerarchica del territorio, il mondo delle piante ci indica una soluzione: “è l’assenza di gerarchie degli organi vitali che rende solide le piante, la decentralizzazione delle funzioni, l’assenza di centri di comando” racconta a Tantillo Stefano Mancuso, che dirige il Laboratorio di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze. Forme di organizzazione decentralizzate, di decisione diffusa, “dove il consenso e l’autorità derivano dalla propria competenza” stanno diffondendosi velocemente. È il modello delle comunità energetiche che si sottraggono al controllo centralizzato delle risorse. Secondo Tantillo “la rinuncia all’antropocentrismo diventa, quindi, essenziale per la sopravvivenza della nostra e delle altre specie animali, e la promozione della biodiversità è lo strumento più forte che abbiamo contro le fragili autocrazie, le quali devono affidarsi alla violenza per sopravvivere”.

La resistenza al cambiamento, però, non viene solo dalle città. Se il futuro di alcune aree in via di desertificazione in Italia dipenderà dal tasso di immigrazione, “i flussi dell’economia finanziaria e dei migranti sono oggi percepiti da buona parte degli abitanti dell’Italia vuota come una minaccia, che ricalca ampiamente la contrapposizione fra identitarismo e cosmopolitismo, e che li spinge, un po’ dappertutto, a votare con risentimento”.

In alcuni paesi nel Nord Italia non è rimasto neanche un bar. “La vita si svolge in casa. È qui che cova il risentimento”, mi spiega Tantillo. “Le piccole patrie odiano la città e la mixité, come direbbero gli urbanisti. La cultura reazionaria della Lega nasce qui, nelle montagne, e attacca le città”. Ma l’idea delle comunità identitarie è un’invenzione. “Negli ultimi cento anni tutti hanno cambiato posto in Italia, anche gli abitanti delle aree interne. L’agricoltura è stanziale, esistevano comunità agricole, ma non è più così da cento anni, e forse non è mai stato così”. Lo stereotipo delle comunità immobili, stanziali e coese è un’altra invenzione del Grand Tour e, più recentemente, di Airbnb. “Le narrazioni territoriali servono a vendere prodotti locali” spiega Tantillo.

La soluzione all’emergenza climatica va cercata nelle pratiche di sopravvivenza che cittadini e amministratori sperimentano già oggi.

Il geografo Franco Farinelli collega la crisi dello spazio al tema della crisi di uno Stato statico fondato su un codice spaziale in cui le persone non si muovono. Oggi la mobilità è in aumento – e la crisi degli affitti deriva anche da questo. Ma gli strumenti per leggere e guidare le trasformazioni sono datati, sono pensati per fotografare situazioni fisse, oltre che per controllare qualcuno e per ignorare qualcun altro. E il problema della rappresentanza politica in Italia, che esclude fette di popolazione sempre più ampie, sta raggiungendo livelli insostenibili.

Nelle aree interne le decisioni sono prese da proprietari assenteisti. “Serve un progetto di riorganizzazione territoriale, anche amministrativo, che sia anche un nuovo progetto di cittadinanza”, mi dice Tantillo. “Dopo il terremoto di Amatrice c’è stata una fuga di massa dall’Appennino centrale: da un giorno all’altro paesi con ottanta abitanti se ne sono ritrovati dieci”. Nelle aree interne non esiste economia senza i beni civici, ma un uso civico è definito in base al numero di residenti: si vota. “Di fronte alla proposta di un gruppo di imprese tra cui la Ferrero di cedere in concessione gli usi civici dell’area del cratere del terremoto di Amatrice per convertirli per la coltivazione delle nocciole a fronte di un indennizzo di pochi spicci per ogni residente, la gran parte della popolazione, quella che era andata via prima e dopo il terremoto, avrebbe votato per cedere l’uso civico. Gli allevatori e tutti coloro che sono rimasti, che hanno bisogno del bosco per l’economia locale, di spazi per il pascolo, dell’acqua, e che oggi vi accedono perché il bosco è un bene comune, erano contrari”.

Nelle aree interne le decisioni sono prese da proprietari assenteisti.

