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venerdì 21 aprile 2023

Land grabbing di casa nostra - Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

Il fenomeno crescente del land grabbing – l’accaparramento di terreni a uso agricolo, pascolativo o boschivo – viene generalmente collocato nell’Africa sub sahariana, in Asia, nell’America Latina e riguarda la pratica di acquisire in proprietà, in affitto o in concessione vaste estensioni di territorio da parte di società di capitali, governi o anche singoli imprenditori con la finalità di destinarli a un utilizzo esclusivo a fini produttivi.

Non vi sono molti dubbi sul fatto che ponga in pericolo la tutela degli interessi nazionali dei vari Paesi alla sovranità e alla sicurezza nel campo dell’approvvigionamento alimentare, in quanto le popolazioni locali perdono il controllo delle risorse naturali del proprio territorio, in particolare i terreni agricoli e boschivi, nonché l’acqua.

Il land grabbing è giustamente fortemente criticato e avversato in campo economico e sociale.

Memorabile la trasmissione “Corsa alla terra” di Report (18 dicembre 2011) con cui Milena Gabanelli, allora conduttrice, fece conoscere il fenomeno agli Italiani.   

Ma tante sacrosante contestazioni avverso il land grabbing nei Paesi del Terzo Mondo e un assordante silenzio su quanto sta accadendo in Italia, dove ampie zone stanno ormai perdendo le loro caratteristiche naturalistiche, agricole, storico-culturali, la stessa identità, ad opera dell’accaparramento dei terreni per l’installazione di centrali eoliche e fotovoltaiche da parte di società energetiche.

Altrettanto memorabile la puntata di Report I Fossilizzati (17 aprile 2016) si era trasformata in uno spot del servizio pubblico per i progetti di centrali solari termodinamiche del Gruppo Angelantoni da realizzarsi nelle campagne sarde piuttosto che nelle estese aree industriali dismesse, dove il sole batte ugualmente: espropri e calci in culo agli indigeni, insomma land grabbing di casa nostra, senza che ciò meritasse un minimo cenno.

No, queste cose non si devono raccontare agli Italiani, perché deve imperare la vulgata in favore della speculazione energetica.

Eppure avviene da tempo anche in Europa, anche in Italia.

Decine e decine di migliaia di ettari di terreni agricoli, pascoli, boschi spazzati via, paesaggi storici degradati, aziende agricole sfrattate, questo sta diventando il panorama in larghe parti della Sardegna, in Puglia, nella Tuscia, in Sicilia.

Fanno sorridere le dichiarazioni in favore di una moratoria relativa a ulteriori centrali eoliche e fotovoltaiche nel territorio regionale del nuovo Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, mentre la stessa Regione Lazio approva l’ennesima centrale fotovoltaica nella Tuscia, a Tarquinia. Altri 6 ettari e mezzo di terreno agricolo mangiati.

E sono più di 7 mila gli ettari fatti fuori dalla speculazione energetica negli ultimi anni in un territorio che negli ultimi anni è sempre stato ai non invidiabili vertici nazionali per il consumo del suolo per abitante (rapporto ISPRA sul consumo del suolo 2019), 1,91 metri quadri per residente rispetto alla media regionale di 0,47 e nazionale di 0,80.

Consumo del suolo che va in direzione opposta agli obiettivi tanto decantati della transizione ecologica.

Consumo del suolo che nemmeno risolve i problemi di un fabbisogno energetico neppure adeguatamente verificato.

Land grabbing di casa nostra.

Forze politiche, intellettuali, gran parte dell’informazione, una bella fetta dello stesso mondo ambientalista ormai adepto senza se e senza ma della divinità eolica e fotovoltaica se ne fregano completamente.

Parlare di land grabbing in Marmilla non è cool.

Il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha fatto, fa e farà la sua parte contro questo strisciante furto di natura, di suolo, di storia e cultura, di identità, di Terra ai danni di troppe collettività locali del nostro Bel Paese.

Poco, ma sicuro.

da qui


lunedì 18 luglio 2022

Esplode il land grabbing - Marco Bersani

 

Si definisce land grabbing (accaparramento di terre) un fenomeno esploso con la crisi dei prezzi dei beni alimentari nel 2007-2008 e con la crescente produzione di biocarburanti da materie prime rinnovabili.

