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mercoledì 10 agosto 2022

Vegano è bello se dà enormi profitti - Gustavo Duch


Fino a non molto tempo fa, sei o sette decenni addietro, l’alimentazione della maggioranza della popolazione rurale era austera, equilibrata e soggetta alle possibilità dei propri territori. Insieme allo sviluppismo e alla concentrazione della popolazione nelle città, da centri di ricerca, università e riviste prestigiose – in coordinamento con l’industria alimentare – si è diffuso il messaggio della necessità di migliorare le abitudini alimentari, aumentando il consumo di proteine ​​soprattutto di quelle di origine animale.

A forza di pubblicità e propaganda, pensiamo al caso dei  fast foodil messaggio ha fatto breccia nelle culture e si è installato nell’immaginario come il modello da seguire. Per soddisfare questa domanda “creata”, si è giustificata, ringraziata ed elevata ai massimi livelli l’industria alimentare capace di produrre molto latte, carne e derivati ​​a prezzi bassi, senza considerare né preoccuparsi delle sue smisurate ripercussioni. Si è arrivati a disprezzare e ridicolizzare il cibo e l’agricoltura tradizionali, danneggiando così corpi e territori. Dall’acquisto e dalla cottura di cibi freschi, si è passati a cibi ultra-processati, riscaldati nel microonde e il prodotto industriale è emerso chiaramente come vincitore. Una cosa tanto intima come ciò che va sulle nostre tavole ha finito per essere delegata a poche mega-aziende controllate da fondi di investimento.  

Ora, essendo ben consapevoli di cosa sia successo, e che le tendenze del cibo vegano stanno raggiungendo quote importanti, non possiamo non domandarci: potrebbe essere che la storia si stia ripetendo? Quel successo è indotto in modo culturale? E, se sì, ci sono attori nuovi o si tratta di quelli di sempre?

Per quanto possa sembrare contraddittorio, sono proprio le principali aziende industriali transnazionali di produzione di carne a stare dietro gli alimenti che, a base di verdure o proteine ​​coltivate in laboratorio, si presentano come sostituti della carne, del pesce, delle uova e del latte. Nel rapporto Proteine ​​e Politiche  di Ipes-Food  o sulle pagine della piattaforma scientifica  ALEPH2020  si possono facilmente trovare molte informazioni su questa realtà. Ad esempio, l’azienda Vivera, molto nota in Germania, Olanda e Regno Unito per le sue oltre cento referenze su prodotti come il salmone vegano o il kebab di pollo vegano, appartiene alla brasiliana JBS, il più grande produttore mondiale di pollame e manzo e il numero due nella produzione di carne di maiale. Nel portafoglio di JBS scopriamo poi anche che è l’azionista di maggioranza della spagnola BioTech Foods, dedicata al settore della carne coltivata. Negli Stati Uniti, due delle principali aziende di carne del Paese, Tyson Foods e Smithfield, hanno creato le proprie divisioni per produrre crocchette e salsicce a base vegetale al fine di competere con i due leader del settore, Impossible Foods (associata a Burger King). e BeyondMeat. In Spagna troviamo lo stesso fenomeno. Il più grande integratore del paese, leader nei macro-allevamenti di pollame e suini, Vall Companys, ha lanciato nel 2019 il progetto imprenditoriale Zyrcular Foods per produrre succedanei della carne a partire da piselli, grano o soia che arrivano da lontano. Possiamo già trovarne i prodotti in diversi supermercati con la loro etichetta bianca. L’espansione di questo business continuerà se gli verranno assegnati i 134 milioni di euro presentati con i fondi di recupero Next Generation per affrontare le nuove sfide in questo campo. 

Se continueremo a sottovalutare il mercato vegano, finiremo per trovarvi sempre più concentrazioni delle multinazionali che controllano il cibo mondiale da decenni: Cargill, Nestlé, Danone, ecc. Inoltre, a fare appena qualche facile ricerca, vedremo anche i fondi di investimento: BlackRock, il più grande al mondo (che sostiene Tyson o JBS, tra gli altri), oppure Breakthrough Energy Ventures, presieduto da Bill Gates (che partecipa attivamente a Impossible Foods e Beyond Meat).

