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sabato 8 marzo 2025

Palestinian Animal League su “I maiali del Kibbutz Lahav: guardateli e vedrete Israele” di Gideon Levy


Condanniamo pure gli Israeliani per la loro indifferenza, la loro insensibilità, la loro crudeltà verso uomini e animali. Ma non riteniamoci assolti.

Palestinian Animal League Solidarity 

All’interno del suo articolo, a proposito delle terribili sofferenze a cui sono sottoposti i maiali all’interno di un allevamento del Kibbutz Lahav, Gideon Levy scrive:

“ La maggior parte dei consumatori di carne non è consapevole di ciò che sta accadendo nel settore che gli porta in tavola la bistecca. Il peggio non è come e dove vivono gli animali, ma piuttosto la sofferenza che accompagna la loro breve esistenza, che dovrebbero sconvolgere chiunque abbia una coscienza. La tortura metodica, dal momento in cui nascono fino alla loro macellazione, è il crimine. La morte è in realtà il momento meno atroce della loro vita, forse l’unico”.

Israele  invece è sorda a queste sofferenze, non vuole ascoltare le urla di dolore degli animali, esattamente come non vuole vedere le sofferenze dei palestinesi nè vuole ascoltare le loro grida. Eppure queste urla avrebbero dovuto lacerare la coscienza morale dei precursori socialisti del Kibbutz Lahav.

Ebbene, pur comprendendo il senso che Levy vuole dare all’articolo, ovvero il fatto che Israele sia cieca e sorda alle sofferenze dei palestinesi tanto quanto lo è a quelle degli animali  e non si faccia scrupoli nel sottoporre gli uni e gli altri a prigionia e tortura, ci domandiamo: perchè deve stupirci o indignarci questa indifferenza e questa crudeltà degli israeliani verso gli animali se è ciò che normalmente accade anche in Italia (e nel resto del mondo)?

·         Quanti di noi possono davvero  dire di non essere consapevoli di ciò che accade all’interno degli allevamenti intensivi, grazie alle numerose inchieste sotto copertura pubblicate sui social, presentate in televisione in programmi d’inchiesta, dettagliate in libri ed articoli?

·         Quanti di noi ignorano che pratiche come la castrazione e il taglio della coda dei suinetti sono pratiche assolutamente legali, e legalmente  effettuate senza anestesia?

·         Quanti di noi hanno rinunciato a consumare prodotti animali  una volta che hanno visto queste terrificanti immagini o approfondito la tematica delle varie modalità dello sfruttamento animale (o forse hanno preferito  chiudere gli occhi e non sapere, perché “no, non riesco a guardare e non voglio sapere”)?

Nessuno, come scrive Levy, vorrebbe abitare accanto ai mattatoi, e per quale motivo se non per il fatto che sopportare le urla di dolore di esseri torturati e uccisi metterebbe forse in discussione quelle abitudini a cui non vogliamo rinunciare, e per mantenere le quali siamo pront* a mettere in campo innumerevoli argomentazioni?

“Se i macelli avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani”  scriveva Tolstoj.

Forse che chi consuma prodotti animali, italiano o israeliano, non è meno impermeabile dell’altro alle urla degli animali torturati e uccisi, udibili o meno, non è meno indifferente dell’altro alla sorte di migliaia di esseri senzienti allevati e uccisi per usi ed “esigenze” esclusivamente umane?

Ovviamente condividiamo il senso dell’articolo e ne comprendiamo il parallelismo, ma così come siamo sempre stati attent* a denunciare ogni forma di veganwashing attuata da Israele, e come abbiamo sempre stigmatizzato e condannato l’uso offensivo del termine vegan applicato al loro esercito (visto che decidere di sposare la filosofia vegan va ben oltre l’adottare una specifica alimentazione) crediamo  che, per noi lettori italiani,  in questo caso sia troppo facile puntare il dito verso gli israeliani ignorando che nello sfruttamento e nell’uccisione degli animali non siamo diversi da loro.

Levy scrive ancora: “ È impossibile essere umani e tacere di fronte alla tortura degli animali, così come è impossibile combattere per i diritti umani e restare in silenzio mentre gli esseri umani vengono torturati.”  Permetteteci un’aggiunta: “E’impossibile combattere per i diritti umani e restare in silenzio mentre gli esseri umani e GLI ALTRI ANIMALI vengono torturati.”

Palestinian Animal League è una realtà nata in Palestina e che opera in Palestina, e come tale vive quotidianamente sulla propria pelle il peso e la violenza dell’occupazione sionista. Quotidianamente  deve confrontarsi con soprusi, violenza, ingiustizia, dolore e morte.

Ingiustizia, dolore e morte di TUTTI i suoi abitanti.

Siamo nat* con l’obiettivo di creare un terreno di lotte intersezionali per la liberazione umana e animale dall’oppressione colonialista, dalla violenza sionista, dalla repressione militare e dalla devastazione ambientale.

