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domenica 4 ottobre 2026

El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo


          

Vaste distese di terra che di solito sono aride si sono ricoperte di fiori viola e bianchi nel nord del Cile, dopo le forti piogge che hanno cambiato l’aspetto del deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi della Terra. È un fenomeno chiamato “deserto fiorito”: sotto il suolo dell’Atacama i semi e i bulbi di circa duecento specie diverse restano in letargo per lunghi periodi, in attesa delle condizioni giuste per germogliare, e le forti piogge causate da El Niño hanno permesso a molti di questi di semi di diventare fiori. In alcune zone sono caduti più di 180 millimetri di pioggia, una quantità che «non era mai stata registrata prima», ha detto all’AFP César Pizarro, responsabile della biodiversità dell’Atacama alla Corporazione Forestale Nazionale (Conaf) del Cile. L’acqua è penetrata nella sabbia più in profondità del solito e ha fatto comparire la vegetazione nella riserva naturale, che si trova a circa 800 chilometri a nord di Santiago. La Conaf prevede che lo spettacolo raggiungerà il suo apice a ottobre e stima che i fiori possano arrivare a coprire un’area vasta 15 ettari. Intanto, la zona si è già riempita di curiosi, giunti sul posto per fotografare uno degli eventi naturali più affascinanti del mondo.

Come scrive Euronews, alla base c’è El Niño, il fenomeno climatico ciclico caratterizzato dal riscaldamento delle acque superficiali nel Pacifico equatoriale centrale e orientale, che può alterare i regimi dei venti e delle precipitazioni in diverse regioni del mondo e scatenare eventi meteorologici estremi. L’episodio in corso potrebbe essere il più intenso da quando esistono registrazioni comparabili, cioè da quarant’anni, e lunedì (21 settembre) ha superato la temperatura media più alta mai registrata durante un El Niño, diversi mesi prima del picco (previsto intorno a novembre). Il caldo è talmente superiore a quello degli episodi precedenti che gli scienziati lo hanno ribattezzato con il sensazionalistico nomignolo Godzilla, a indicare la portata potenzialmente catastrofica di questo evento. Gli El Niño sono fenomeni naturali, ma il riscaldamento globale ne sta aumentando la portata e l’intensità. In Cile lo stesso meccanismo che ha fatto fiorire l’Atacama ha già fatto enormi danni: le piogge di luglio hanno ucciso almeno 13 persone e distrutto o danneggiato gravemente circa 4 mila case.

Il conto più grande arriverà entro i prossimi sei mesi. Come scrive il Guardian, secondo le stime dei climatologi, entro febbraio più di 450 mila persone potrebbero morire per il caldo portato dal Super El Niño, e il bilancio si somma alle morti in eccesso già causate dalle ondate di caldo degli scorsi mesi. I Paesi più colpiti nei prossimi sei mesi saranno quelli tropicali, su tutti Nigeria, Indonesia, Sudan, India e Brasile, con il Sahel e il Sud est asiatico tra le regioni che pagheranno il conto più pesante. Gli Stati Uniti figurano tra i primi venti Paesi di questa inquietante classifica, con una previsione di tremilacinquecento decessi in più dovuti a eventi climatici estremi. Altri morti sono attesi per le siccità, gli incendi boschivi e le inondazioni che El Niño porta con sé, direttamente e indirettamente. Le proiezioni sono state calcolate su base regionale proprio per individuare le zone in cui è più urgente intervenire, costruendo nuovi centri di refrigerazione in cui ripararsi, dare più personale agli ospedali nei periodi più caldi e fornire maggiori protezioni a chi lavora all’aperto. I ricercatori chiamano lo scenario che questo Super El Niño sta portando una “cartolina dal futuro”, perché porta le temperature al livello che, secondo le previsioni, la crisi climatica ci faarà raggiungere tra vent’anni.

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giovedì 29 maggio 2025

Cile e Argentina alleati contro i mapuche - Gianni Sartori

 

Militarizzazione del territorio, criminalizzazione della resistenza…a conti fatti non ci sono grandi differenze tra le politiche dei governi argentino e cileno

 

Già nel XIX secolo l’argentino Cornelio Saavedra (a capo della prima Giunta di governo autonomo dopo la “Rivoluzione di maggio”) adottò la strategia di installare forti militari per prendere il controllo dei territori mapuche (Wallmapu). Ponendoli strategicamente a circa cinquanta chilometri l’uno dall’altro. Per citarne alcuni: Temuco, Angol, Chiwaiwe, Traiguén, Collipulli Curaco, Perasco…

In tempi più recenti, risaliva all’ottobre 2021 (governo cileno di Juan Sebastián Piñera Echenique) il decreto per istituire lo stato di emergenza in quattro province di Wallmapu (in seguito ad alcuni sabotaggi presumibilmente opera dei dissidenti mapuche).

Riesumando sistematicamente la strategia delle Basi militari avanzate (Bases Militares Adelantadas), recuperando quelle esistenti e costruendone altre sette. Un modo efficace, si pensava, per scoraggiare ulteriori proteste degli indigeni.

Anche con il governo di Gabriel Boric Font (nonostante in campagna elettorale si fosse espresso contro l’uso delle forze armate in un conflitto interno tra lo Stato cileno e una popolazione espropriata del 95% del proprio territorio ancestrale) le cose non cambiarono di molto. Ad appena un mese e mezzo dalla fine dello stato d’assedio decretato da Sebastián Piñera (28 marzo 2022), il nuovo governo di Boric rioccupava militarmente Wallmapu (16 maggio 2022).

Operazione per la “messa in sicurezza dell’Araucania” che si fondava su tre “pilastri”: Seguridad, Plan Buen Vivir e Comisión Para la Paz y entendimiento. Rafforzando in sostanza l’utilizzo delle Bases Militares Adelantadas e realizzandone di nuove. Una quindicina: tra cui: Lumaco, Capitán Pastene, Mulchén, Contulmo, Victoria, Lonquimay, Tirua, Los Alamos, Los Sauces,Traiguén, Collipulli, Ercilla, Curacautín (in grado di ospitare un centinaio di soldati)…

 Altro “pilastro” per il controllo del territorio mapuche, la Persecución Penal Efectiva a cui si deve la carcerazione di un centinaio di prigionieri politici mapuche.

Come dichiarava Luis Cordero, ministro cileno della Pubblica Sicurezza: “…la Persecución Penal en los hechos de violencia en la macrozona sur es manifiesta.. se han presentado 491 Querellas por parte de este Gobierno y más de 552 Condenas en estos casos”.

Con ampio utilizzo di mezzi blindati e posti di blocco (per non parlare delle “sparizioni” di militanti) per reprimere il dissenso degli autoctoni e proseguire nella spoliazione delle loro terre per interessi pubblici o privati (v. la deforestazione operata da varie multinazionali con il legname inviato per lo più negli USA).

in questa gara tra Cile e Argentina a chi reprime di più i mapuche, si arriva  (febbraio 2025) all’iscrizione nella lista delle organizzazioni terroristiche del movimento Resistencia Ancestral Mapuche (RAM) da parte del governo argentino (quello del “libertario” Javier Milei). Accusando la RAM di essere responsabile degli incendiche hanno devastato le foreste della Patagonia (circa 37mila ettari). In particolare nelle province di Neuquén, Río Negro e Chubut.