Il combinato disposto di questi due fattori ha dato vita a un gigantesco flusso di investimenti e di capitali provenienti dagli Stati più ricchi, finalizzato all’accaparramento di terreni agricoli nelle regioni del sud del mondo.

Gli obiettivi principali dell’acquisto di terreni nei paesi in via di sviluppo da parte di privati –aziende, banche, fondi finanziari- sono l’investimento e il guadagno finanziario atteso.

L’utilizzo dei terreni oggetto di queste transazioni si concentra solitamente sui prodotti agricoli di qualità destinati all’esportazione e non sulla produzione di alimenti di base. Il land grabbing da parte dei governi avviene invece in base ad altre motivazioni. I terreni vengono acquistati all’estero allo scopo di soddisfare i bisogni alimentari della propria popolazione.

Stati e investitori privati investono su terreni considerati ‘inutilizzati’, ma che tali in realtà non sono, essendo da decenni usufruiti da contadini e da comunità locali che godono di titoli di usufrutto tradizionali ma di tipo informale rispetto alla legislazione di riferimento.

Sono comunità che vengono espropriate, a cui si negano i mezzi per la sussistenza e che finiscono quindi per ingrossare le fila degli abitanti marginali dei grandi contesti urbani.

Secondo la V edizione del rapporto “I padroni della terra”, presentato recentemente da Focsiv, al primo posto dei paesi colpiti dal land grabbing troviamo il Perù, con oltre 16 milioni di ettari coinvolti su un totale globale di 91,7 milioni di ettari di terre accaparrate.

Seguono a distanza altri Stati latinoamericani (Brasile e Argentina), asiatici (Indonesia e Papua Nuova Guinea soprattutto), dell’Europa orientale (Ucraina) ed africani (Sud Sudan, Mozambico, Liberia e Madagascar).

I principali accaparratori sono soprattutto i Paesi «occidentali» più ricchi: dal Canada (quasi 11 milioni di ettari) alla Gran Bretagna, passando per gli Stati Uniti (quasi 9 milioni di ettari), la Svizzera e il Giappone. Seguono le nuove grandi economie come la Cina (5,2 milioni di ettari) e l’India, assieme alla Malesia e alle sede di imprese multinazionali come Singapore.

Si tratta di un fenomeno in espansione, destinato ad aumentare esponenzialmente a fronte della crisi alimentare prodotta dalla guerra in Ucraina e degli effetti sempre più drammaticamente evidenti del cambiamento climatico.

E si tratta del più lampante effetto di una cultura del cibo tesa all’espansione e stabilizzazione dell’accumulazione capitalistica invece che alla soddisfazione di un diritto fondamentale delle persone.

Un ciclo sempre più lontano dalla fisicità di campi, semi, attrezzi, contadine e contadini che li lavorano, e sempre più prossimo al mondo dei prodotti finanziari, futures e derivati.

Il rapporto dedica un capitolo anche all’Italia, dove non si registrano dinamiche di accaparramento, ma un crescente consumo del suolo agricolo, con una copertura artificiale di suolo utile salita al 9,15% rispetto ad una media del 4,2% in Unione Europea e una conseguente perdita di prodotti agricoli pari a 4,1 milioni di tonnellate tra il 2012 e il 2020, nonché di servizi ecosistemici, in particolare di capacità di regolazione del ciclo idrogeologico, di biodiversità, di stoccaggio di CO2.

Sembra sempre più urgente la necessità di stravolgere il paradigma dell’accumulazione per intraprendere la strada della sovranità alimentare e dell’agro-ecologia.

da qui

domenica 13 settembre 2020

La grande bugia verde delle terre “protette” - Survival International


Trasformare il 30% della Terra in aree protette costituirà il più grande accaparramento di terra della storia e ridurrà centinaia di milioni di persone a vivere in povertà.

 

Al prossimo vertice della Convenzione sulla diversità biologica (Convention on Biological Diversity), i leader mondiali prevedono di accordarsi per trasformare il 30% della Terra in “aree protette” entro il 2030.

Secondo le grandi ONG della conservazione, questa conversione mitigherà i cambiamenti climatici, ridurrà la perdita della fauna selvatica, aumenterà la biodiversità e di conseguenza salverà il nostro ambiente. Ma si sbagliano.