Vogliamo “diritti e giustizia per tutti i palestinesi, indipendentemente dalla specie”.

Quindi così come fermamente crediamo che la liberazione animale non possa essere separata dall’anticolonialismo e dalla solidarietà per tutti gli oppressi, ugualmente siamo convinti che non può esserci una lotta per la giustizia e per i diritti che escluda la giustizia e i diritti per gli altri animali.

Neppure per loro vogliamo restare in silenzio.

E’ in forza di questa nostra lotta e di questo nostro impegno, entrambi vissuti sul campo, che esortiamo chi lotta e si impegna per la liberazione e i diritti degli animali umani, ad allargare lo sguardo e la mente e a comprendere finalmente che le dinamiche di potere , di oppressione e di violenza hanno una matrice comune,  e che non si può continuare a lottare per gli uni continuando a sfruttare gli altri.

Condanniamo pure gli Israeliani per la loro indifferenza, la loro insensibilità, la loro crudeltà verso uomini e animali.

Ma non riteniamoci assolti.

da qui

venerdì 6 dicembre 2024

Maltrattamento maiali: noi di Essere Animali abbiamo denunciato un allevamento di un fornitore di Lidl - di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

 

A inizio ottobre vi abbiamo parlato di un allevamento appartenente a un’azienda fornitrice della catena di supermercati Lidl, situato in Emilia-Romagna, in cui i polli venivano maltrattati durante tutto il loro ciclo di vita: dallo scarico in allevamento fino al carico sul camion diretto al macello.

Questa volta siamo in grado di raccontarvi il caso di un altro allevamento della stessa azienda, che fornisce al colosso dei discount anche prodotti a base di maiale: anche in questo caso le immagini mostrano maltrattamenti e crudeltà. I video che abbiamo ricevuto rivelano gravi violenze e irregolarità sia da parte degli operatori che dal medico veterinario, una persona, quest’ultima, che dovrebbe invece garantire proprio il benessere degli animali.

Nei filmati si vedono atteggiamenti aggressivi e punitivi: gli animali vengono inseguiti, sollevati di peso dalle orecchie, picchiati con bastoni, presi a calci o pungolati con scariche elettriche. Ci sono poi animali malati o ormai in fin di vita che non vengono curati ma abbandonati a morire di stenti. Alcuni hanno gravi lesioni su fianchi e testa, ernie e ascessi.

In un caso il medico veterinario incide l’ascesso di un maiale mentre questo è ancora nel recinto con gli altri, invece di isolarlo in una zona adibita ad infermeria e immobilizzarlo. L’operazione avviene con un coltello con una lama di fatto troppo lunga e che apparentemente non viene sterilizzata, e dopo il taglio la ferita non viene disinfettata, con il rischio che l’ascesso si riformi nei giorni seguenti e provochi ancora dolore al maiale.

Sono ancora più gravi però le immagini che mostrano lo stesso veterinario operare un maiale con un grave prolasso rettale. Il professionista immobilizza l’animale legandolo per il muso (una parte del corpo particolarmente sensibile), e poi applica un tubo di plastica all’interno del retto e lega una corda intorno al prolasso, il tutto senza somministrargli né anestesia né analgesia. La sofferenza del maiale è evidente e quando il veterinario stringe la corda attorno al prolasso le urla dell’animale si fanno ancora più intense. A causa della gravità dei fatti documentati, abbiamo deciso di denunciare sia l’allevamento che il medico veterinario per maltrattamento e abbandono di animali.

Queste sono immagini che non avremmo mai voluto vedere e che abbiamo deciso di diffondere per mostrare quanto le politiche di benessere animale di Lidl siano estremamente scadenti in maniera trasversale, non solo per i polli ma anche per le altre specie. Dopo oltre due anni di campagna e richieste di adesione agli standard dello European Chicken Commitment, sollecitiamo ancora una volta Lidl a impegnarsi a fare di più iniziando proprio dai polli, gli animali terrestri numericamente più allevati. Recentemente, oltre che in Francia, anche Lidl Germania ha sottoscritto una politica allineata all’ECC, il che dimostra la fattibilità delle nostre richieste.

È ora che anche in Italia Lidl prenda una posizione e un impegno per i polli. Firma la nostra petizione.

da qui

mercoledì 1 novembre 2023

Silenzio stampa sulla peste suina negli allevamenti padani

 

Il 19 ottobre Greenpeace ha lanciato un allarme: la peste suina (PSA) è arrivata negli allevamenti della Pianura Padana e in poche settimane sono stati abbattuti circa 40.000 suini che si aggiungono ai cinghiali morti a causa della stessa malattia in questi mesi! La prima diagnosi della malattia è stata fatta il 7 gennaio 2022 sulla carcassa di un cinghiale, nelle montagne tra Piemonte e Liguria e da allora la diffusione della malattia è sembrata inarrestabile fino ad arrivare negli allevamenti intensivi.