Considerando le azioni dirette dei mapuche (frutto anche della legittima disperazione diffusa soprattutto tra i giovani di questa “Prima nazione” umiliata e offesa) come un “attacco alla nostra sovranità” per la ministra argentina Patricia Bullrich. E accusando in particolare la RAM di rappresentare “una minaccia grave e multiforme per la sicurezza nazionale”.

Anche se finora questo “Proteo” sovversivo e sfuggente (sulla cui effettiva consistenza, anche tra i mapuche,permangono molti dubbi) si sarebbe manifestato quasi soltanto nella persona di Facundo Jones Huala (il “Lonko”). Considerato “leader politico e spirituale dei mapuche”, l’anno scorso aveva rischiato la vita con un lungo sciopero della fame e della sete contro la persecuzione subita dal suo popolo.

Contemporaneamente, a fine luglio 2024, suo fratello Fausto Jones Huala, ugualmente militante della resistenza mapuche, si toglieva la vita in quello che appariva come un vero e proprio “suicidio di protesta”.

Un gesto di cui la madre dei due militanti ritiene responsabili lo stato cileno e quello argentino.

https://www.infobae.com/politica/2024/08/01/encontraron-muerto-al-hermano-de-facundo-jones-huala-su-madre-dijo-que-fue-un-suicidio/

In genere vestito con abiti tradizionali, Facundo Jones Huala rivendica il diritto alla resistenza anticapitalista anche con l’azione diretta. Condannato a nove anni di carcere in Cile (dopo esservi stato estradato dall’Argentina) per l’incendio di una fattoria (vuota), rigetta con indignazione qualsiasi responsabilità per i roghi delle foreste. “Noi non abbiamo mai attaccato il nostro ambiente naturale. Sostenere che appicchiamo il fuoco alle foreste è solo una menzogna” ha ripetuto in varie occasioni.

In sostanza, le accuse alla RAM sarebbero soprattutto un modo per delegittimare la residenza indigena.

Va poi ricordato che alla RAM “argentina” corrisponde un’analoga organizzazione radicale “cilena”, la CAM (Coordinadora Arauco-Malleco), a sua volta classificata come organizzazione terroristica dal Congresso cileno ancora nel 2022.

Si calcola che attualmente in Argentina vivano circa 145 000 mapuche (dati per difetto, presumibilmente) mentre in Cile sarebbero quasi due milioni.

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domenica 4 agosto 2024

Militarizzazione per controllare il popolo - Raúl Zibechi

 

C’è una geografia della violenza statale, fatta di pratiche autoritarie, in grande estensione in tutto il pianeta, ma non sempre è riconosciuta come tale. Qualcuno parla di “guerra sistemica” contro i lavoratori, i migranti, le comunità indigene, i contadini, una guerra che cresce con la militarizzazione delle nostre società a cui ci stiamo abituando. Secondo Raúl Zibechi l’importante è comprenderne la natura non ciclica o legata a un determinato governo: “Questo è il primo passo per poter capire perché non dovremmo scommettere sugli Stati, dal momento che sono proprio loro i responsabili del nuovo militarismo contro i popoli…”. In passato, in diversi angoli dell’America latina è molto evidente, quella guerra sistemica puntava a rubare oro e argento, ora serve a sgomberare territori e trasformare la vita in merce. La nostra sfida continua ad essere espandere ovunque “le geografie, i popoli e i settori sociali coinvolti nella resistenza al capitalismo…” 

 

Il noto pedagogista Henry Giroux ha appena scritto un saggio sul suo paese, gli Stati Uniti, nel quale analizza le crudeli politiche neoliberiste e l’odio per la democrazia a partire dagli anni Settanta: «Al centro delle sue pratiche statali autoritarie e criminali c’è “una guerra sistemica contro i lavoratori, i giovani, i neri e i migranti, sempre più definita dall’aumento della violenza di massa e da uno Stato che punisce sia all’interno del paese che fuori». È evidente che una “guerra sistemica” contro i popoli deve andare di pari passo con la militarizzazione delle nostre società, un processo che stiamo sperimentando in tanti paesi e regioni dell’America Latina, così come nel resto del pianeta. L’importante è comprenderne la natura sistemica e non ciclica o legata a un determinato governo. Questo è il primo passo per poter capire perché non dovremmo scommettere sugli Stati, dal momento che sono proprio loro i responsabili del nuovo militarismo contro i popoli.

Giorni fa è uscito anche il saggio Sperimentare la militarizzazione. Il caso Wallmapu di Fernando Pairicán e Wladimir Martínez, in cui gli autori analizzano due anni di stato di emergenza nel territorio mapuche in Cile e le sue conseguenze sulle comunità. La prima cosa che sottolineano è che l’attuale fase di militarizzazione è cominciata durante il governo del neoliberista Sebastián Piñera e continua ad aumentare sotto il progressista Gabriel Boric. È una politica statale. La seconda cosa è che «questa militarizzazione non ha avuto effetti reali sulla riduzione del livello di violenza», secondo i numerosi dati forniti. Il suo costo è molto chiaro: «il sentimento di minaccia permanente che le comunità pagano». La presenza di carabinieri, polizia e ora anche dell’esercito nelle comunità mapuche non contribuisce a ridurre i crimini legati al traffico di droga, ma colpisce soprattutto i giovani che stanno creando nuove organizzazioni autonome radicali. Pairicán e Martínez assicurano che «i processi di militarizzazione sono una tattica di riorganizzazione territoriale che restringe i legami e le interazioni di quei gruppi o popolazioni sotto controllo, minacciando il modo in cui si relazionano, interagiscono e abitano il loro ambiente». Parallelamente, concludono, «è stato imposto un discorso che ha favorito nuovi tipi di razzismo basati su concetti come narco-terroristi e violenza, che hanno fomentato stigmi e pregiudizi nei confronti dei mapuche, giustificando allo stesso tempo il dispiegamento militare nella zona. Invece di essere una soluzione, questo modello, che possiamo chiamare democrazia coloniale violenta, è diventato un problema».

Impotente di fronte all’aumento esponenziale della violenza legata alla droga, lo Stato intende estendere la militarizzazione del territorio mapuche a nuove regioni e città.

In Perù, il 18 luglio è stato pubblicato un rapporto di Amnesty International sui massacri contro i contadini andini durante le proteste da dicembre 2022 a marzo 2023, intitolato: Chi ha dato l’ordine? Responsabilità della linea di comando per morti e feriti nelle proteste in Perù, che hanno causato 50 morti e 1.400 feriti. Tutti i dati forniti dal rapporto indicano la responsabilità della presidente Dina Boluarte, assunta dopo la destituzione e l’arresto del presidente Pedro Castillo, e degli alti ufficiali militari e di polizia. In un solo giorno, il 9 gennaio 2023, 18 persone sono state uccise e più di cento sono rimaste ferite all’aeroporto di Juliaca. Il rapporto evidenzia che la Polizia nazionale ha ricevuto l’ordine di “eliminare le barriere umane”, che i comandanti hanno descritto i manifestanti come “terroristi” e che hanno autorizzato l’uso di armi da fuoco di grosso calibro per affrontare «le forze avverse». Hanno affrontato la mobilitazione sociale con la logica della guerra per sterminare la parte avversaria. A un anno e mezzo dalle stragi non c’è giustizia. Raúl Samillan, presidente dell’Associazione dei Martiri e delle Vittime del 9 gennaio, descrive il regime come «una dittatura parlamentare», un punto che coincide con il saggio sulla militarizzazione del Wall Mapu.

