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martedì 29 aprile 2025

Defendeus sa terra nostra: a Teulada, un convegno su salute, ambiente e poligoni - Carlo Bellisai

 

Si è svolto sabato 26 aprile a Teulada il convegno DEFENDEUS SA TERRA NOSTRA, promosso dal movimento A FORAS, che da oltre dieci anni propone iniziative di informazione e di lotta contro le basi e i poligoni militari in Sardegna. Sul territorio di Teulada e, in parte, su quello del comune di Santa Maria Arresi, ricade una delle più ampie servitù militari dell’isola, pari a 7500 ettari, a cui vanno aggiunte le acque prospicenti.

Davanti ad un pubblico di alcune decine di persone, di cui una buona metà abitanti del paese, i relatori si sono concentrati sulle ricadute sulla salute e sull’ambiente delle esercitazioni militari e sulle azioni legali intentate dalla società civile.

Il fisico e attivista Massimo Coraddu ha parlato delle indagini epidemiologiche svolte, dalle quali risulta che tra gli abitanti delle case e dei terreni agricoli prossimi al poligono militare si è riscontrata un’incidenza di mortalità doppia rispetto a quella riscontrata a Teulada centro. Queste persone hanno subito detonazioni pari o superiori ai 120 decibel, oltre la soglia del dolore uditivo, con probabili conseguenze sulla funzione, hanno respirato polveri sottili dense di elementi tossici.

Ha poi ricordato il caso della così detta Penisola Delta, un istmo del promontorio che da almeno trent’anni è stato usato come bersaglio durante le periodiche esercitazioni. Il Ministero della Difesa, costretto dai ricorsi delle associazioni, ha deciso infine di bonificarla, dopo che per anni l’aveva definita “imbonificabile.” Ma al momento non c’è nessun piano di bonifica, se non quello di aprire una strada, facendo brillare gli ordigni inesplosi e portando via i detriti. Ma soprattutto si vuole bonificare quel martoriato istmo, solo allo scopo di riprendere a bersagliarlo.

Graziano Bullegas, di Italia Nostra-Sardegna, ha approfondito il discorso dal punto di vista del danno ambientale, ricordando che all’interno dell’area militare e nel tratto di mare limitrofo esistono due aree protette SIC, di salvaguardia ambientale. Ma come può essere compatibile la protezione della flora e della fauna con la deflagrazione delle bombe? Diremmo incompatibile. E se anche si procedesse davvero alla bonifica della penisola delta, si dimentica che la maggior parte degli ordigni utilizzati durante le esercitazioni finisce in mare. Sulla Valutazione di Impatto Ambientale presentata dalla Difesa, le associazioni Italia Nostra, Assotziu Consumadoris Sardigna, Unione Sindacale di Base hanno fatto ricorso al TAR, di cui si attende il giudizio.

La parola passa quindi all’avvocato Paolo Pubusa, che ricorda che oltre alle basi militari, in Sardegna è presente anche la fabbrica di armamenti della RWM e che le battaglie legali su poligoni e armi si sono spesso intrecciate. Rivela, tra l’altro, che nei documenti presentati dal Ministero della Difesa non c’è traccia dell’esigenza che, dopo la bonifica, si ricominci a bersagliare; questo perché altrimenti faticherebbero a spiegarne il senso.

L’avvocato Giulia Lai riporta invece indietro la memoria al processo penale per disastro ambientale, svoltosi a Cagliari nei confronti dei quattro generali che avevano responsabilità dirette nella gestione delle esercitazioni a Capo Teulada. Sono stati assolti nel 2024 “perché il fatto non sussiste.”

Ma la sorpresa arriva leggendo le motivazioni della sentenza che ammette “che risulta dimostrata la compromissione dell’ecosistema e il rapporto causa-effetto tra esercitazione e inquinamento.” Ma subito dopo, al contrario, ribadisce che “l’attività addestrativa militare risponde agli impegni istituzionali ed agli accordi internazionali della Difesa.”

Si è parlato della salute, si è parlato dell’ambiente, due principi che dovrebbero essere tutelati. Ma constatiamo che esiste anche un terzo principio, quello della sicurezza nazionale, quello della così detta difesa. Che passa sopra gli altri due come un carrarmato.

Aggiungiamo che si può allora chiedere di quale difesa si parla? Difendersi dalle malattie, con una buona sanità territoriale, difendersi dall’inquinamento con le comunità energetiche. La difesa non deve essere armata, ma solidale. Tutto il resto, il Ministero, gli eserciti, l’aviazione, le fabbriche di morte, i droni-killer, fanno parte di altri interessi, quelli del profitto disumano.

da qui

martedì 24 novembre 2020

Aggressione senza precedenti a monti e pianure della Sardegna - Graziano Bullegas

Pubblichiamo una nota sull’intervento nel procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale in corso presso il Ministero dell’Ambiente e relativo ai progetti di due parchi eolici con opere connesse, da realizzarsi nei territori di Bitti, Nule, Benetutti e comuni limitrofi.