Non possiamo escludere del tutto che qualche giornale ne abbia dato notizia, ma intanto noi non ne abbiamo trovate né sulla stampa né nei notiziari televisivi e la cosa è preoccupante perché gli allevamenti intensivi sono dei veri e propri focolai di virus e serbatoi di materiale inquinante, oltre ad essere luoghi di tortura per gli animali, e un’allerta delle istituzioni locali e nazionali – ove mai si occupassero realmente del “bene comune” salute – dovrebbe essere un obbligo.

Nelle gabbie degli allevamenti non ci sono solo esemplari in “normali” condizioni fisiche ma anche animali con ferite ulcerose, sporchi, zoppicanti, morenti; vederli è uno spettacolo rivoltante. Triturazione di pulcini (si, avete capito bene!), conigli in due, tre per gabbia e impossibilitati a muoversi, scrofe che partoriscono in gabbie dove non è possibile nemmeno distendersi. Uno spettacolo che fa ancora più rabbia quando vediamo la pubblicità nostrana che ci mostra bovini che ascoltano sonate di Beethoven e muggiscono felici mentre fanno la doccia.

Già noti ed accertati come fonte di inquinamento dell’aria e del suolo, gli allevamenti intensivi hanno un tasso standard di mortalità degli animali intorno al 20% (stime OIE) nonostante le pesanti somministrazioni di antibiotici e le vaccinazioni. Date queste condizioni, raramente si eseguono accertamenti per verificare le cause di morte e questo finisce per nascondere l’eventualità di morte per peste suina che, pertanto, resta latente fino a che non raggiunge una certa dimensione che ne fa maturare il sospetto ed avviare gli accertamenti.

Le maggiori concentrazioni di allevamenti intensivi si trovano in Pianura Padana: solo in Piemonte e Lombardia si allevano più di cinque milioni di suini e se il virus PSA supera la barriera degli allevamenti, la sua diffusione assume velocità e dimensioni enormi con una mortalità intorno all’80%. Lo smaltimento dei cadaveri animali si somma all’alta concentrazione di ammoniaca nell’aria, all’alta quantità di batteri che aggrediscono le deiezioni degli animali, all’azoto e fosforo in quantità tali da inquinare pesantemente le falde acquifere: un bilancio devastante!

Se esaminiamo il modo di produzione degli allevamenti intensivi, troviamo tutti i canoni di conduzione dell’industria capitalistica. Mortalità accettata come se si trattasse di uno scarto di produzione di pezzi difettosi alla lavorazione; economie di scala che consentono una riduzione dei costi di approvvigionamento dei mangimi; distribuzione in serie dell’alimentazione; “lavorazione” in serie del materiale “carne”, dall’uccisione alla prima macellazione come un qualsiasi semilavorato; personale operaio salariato sottoposto a tempi e ritmi come nell’assemblaggio di un qualsiasi macchinario dell’industria metalmeccanica. La morte di un animale, che nell’allevamento domestico viene considerata una sciagura, qui è accettata come una normale perdita, come uno sfrido di lavorazione, come rischio d’impresa. Questa non è agricoltura, è capitalismo!

Ed il danno totale alla salute umana non viene considerato: l’uomo è un semplice consumatore che fa parte del ciclo del profitto. L’abbassamento del prezzo – dovuto al sistema di produzione -, la comodità e rapidità della preparazione hanno fatto della carne un cibo fast food ma anche un cibo spazzatura (una delle denunce più documentate è il libro di Eric Schlosser, Fast Food Nation. Il lato oscuro del cheeseburger, Ed. Tropea, 2002). Ormoni ed antibiotici somministrati agli animali (ma ormai estesi a tutti gli altri alimenti) vengono sempre più associati all’obesità, alle disfunzioni ormonali, ai disturbi cardiocircolatori.

In tutto questo non possiamo non considerare le idiozie della sovranità alimentare sventolata dal nostro governo come potente innovazione, come salto delle mentalità. Al livello di stupidità della propaganda del regime Meloni&parenti si associa il silenzio totale, la protezione delle italiche maialate – mai termine fu più calzante – che disinvoltamente ci porteranno nuove epidemie il cui costo ricadrà per intero su chi non ha le risorse e le condizioni di vita per potersi nutrire nella più semplice e salutare maniera. Non deve passare in secondo piano – neppure su questi temi – la lotta contro il governo in carica, il nostro nemico interno. Né deve passare sotto silenzio l’operato dell’associazione a delinquere che siede nel Parlamento mandata al governo dall’altra banditesca associazione confindustriale dei padroni, grandi, medi e piccoli.

Nello stesso tempo questa battaglia deve essere considerata e condotta all’interno della più generale lotta per l’ambiente: l’ammoniaca rilasciata dagli allevamenti intensivi si combina nell’aria con ossidi di zolfo e di azoto e forma il particolato fine, quelle polveri sottili, quello smog che avvelena i polmoni e si aggiunge a quanto prodotto dal traffico automobilistico. Chi pensa e agisce, anche con le migliori intenzioni, solo su aspetti particolari della “questione” ambientale non rende un buon servizio alla causa.