La geografia della violenza statale è esattamente la stessa della violenza coloniale da cinque secoli, qualcosa che si ripete in tutta l’America Latina, dal Guatemala e Messico all’Argentina e Cile. È evidente che questa «guerra sistemica» è diretta contro le popolazioni indigene, i neri e i contadini. In passato per rubare oro e argento, ora per sgomberare territori e trasformare la vita in merce.

La geografia delle resistenze è la stessa della violenza coloniale ed estrattivista. La nostra sfida continua ad essere quella di espandere le geografie, i popoli e i settori sociali coinvolti nella resistenza al capitalismo. Non è facile. La militarizzazione ci impone dei limiti, minacciando la riproduzione della vita.


Pubblicato anche su La Jornada. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo.

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domenica 14 luglio 2024

Cile: attacco ai movimenti popolari - Rosa Maria Coppolino

 

In Cile il governo di Boric fa irruzioni violente nelle comuni popolari ed effettua arresti illegali. Il Frente Amplio (FA) si presenta come un attore progressista nella politica cilena, ma un’analisi approfondita rivela il suo vero scopo: infiltrarsi e smantellare ogni possibilità di articolazione del movimento popolare. Usano tattiche meticolose per indebolire, dividere e screditare la mobilitazione sociale

 

Alle 6 della mattina di sabato 6 luglio, i Carabineros militarizzati della polizia hanno fatto irruzione in massa nella mensa popolare “Luisa Toledo” e nella stazione radio dentro il quartiere popolare di Villa Francia nel Municipio Estación Central di Santiago del Cile. Truppe con armi da combattimento militare procedevano nell’incursione come se la sala da pranzo fosse un campo di battaglia. L’aggressione subita dalla comunità, senza giustificazione né ordine del tribunale, è stata ordinata dal Ministero degli Interni dell’amministrazione Boric.

 

Villa Francia, nata nel 1960 dal lavoro di circa 1500 famiglie che precedentemente vivevano nelle “poblaciones callampa”, le baraccopoli create dal governo del Presidente Carlos Ibáñez del Campo, è stata migliorata durante il governo di Salvador Allende ed è diventata uno storico bastione icona della resistenza popolare alla dittatura di Pinochet. Ha una consistente e agguerrita storia di barricate e autogestione. Lì ha vissuto e operato il famoso prete operaio Mariano Puga, morto nel 2020 accompagnato e compianto da tutta la popolazione. Questo quartiere ha mantenuto la sua combattività e capacità di resistenza anche contro la transizione neoliberista che si è impadronita del Cile dalla Concertacion ad oggi.

Quella strana democrazia, che si è sviluppata in una forma molto protetta e ristretta, ha trovato in Villa Francia un antagonismo con una capacità di costruzione positiva che neanche la repressione violenta di Pinochet era riuscita a piegare. Al suo interno sono state create strutture di base popolari solidali come la mensa popolare per i non abbienti, locali di gioco per i bambini, centri culturali, luoghi di riunione per i cittadini, una radio popolare che fornisce le notizie non falsate dai media ufficiali, un sistema di avvocati di supporto nelle materie giudiziarie, terreni coltivati a orto, piantumazione di alberi nativi, ecc.

Questa sua combattività e capacità di resistenza l’ha resa oggetto di politiche repressive da parte dei vari governi da Pinochet in poi. La repressione di questa “poblacion” è stata costantemente denunciata dall’emblematica leader rivoluzionaria Luisa Toledo (morta nel 2021) insieme al suo compagno Manuel Vergara, genitori dei combattenti sociali del MIR, Rafael, Eduardo e Pablo Vergara Toledo, tutti e tre assassinati durante la dittatura. E proprio questo 6 luglio la comunità stava preparando un evento culturale per commemorare un altro anniversario dalla loro morte.

Le incursioni militarizzate di sabato non si sono limitate a Villa Francia, ma hanno colpito cinque comuni della regione metropolitana: Santiago, Estación Central, La Granja, Macul e Maipú. Le procedure sono state eseguite “nell’ambito di casi riguardanti attacchi con ordigni esplosivi e la legge sulle armi”. Nuove leggi del governo “femminista” e “progressista” del Presidente Boric, che conta con la presenza del Partito Comunista al suo interno. O almeno di una parte di quel Partito che si è accomodata sulle poltrone, mentre un’altra parte, alla luce della realtà dei fatti concreti portati avanti da questo governo, ne sta cominciando a prendere le distanze.

L’ultimo rapporto della polizia indica che durante la giornata sono state arrestate 13 persone. Tuttavia, l’avvocato del Difensore civico popolare, María Rivera, ha precisato che nell’”udienza di controllo della detenzione delle incursioni a Villa Francia, siamo riusciti a far decretare illegale la detenzione di coloro che erano a Radio Villa Francia”, cioè 9 di questi 13 si mostrano come evidenti casi di montaggi polizieschi.

Queste azioni repressive rientrano nella cosiddetta “repressione dovuta al sospetto”, tipica degli Stati autoritari e delle “democrazie” neoliberiste rappresentanti dei poteri forti più che della popolazione. Un po’ come il “terrorismo della parola” del Disegno di Legge n.1660 di recente conio qua in Italia. In Cile, come anche alle nostre latitudini, tutto è mirato alla repressione del dissenso.

In Cile l’estrema destra segnala e il governo esegue… (In Italia il governo fa tutte e due le parti…) sperando di prevenire così una nuova esplosione sociale (come quella dell’ottobre del 2019) che potrebbe derivare questa volta dall’aumento delle bollette elettriche, dal calo reale dei salari, dall’intensificarsi delle disuguaglianze sociali e dal peggioramento della vita della stragrande maggioranza della popolazione.

Ma la formula della repressione violenta e di massa nei quartieri popolari “ribelli” non è l’unica modalità messa in atto dal governo Boric per non disturbare il manovratore (grandi capitali nazionali e multinazionali, latifondi e Imprese forestali), si serve anche della modalità più raffinata e moderna, ma non meno distruttiva, del lawfare per screditare e, soprattutto carcerare (come Lula e Dilma…) e mettere quindi fuori gioco i personaggi scomodi che con ruoli anche istituzionali creano situazioni non apprezzate e potenzialmente distruttive per i padroni delle ferriere, che tirano i fili da dentro e fuori del governo.

Daniel Jadue, il sindaco del Municipio di Recoleta, ad esempio è stato recentemente imprigionato con false accuse di corruzione e interesse privato. Non potevano fare diversamente per togliersi dai piedi un comunista che stava distruggendo gli ultraprofitti delle multinazionali farmaceutiche creando le Farmacie Popolari e facendo azioni concrete per risolvere i problemi dell’abitare nel suo Municipio, oltre ad altre cose molto apprezzate dalla popolazione, e molto meno dai grandi capitali.

Inutile ricordare che anche la lotta delle Organizzazioni Mapuche contro il furto delle loro terre è stato ed è costantemente oggetto della repressione militare e giudiziaria. Ne abbiamo parlato tante volte da questo giornale.