Le aree protette non salveranno il nostro pianeta. Al contrario, aumenteranno la sofferenza umana e in tal modo accelereranno la distruzione degli spazi che pretendono di proteggere, perché l’opposizione locale crescerà. Le aree protette non hanno alcun impatto sui cambiamenti climatici, ed è stato dimostrato che sono generalmente mediocri nel prevenire la perdita di vita selvatica.

È fondamentale che vengano proposte soluzioni concrete per affrontare questi problemi urgenti e che la causa reale – il crescente sovra-consumo, radicato nel Nord del mondo – sia adeguatamente riconosciuta e discussa. Ma è improbabile che ciò accada perché gli interessi che dipendono dai modelli di consumo esistenti per mantenere i benefici acquisiti, sono troppi.

Se il 30% del pianeta sarà “protetto”, chi ne soffrirà? Non saranno certamente coloro che sostanzialmente provocano la crisi climatica, bensì gli indigeni e altri popoli locali del Sud del mondo, che non contribuiscono affatto o ben poco alla distruzione dell’ambiente. Cacciarli dalla loro terra per creare aree protette non aiuterà il clima: i popoli indigeni sono i migliori custodi del mondo naturale e una parte essenziale della diversità umana, che è una delle chiavi per proteggere la biodiversità.

Dobbiamo fermare la proposta del 30%.

 

La verità sulle aree protette

In molte parti del mondo, una “Area Protetta” (PA) è un luogo in cui alle persone che per generazioni l’hanno abitato e considerato casa loro, improvvisamente non viene più permesso di viverci o di usarne l’ambiente naturale per sfamare le proprie famiglie, per raccogliere piante medicinali o per frequentare i luoghi sacri. Il modello è quello che ispirò la creazione dei primi parchi nazionali del mondo, negli USA del XIX secolo, realizzati nelle terre sottratte ai Nativi Americani. Molti parchi statunitensi ridussero in poveri senza terra proprio i popoli che avevano letteralmente creato e alimentato quei paesaggi ricchi di “wilderness”.

Il fenomeno continua a perpetuarsi oggi in Africa e in alcune regioni dell’Asia ai danni di popoli indigeni e di altre comunità. I locali vengono cacciati con la forza, la coercizione o la corruzione. Se cercano di cacciare per nutrire le loro famiglie o semplicemente di accedere alle loro terre ancestrali, vengono picchiati, torturati e abusati dai guardaparco. I migliori custodi della terra, un tempo autosufficienti e con una impronta ecologica più bassa di chiunque di noi, vengono diseredati e impoveriti, e spesso finiscono per aggiungersi alle fila del sovraffollamento urbano. Solitamente questi progetti sono finanziati e gestiti da ONG della conservazione occidentali. Una volta liberato il campo dai locali, arrivano i turisti, le aziende estrattive e altri. Per queste ragioni, l’opposizione locale alle Aree protette è in crescita.

 


Perché dovremmo opporci?

Raddoppiare le aree protette per espanderle sul 30% del pianeta garantirà un peggioramento del problema. Poiché le regioni più ricche di biodiversità sono quelle dove i popoli indigeni sono riusciti a vivere fino ad oggi, saranno proprio quelle le prime aree prese di mira dall’industria della conservazione. Ci troveremo di fronte al più grande accaparramento di terra della storia, che ridurrà centinaia di milioni di persone a vivere in povertà senza terra – e tutto nel nome della conservazione. Raramente la creazione delle aree protette è stata realizzata con il consenso delle comunità indigene coinvolte o nel rispetto dei loro diritti umani. E nulla oggi fa pensare che in futuro sarà diverso. È probabile che aumentare le aree protette finirà con l’aumentare la militarizzazione e le violazioni dei diritti umani.

L’idea di una “conservazione fortezza” – ovvero di dover rimuovere i locali dalle loro terre per poter proteggere la natura – è coloniale. È dannosa per l’ambiente ed è fondata su idee ecofasciste e razziste che, discriminando le persone, decidono quali contano di più e quali invece valgono meno e possono quindi essere sfrattate e impoverite, attaccate o uccise.

L’industria della conservazione sta anche cercando di garantirsi 140 miliardi di dollari l’anno per finanziare questo suo land grabbing.