Ogni particolare ci porta costantemente al carattere generale ed universale del problema. Tornando al consumo di carne, sappiamo che il record è detenuto da Usa e Australia, ma sappiamo che la forbice col sud del mondo si va chiudendo. Il rapporto Ocse-Fao del 5 luglio 2021 stimava già allora una crescita del 14% del consumo globale di carne proprio nei paesi cosiddetti in via di sviluppo. Il caso Cina è emblematico per essere diventato non solo il primo produttore mondiale di carne suina, ma anche per un incremento del consumo interno che porta quel paese a coprire un terzo dell’aumento complessivo di quel 14% di cui si parlava. Molti problemi si aprono e tutti a scala mondiale: l’incremento dell’erosione degli ecosistemi, dell’inquinamento climatico ed ambientale, la qualità di vita degli animali, la qualità del lavoro dei proletari addetti alla macellazione costretti a lavorare in condizioni brutali, in un’ambiente lurido ed insano, maleodorante, obbligati a stare per ore con gli stivali e le tute gommate insozzate di sangue tra gli scarti di macellazione. Altrettanto importante – è arduo fare graduatorie – è il consumo di suolo e l’abbattimento delle foreste per fare spazio al “materiale” da nutrizione, ai foraggi. Continuando così, presto non ci sarà più terra da camminare, aria da respirare, cielo da guardare. Nessuno di noi disdegna snobisticamente l’azione dei comitati locali, di interventi puntuali, di proposte particolari. Non mettiamo in campo il solito rimando alla rivoluzione mondiale caro ai principisti che eludono le necessità della lotta “qui e ora”; ma pensiamo che non c’è concretezza senza il collegamento stretto di qualsiasi proposta particolare al carattere generale della contraddizione, al suo carattere sistemico. Non possiamo accettare false “soluzioni” all’inquinamento dell’aria che contemplino un modo di vivere con tute, caschi respiratori, e bombole di ossigeno sulle spalle. Il riferimento non è esagerato perché purtroppo, per esempio, tra gli stessi che ammettono il riscaldamento globale c’è l’attitudine a pensare che la soluzione consista nel costruire sistemi di protezione, ombreggiamenti ed espedienti di adattamento. Mentre tra coloro che ammettono il graduale innalzamento del livello del mare, c’è un’analoga attitudine a proporre l’arretramento delle costruzioni ed il loro innalzamento a mo’ di palafitte.

Tutte queste ed analoghe proposte non solo non denunciano le cause finendo per oscurarle, non solo rappresentano forme di adattamento al disastro ambientale in corso senza che si prospetti una rimozione delle cause. Per di più spesso finiscono per dar credito a “soluzioni” che aggravano nel tempo il problema che vorrebbero risolvere. L’auto elettrica è un esempio lampante di questo modo di affrontare l’inquinamento da traffico urbano la cui trattazione richiederebbe molto spazio e tempo ma che già comincia a farsi spazio in numerosi studi per il suo bilancio, per la sua “impronta” anti-ecologica: non mancheremo di trattarne. Per ora concludiamo col richiamo a considerare ogni lotta, ogni iniziativa come parte di un unico problema e come risultato del modo di produzione capitalistico. Su questo principio chiamiamo all’innalzamento del livello di coscienza, all’unità dei movimenti, alla moltiplicazione delle iniziative, alla loro maggiore radicalità – a cominciare dalla denuncia della diffusione della peste suina negli allevamenti padani che le istituzioni stanno finora cercando di insabbiare.

https://pungolorosso.wordpress.com/2023/10/31/silenzio-stampa-sulla-peste-suina-negli-allevamenti-padani/

giovedì 28 settembre 2023

La ribellione dei Santuari - Annamaria Manzoni

 

In questi giorni in provincia di Pavia si è proceduto all’uccisione di decine di migliaia di maiali (34.000 quelli già abbattuti, secondo la terminologia usata dai responsabili) perché alcuni focolai di peste suina negli allevamenti stanno portando le autorità a eliminare tutti gli animali presenti per evitare che il contagio si espanda: sani o malati fa lo stesso, come è ininfluente la certezza che gli umani non possono essere colpiti dal virus. Semplice prudenza, atta a proteggere la filiera alimentare, attuata con i metodi particolarmente spicci usati in questi casi: altro che stordimento preventivo.