La rappresentazione degli interessi spesso non corrisponde a quelli della popolazione effettiva. “La domanda che i cittadini si sono posti è stata: come si fa a evitare che quelli che sono andati via, che sono la maggioranza e che risultano residenti, votino per dare via tutto?”, prosegue Tantillo. “È emersa quindi l’ipotesi che la rappresentanza locale potesse essere espressa in una formula che potremmo definire ‘la performance di cittadinanza’. In sostanza: se stai un mese il tuo voto vale uno, se stai due mesi vale due, e via dicendo. Ma il profilo costituzionale di questa operazione è alquanto dubbio” racconta, ridendo. La questione, però, è seria. “Abbiamo coinvolto alcuni dottorandi dell’Università di Ancona e la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Viterbo per approfondire i margini giuridici di questa ipotesi. La finalità ultima è dare più peso all’uso che alla proprietà. Perché il futuro delle aree interne si gioca su questo”. Forse è proprio vero, allora, che il futuro del paese si gioca nelle aree interne

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sabato 9 settembre 2023

Cosa resta delle spiagge italiane - Sarah Gainsforth

 

Stabilimenti balneari onnipresenti, coste danneggiate dall’erosione, danni al turismo: il modello di gestione del patrimonio balneare va cambiato con urgenza, contrastando le speculazioni e gli effetti della crisi climatica

Il 14 luglio un gruppo di attivisti è entrato allo stabilimento Twiga, nella riviera della Versilia in Toscana, e ha fatto rimuovere tutti i lettini dalla battigia. I cinque metri di terra che precedono il mare devono essere infatti sempre liberi e accessibili a tutti. Il Twiga (di cui fino al 2022 l’attuale ministra del turismo Daniela Santanchè deteneva una quota della proprietà) è uno dei 683 stabilimenti balneari che occupano quasi tutto il litorale della Versilia, meta del turismo di lusso, con file di costosi lettini e ombrelloni. Meno del 10 per cento delle spiagge in questa zona è libero: si tratta di piccole strisce di sabbia tra gli stabilimenti a pagamento.

Secondo Legambiente tutte insieme non arrivano a un chilometro di lunghezza. “Ho cominciato a fare attivismo quando mia figlia era piccola: non riuscivo a portarla al mare”, spiega Matilde Balatresi Nocchi, che ha guidato la spedizione al Twiga. Ogni anno, dal 2019, il 14 luglio gruppi di cittadini si incontrano in diverse località marine italiane per “la presa della battigia”, un appuntamento indetto dal Coordinamento mare libero, di cui Nocchi fa parte, per difendere il diritto all’accesso al mare.

Il nodo delle concessioni balneari

La data è stata scelta non solo per via dell’anniversario della presa della Bastiglia: il 14 luglio è anche la ricorrenza della sentenza della Corte di giustizia europea che nel 2016 ha dichiarato illegittime le proroghe delle concessioni balneari, che vanno assegnate tramite un bando pubblico. Da allora ogni estate la questione torna d’attualità: nonostante la sentenza europea, nel 2018 il governo ha rinviato la scadenza delle concessioni al 2033, ma nel 2021 il consiglio di stato è intervenuto e ha imposto la scadenza al dicembre 2023, confermandola dopo che l’attuale governo ha tentato di introdurre un’altra proroga fino alla fine del 2024. L’associazione di categoria Sib-Confcommercio ha presentato un ricorso alla corte di cassazione e l’udienza è stata fissata per il 24 ottobre.

Un altro nodo su cui si discute da anni riguarda l’adeguamento dei canoni concessori che sono scarsamente redditizi per l’erario dello stato. In un documento del 2018 il ministero delle finanze sollevava la necessità di una revisione complessiva del sistema delle concessioni demaniali, scrivendo che “i canoni imposti non sono, in numerosi casi, correlati agli ingenti fatturati e profitti che i beni dati in concessione producono in capo ai concessionari”. A partire dal 2021 il ministero delle infrastrutture ha aggiornato i canoni balneari introducendo una quota minima di 2.500 euro, aumentata a 2.700 nel 2022. Il governo sta mappando i beni dati in concessione e dovrebbe approvare una norma sulle concessioni balneari prima della loro scadenza a dicembre.

Intanto il costo per una settimana al mare quest’anno è aumentato del 19 per cento secondo Federconsumatori. Un’escursione costa il 20 per cento in più, l’albergo è rincarato del 28 per cento. Le prenotazioni nei campeggi sono cresciute del 14 per cento. In Versilia, secondo i mezzi d’informazione locali, “spopolano le aree picnic” dove mangiare il pranzo al sacco. Secondo Federalberghi qui il tasso di occupazione degli alberghi a ferragosto era del 70 per cento, in discesa rispetto aall’87 per cento dell’anno scorso. I turisti stranieri aumentano mentre la domanda interna cala: del 4,4 per cento nel 2022, secondo l’Istat. Per chi se la può permettere, la vacanza al mare è ancora la prima scelta, ma qualcosa sta cambiando e non è solo colpa dei rincari.