Qui di seguito alcuni link utili per inquadrare queste vicende:

https://www.resumenlatinoamericano.org/2024/07/06/chile-el-frente-amplio-infiltrados-del-progresismo-globalista-para-desarticular-el-movimiento-popular/

https://liberacion.cl/2024/07/07/chile-gobierno-de-boric-allana-violentamente-comunas-populares-y-ejecuta-detenciones-ilegales-un-nuevo-montaje/

 

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venerdì 24 maggio 2024

Atacama Fashion Week: quando la moda sfila in discarica - Marina Savarese

 

Nessuna passerella scintillante, niente luci e nessun tipo di sfarzo. Solo la poca terra del deserto che ancora rimane scoperta e la grande quantità di vestiti abbandonati in quel che un tempo era un luogo scenografico famoso per la sua naturale bellezza. Adesso, a fare da scenografia alla Atacama Fashion Week non ci sono più le dune, ma montagne di vestiti gettati al suolo, che hanno consacrato questo luogo trasformandolo in una gigantesca discarica a cielo aperto, visibile anche dallo spazio. Ed è in questa cornice spaventosa e surreale, ma purtroppo iper-realistica, che è andata in scena la sfilata organizzata dall’ONG Desierto Vestido in collaborazione con Fashion Revolution Brazil e Artplan, dove modelle e modelli hanno calpestato una passerella circondata di monnezza.

Un modo per portare luce sul problema, mostrando l’impatto devastante del sistema moda sia sull’ambiente sia sulle comunità locali; utilizzando il sito stesso come cornice insolita ed i rifiuti come parte della possibile soluzione. Gli abiti in passerella, disegnati dalla stilista Maya Ramos, sono stati creati partendo proprio dai materiali recuperati dalle discariche, che vengono reintegrati nel mondo della moda grazie alla creatività di designer illuminati. La collezione, infatti, si ispira ai quattro elementi (terra, aria, acqua e fuoco): un omaggio a quel Pianeta che stiamo consumando e inquinando, e nello stesso tempo una forma di denuncia a quel sistema di moda veloce che, invece di portare bellezza, sta devastando e depredando. L’ Atacama Fashion Week ha come l’obiettivo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, ma anche di raccontare nuove vie possibili, quelle dove i rifiuti possono diventare una forma d’arte, un mezzo di denuncia e nuovi abiti da inserire nell’armadio.

Il problema di Acatama (e del colonialismo)

Ogni anno, in Cile, arrivano circa 60.000 tonnellate di abiti usati, dei quali più della metà finiscono illegalmente in discariche a cielo aperto (se ne contano circa 160). I rifiuti tessili, spesso vengono bruciati illegalmente, immettendo nell’atmosfera fumi tossici che hanno pesanti conseguenze sia sulla salute delle persone che vivono nelle aree circostanti sia sulla salute del suolo. Un rilascio a getto continuo, dove a poco sono servite le sanzioni introdotte dalle autorità locali. E ancora a meno è servita la famosa “responsabilità estesa del produttore” che, in territorio cileno, non include la gestione del tessile, lasciando quest’ultima in preda alla più totale illegalità.

Non a caso, nel 2022, è stata avviata una causa dall’avvocato Paulin Silva presso il Primo Tribunale Ambientale, per indagare sulle responsabilità locali e statali delle discariche in questione. L’accusa al Tesoro dello Stato e al Comune di Alto Hospicio è quella di non aver tenuto sotto controllo in maniera adeguata le zone periferiche dove si sono andate ammassando, nel corso degli ultimi 20 anni, tonnellate su tonnellate di vestiti usati. Il gioco dello scarico delle responsabilità è iniziato subito, dove il comune sostiene che il problema è ormai troppo grande per poter risolverlo da solo, reclamando l’aiuto dello Stato che, a sua volta, ha rimbalzato la responsabilità sul Comune. Una gara all’ultimo rimpallo, dove, in ultimo luogo, entrano in ballo anche le aziende mondiali che dovrebbero occuparsi dei loro rifiuti proprio grazie alla famosa EPR.

Il problema della gestione, dunque, non è solo locale, ma globale, dato che il sud del mondo viene usato come cestino della spazzatura da un Occidente sempre meno attento agli altri e sempre più orientato ai propri interessi. Una forma di razzismo ambientale e di colonialismo in piena regola, dove i Paesi ricchi si sentono in diritto di devastare a cuor leggero le comunità meno forti dall’altra parte dell’emisfero. E dove, a cuor leggero, si comprano e si buttano (ancora) centinaia di migliaia di vestiti ogni anno.

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sabato 30 marzo 2024

Réquiem para un árbol en llamas - Ariel Dorfman


Desde Santiago de Chile

 

¿Cómo llorar la muerte de un árbol solitario, cuando bosques enteros se queman a mansalva? ¿Y cómo hacerlo en una nación como Chile, donde cientos de seres humanos acaban de morir y muchos más han quedado heridos en la reciente conflagración abrasadora que ha devorado miles de hectáreas y demolido innumerables viviendas en vastas regiones de mi atribulado país?

Y, sin embargo, desde el amparo de mi casa en Santiago, a cien kilómetros de los carbonizaciones, por mucho que me horrorizaba la devastación que iba cobrando ingentes vidas y medios de subsistencia, no pude evitar preocuparme por un árbol en particular, una de las tantas víctimas desapercibidas de la catástrofe.

Se trata de un árbol que mis manos habían sembrado hace casi tres cuartos de siglo.

Yo era un niño argentino de siete años, que visitaba Chile por unas semanas, en mi camino de regreso a Nueva York, donde había vivido con mi familia desde la infancia. Mi papá decidió que yo era lo suficientemente grandecito para un ritual que él había llevado a cabo con su propio padre: plantar un árbol. Cumpliendo esa tarea, dijo, me quedaban por delante sólo dos misiones adicionales: escribir un libro y tener un hijo varón (era bastante machista, mi viejo).

Y fue así que me llevó al Jardín Botánico de Viña del Mar, uno de los viveros más grandes del continente, fundado, según mi papá, en 1817, casi junto a la Independencia de América. Una joven cuidadora nos guió a un sitio con condiciones óptimas para el crecimiento de un bosque colosal y me proporcionó una espátula menuda y una semilla aún más diminuta. La cubrí con tierra, me despedí como si fuéramos amigos íntimos y le prometí que volvería en algún futuro a ver si había prosperado.

Nunca logré visitar ese lugar (el tosco mapa que había dibujado en nuestro hotel se extravió rápidamente), pero lo que sí hice cinco años más tarde fue regresar a Chile, que se convirtió en mi patria permanente. Pruebas al canto: me hice ciudadano y me casé y publiqué mi primer libro y engendré, en efecto, un hijo varón. Si no llegué a cumplir esa promesa a mi árbol de saludarlo de nuevo, tampoco lo había olvidado. Y se me tornó más presente, paradójicamente, y más significativo, cuando partí al exilio, después del golpe militar que derrocó al presidente Salvador Allende en 1973.

Ese árbol mítico se me fue transformando en una forma de vencer la distancia impuesta por la dictadura. A menudo me consolaba con la idea de que el árbol que mi yo más joven había puesto en la tierra se estaba elevando desde ese suelo tan chileno, ramificándose mientras daba la bienvenida a pájaros y escarabajos, bendiciendo el Jardín Botánico con un verdor esplendoroso, haciéndome señas desde lejos, murmurando que me esperaba un pedazo de mi pasado, que no todo se había perdido y desarraigado en el cataclismo del golpe. Una promesa que pareció materializarse cuando, después de una larga lucha, la democracia retornó al terruño que había visto madurar ese árbol múltiple.