La furia da abbattimento non ha risparmiato il Rifugio Cuori Liberi di Sairano, dove le forze dell’ordine e i veterinari sono entrati di forza e hanno ucciso i nove maiali lì ancora presenti: a nulla è valsa la resistenza portata avanti per quindici giorni da attiviste e attivisti che hanno difeso fisicamente gli animali presidiando senza sosta la situazione. Ci sono state suppliche, richiamo alla compassione, sollecitazione a non obbedire a ordini ingiusti, esortazione a esaminare soluzioni diverse: e senza sosta la resistenza passiva delle persone, in buona parte donne, che hanno frapposto i propri corpi tra le forze dell’ordine, in assetto di battaglia, e gli animali minacciati. Per altro le richieste non potevano raggiungere i veri responsabili: ministri, amministratori, vertici della sanità, che gestiscono il potere a grande distanza, lasciando prudentemente allo scoperto i “soldati semplici”, ultime pedine del gioco, per i quali le conseguenze personali da pagare per un atto di disobbedienza sarebbero state presumibilmente gravosissime. L’”operazione” si è conclusa con attacchi fisici a chi stava opponendo resistenza passiva, e l’uccisione dei maiali ha avuto luogo nella disperazione delle volontarie e dei volontari presenti e di tutti coloro che hanno assistito a distanza agli avvenimenti grazie ai filmati postati sui social: l’indignazione, il dolore, la rabbia sono dilagati a macchia d’olio.

 

Per capire il senso di tutto questo è necessario un passo indietro, fino alla nascita dei cosiddetti Santuari, collegati tra loro attraverso una rete, sparsi in varie località soprattutto del nord e centro Italia: si tratta di sorta di oasi che raccolgono e ospitano animali normalmente definiti da reddito, quindi maiali, galline, capretti… salvati in vari modi dal destino di morte a cui erano destinati, e portati a vivere una vita in libertà, nel rispetto delle loro caratteristiche, protetti da qualsiasi forma di sfruttamento. La loro individualità viene sancita anche dall’attribuzione di un nome di battesimo, Pumba, Crusca, Freedom, Ursula… che li designa come individui unici e non semplicemente appartenenti a una specie. Chi gestisce questi luoghi li conosce uno per uno, sa dire delle loro caratteristiche e della loro personalità, ne conosce le preferenze e i gusti, sa che possiedono un’enorme ricchezza di capacità cognitive nonché un mondo interiore animato da emozioni e sentimenti specie-specifici. Ed è sulla base di questa conoscenza e della progressiva fiducia degli animali che si vanno stabilendo a livello interspecifico rapporti affettivi, amicali, rispettosi, gioiosi: molto simili, per intenderci, a quelli che si sviluppano tra un cane o un gatto e il loro compagno umano.

Il grande significato che i Santuari hanno acquisito sta anche nel loro essere testimonianza necessaria: esiste il modo, ed è questo, per conoscere davvero gli animali nonumani, abbattendo la rappresentazione di comodo che ne viene normalmente diffusa, che sempre li svilisce: non certo a caso, perché la denigrazione delle vittime è sempre fondamentale per sdoganare il trattamento di sfruttamento, tortura e morte che viene regolarmente loro destinato, per altro nell’incredibile misconoscimento di tutte le progressive conoscenze degli etologi. Meglio ignorare che si tratta di esseri senzienti, esposti senza difese alle atrocità a cui vengono quotidianamente destinati, dotati di autoconsapevolezza: non solo i mammiferi, categoria a cui anche noi umani apparteniamo, ma gli uccelli, e anche invertebrati quali il polpo, che pure in tantissimi continuano serenamente a trattare come gustoso ingrediente di un’insalata. Molto più funzionale continuare a sostenere la rappresentazione delle galline come stupide, dei maiali come sporchi, brutti e persino immorali , delle oche…beh lo dice il nome stesso, come per altro degli asini o dei muli, solo per citare. Riconoscerne le virtù o semplicemente la bellezza, l’affettività, l’insospettato mondo di emozioni e sentimenti che li anima, renderebbe decisamente più arduo continuare a trattarli come cose o esseri spregevoli e quindi destinatari perfetti di tutto il male che viene fatto loro. Come diceva l’etologo Mainardi

“anche il maiale possiede una sua intelligenza, ha capacità sociali e affettive: ma preferiamo non venirlo a sapere, perché quest’ignoranza indubbiamente ci facilita la digestione”.

Il gioco è facilissimo: tutte le istituzioni e le forme di comunicazione procedono compatte nel sostenere una visione del mondo in cui gli animali nonumani restano saldamente ancorati nella posizione dei senza diritti, gli ultimi degli ultimi: vengono dopo i poveri che, diceva Anna Maria Ortese, almeno qualche volta possono reagire. Il gioco è facilissimo perché la moltitudine umana, anche quella non sadica e non brutale, resta inerte magari non per cattiveria, ma in quanto immersa in uno stato delle cose in cui la violenza è normalizzata, sistemica, ubiquitaria e quindi neppure riconosciuta e le abitudini sembrano vivere di vita propria, senza essere sottoposte a vaglio critico.

I Santuari, che la denominazione stessa ammanta di una dimensione spirituale, si oppongono e abbattono il pensiero dilagante dando dignità propria ai più diseredati: da alcuni mesi, si sono visti riconoscere uno status che non li equipara più agli allevamenti, ma li definisce rifugi permanenti che esercitano un’attività di ricovero degli animali, un passo in avanti di cui però gli esperti hanno subito evidenziato i limiti riscontrabili in una insufficiente tutela degli animali stessi: come i fatti di questi giorni hanno drammaticamente confermato.