Ondate di calore

“Quanto successo quest’estate è un campanello d’allarme”, ha dichiarato Marina Lalli, presidente di Federturismo Confindustria. “Ondate di calore sempre più frequenti e intense, nei prossimi anni potrebbero far cambiare le abitudini dei turisti, spostando la geografia delle vacanze verso destinazioni più fresche rispetto all’Europa meridionale”.

Nei primi cinque mesi del 2023 gli eventi climatici estremi sono cresciuti del 135 per cento rispetto al 2022, con 122 fenomeni meteorologici che hanno causato danni soprattutto in Emilia-Romagna, Sicilia e Piemonte.

Il 16 luglio è andato a fuoco il terminal A dell’aeroporto di Fontanarossa a Catania e, con 40 gradi, la città è rimasta senza corrente e acqua. Il 25 luglio l’aeroporto di Palermo è rimasto chiuso per alcune ore. Alla fine di luglio in Sicilia si contavano 48 incendi, a ferragosto 16.

Secondo i dati dell’Osservatorio città clima di Legambiente dal 2010 al giugno del 2023 nei comuni costieri italiani ci sono stati 712 eventi meteo-idrogeologici e idraulici, come alluvioni, cicloni, crisi idriche e ondate di calore. Si tratta del 41 per cento di 1.732 eventi di questo tipo in Italia, concentrati in appena 240 dei 643 comuni costieri. Le regioni più colpite sono quelle preferite per le vacanze al mare: Sicilia, Puglia, Calabria e Campania. Le coste spariscono mangiate dall’innalzamento del livello del mare dovuto al riscaldamento climatico. La temperatura dell’oceano aumenta senza sosta dal 1970 per via delle attività umane, secondo l’Intergovernamental panel on climate change (Ipcc), perché assorbe il calore in eccesso nel sistema climatico. E scaldandosi la sua acqua si dilata. L’aumento del livello del mare tra il 2005 e il 2015 è stato senza precedenti, con una crescita di 3,6 millimetri all’anno dovuto anche allo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide.

Nel luglio del 2023 la temperatura media globale è stata la più alta mai registrata dal 1940; il 31 luglio quella della superficie marina ha raggiunto un nuovo record, 20,96 gradi, secondo il sistema di monitoraggio europeo Copernicus. Di solito negli oceani si registrano le temperature più elevate a marzo: anche per questo il dato di luglio segna un’anomalia significativa. Già l’anno scorso il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) aveva lanciato l’allarme sul fatto che il Mediterraneo sta diventando “bollente”, con picchi superiori a 23 gradi in superficie.

Le spiagge scompaiono

“Senza interventi di mitigazione e adattamento, tra qualche anno buona parte degli stabilimenti balneari in Italia finirà sott’acqua” afferma Filippo Celata, geografo all’Università Sapienza di Roma e componente del direttivo della Società geografica italiana. Secondo Celata questo scenario si potrebbe presentare fra una trentina d’anni in quasi la metà delle spiagge italiane, “non solo per via dell’innalzamento del livello del mare, ma per i pesanti processi erosivi che le spiagge già subiscono da diversi decenni”. Celata ha applicato alle spiagge italiane le stime di erosione costiera al 2050 e al 2100 contenute in un recente studio pubblicato su Nature Climate Change. Secondo queste stime, già nel 2050 la superficie delle spiagge che rischiano di scomparire in Italia va dall’8 per cento, nelle ipotesi più ottimistiche, al 50 per cento, in quelle più pessimistiche. La stima si basa su uno scenario di riduzione consistente delle emissioni, uno scenario intermedio secondo la classificazione dell’Ipcc, descritto con la sigla Rcp 4.5 (representative concentration pathways, percorsi rappresentativi di concentrazione), in cui il livello del mare nel 2100 sarà cresciuto di 50 centimetri. Secondo il centro di ricerca nazionale Enea, quaranta aree costiere in Italia rischiano di essere sommerse nel 2100.