 

Cosa proponiamo?

Dobbiamo lottare contro questa grande bugia verde.

Se vogliamo seriamente frenare la perdita di biodiversità, il metodo meglio collaudato e più economico è quello di sostenere il più possibile le terre indigene. L’80% della biodiversità del pianeta si trova già lì.

Per le tribù, per la natura e per tutta l’umanità. #BigGreenLie

Aiutaci a fermare la Grande bugia verde! Per favore, scrivi alle Nazioni Unite, ai funzionari europei e britannici che hanno in mano il destino di milioni di persone.

Altre informazioni:

– Mapping For Rights: The ‘Post-2020 Global Biodiversity Framework’

– Articolo ‘New deal for nature: pagare l’imperatore per recintare il vento’

– Articolo ‘I parchi hanno bisogno dei popoli’

– #DecolonizeConservation: i video di Tribal Voice

– Dichiarazione congiunta: le preoccupazioni delle ONG sulla proposta di raggiungere il 30% in aree protette

 

da qui

giovedì 29 dicembre 2016

L’accaparramento globale delle terre nel 2016 - Grain


A partire dall’indagine del 2008 che ha aperto il dibattito internazionale sull’accaparramento delle terre, GRAIN ha pubblicato una nuova serie di dati documentando quasi 500 casi attuali di accaparramento di terra in tutto il mondo.
I casi riguardano 78 paesi, circa 94 miliardi di dollari di investimenti relativi a più di 30 milioni di ettari di terra agricola (un’area vicina alle dimensioni della Finlandia).
Alcuni di questi affari con la terra, proliferati con la follia degli investimenti che è seguita alla crisi alimentare e finanziaria del 2008, hanno già ridotto le dimensioni delle proprie ambizioni e sono già collassati del tutto. Per esempio, l’assassinio del dirigente libico Muammar Gheddafi ha messo fine ad un progetto libico nel Mali che coinvolgeva 100 mila ettari a riso.
Nonostante ciò, questi fallimenti negli accordi commerciali sulle terre non sono necessariamente un motivo di festeggiamento riguardo al fenomeno dell’accaparramento globale di terre, dato che quelli ancora in essere incarnano “terribili iniziative di espansione delle frontiere dell’agricoltura industriale”.
È tipico di questi crudeli affari di avere accesso ai finanziamenti, di richiedere il sostegno dei funzionari dei governi, locale o nazionale, e di arrivare per fermarsi. Uno degli effetti di ciò è che possono essere molto difficili da affrontare.
Molto dell’espansione della palma da olio in Africa effettuata da asiatici ricade in questa categoria, come anche l’entrata dei fondi pensione e delle compagnie di commercio negli investimenti sulle terre agricole.
Nella maggioranza dei casi, questi accaparramenti di terra accaparrano anche l’acqua, con la concessione alle compagnie straniere l’accesso alle principali fonti d’acqua delle comunità locali.
Questi accaparramenti avvengono in regioni con abbondanza ma anche in regioni con scarsezza d’acqua. Come annota Ange David Bailey, di GRAIN: “Sta avvenendo un terrificante numero di incette d’acqua legate all’accaparramento di terre in aree dove già ci sono intensi conflitti per l’acqua o per i fiumi che passano sopra a comunità che dipendono dall’acqua, come nel progetto del fiume Lurio in Mozambico”.
Conformemente a ciò, questi affari intensificano i conflitti, e si mette in opera una violenta repressione. Gli attivisti per i diritti agrari sono incarcerati, i giornalisti sono perseguitati e i dirigenti contadini e indigeni sono abitualmente uccisi.
Quel che è peggio, molti di questi affari si rimodellano come “investimenti responsabili”, e le compagnie e gli investitori si trasformano in esperti nei nuovi (e quasi totalmente volontari) lineamenti relativi all’acquisizione di terre, oltre ad inventare alcuni lineamenti propri. Questa “pratica dovuta”, nonostante ciò, è quasi sempre soltanto una facciata.
Se c’è qualche motivo di ottimismo questo giace nel forte impulso che c’è dietro ad una resistenza globale, a mobilitazioni locali e ad una solidarietà internazionale che si agglutinano contro l’accaparramento di terre. I contadini, i braccianti, i gruppi di emigranti, i pescatori, popoli indigeni, pastori e altri incominciano a riunirsi per affrontare il problema su molteplici fronti, allo stesso tempo in cui sviluppano nuove strategie di resistenza.
Questo nuovo rapporto è una risorsa e uno strumento per queste lotte.
Il rapporto si scarica qui.