En estos últimos años, a medida que el cambio climático comenzó a obsesionarme hasta el punto de escribir una novela sobre cómo nuestra especie iba cometiendo un lento suicidio colectivo, ese árbol llegó a representar cada vez más para mí algo así como la esperanza. Lo imaginé resistiendo las aflicciones del tiempo y las depredaciones de los contaminadores, manteniéndose erguido contra el desperdicio y la erosión, ofreciendo sombra y colores junto con sus otros hermanos a lo largo del mundo, un símbolo de resistencia y continuidad.

Con toda probabilidad, ese árbol sembrado por ese niño ha sido ahora reducido a cenizas. De las casi 400 hectáreas del parque, el 90 % de las plantas del Jardín (algunas estimaciones dicen que el 98 %) fue destruido en el último incendio, provocando la pérdida irreparable de 1,300 especies, algunas de ellas ya en peligro de extinción. Junto con otras víctimas: treinta cachorros murieron en una perrera y se quemaron una inconmensurable cantidad de animalitos y pájaros y, por desgracia, cuatro seres humanos. Entre ellos se encontraba Patricia Araya, quien, durante las últimas tres décadas, había estado trabajando como horticultora, preparando nuevas semillas para la germinación. También murieron sus dos pequeños sobrinos. Y la madre de Patricia, de 92 años, que, cuando era más joven, había realizado las mismas labores que su hija. Y me pregunto, con pavor, si esta anciana no habría sido la misma adolescente que, en aquel entonces, proporcionó una semilla y una pala a un ansioso niño de siete años, me pregunto si la guardiana y madrina de mi árbol fue la que pereció.

De aquel árbol únicamente queda la historia de su origen legendario y su desenlace letal. Y de la miríada de otros árboles anónimos que perecieron ese día, ni siquiera permanece una historia como la que estoy mínimamente relatando. Y al igual que esos árboles sin vida, cada hombre, mujer y niño que murió en ese incendio era alguien con una historia propia que yo no tengo cómo contar. Y más allá de la hecatombe chilena se ciernen otras tragedias, una a una, una tras otra, convulsiones de magnitud incalculable en un planeta en llamas, cada vez más amenazado, cada vez más expuesto a medida que calentamos la atmósfera de manera intolerable y caminamos sonámbulos y ciegos hacia el apocalipsis.

¿Puede el árbol que sembré hace tanto tiempo prestarnos un último servicio y ayudar a que nuestra humanidad despierte a lo que le estamos haciendo a la Tierra y a nosotros mismos? ¿Cómo darles esperanza, dárselos de verdad, sin mentir, a los pequeños, un niño o una niña, que, en este mismo momento, colocan una semilla en la tierra y se despiden del árbol que crecerá allí y prometen volver a visitarlo, cómo podemos crear un mundo donde el árbol y los niños crezcan sin temer los incendios infernales que vienen por ellos y nosotros?

 

*Autor de La Muerte y la Doncella y, más recientemente, de la novela Allende y el Museo del Suicidio. 

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sabato 9 marzo 2024

Hijos y Madres del Silencio

 

Hijos del silencio. Cosa c’è dietro le adozioni dei bambini cileni in Sardegna? Lo racconta un podcast di Elena Basso e Giulia De Luca

di Maurizio Pretta

 

C’è un lungo filo che lega il Cile alla Sardegna. Un filo tenuto sommerso per decenni che a ben vedere è un intricato ordito fatto di adozioni illegali, bambini strappati alle loro madri, membri di organizzazioni religiose e caratterizzato dall’incredibile mutismo delle istituzioni italiane. Sotto la dittatura di Augusto Pinochet circa cinquecento bambini cileni arrivarono nell’isola. Come è potuto accadere? Lo racconta ‘Figli del Silenzio’, il podcast scritto dalle giornaliste Elena Basso e Giulia De Luca che con l’aiuto delle associazioni Hijos y Madres del Silencio e Chilenos de Sardigna hanno ricostruito parte di una complessa vicenda sottaciuta per troppo tempo.

Fra la fine degli anni ’70 e gli ’80, circa cinquecento coppie sarde hanno adottato bambini e bambine nati in Cile. Sono soltanto una piccola parte di quelle ventimila adozioni illegali effettuate con la complicità di medici, ostetriche, infermieri, assistenti sociali, sacerdoti, suore e magistrati. Una rete che specialmente negli anni della dittatura ha agito liberamente e che ancora oggi gode della più totale impunità. Il pretesto per la sottrazione di questi bambini erano le condizioni di miseria delle loro famiglie o presunti problemi psicofisici, di alcolismo e droga. A questi si aggiungono quelli prelevati abusivamente da orfanotrofi e brefotrofi, quelli rapiti in strada dai carabineros e quelli nati da stupri subiti dalle donne cilene imprigionate dopo il golpe guidato da Augusto Pinochet, che l’11 settembre 1973 aveva rovesciato il governo democraticamente eletto di Salvador Allende e trascinato il Cile in una sanguinosa dittatura terminata soltanto nel 1990.

Lo scandalo è emerso nel 2014, quando, dopo alcune denunce e inchieste giornalistiche, il magistrato Mario Carroza ha avviato un’indagine giudiziaria. Contemporaneamente la neonata associazione Hijos y Madres del Silencio ha sviluppato un sistema di tracciamento che ha permesso di stabilire che molti di questi bambini rapiti da ospedali e orfanotrofi erano partiti per le loro destinazioni, principalmente Svezia, Italia, Francia e Stati Uniti, con certificati di nascita cileni che erano stati depositati nei sistemi ufficiali di adozione di questi paesi. Sono stati questi documenti a far saltare il tappo al vaso di Pandora, aprendo la strada del ritrovo fra questi bambini, ormai adulti, e le loro madri biologiche che per decenni, senza ottenere alcun ascolto, avevano denunciato di essere state ingannate.

 

Il caso sardo rappresenta un esempio esplicativo di un dramma che è stato studiato a fondo da Giovanna Bacchiddu, antropologa sarda dell’Università Cattolica del Cile, che nel saggio ‘Come un trapianto d’organo. Questioni di uguaglianza e diversità in un contesto di adozione internazionale’ -pubblicato in Storie di Questo Mondo. Percorsi di Etnografia delle Migrazioni. ed. F. Bachis and A.M. Pusceddu. Roma: CISU, 2013 – mette in evidenza una sua peculiarità: “I bambini nati in Cile e adottati da famiglie sarde, come tutti i protagonisti di adozioni internazionali, hanno inevitabilmente subito un dislocamento fisico ed emotivo. Essi conservano le tracce della propria origine nel passaporto, talvolta nell’aspetto fisico, ma soprattutto nell’emotività. Gran parte dei bambini dati in adozione hanno accumulato una storia personale dolorosa, escludendo forse coloro che vengono affidati a genitori adottivi a pochi giorni dalla nascita. Il vissuto doloroso aumenta esponenzialmente con l’età: più lunga è stata la permanenza in attesa di genitori disposti ad adottarli, maggiori sono state le ripercussioni emotive.I casi di adozione analizzati si riferiscono a bambini non più piccolissimi: quelli adottati in età neonatale sono decisamente una minoranza, mentre prevalgono le adozioni di bambini tra i 6 e i 12 anni. Un solo caso riguarda l’adozione di un diciottenne. In questi casi i protagonisti hanno avuto una lunga permanenza nel paese d’origine, avendo modo di stabilire forti legami con persone, luoghi, situazioni, paesaggi, colori, sapori e odori”.