I risultati dello studio di Celata, che confluiranno nel rapporto annuale della Società geografica italiana Paesaggi sommersi: geografie della crisi climatica nei territori costieri italiani in uscita all’inizio del 2024, sono sconcertanti. L’ipotesi mediana di probabilità prevede la scomparsa di circa il 20 per cento delle spiagge italiane al 2050, ed è particolarmente drammatica in alcune regioni: la Sardegna potrebbe perdere il 38 per cento delle sue spiagge, la Sicilia, la Puglia e la Basilicata quasi un quarto delle spiagge. “Ovviamente sono previsioni soggette a errore e rappresentano l’ipotesi mediana di probabilità nello scenario per il quale i governi rispettino gli impegni presi e le temperature crescano solo di 1-2 gradi”, commenta il geografo.

Celata ha georeferenziato le spiagge a rischio scomparsa nei prossimi trent’anni, colorando di rosso quelle che subiranno un’erosione maggiore di cento metri, di arancio quelle con un’erosione maggiore di 50 metri. Sulla mappa la foce del Po è una grande macchia di punti rossi: tutta la costa dell’alto Adriatico, dove l’impatto dell’innalzamento del livello del mare sarà più drammatico, è costellata di punti rossi e arancio. Meno drammatica ma comunque preoccupante appare la situazione nelle Marche e in Abruzzo, lungo la costa meridionale della Sicilia e in quella orientale della Sardegna. A sud di Roma la costa del Lazio è tutta rossa e arancio, così come quella della Versilia dove c’è lo stabilimento Twiga.

Le parti di costa dove il mare si inoltrerà verso l’interno per più di cento metri includono alcune delle località più turistiche d’Italia. Jesolo, nella città metropolitana di Venezia, è la quinta località tra le prime 500 per valore aggiunto turistico, secondo una stima di Sociometrica, ed è nel cuore di una “zona rossa” a forte rischio di regressione del mare. Rimini, anch’essa in “zona rossa”, è al quinto posto della classifica di comuni più turistici.

Soluzioni troppo rigide

Pochi giorni fa è stata completata la fase di valutazione ambientale strategica necessaria all’approvazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc). La bozza era pronta dal 2017. Ma secondo Legambiente nel documento presentato dal ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica alla fine del 2022 il tema delle coste “è affrontato con un concetto ‘difensivo’ ormai decisamente superato”. “La parte del piano dedicata alle coste è molto vaga, ha una visione generale e teorica delle coste che si esplica semplicemente attraverso indicazioni ‘da manuale’”, spiega Michele Manigrasso, direttore dell’Osservatorio paesaggi costieri italiani di Legambiente. “L’adattamento ai cambiamenti climatici è legato al contesto e richiede una traduzione specifica nei diversi territori”.

Il piano contiene elenchi di possibili azioni per le coste. Ma si tratta di azioni difensive come la creazione di pennelli e barriere frangiflutti, insomma di strutture che produrranno un ulteriore irrigidimento delle coste”, continua Manigrasso. “Come hanno dimostrato le discipline che si occupano del mare e in particolare dei ‘conflitti’ lungo i bordi d’acqua, queste azioni non riducono il problema dell’erosione, anzi lo enfatizzano lungo segmenti di costa consecutivi”.

La linea di costa è mobile. “Più che una linea, è uno spazio”, osserva Manigrasso. L’edificazione delle coste interferisce con la naturale dinamica litoranea, peggiorando l’erosione costiera, che diventa un problema quando il mare incontra un ostacolo, perché le onde non riescono a scaricare l’energia e trascinano via la sabbia con la risacca. Le opere rigide di difesa dal mare tamponano l’erosione costiera localmente ma la spostano altrove, modificando le correnti marine e aggravando complessivamente il problema. “Serve una strategia di adattamento naturale al cambiamento climatico basato sull’arretramento gestito delle spiagge, bisogna ridare spazio alle dinamiche costiere naturali”, spiega Celata. “Quando parliamo di impatto al 2050 parliamo soprattutto di fenomeni erosivi precedenti al riscaldamento globale, quindi già in corso”, prosegue il geografo. “L’Italia non è un atollo nel Pacifico e non ha coste su un oceano. Ma le nostre coste sono più vulnerabili perché sono molto urbanizzate. Quindi in Italia gli scenari sull’innalzamento del livello del mare non sono drammatici come altrove, ma avranno un impatto importante perché le coste sono densamente costruite, sono rigide”.

Senza una strategia nazionale

La massiccia edificazione delle aree costiere è in gran parte dovuta al turismo balneare. Soprattutto dagli anni ottanta il fenomeno delle vacanze di massa nelle spiagge è diventato un fenomeno distruttivo, scrive il giornalista Alex Giuzio, autore di La linea fragile (Edizioni dell’asino, 2022).