lunedì 26 settembre 2016

Landgrabbing, omicidi e sfratti: una spirale di violenze nella corsa globale alla terra

Un nuovo rapporto di Oxfam, presentato oggi a Terra Madre, rivela che circa il 60% degli accordi terrieri degli ultimi 16 anni ha sottratto terre comuni ai popoli che le abitano. 2,5 miliardi di persone appartenenti ai popoli indigeni abitano più di metà della Terra, ma solo a 1/5 vengono riconosciuti titoli di proprietà
Il diritto alla terra per gran parte dei popoli indigeni e le comunità di piccoli agricoltori è sempre più un miraggio. In milioni sono costretti con la forza a lasciare la propria casa, mentre nel mondo si registra che un’estensione di terra pari alla Germania è stata messa in vendita nel totale disprezzo dei loro diritti. A rivelarlo è il nuovo rapporto di Oxfam, Custodi della terra, difensori del nostro futuro, realizzato in collaborazione con la Land Matrix Iniziative e presentato oggi a Terra Madre nell’ambito della campagna Land Rights Now.

L’impennata di violenza nella corsa alla terra. Il 75% delle oltre 1.500 transazioni fondiarie, indagate negli ultimi 16 anni, riguarda contratti relativi a progetti già in fase di realizzazione; ma il dato più preoccupante è che il 59% di queste riguarda terre comuni rivendicate da popoli indigeni e comunità di piccoli agricoltori, la cui titolarità alla terra è scarsamente riconosciuta dai governi. Solo in rari casi si è stabilito un dialogo preventivo con le comunità, mentre più spesso, e tragicamente, si è fatto ricorso alla violenza estrema che ha portato a omicidi e sfratti indiscriminati in moltissimi villaggi. Una prassi che, dalle osservazioni sul campo, sembra diventare la norma...

martedì 26 maggio 2015

Land grabbing or land to investors? - Alfredo Bini



da qui

L’aria è quella tipica del deserto Saudita al mattino. Secca, fresca, salubre. Camion carichi di cereali s’incolonnano sulla polverosa strada di Al Kharj, due ore a sud di Riyadh, per scaricare il contenuto nella più grande fattoria casearia integrata del mondo, l’Almarai. La metà degli oltre due milioni di tonnellate di foraggio, consumato annualmente dalle centomila vacche da latte, proviene da appezzamenti di terra coltivata all’estero. 

Il sole etiope è allo Zenit, la terra tanto sterile e slavata da rendere impossibile camminare senza alzare nuvole di polvere giallastra che riempie la bocca e il naso. Un operaio arraffa con le mani nude quanta più terra può, e copre le talee di canna da zucchero di una nuova piantagione. Infatti, il clima caldo e l’abbondanza d’acqua fanno dell’Afar il luogo eletto per la produzione di canna da zucchero. Poco distante i fumi della raffineria di biofuel si diffondono sulla piantagione che in passato era un pascolo. 

L’enorme soffitto a volta della sala dei ricevimenti è luccicante e d’orato come nell’immaginazione delle mille e una notte. Più sotto il presidente del Mozambico e altri dignitari africani si dividono le attenzioni dei governanti dei paesi del Golfo; ma si dividono anche l’Africa, visto che partecipano a una conferenza sulla promozione di investimenti per acquisire terreni agricoli in paesi in via di sviluppo: il Land Grabbing. 

Il Land Grabbing nacque in seguito alla crisi alimentare del 2007 e al conseguente rialzo dei prezzi delle materie prime agricole che fece iniziare la corsa alle terre coltivabili. Il fenomeno si contraddistingue per non avere il consenso della popolazione locale, in violazione dei diritti umani e in mancanza di un adeguato studio dell’impatto socio-ambientale dell’investimento. L’Università della Virginia l’ha definito come un accordo per accaparrarsi appezzamenti agricoli di almeno 200 ettari che converte in produzione commerciale un’area naturale in precedenza usata dagli abitanti locali. 