Aspetti che emergono, insieme a tanti altri, anche in ‘Figli del Silenzio’, podcast di pregevole fattura, dove donne e uomini che ormai hanno superato i quarant’anni d’età, alcuni appartenenti all’associazione Chilenos de Sardigna, che si propone di aiutare tutti i cileni adottati a ritrovare le proprie origini andine, raccontano le loro esperienze ai microfoni di Elena Basso e Giulia De Luca, due giornaliste che si occupano di tematiche sudamericane. Alcuni di loro, grazie alla rete organizzata in Cile da Hijos y Madres del Silencio hanno potuto scoprire la loro vera identità e sono riusciti a ricongiungersi alle madri e alle loro famiglie naturali. Altri non hanno avuto uguale fortuna, ma non disperano di riuscire ad ottenere anche per loro verità e giustizia.

Il podcast di IrpiMedia, edito da Giulio Rubino e prodotto, montato e sonorizzato da Riccardo Coccoza è disponibile su Spotify e sulle altre piattaforme digitali.

da qui

 

 

 

Sono oltre 500 i bambini cileni che, durante la dittatura di Pinochet, sono stati dati in adozione a famiglie sarde. La loro storia è rimasta nascosta per molto tempo, fino ad ora - Giulia Calvani

 

11 settembre 1973: il generale Augusto Pinochet, con un colpo di Stato, rovescia il governo cileno di Salvador Allende.
Il Paese cade in una dura e repressiva dittatura militare, che terminerà solo nel 1990.

Negli anni della dittatura, migliaia e migliaia di uomini e donne vennero arrestati perché non allineati al governo, e di loro si persero le tracce.
I sequestri avvenivano durante la notte, in totale segretezza. Alcuni venivano torturati e uccisi, altri venivano gettati nell’Oceano attraverso i cosiddetti “voli della morte“. Altri venivano detenuti in campi di concentramento.

Tra le vittime della violenta dittatura di Pinochet ci sono anche migliaia di bambini, strappati alle loro famiglie e dati illegalmente in adozione in giro per il mondo.
Alcuni di questi venivano sottratti utilizzando come pretesto le condizioni di miseria delle loro famiglie o presunti problemi psicofisici, di alcolismo e droga. Altri venivano prelevati da orfanotrofi e brefotrofi o rapiti per strada. Infine, ci sono i bambini nati da stupri subiti dalle donne cilene imprigionate, o da quelle donne arrestate in stato di gravidanza, alle quali furono strappati i bambini dalle mani.

 “Hijos del silencio”, chi sono i bambini cileni scomparsi

Lo scandalo è emerso nel 2014, quando, dopo denunce e inchieste giornalistiche, il magistrato Mario Carroza ha deciso di avviare un’indagine giudiziaria.
Da quel momento, numerose associazioni in tutto il mondo si sono messe in moto per la giustizia.

Una delle più importanti è Hijos y Madres del Silencio, che si occupa di ricostruire i legami tra le madri biologiche e i loro figli scomparsi.
Negli anni, i membri dell’associazione hanno sviluppato un sistema di tracciamento che ha permesso di stabilire le destinazioni di molti bambini, principalmente Svezia, Italia, Francia e Stati Uniti.
In alcuni casi, grazie ai certificati di nascita cileni depositati nei sistemi di adozioni, le madri hanno potuto ritrovare i propri figli, ormai adulti.

Inoltre, negli ultimi tempi, gli sforzi di queste associazioni sono stati accolti dal governo cileno, che si è attivato per le famiglie spezzate dalla dittatura di Pinochet.

Negli ultimi anni in Cile si sta facendo finalmente chiarezza su alcune adozioni avvenute in modo illegale: la Camera dei deputati ha istituito una Commissione d’inchiesta. Siamo stati sentiti anche noi come associazione per dare la nostra testimonianza. Ci hanno chiesto se eravamo a conoscenza di adozioni avvenute in modo illegale. Non sappiamo cosa accadrà a lavori ultimati della Commissione, ma auspichiamo che le mamme private dei loro figli possano avere giustizia

Secondo le stime, sono oltre 10.000 i bambini nati in Cile e dati in adozione in tutto il mondo. Alcuni ne sono consapevoli e, con l’aiuto di diverse associazioni, sono in grado di ritrovare le proprie radici.
Altri, non sanno nemmeno di essere parte di questa storia.
Prime delle adozioni, infatti, le istituzioni cilene cambiavano il nome del bambino, affibbiandogli il cognome straniero dei genitori adottivi. Anche la data di nascita veniva modificata, rendendo impossibile per il bambino conoscere la propria età.

Il caso sardo: oltre 500 i bambini adottati illegalmente

Sono oltre 500 i bambini cileni dati illegalmente in adozioni a famiglie sarde.
Molti di questi fanno parte del sodalizio Chilenos de Sardigna , fondato a Cagliari nel 2016 da Giorgio Zucca, con l’obiettivo di riunire tutti i cileni sardi arrivati in Italia durante la dittatura di Pinochet.
Tra questi, lo stesso fondatore.

Avevo otto anni, fino a qual momento vivevo in un orfanotrofio. Ho vissuto l’adozione in modo molto sereno. I miei genitori sardi sono stati fantastici. Mi hanno spiegato bene la situazione. Non ho avuto alcun trauma né problemi

Zucca, grazie all’attività di una troupe televisiva cilena giunta in Sardegna per girare un documentario, è riuscito a ricongiungersi con la madre e con i fratelli.

Giovanna Bacchiddu, antropologa sarda dell’Università Cattolica del Cile, e autrice del saggio “Come un trapianto d’organo. Questioni di uguaglianza e diversità in un contesto di adozione internazionale”,  ha potuto conoscere le storie di diversi di questi bambini.

I bambini nati in Cile e adottati da famiglie sarde, come tutti i protagonisti di adozioni internazionali, hanno inevitabilmente subito un dislocamento fisico ed emotivo. Essi conservano le tracce della propria origine nel passaporto, talvolta nell’aspetto fisico, ma soprattutto nell’emotività. Gran parte dei bambini dati in adozione hanno accumulato una storia personale dolorosa, escludendo forse coloro che vengono affidati a genitori adottivi a pochi giorni dalla nascita. Il vissuto doloroso aumenta esponenzialmente con l’età: più lunga è stata la permanenza in attesa di genitori disposti ad adottarli, maggiori sono state le ripercussioni emotive.

 

I casi di adozione analizzati si riferiscono a bambini non più piccolissimi: quelli adottati in età neonatale sono decisamente una minoranza, mentre prevalgono le adozioni di bambini tra i 6 e i 12 anni. Un solo caso riguarda l’adozione di un diciottenne. In questi casi i protagonisti hanno avuto una lunga permanenza nel paese d’origine, avendo modo di stabilire forti legami con persone, luoghi, situazioni, paesaggi, colori, sapori e odori

Bambini cileni in Sardegna: le testimonianze

A Selargius, in provincia di Cagliari, abita Claudio Puddu.
Claudio è solo uno dei 500 bambini cileni arrivati in Sardegna attraverso un’adozione illegale.

Viene portato via da casa nel capodanno del 1979, a Santiago del Chile.
Si trovava in casa insieme al fratellino di 18 mesi Lucho Luis, mentre i genitori, di appena 16 e 19 anni, erano fuori a celebrare la fine dell’anno.
Sentendoli piangere, i vicini decisero di chiamare la polizia.