Gli animali ospitati nei Santuari sono i pochissimi individui salvati dalla smisurata moltitudine di esseri messi al mondo per essere fecondati artificialmente, obbligati alla innaturale separazione madre-figli; reclusi a vita in gabbie che li immobilizzano; incatenati; costretti ai viaggi della morte; alimentati a forza; frustati; spiumati; vivisezionati; cacciati; pescati; modificati; estinti…: tutto lungo il filo di un orrore e di un raccapriccio che termina solo con la morte; spesso nei macelli, sorta di inferno in terra per quei 65 miliardi di esseri viventi uccisi ogni anno che diventano molto più del doppio se si considerano gli abitanti delle acque, normalmente riconosciuti solo a peso: riusciamo infatti a sfruttare tormentare e uccidere ogni anno un numero di animali che corrisponde più o meno a venti volte il numero di noi umani: una terra trasformata in un immenso mattatoio all’interno del quale si applicano a norma di legge violenza, sopraffazione, crudeltà su esseri inermi.

I Santuari oltre al merito impagabile di mettere in salvo dall’orrore un numero per quanto infinitesimale di individui, hanno anche quello di animare una relazione con i dannati della terra, che abbatte il diritto del più forte come bussola di ogni comportamento e gli sostituisce la possibilità di una relazione in cui se superiorità umana esiste è solo per essere declinata come responsabilità: come succede con i bambini, la cui fragilità non giustifica abuso, ma pretende protezione.

A Sairano insieme alla vita di nove esseri viventi è stata violata la sacralità del luogo e quell’idea di mondo pacificato che sprofonda le sue radici nella convinzione che una buona società non può che escludere la violenza in tutte le sue forme verso tutti gli esseri senzienti: lo spaesamento, l’incredulità, lo sgomento che ne sono seguiti hanno ben ragione d’essere perché l’ingiustizia, se accettata, non può che propagarsi e l’attesa per quello che potrebbe presto tornare a succedere in qualunque altrove è tenuta a bada solo dalla tensione verso una rivolta che non ha più tempo di aspettare.

Mentre il cordoglio per Spino, Mercoledì e gli altri è ancora dolore soffocante, il pensiero non può non andare a tutti quei milioni di altri maiali, polli, visoni, oche, tacchini… che, nel silenzio generale vengono regolarmente uccisi alle prime avvisaglie di una possibile epidemia: succede sempre, è successo più e più volte durante l’epidemia del Covid anche in Europa dove gli animali sono stati gasati, bruciati, sepolti vivi, perché le condizioni aberranti di allevamento li rendevano vittime di sempre nuove epidemie. Mai nelle alte sfere è stata preso in considerazione il dovere di preoccuparsi delle cause, da ricercare nell’esistenza stessa degli allevamenti: la soluzione è sempre stata lo sterminio degli animali, poi sostituiti con altri, nel silenzio assenso della stragrande maggioranza delle persone, prudentemente lasciate senza la necessaria informazione, e comunque non raramente preoccupate, più che degli stermini in atto, della salvaguardia delle proprie abitudini alimentari.

In tutto questo è forse venuto il momento anche per qualche riflessione sul ruolo dei veterinari e delle veterinarie, fondamentale nel decidere le soluzioni e i metodi che coinvolgono la vita e la morte degli animali, che sono l’oggetto della loro professione. Professione che, nella testa della gente, dovrebbe essere legata ad interventi di aiuto e di cura, ma nei fatti si esprime anche nell’avvallo e nel sostegno di uno status quo fatto di repressione e morte di quegli stessi individui. Il confine tra il prendersi cura e il condannare senza appello non è sottile, come non lo è la differenza tra ritenersi al servizio di animali bisognosi o invece della filiera della carne. Il pensiero va ad altre professioni d’aiuto, quali la psichiatria, che per parte della sua storia si è preoccupata non tanto di curare anime ferite e fragili, quanto piuttosto di fornire giustificazione per ridurre al silenzio ogni dissidenza al potere, ruolo da cui, nei regimi dittatoriali, non si è ancora del tutto affrancata: di certo va dato atto della profondissima riflessione al proprio interno che ne è derivata. Sarebbe auspicabile che anche i veterinari (come categoria, non certo i singoli che ogni giorno curano e salvano animali di ogni specie) chiarissero a chi proprio non riesce a concepirlo in che modo la cura degli animali e la ricerca del loro benessere possa coniugarsi con l’attività di certificare e sostenere come leciti gli interventi fatti su di loro in nome degli enormi interessi economici coinvolti.