In ogni continente, eccetto l’Antartide, è possibile imbattersi nel Land Grabbing, e nonostante la terra coltivabile sia stata da sempre usata come forma di controllo sociale, questa è la prima volta dalla fine del colonialismo che gli stati sovrani e le istituzioni governative dei paesi sviluppati promuovono una simile pratica.
Le risorse finanziarie allocate dai paesi Arabi, le politiche d’incentivo al consumo di biofuel della Comunità Europea e degli Stati Uniti, le assicurazioni private, i carbon trade, i finanziamenti della banca mondiale, e il prezzo irrisorio della terra, concessa di solito dai governi locali in modo incondizionato, sono tutti fattori che azzerano il rischio dell’investimento, rendendolo estremamente redditizio. 

Controllare la terra significa assumere anche la totale gestione delle risorse idriche presenti sul territorio, con impatti devastanti sulla vita della popolazione locale. 
Il 5,7% degli abitanti mondiali controlla attraverso il Land Grabbing, il 40% delle risorse idriche globali, una quantità d’acqua che sarebbe sufficiente a nutrire adeguatamente 300-390 milioni di persone, la metà della popolazione malnutrita del mondo. Stati Uniti, Emirati Arabi, India, Gran Bretagna, Egitto, Cina e Israele sono responsabili del 60% di questo scambio d’acqua virtuale. 

Imprenditori e politici discutono gli investimenti e le strategie in conferenze distanti migliaia di chilometri dalla terra che andranno a controllare, e ideologicamente ancor più distanti dalle persone che la usano per sopravvivere. 

La scelta di svolgere questa ricerca in Etiopia è stata naturale: è discutibile l’eticità di trarre profitto da prodotti coltivati in un paese mentre i suoi abitanti muoiono di fame. Sei milioni di etiopi, infatti, sopravvivono solo grazie agli aiuti alimentari distribuiti dalle Nazioni Unite – uno dei programmi d’aiuto più costosi del mondo. Al tempo stesso, aerei cargo decollano giornalmente carichi di verdura fresca e rose, con destinazione finale gli alberghi degli Emirati Arabi e i mercati di fiori olandesi. Il paradosso è più che evidente.

giovedì 20 novembre 2014

Un appello dei Masai

Siamo gli anziani dei Masai della Tanzania, una delle più antiche tribù dell'Africa. Il governo ha appena annunciato di voler cacciare migliaia delle nostre famiglie dalle nostre terre per permettere a ricchi turisti di usarle per la caccia a leoni e leopardi. Gli sgomberi inizieranno immediatamente.

L'anno scorso, quando per la prima volta è stato rivelato a tutto il mondo questo piano, quasi un milione di membri di Avaaz si è fatto sentire per aiutarci. La vostra attenzione e la bufera mediatica che si è scatenata hanno costretto il governo a fare marcia indietro, facendoci guadagnare mesi preziosi. Ma il Presidente ha aspettato che l'attenzione internazionale scemasse e ora ha fatto ripartire il piano per sottrarci la nostra terra. Abbiamo urgentemente bisogno del vostro aiuto.

Al Presidente Kikwete forse non interessa di noi, ma ha mostrato che risponde alla pressione globale: quella di tutti voi! Ma forse abbiamo solo poche ore. Vi chiediamo di stare al nostro fianco per proteggere la nostra terra, la nostra gente e gli animali più incredibili di questo nostro pianeta e di far sapere a tutti cosa sta accadendo prima che sia troppo tardi. Si tratta della nostra ultima speranza. 

-- La comunità Masai del distretto di Ngorongoro

Nei giorni scorsi, il governo della Tanzania ha annunciato la creazione di una nuova area di “conservazione” sulle terre dei Masai che, secondo il leader della comunità Samwel Nangiria, segnerà “la fine dei Masai e dell’ecosistema del Serengeti”.
I Masai del distretto di Loliondo si sono duramente opposti all’accaparramento delle loro terre da parte del governo, e hanno giurato di battersi per mantenerle.
Lo straordinario paesaggio del Serengeti è meta ambita dai turisti di tutto il mondo. Per i Masai, invece, già sfrattati da gran parte delle loro terre nel nome della conservazione, si tratta della loro casa.
Nonostante il governo affermi che la terra debba diventare un corridoio funzionale agli spostamenti degli animali selvatici tra il Parco Nazionale del Serengeti e il Parco Nazionale del Masai Mara, in Kenya, l’area è stata affittata nel 1992 a una società che organizza safari di caccia, la Ortello Business Corporation (OBC). Ai Masai è stato intimato di andarsene con il loro bestiame nell’interesse della conservazione, mentre ai ricchi turisti è concesso cacciare i grandi animali selvatici che vivono nell’area…