Nato nell’ottocento come pratica salutista, cresciuto nell’epoca fascista, esploso negli anni sessanta, il turismo balneare ha modificato profondamente il paesaggio con la costruzione di colonie marine, villaggi vacanza, alberghi, pensioni, seconde case, villette, linee ferroviarie e porti turistici. Oggi la densità degli edifici lungo la fascia entro i trecento metri dal mare è doppia rispetto alla media nel resto della penisola, scrive Giuzio. Qui non c’è stata alcuna pianificazione perché “lo stato ha sempre demandato la gestione delle coste ai piani regionali e comunali che hanno dato priorità alle esigenze del turismo di massa anziché a quelle di un ambiente molto delicato”.

I comuni, a loro volta, hanno demandato la gestione delle spiagge ai privati, di fatto assegnandogli non solo l’erogazione di servizi ma la gestione ambientale delle coste, per la quale manca una strategia nazionale. Tra il 1998 e il 2015 il 90 per cento di 4,5 miliardi di euro spesi per la protezione delle coste è riconducibile a spese per interventi emergenziali, scrive Giuzio. L’Italia spende milioni di euro per il ripascimento delle spiagge, con il trasporto e il versamento di carichi di sabbia. Ma serve a poco. In alcune zone di Jesolo la costa è già arretrata di 300 metri. Qui “l’azione erosiva è talmente accentuata che si possono perdere alcuni metri di spiaggia in poche ore, come successo all’inizio del settembre 2020, nonostante il ripascimento effettuato nell’autunno precedente”, si legge nel rapporto annuale sulle spiagge di Legambiente. “Quest’anno gli stabilimenti a Cesenatico hanno tolto due file di ombrelloni”, racconta Giuzio. “Il comune di Cervia sta progettando l’innalzamento del lungomare per via delle mareggiate”.

Il miglior modo per ridurre il rischio di inondazioni è ridare spazio alla natura, ricostituire le dune e le zone umide e paludose, demolire le costruzioni. È quello che sta facendo il comune di Lecce con un Piano delle coste, approvato nel 2022, che prevede interventi di rinaturalizzazione degli arenili e la rimozione di manufatti rigidi. Il comune ha rivisto la percentuale di spiagge in concessione e ha destinato la maggior parte del litorale a spiagge libere e attrezzate.

Un’altra esperienza interessante è quella del comune di Rimini, spiega Manigrasso. Con il progetto Parco del mare il comune sta portando avanti interventi di adattamento e rigenerazione urbana con la ricostruzione dei cordoni dunali, l’elevazione della passeggiata rispetto al bagnasciuga, l’integrazione di soluzioni per il drenaggio dell’acqua, il progressivo ritiro delle attrezzature turistiche per ampliare la spiaggia. “L’innovazione è rappresentata dall’uso flessibile e reagente del suolo, dalla nuova topografia ripensata rispetto alle dinamiche dell’acqua”, ha scritto Manigrasso in un capitolo del saggio Coste in movimento (Donzelli 2022). Ma le esperienze di Lecce, di Rimini e di alcuni altri comuni sono eccezioni.

“La strategia di adattamento climatico non può essere demandata ai privati, e neanche può essere portata avanti da singoli comuni: ha bisogno di una gestione nazionale. Il tema delle concessioni balneari riguarda il recupero di uno spazio di governo pubblico, di gestione ambientale delle coste”, afferma Celata. Secondo Manigrasso una strategia nazionale potrà essere costruita con l’istituzione di un Osservatorio, previsto dal Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, che funzioni da cabina di regia per coordinare gli enti coinvolti alle varie scale di governo, e dare concretezza al Piano nazionale, che è solo di indirizzo. “Questa sarà una fase strategica per approfondimenti territoriali specifici, per aggiornare i vincoli del piano che sono già obsoleti, perché basati su dati vecchi, e per tradurre le linee guida generali in scelte e azioni locali”, sostiene Manigrasso.

Il problema non riguarda solo il meccanismo di assegnazione delle concessioni balneari: a essere ormai insostenibile è il modello privatistico di gestione delle coste, basato sulla conservazione di privilegi economici e su un modello di turismo inadeguato alla nuova realtà. L’Italia non può continuare ad affrontare il cambiamento climatico con soluzioni di emergenza che peggiorano il problema, e poi con risarcimenti per il settore turistico quando questo si manifesta. Anche perché il costo dell’immobilismo politico, in un paese al centro di un “hotspot climatico”, come i climatologi definiscono il Mediterraneo, rischia di essere altissimo.

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