 

Con la presentazione delle Osservazioni Italia Nostra Sardegna è intervenuta nel procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale in corso presso il Ministero dell’Ambiente e relativo ai progetti di due parchi eolici con opere connesse, da realizzarsi nei territori di Bitti, Nule, Benetutti e comuni limitrofi. Si tratta di due impianti di grossa taglia (da 56 e 63 MW di potenza con pale che raggiungono 200 mt di altezza), che si andrebbero ad aggiungere ad una miriade di altri già in produzione o in attesa di autorizzazioni, tutti dislocati nella Barbagia di Bitti e nel Goceano.

Nelle Osservazioni sono state evidenziate le molteplici criticità presenti negli elaborati di progetto. La localizzazione degli impianti appare non sostenibile per gli impatti paesaggistici e per le interferenze con le componenti abiotiche e biotiche naturalistiche (in particolare l’avifauna) ed irrazionale si rivela l’ulteriore adduzione di produzione energetica in un sistema elettrico al limite del collasso per la proliferazione senza controllo di tali strutture. Come già evidenziato dai Sindaci del Territorio e dalla comunità scientifica, è stata eccepita l’incompatibilità dei parchi eolici con importanti progetti di interesse internazionale, quali l’osservatorio “Einstein Telescope e il laboratorio SARDAGRAV”, in corso di realizzazione nelle miniere di “Sos Ennattos” a Lula, progetti questi ultimi che rappresentano un’occasione storica per il rilancio del territorio.

I due impianti contestati da Italia Nostra Sardegna andrebbero ad aggiungersi ad altri sei (attualmente a VIA) per una potenza totale che supera gli 800 MW e ad oltre una sessantina di parchi fotovoltaici disseminati in tutta la Sardegna. Se venissero autorizzati si raggiungerebbe una potenza complessiva installata superiore ai 2mila MW, con l’occupazione solo in parte di aree industriali e con la perdita di circa 3mila ettari di terreni agricoli.

Nelle Osservazioni si richiamano i contenuti della recente Sentenza (573/2020 del 23.10.2020) del TAR Sardegna, nella quale si fa espresso riferimento ai vincoli imposti dalla Delibera della Giunta Regionale del 7 agosto 2015 n. 40/11 (aree non idonee alla installazione degli impianti eolici). La Sentenza accoglie inoltre la tesi di Ministero dei BBCC e RAS, da sempre sostenuta da Italia Nostra, che l’area di rispetto dei siti di interesse archeologico e di tutela dei Beni culturali debba estendersi in rapporto al contesto territoriale e quindi non limitarsi ai 1.600 mt di distanza dal singolo monumento come stabilito dalla D.G.R.

La Sentenza precisa infatti che <<… il principio di massima diffusione delle fonti di energia rinnovabili arretra quando sussistano, in concreto, importanti elementi di natura paesaggistico-archeologica da preservare, ove la problematica, in particolare, della tutela archeologica dei “beni di prossimità” assume valore prevalente ed assorbente. Condizionando negativamente la realizzabilità del progettato intervento di grande impatto sul territorio…>>. Nello specifico gli impianti di Bitti e Nule sono ubicati in adiacenza di importanti siti archeologici.

Oggi si assiste impotenti al tragico ricorso storico dell’assalto incontrollato alle risorse naturali dell’Isola da parte di imprenditori, facilitatori, speculatori, che grazie all’elargizione di capitali pubblici realizzano ingenti profitti a danno di beni ambientali e culturali. Corre l’obbligo dunque di interrogarsi su quale modello di produzione energetica si vuole puntare, se lasciare campo libero alla speculazione incontrollata o privilegiare comunità energetiche, autoproduzione, autoconsumo; in altri termini scegliere tra sfruttamento capitalistico o fruizione democratica delle fonti energetiche. Una dicotomia che trova soluzione nella richiesta avanzata in questi giorni da parte di Italia Nostra Sardegna, CIA, Cobas Cagliari e USB Sardegna al Ministero dell’Ambiente e alla Regione Sardegna, affinché si sospendano i progetti in corso per la realizzazione di grandi impianti di produzione da FER, si respingano le proposte di ulteriore occupazione di suolo agricolo, si avvii una consultazione con gli stakeholder per l’elaborazione di un Piano Strategico Generale all’interno del quale inserire una coerente riformulazione del Piano Energetico e Ambientale.

In tempestiva sintonia Italia Nostra Nazionale ha a sua volta rivolto al Governo un appello a costituire un tavolo di concertazione a livello nazionale per individuare le aree compatibili con gli impianti di produzioni energetiche da FER, in modo da programmare gli interventi ed evitare che da questa situazione di dissennata deregulation si dia campo libero alla speculazione ed alle ecomafie.

da qui