Lo sbarco delle multinazionali del cibo in questo “segmento” non poteva essere compiuto senza la certezza di aver precedentemente sedotto la popolazione. Come sempre accade per le imprese tanto competitive, non ci sono stati molti problemi a trovare spazi comuni, come la  piattaforma EAT, grazie alla quale – con una “scienza” ammaestrata a dovere e grazie ai suddetti investitori – si occupano di trasmettere e fare lobby a favore di questi nuovi modelli alimentari. Ripetendo come un mantra le meraviglie di questa dieta vegana per arginare la crisi climatica e garantire la salute eterna, sono riuscite a imporre una narrazione che è penetrata facilmente tra la popolazione come nelle amministrazioni. La verità è che ridurre la soluzione a tutti i nostri mali al fatto di rimuovere le proteine ​​animali dalle nostre diete non è solo un racconto riduzionista, è anche scorretto. Perché, ad esempio, non affrontano le differenze nei modelli di produzione di proteine ​​animali, conoscendo come è noto l’importanza degli erbivori nel ciclo dei nutrienti, l’utilizzo che essi fanno degli alimenti che non sono in concorrenza con la popolazione umana, il loro ruolo di fertilizzanti della terra ecc.? Credete che non sappiano che una dieta a base di proteine ​​di piselli, soia, mais o grano possa replicare lo stesso modello di monocolture responsabile dei problemi che dicono di voler risolvere? Perché non riconoscono la dipendenza dal petrolio per tante delle lavorazioni, per i trasporti e le plastiche che rivestono quegli pseudo-cibi? 

Abbiamo creduto davvero che un così enorme successo del veganismo fosse frutto del lavoro di sensibilizzazione di alcune ONG? Fatto di carne o vegano, il capitalismo alimentare di sempre ci allontana dalla sovranità che urge recuperare e che si può stabilire solo adattando la nostra dieta ai cicli dell’abbondanza della terra che le contadine e i contadini e donne, i pastori e le donne che si dedicano alla pastorizia dei nostri territori sanno gestire: nei loro frutteti e nelle loro fattorie. È il semplice che è bello. 

Fonte originale in Cxtx

Traduzione per Comune-info: marco calabria

da qui

sabato 24 giugno 2017

L’orrore della fretta di produrre cibo - Gustavo Duch


Nella provincia di Toledo, un’impresa è in grado di produrre ogni giorno un milione di hamburger di manzo e 350.000 di pollo. La maggiore multinazionale nella produzione di bovini, che consente il consumo a basso costo del “fast food” di hamburger come quello citato, nei soli Brasile e Argentina lavora 22.600 capi di bestiame al giorno. L’allevamento di mucche da latte più grande al mondo si trova negli Stati Uniti, con circa 30.000 mucche. Vicino a Soria, vogliono raggiungere il secondo posto della “classifica” e si sta predisponendo un impianto al fine di contenerne circa 20.000. Una dietro l’altra, sarebbe una fila indiana di mucche sull’autostrada da Barcellona fino a Sitges. Il record nella produzione di pane, sembra che lo detenga uno stabilimento di Guadalajara, che si vanta di produrre 15.000 pezzi di pan carré all’ora.

E potremmo continuare così, con esempi che esprimono molto bene una delle caratteristiche del modello alimentare dominante: produrre il massimo alla massima velocità possibile, senza considerare i problemi che questo può comportare. Se divento leader europeo nella produzione di latte, mi importa poco che spariscano alcune migliaia di stalle in Galizia o nella cornice cantabrica; se con 50 persone produco tonnellate di un pane inalterabile per i supermercati, sono molto più efficiente di un forno artigianale come quello del mio villaggio che ne sforna pochi chili ma crea tre fonti di sostentamento; e se devo sacrificare acque incontaminate perché un paese come il Cile produca milioni di salmoni, ben venga la strategia.

Antibiotici e prodotti chimici
In questa follia di sistemi alimentari progettati come fabbriche, il Cile e la Norvegia sono grandi potenze nella produzione di salmoni, con la capacità di servire una razione giornaliera per tutte le persone che vivono, ad esempio, in Catalogna. Una barbarie che si ottiene a partire dall’installazione di alcune gabbie nel mare, come grattacieli rovesciati. Secondo Greenpeace, sono “come recinti della dimensione di un campo da calcio e di 20 piani in profondità”, dove, in condizioni di sovraffollamento, si ingrassano, con mangimi, milioni di animali immobili. In questi modelli di carcere, sembra del tutto necessario l’uso di antibiotici e di altri prodotti chimici per evitare grandi morie. Il loro abuso è causa del fatto che, oltre a diffondersi nelle acque (e sembra essere responsabile di danni ad altri esseri viventi come il delfino australe), raggiunge la catena alimentare aggravando il problema sanitario di malattie batteriche comuni che diventano resistenti agli antibiotici.
In questi ultimi mesi, la produzione di salmoni è caduta. In Cile, l’eccesso di liquami, assieme ai cambiamenti climatici, ha favorito una grande proliferazione di alghe che riducono i livelli di ossigeno. In Norvegia, continua inarrestabile l’infestazione di piccoli crostacei che, come zecche, si attaccano sul salmone per alimentarsi di esso.
Due realtà con lo stesso schema, fretta per guadagnare soldi.
Pubblicato su Palabre-ando, il blog di Gustavo Duch, con il titolo La prisa mata
Traduzione per Comune-info di Daniela Cavallo