Lì mi hanno separato dai miei genitori. Ci hanno trovati con i panni sporchi. Immagino che mio padre e mia madre fossero molto poveri, mamma lavorava come prostituta.
Mio fratello riuscirono a recuperarlo, io invece risultai adottabile perché mio padre era analfabeta e non sapeva leggere le lettere che arrivano dal giudice

Claudio giunge così in Sardegna, attraverso una parrocchia che aveva una missione in Cile.
Come racconta Claudio, le suore hanno avuto un ruolo chiave nel sistema di adozioni tra Cile e Italia.

Qui c’era una maggiore affluenza di bambini adottivi perché negli anni 70 abitavano molte suore che venivano mandate in missione in Cile

Dal 2016, Claudio lavora insieme a Chilenos de Sardigna per aiutare le madri cilene a ritrovare i propri figli.
Lui, grazie a una ONG, è riuscito riunirsi alla sua famiglia in Cile.

Quando ho rivisto mio papà, mi ha fatto vedere la carta di identità: piangeva, continuava a dirmi che ero suo figlio, non mi aveva mai dimenticato

I genitori di Claudio sono molto poveri. Il padre lavora in un parcheggio abusivo, mentre la madre vive a 900 km di distanza, in una piccola stanza senza riscaldamento e con un letto che ospita 7 persone.

A loro ho detto grazie: avrebbero potuto abortire invece abbiamo avuto un’opportunità. Non mi sento abbandonato, oggi posso dire di avere quattro genitori

Per i bambini rapiti in Cile e sottratti a famiglie disagiate, il rapporto con i genitori adottivi, come spiega Claudio, è complesso.

C’è un senso di riconoscenza un po’ obbligato che si trasforma in omertà. Ti fanno capire che sono stati loro a salvarti da chissà quale situazione.
Non ti puoi esprimere veramente pur di non ferirli. Molti adottati hanno rinunciato a tante opportunità per non lasciarli soli

Anche Abel Geremias Fenude, che abita a Baunei, proviene dal Cile. Lui, però, non ha mai ritrovato le proprie radici.
Non conosce neanche il giorno del suo compleanno, perché l’orfanotrofio non ha conservato il suo atto di nascita.

Consuelo Tarantino, invece, spera di poter tornare in Cile e ricongiungersi con la nonna.

A quanto so mio padre era un politico molto influente che si era innamorato di una ragazzina, mia madre. Io ero la figlia illegittima da nascondere.
Quando è morta mia madre italiana sono rinata: ho chiuso un capitolo che mi faceva male. Ora abbiamo scoperto che in Cile potrei avere una nonna, devo capire meglio

Queste sono solo alcune storie di bambini cileni arrivati illegalmente in Sardegna durante la dittatura di Pinochet.
Molte altre storie sono state raccolte nel podcast “
Figli del Silenzio, il caso dei 500 bambini cileni adottati in Sardegna“, di Giulia De Luca ed Elena Basso.

da qui

 

il sito dei Chilenos de Sardigna

https://chilenosdesardigna.webnode.it/

martedì 13 febbraio 2024

Davos e l’attacco verso i Mapuche - Andy Robinson

 Il 19 gennaio si è concluso il World Economic Forum di Davos, pare che i vati dell’economia mondiale di mercato siano piuttosto divisi sulle magnifiche sorti e progressive dell’anno appena cominciato. Mentre si discuteva di come trarre maggiori profitti dagli investimenti e dal piatto forte della cosiddetta intelligenza artificiale, com’è tradizione nell’assise svizzera dei plutocrati, si fingeva anche di preoccuparsi per le crescenti disuguaglianze al fine di “migliorare il mondo”. Così è stato solennemente affermato che “Davos 2024 celebrerà il lancio della rete di conoscenza e leadership delle popolazioni indigene in dieci centri di impatto, uno spazio per promuovere la cooperazione pubblico-privato attraverso la conoscenza indigena”. Non solo, c’è davvero da preoccuparsi se si legge che il Forum pensa che “i popoli indigeni sono i guardiani di un terzo del territorio mondiale e le loro pratiche culturali e spirituali consentono loro di proteggere e coltivare i loro ambienti e comunità”. L’uomo chiave per placare la sete insaziabile di territori da cui estrarre valore e rendere redditizie queste solenni ipocrisie sembra dunque essere il nuovo presidente argentino Javier Milei, ultrà del liberismo sfrenato, destinato a cancellare quel che resta dei diritti nel Paese facendo uso della demagogia e della motosega. Ancor più neri, dopo l’investitura di Davos, sono però gli orizzonti dei popoli indigeni che resistono nella Patagonia. Moira Millan, in questa intervista, sostiene che Milei inventerà presto i pretesti per dar vita a una tremenda escalation della militarizzazione del territorio e della repressione del popolo mapuche già molto violenta oggi. Il nuovo presidente, d’altra parte, non perde occasione per esprimere disprezzo per tutto quel che rappresenta i diritti collettivi, la sostanza della lotta che i Mapuche conducono da secoli

Il World Economic Forum di Davos pretende sempre di conciliare l’inconciliabile. All’insegna del motto di voler “migliorare il mondo”, sostiene di voler difendere la sostenibilità ambientale e l’equità sociale, e il suo fondatore, l’imprenditore svizzero Klaus Schwab, è solito indicare come priorità nei suoi discorsi davanti a un migliaio di amministratori delegati di multinazionali, banchieri e alcune ONG, la “sfida della disuguaglianza”. Il cosiddetto filantrocapitalismo è una parte centrale della formula ideologica di Davos, come ho spiegato nel libro A Reporter on Magic Mountain: How the Davos Economic Elite Sink the World .

Nel frattempo, la priorità degli incontri a porte chiuse di Davos è quella di ottimizzare la redditività degli investimenti della plutocrazia globale, rappresentata da centinaia di membri di banche e fondi di investimento presenti all’incontro nella località sciistica svizzera.

Quest’anno le contraddizioni di Davos sono state ancora più evidenti con la presenza del nuovo presidente dell’Argentina, Javier Milei, ad un incontro che inaugura una nuova iniziativa a sostegno delle popolazioni indigene.

Secondo il World Economic Forum, “Davos 2024 celebrerà il lancio della rete di conoscenza e leadership delle popolazioni indigene in dieci centri di impatto, uno spazio per promuovere la cooperazione pubblico-privato attraverso la conoscenza indigena”.

Fany Kuiru, di etnia Huitoto – Perù, Colombia – è la coordinatrice generale del nuovo progetto indigeno di Davos. Altri ospiti saranno Ayunar Domingo Peas Nampichkai, leader del popolo Achuar nell’Amazzonia ecuadoriana, e Nixiwaka e Outani Yawanawá, degli Yawanawá, nell’Amazzonia brasiliana.

“I popoli indigeni sono i guardiani di un terzo del territorio mondiale e le loro pratiche culturali e spirituali consentono loro di proteggere e coltivare i loro ambienti e comunità”, sostiene il World Economic Forum. Per questo motivo “le voci indigene sono vitali”.

Gli incontri che Milei si proponeva di tenere a Davos con investitori interessati al boom del  fracking petrolifero nel giacimento di Vaca Muerta a Neuquén – una delle ultime frontiere della guerra contro i Mapuche nel XIX secolo – o al turismo di lusso a Bariloche, nella terra mapuche della Patagonia, mostrano l’altro lato, quello oscuro, dell’incontro.