Come vivono?
Per i Masai il bestiame è ciò che rende bella la vita, e latte e carne sono i loro alimenti preferiti. Sebbene il loro stile di vita tradizionale fosse basato sull’allevamento del bestiame (potevano procurarsi gli altri generi alimentari con lo scambio), oggi i Masai hanno bisogno di praticare anche l’agricoltura.
Conducono il bestiame da un pascolo all’altro, per dare all’erba la possibilità di ricrescere; un tempo, questi spostamenti erano garantiti da un sistema di proprietà collettiva della terra, che dava a tutti la possibilità di condividere l’accesso all’acqua e ai pascoli.
Oggi, invece, i Masai sono stati progressivamente costretti ad adottare uno stile di vita stanziale, e molti hanno trovato lavoro nelle città.
La società masai è organizzata per gruppi d’età maschili, i cui i membri vengono iniziati a diventare guerrieri e successivamente anziani. Non hanno capi, ma ogni gruppo ha un ‘Laibon’ di riferimento, una sua guida spirituale.
I Masai venerano un unico dio immanente in ogni cosa, che può manifestarsi in forme benevole oppure distruttive. Tuttavia, oggi molti Masai hanno abbracciato diverse fedi cristiane.
Quali problemi devono affrontare?
Il furto delle terre dei Masai ha avuto inizio in epoca coloniale. La maggior parte dei territori tribali sono stati gradualmente Trasformati in aziende agricole eallevamenti di bestiame, in aree gestite dal governo e in parchi naturali.
I Masai si ritrovano così confinati nelle zone più aride e sterili del paese, in cui spesso il governo cerca anche di ‘portare sviluppo’ col pretesto che i Masai gestiscano troppo bestiame rispetto alla terra disponibile.
Al contrario, i Masai sono allevatori eccellenti e raramente dispongono di più animali di quanto non sia loro necessario e di quanto il territorio possa sopportare. Le interferenze delle autorità mirano in realtà a cambiare il loro sistema di accesso comunitario alla terra.
Se da un lato ha soddisfatto gli stranieri e alcuni Masai dallo spirito imprenditoriale che sono stati in grado di acquistare o vendere terre, dall’altro, questa politica dello ‘sviluppo’ ha inaridito il territorio e condotto alla povertà gran parte del popolo dei Masai, relegato in aree troppo piccole e inadatte all’autosostentamento.
In cosa consiste la campagna di Survival?
Sin dal 1993 Survival sostiene numerosi gruppi di Masai che lottano per riavere i loro territori. In Kenia abbiamo raccolto fondi per una loro campagna di sensibilizzazione contro la vendita delle terre e abbiamo sostenuto la protesta delle tribù di Iloodoariak e Mosiro, derubati dei loro pascoli in virtù di una frode giudiziaria.
In Tanzania abbiamo aiutato i Masai di Ngorongoro a rivendicare il diritto di partecipare all’amministrazione dell’area protetta, e abbiamo condotto una campagna per la difesa della collina sacra di Endoinyo Ormoruwak (‘collina degli anziani’).

martedì 1 aprile 2014

Oggi siamo tutti agricoltori – Una storia di accaparramento di terra - Silvia Passetti, Cèdric Hevraud