Tante le cose che stanno succedendo: non ultima la drammatica diffusione di una forma di influenza aviaria persino nelle isole Galapagos, arcipelago del Pacifico, reso famoso dal lavoro di Chaarles Darwin, considerate scrigni preziosi di biodiversità del pianeta, terre dove condurre l’osservazione della natura incontaminata. Bene, anzi malissimo: la contaminazione le sta raggiungendo tra le enormi preoccupazioni degli studiosi: nei paesi che le fronteggiano, Ecuador ma anche, un po’ più a sud, Perù, già si è proceduto all’eliminazione di migliaia e migliaia di volatili, mentre Manuel Delogu, veterinario del Servizio Fauna Selvatica ed Esotica dell’Università di Bologna, dice che “il passaggio dagli allevamenti alle specie selvatiche, ci conferma una volta di più che finché permetteremo al virus di potersi sviluppare in grossi serbatoi come gli allevamenti intensivi gli renderemo le cose più semplici per rafforzarsi in natura”.

Oggi la distanza dalla soluzione delle smisurate sofferenze inflitte al mondo animale e della stessa sopravvivenza della nostra specie è siderale perché non può prescindere da ciò che non viene neppure preso in considerazione vale a dire l’eliminazione di ogni allevamento sulla faccia della terra. Nel nostro pur microscopico ruolo come singoli individui, non dimentichiamo la responsabilità che ci compete nel dare un contributo allo stato delle cose, in un senso o nell’altro, anche con le nostre quotidiane scelte, alimentari e non.

da qui

venerdì 5 maggio 2023

Una riflessione sulla differenza che c’è tra cane e maiale - Melanie Joy

(articolo ripreso da https://www.esserevegan.it/)

Con questo articolo vorremmo che tu faccia una riflessione sulla differenza che c’è tra cane e maiale. Ti chiediamo di leggere la traduzione di una piccola parte di un libro scritto da Melanie Joy: “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche“. Buona lettura.


Prenditi un momento per pensare, senza autocensure, a tutte le parole che ti vengono in mente quando immagini un cane. Poi fai la stessa cosa, ma questa volta immagina un maiale. Infine, confronta le descrizioni dei due animali.

Cosa noti? Per quanto riguarda il cane, hai pensato a “tenero”? “Fedele”? Mentre per il maiale hai pensato a “fango” o “sudore”? Hai pensato a “sporco”? Se le tue risposte fossero simili a queste, rientreresti nella maggioranza.

Insegno psicologia e sociologia presso un’università locale e ogni semestre dedico una parte del corso agli atteggiamenti verso gli animali. Negli anni ho insegnato, letteralmente, a migliaia di studenti, ma ogni volta che propongo questo esercizio la conversazione si svolge essenzialmente allo stesso modo, con risposte sempre simili tra loro.

Come prima cosa, come ti ho appena fatto fare, chiedo agli studenti di elencare le caratteristiche dei cani e poi quelle dei maiali e scrivo ogni lista sulla lavagna così come viene fuori. Per i cani gli aggettivi includono solitamente quelli che abbiamo già visto, insieme a ” amichevole”, “intelligente”, “divertente”, “affettuoso”, “protettivo” e, talvolta, “pericoloso”. Non sorprende che ai maiali s’affibbi una lista di aggettivi molto meno lusinghiera. Sono “sudati” e “sporchi”, così come “stupidi”, “pigri”, “grassi” e “brutti”.

Successivamente, chiedo agli studenti di spiegare ciò che provano verso ciascuna di queste specie. Di nuovo non dovrebbe sorprendere che, generalmente, come minimo, a loro piacciono – e spesso amano – i cani, mentre sono “disgustati” dai maiali. Infine, chiedo di descrivere le loro relazioni con entrambi. I cani, ovviamente, sono nostri amici e membri della famiglia; i maiali sono cibo.

A questo punto gli studenti iniziano a sembrare perplessi, si chiedono lo scopo della nostra discussione. Quindi pongo una serie di domande come replica alle loro affermazioni precedenti e il dialogo procede più o meno in questo modo:

Perché dite che i maiali sono pigri?

Perché poltriscono tutto il giorno.

Quali? I maiali allo stato brado oppure solo quelli allevai per la loro carne?

Non lo so. Forse quando si trovano in un allevamento.

Perché pensate che i maiali in allevamento – o in allevamento intensivo, per essere più precisi – poltriscano?

Forse perché stanno dentro un recinto o in una gabbia.

Cosa rende i maiali stupidi?

Lo sono per natura.

In realtà i maiali sono considerati persino più intelligenti dei cani.

Perché dite che i maiali sudano?

(Nessuna risposta)

Lo sapete che, anzi, non hanno le ghiandole sudoripare? Tutti i maiali sono brutti?

Si!

E i maialini?

I maialini sono teneri, ma i maiali sono disgustosi.

Perché dite che i maiali sono sporchi?

Perché si rotolano nel fango.

Perché si rotolano nel fango?

Perché a loro piace lo sporco. Loro sono sporchi.

In realtà, si rotolano nel fango per rinfrescarsi quando fa caldo, dal momento che non sudano.

I cani sono sporchi?

Si, talvolta. I cani possono fare cose davvero disgustose.

Perché non avete incluso “sporco” nella lista dei cani?

Perché non sono sempre sporchi. Solo qualche volta.