In definitiva, Milei ha alimentato “un discorso violento contro i Mapuche che occupano terre come a Villa Mascardi”, secondo quanto mi ha detto Marcelo Cayumil, membro del gruppo giuridico dell’Assemblea per i diritti umani, in un’intervista fatta a San Carlos de Bariloche. nella Patagonia andina, teatro di un genocidio contro i Mapuche 150 anni fa. 

A Villa Mascardi, 30 chilometri più a sud – un’antica missione dei gesuiti, oggi diventata meta turistica –, un’operazione di polizia militare autorizzata nel 2017 dall’attuale ministra della Sicurezza del governo Milei, Patricia Bullrich, che ricopriva lo stesso incarico nel governo di Mauricio Macri, ha posto fine alla vita di due manifestanti che sostenevano una famiglia mapuche che aveva occupato un appezzamento di terreno nella zona. Il mapuche Rafael Nahuel è morto per un colpo d’arma da fuoco alla schiena. Santiago Maldonado fu invece fatto scomparire e il suo corpo venne ritrovato solo 90 giorni dopo, sulle rive del fiume Neuquén, lo stesso giorno dell’omicidio di Nahuel. 

Milei parla spesso di un’“età dell’oro” liberale alla fine del XIX secolo, quando l’industria della carne trasformò l’Argentina in una potenza di esportazione. Non ha lesinato gli elogi nemmeno per il generale e capo di stato Julio Argentino Roca (1898-1904) citando una dichiarazione del suo primo discorso: “La libertà degli uomini e la grandezza dei popoli” possono essere raggiunti solo con “sforzi supremi e sacrifici dolorosi. “

Nessuno storico serio negherebbe che il più grande sacrificio di quegli anni di gloria fu quello delle 20mila vittime indigene assassinate nella campagna militare di Roca, la Conquista del Desierto, che servì a svuotare l’interno e il sud della popolazione che li abitava, vendendo così 42 milioni di ettari a un prezzo d’occasione a 1.800 proprietari terrieri, soprattutto allevatori. Uno di quelli che ne ha beneficiato di più è stato il presidente della Sociedad Rural, l’associazione dei proprietari terrieri. Migliaia di mapuche furono deportati nel campo di concentramento allestito sull’isola di San Martín. Altri finirono nel Museo de la Plata di Buenos Aires, esposti come animali in uno zoo.

Un secolo e mezzo dopo, in Patagonia l’ultima offensiva avviene ancora contro i Mapuche. La vicepresidente di Milei, Victoria Villarruel – ultraconservatrice e con stretti legami con i militari – ha incoraggiato l’uso del pugno duro contro le occupazioni per il recupero della loro terra dei mapuche, sottolineando che “la stragrande maggioranza delle usurpazioni avviene su terre estremamente produttive”.

Per approfondire questi temi, ho rivolto alcune domande a Moira Millán, una delle voci più note del movimento mapuche, nata nella provincia di Chubut 55 anni fa. Millán verrà in Europa questo mese per tenere conferenze sul concetto da lei ideato di terricidio: l’assassinio della terra e dei suoi abitanti da parte degli investitori multinazionali che partecipano al vertice di Davos. Lei ci parlava da un territorio mapuche liberato a Chubut, in Argentina.

Pensi che la visita di Victoria Villarruel alla scuola militare di Bariloche e le sue dichiarazioni sulle occupazioni “pseudo-mapuche” siano un’indicazione che si vuole militarizzare ancora di più le misure contro le occupazioni di terre e altre attività dei Mapuche nel sud?

La vicepresidente Villarruel ha promesso, durante la sua campagna, alla Sociedad Rural, l’organo del latifondo argentino, che avrebbe posto fine al recupero dei territori da parte del popolo mapuche. Il suo negazionismo (sullo sterminio della Conquista del Desierto, ndt) e il suo razzismo sono in linea con il pensiero di Javier Milei. La sua visita a Bariloche e queste dichiarazioni sono un segnale al settore che rappresenta. Il governo Milei inventerà le scuse necessarie per giustificare l’escalation della militarizzazione e della repressione a Puelmapu – la parte del Wallmapu – o territorio Mapuche – che si trova a est della cordigliera delle Ande – contro il popolo Mapuche.

Diego Frutos, proprietario di un immobile a Villa Mascardi, ha chiesto maggiore durezza alla polizia. Crede che ci saranno presto altre azioni militari?

Frutos fa parte della Sociedad Rural di Bariloche. Insieme ad altri proprietari terrieri, forma una sorta di moderno Ku Klux Klan, a cui viene consentito dalla giustizia di diffamare, minacciare e persino uccidere qualsia si donna o uomo mapuche che cerchi di riaffermare i propri diritti. La sua voce, con un discorso carico di odio razzista, è stata ampiamente diffusa da tutti i media. Non è un caso che sia un fervente seguace di Bullrich, oggi ministra della Sicurezza.

Il governo Milei vuole dunque “intensificare il conflitto con i Mapuche nel sud” per usare la forza militare?

L’escalation di violenza a Puelmapu può avvenire solo da parte e per causa del potere contro di noi. Generare atti criminali da parte del governo e degli amministratori della giustizia per poi incolparne i Mapuche è stata una pratica costante anche nei governi che hanno preceduto quello attuale, quindi non mi sorprenderei certo se queste strategie si intensificassero. 

La Costituzione argentina tutela i diritti di proprietà delle comunità. Milei però parla solo di proprietà privata. Cosa significa questo per le rivendicazioni dei Mapuche?

Milei esprime disprezzo per tutto ciò che rappresenta diritti collettivi e, ovviamente, si oppone al rispetto e al riconoscimento della proprietà collettiva dei popoli indigeni. Questa posizione non solo è contraria alle leggi sui diritti, è criminale e naturalmente viola il diritto costituzionale alla proprietà comune. I rapporti tra lo Stato e i popoli indigeni diventeranno ancora più tesi. Probabilmente alcuni settori indigeni non permetteranno la regressione dei nostri diritti, altri si adatteranno alle circostanze.

E come si potrà rispondere ai piani di Milei, Villarruel e Bullrich?

Penso che la cosa più sensata sia continuare con fermezza e coraggio nell’ampliamento dei nostri diritti e nella costruzione di proposte che rendano tangibile un modello diverso di società. Ora più che mai dobbiamo costruire assemblee per il buen vivir, in ogni territorio, in ogni spazio, pensare a dispositivi di contenimento e di autoprotezione della comunità. Questo governo attacca tutte le vite e tutte le forme di vita.

L’estradizione in Cile del leader mapuche Facundo Jones Huala ha a che fare con il cambio di governo o si tratta di una decisione indipendente?

L’estradizione è stata concordata in anticipo, sia lo Stato argentino che quello cileno ci attaccano dal tempo dell’invasione militare del nostro territorio. Quell’estradizione sarebbe stata concessa lo stesso se Masa o Bullrich avessero vinto le lezioni invece di Milei. Frutos, così come gli altri razzisti, cercheranno un modo per sterminare la mia gente, ma non importa quanto investano nel militarizzarci, reprimerci, spiarci, darci la caccia… Non saranno mai in grado di sconfiggerci, perché Mapu (la Terra) è il nostro principale alleato. Lei ci guida, ci parla e ci protegge, perché lottiamo per proteggere la vita. Questi capitalisti invasori conoscono solo la crudeltà e la morte, le loro ambizioni eccessive e meschine saranno la ragione principale del loro collasso.

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