L’agricoltore può assaporare l’aroma della terra, mentre cammina nel campo. Sono le quattro del mattino.  Il raccolto danza nel vento e così il suo fragile futuro. Questo agricoltore locale conosce come rendere fertile il suo campo e condivide con esso un forte legame.
Lavora in un’organizzazione no profit, il centro per lo sviluppo rurale di Kishantos in Ungheria che porta avanti insieme agricoltura biologica ed educazione.  Il centro è stato fondato vent’anni fa dagli sforzi congiunti del Governo Ungherese e di quello Tedesco.  Da allora ogni anno ha educato centinaia di agricoltori all’agricoltura sostenibile. Il centro comprende due parti: la Folk High School Centre e 452 ettari fattoria biologica. La sua missione principale è quella di diffondere i principi della sostenibilità in ecologia e della democrazia.
Fondata dagli agricoltori locali nel 1998 quest’iniziativa di base si era aggiudicata un contratto valido fino all’ottobre del 2013. Piuttosto che rinnovarlo, il Fondo terra ungherese (che rappresenta lo Stato come proprietario) ha emesso un bando di gara per l’affitto delle terre in dieci lotti. Il Centro di Sviluppo Rurale ha presentato 10 domande, ma non ha ottenuto un centimetro quadrato di terra.
Kishantos rischiava di perdere la sua terra e il certificato di agricoltura biologica Suisse. Questo avrebbe significato la fine del centro, dove per vent’anni la terra non era stata trattata con agenti chimici o fertilizzanti.  La comunità locale ha reagito e lanciato una campagna per fermare l’operazione di acquisizione di terreno. “Salva Kishantos”, lo slogan della campagna diffuso su Internet. Róbert Fidrich coordinatore di  “Friends of the Earth Hungary ha raccontato , “tanti attivisti sono venuti a dimostrare il loro supporto… L’associazione ha rifiutato di dare la terra allo Stato e due settimane dopo il Centro per lo sviluppo rurale ha ottenuto la protezione istituzionale, è stata una grande vittoria per noi”.
Storie con il lieto fine, quindi, esistono.
L’Ungheria ha terre fertili e a buon mercato, come molti Stati dell’Est – due aspetti che nel passato hanno reso questo Stato molto attraente nei confronti degli investitori stranieri. Secondo la relazione intitolata “Land Grabbing, Land Concentration and People’s Struggles in Europe” pubblicata nel giugno 2013 dal Movimento internazionale degli agricoltori Via Campesina negli anni novanta il prezzo di un ettaro di terra in Ungheria era 100 volte meno che in Austria.
Casi di land grabbing o concentrazione della terra accadono anche nel Sud dell’Europa dove le maggiori forzi direttrice sono gli investimenti in energie rinnovabili.
Suolo e vento sono risorse chiave in questo tipo di economia.
Archeologi ad esempio stanno protestando contro un piano di costruzione di un gigantesco impianto eolico a Creta…
continua qui

giovedì 16 agosto 2012

Land grabbing all'italiana

“Gli Arraffa Terre” sono le imprese italiane che si stanno accaparrando terreni agricoli su scala globale. Il fenomeno del land grabbing, cioè, riguarda da vicino anche imprese e istituzioni finanziarie del nostro Paese (che sostengono l'azione dei primi). 
Nomi più o meno conosciuti, da Eni a Maccaferri, da Benetton a Generalifino ai tre big del credito (Unicredit, Intesa e Monte dei Paschi di Siena), che portano l’Italia al secondo posto tra i Paesi Europei “più attivi negli investimenti su terra all’estero, seconda solamente all’Inghilterra”. 
“Gli Arraffa Terre” è anche il titolo di una mappatura puntuale e ricca di dati sul ruolo che l’Italia svolge nell’accaparramento dei terreni agricoli su scala globale, pubblicato da Re:Common in occasione del vertice di Rio sull'ambiente.  
In totale sono una ventina le compagnie attive in questo business, dalla Patagonia (dov'è presente Benetton) a tante imprese in Africa, in particolare in Mozambico, Etiopia e Senegal. 

Le compagnie italiane acquisiscono a poco prezzo e per periodi molto lunghi centinaia di migliaia di ettari in Paesi afflitti da siccità e fame, come l’Etiopia, per impiantare colture intensive, con lo scopo di produrre cibo per l’esportazione o per coltivare olio di palma o jatropha poi impiegate per generare agro-combustibili. 
Si pensi al caso della Fri-el Green, che proprio in Etiopia paga 2,5 euro l’anno a ettaro per un totale di 30mila ettari affittati per 70 anni, la cui produzione di olio di palma potrebbe essere destinata ad alimentare la controversa centrale termoelettrica di Acerra...