I maiali sono sempre sporchi?

Si!

Come fate a saperlo?

Perché sembrano sempre sporchi.

Quando li avete visti?

Non lo so. Credo in fotografia.

E sono sempre sporchi nelle foto?

No, non sempre. I maiali non sono sempre sporchi.

Avete detto che i cani sono fedeli, intelligenti e carini. Perché lo dite e come fate a saperlo?

Li ho visti.

Vivo con dei cani.

Ho incontrato un sacco di cani.

E i sentimenti dei cani? Come fate a sapere che provano davvero emozioni?

Giuro che il mio cane si rattrista quando sono giù di corda.

Il mio cane aveva un aspetto colpevole e si nascondeva sotto il letto quando sapeva di aver fatto qualcosa di sbagliato.

Ogni volta che andiamo dal veterinario il mio cane trema, è così spaventato.

Il nostro cane di solito piange e rifiuta il cibo quando ci vede fare i bagagli per le vacanze.

C’è qualcuno qui che pensa sia possibile che i cani non provino emozioni?

(Nessuno alza la mano)

E i maiali? Pensate che i maiali provino emozioni?

Certo.

Credete che provino le stesse emozioni dei cani?

Forse, si, immagino.

In realtà, la maggior parte delle persone non sa che i maiali sono così sensibili da sviluppare comportamento ossessivi, come le automutilazioni, quando sono tenuti in cattività. Credete che i maiali provino dolore?

Certo. Tutti gli animali sentono dolore.

Quindi perché mangiamo i maiali e non i cani?

Perché il bacon è buono (risate).

Perché i cani hanno una personalità. Non si può mangiare qualcosa che ha una personalità. Hanno un nome, sono individui.

Credete che i maiali abbiano una personalità? Che siano individui, come i cani?

Si, immagino che se avessimo la possibilità di conoscerli probabilmente lo scopriremmo.

Avete mai incontrato un maiale?

(Tranne un unico studente, la maggior parte risponde di no).

Quindi da dove avete ricavato le vostre informazioni al loro riguardo?

Libri, televisione, pubblicità, film, dalla società, credo.

Cosa provereste riguardo i maiali se li consideraste individui intelligenti, sensibili, che magari non puzzano né sono pigri e ingordi? Se li conosceste direttamente come conoscete i cani?

Mi sembrerebbe strano mangiarli. Probabilmente mi sentirei colpevole.

Quindi, perché mangiamo i maiali e non i cani?

Perché i maiali sono allevati per essere mangiati.

Perché alleviamo i maiali per mangiarli?

Non lo so. Non ci ho mai pensato. Credo perché, semplicemente, è il modo in cui stanno le cose.

Semplicemente, è il modo in cui stanno le cose. Prenditi un momento per pensare a quest’asserzione. Pensaci davvero. Mandiamo una specie dal macellaio e offriamo il nostro amore e la nostra tenerezza a un’altra, apparentemente, per nessun’altra ragione se non perché è il modo in cui stanno le cose. È assurdo mangiare i maiali e amare i cani senza sapere nemmeno il perché.

da qui

 


sabato 21 luglio 2018

Un maiale non sarà mai come Trump - Rita



Roger Waters chiude il concerto di Roma con la scritta "Trump è un maiale", così leggo oggi sui quotidiani.

Un maiale non sarà mai come Trump. Un maiale - ma quale, poi? Non esiste "il maiale" come concetto, esistono semmai tanti individui distinti, ognuno con la sua personalità e identità - è semplicemente se stesso; o meglio, dovrebbe essere se stesso, ma nella nostra realtà non gli viene permesso, viene privato di tutto, del diritto di essere lui, di essere felice, di razzolare sull'erba e nel vento, di fare amicizie ed esplorare, di avere esperienze; nella nostra realtà viene fatto nascere come schiavo e a pochi mesi viene macellato. 
Direi proprio che no, non è Trump. Trump è il Potere e un maiale, ai nostri giorni, non ha nemmeno il potere - inteso come possibilità, potere di - di essere, di uscire, di vedere, di conoscere. Per non parlare delle scrofe, delle maiale che, chiuse dentro le gabbie di contenzione, non hanno nemmeno la possibilità di alzarsi in piedi e di accudire i propri piccoli.
I maiali non sono sporchi. Lo sono invece i capannoni in cui vengono rinchiusi e poi allevati al fine di trasformarli in prodotti.

Mi indigno per una parola? Per una frase fatta? Sì, perché le parole non sono neutre, rafforzano e disegnano la nostra realtà, dandole la forma e i confini che chi detiene il Potere decide per altri. Le parole descrivono una realtà spesso falsa, ingannatrice, menzognera, come quella che vorrebbe che i maiali fossero animali stupidi, laidi, sporchi, aggressivi, dotati di solo istinto mangereccio e sessuale. 
E tutte queste falsità vengono reiterate per giustificare la pratica di schiavizzare, discriminare o respingere qualcuno, che siano i maiali o gli immigrati o le donne.