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sabato 5 settembre 2026

La lezione di Corte per la Cagliari che non c'è più (e per la Sardegna ancora possibile) – Guido Garau

Analisi comparata tra due capitali mediterranee: l'una che si è sviluppata in una forza centripeta, l'altra che sta andando verso una pericolosa deriva turistica regolamentata solo dagli interessi economici del mercato

Il paesaggio prima di tutto. Chi arriva a Corte da Ajaccio, seguendo il corso del Tavignano fin dove la valle si stringe tra le pareti del Monte Cardo, vede la città prima di entrarci: la cittadella corso-pisano-genovese - costruita nel 1419 da Vincentello d'Istria - si arrampica su uno sperone di roccia proprio nel punto in cui la Restonica e il Tavignano si incontrano: attorno a quella roccia il paese si è disposto per secoli senza mai tradirsi. Partire dal profilo fisico delle cose, prima ancora che dai numeri, è la chiave per raccontare che rapporto un popolo abbia stretto con la propria terra. E Corte, guardata da lontano, dice subito una cosa che Cagliari, guardata da vicino, fatica ad ammettere: un luogo può restare fedele a se stesso e insieme cambiare, crescere, accogliere, senza svuotarsi.

Cagliari si è costruita sui suoi sette colli calcarei - Castello, Tuvixeddu, Monte Claro, Monte Urpinu, il colle di Bonaria, quello di San Michele, Calamosca - in un disegno che la accosta, non senza una certa vanità storica, a Roma e a Lisbona. Il più alto e il più fiero di essi, Castello, la sede del potere pisano e poi sabaudo, oggi è il quartiere con il più alto tasso di emigrazione residenziale dell'intera città. Ecco il primo dato che va messo sul tavolo, prima di ogni analisi: due colline, due destini.

Due capitali, due modi di essere

Corte fu capitale per soli quattordici anni, dal 1755 al 1769, sotto il generale Pasquale Paoli - capitale di uno stato corso indipendente che diede all'Europa dei Lumi una delle prime costituzioni democratiche del continente, e che proprio a Corte aprì, nel 1765, la sua università: chiusa nel 1769 con l'annessione francese, riaperta solo nel 1981 dopo due secoli di silenzio, in seguito a una mobilitazione popolare che va ricordata per quello che fu, cioè una rivendicazione di identità prima ancora che una scelta di politica universitaria. Cagliari è stata capitale quasi ininterrottamente per otto secoli, dai pisani agli aragonesi, dai sabaudi alla Repubblica: una continuità istituzionale che Corte non ha mai conosciuto, e che pure - è il primo paradosso di questa storia - non le ha impedito di perdere, negli ultimi vent'anni, ciò che Corte, capitale effimera e periferica, è riuscita a conservare: la propria gente dentro le proprie mura.

L'economia: l'università che nutre contro il turismo che svuota

Corte conta oggi circa 7.800 abitanti stabili. Ma a questi si sommano, per buona parte dell'anno, circa 5.000 studenti universitari - un rapporto demografico che in qualunque città italiana o sarda sarebbe definito senza esitazione straordinario. L'Università di Corsica Pasquale Paoli, con i suoi oltre 130 diplomi dal livello post-diploma al dottorato e con una scuola di medicina, propone un modello preciso: non un ateneo satellite in una città che vive d'altro, ma un ateneo che è la ragione stessa per cui la città vive. La presenza degli studenti modifica strutturalmente la domanda di servizi, crea opportunità dirette per il commercio locale, sostiene un tessuto di negozi di prossimità che altrove, in centri di dimensioni comparabili, sarebbe già scomparso. È un'economia della permanenza: chi arriva a Corte per studiare vi resta tre, cinque, otto anni, affitta una stanza, compra il pane dal fornaio, si iscrive in palestra, vota alle elezioni universitarie, entra - sia pure temporaneamente - nel corpo vivo della città.

Cagliari ha scelto, negli ultimi due decenni, un'altra economia: quella del passaggio. Il centro storico - Castello, Marina, Stampace, Villanova - è oggi in larga parte un'economia di locazione breve, costruita non su chi resta ma su chi arriva per pochi giorni. È un modello che produce reddito, certo, e che ha sue ragioni legittime: chi affitta case per brevi periodi non è, come talvolta si semplifica, il colpevole designato di uno svuotamento che ha cause più profonde e più antiche. Ma il risultato aggregato, al di là delle intenzioni dei singoli proprietari, è un centro storico dove le case sono sempre più spesso vuote di residenti stabili e piene, a intermittenza, di turisti: il Comune di Cagliari conta oggi circa 4.000 abitazioni sfitte nel cuore della città, mentre l'Unione Europea, dal 2026, individua proprio in queste "zone a stress abitativo" - i centri storici - il bersaglio di nuove regole che consentiranno ai Comuni di porre un tetto al numero di notti vendibili, con una soglia indicativa che chiede di non superare il 20% di alloggi turistici sul totale degli immobili di un quartiere, per lasciare spazio a chi vuole semplicemente abitarci.

La differenza economica di fondo non sta nel turismo in sé - Corte, va detto, vive anch'essa di un turismo storico e naturalistico legato alla cittadella e alle valli del Parco naturale regionale - ma nella funzione economica dominante che ciascuna città ha scelto, o si è lasciata imporre, come proprio motore: a Corte è un'economia che produce cittadinanza temporanea ma reale; a Cagliari, in troppi quartieri del centro, un'economia che produce presenza senza cittadinanza.

L'antropologia: chi abita davvero le pietre

Se si guarda a chi vive fisicamente dentro le mura, la divergenza si fa ancora più netta. A Corte convivono, nello stesso reticolo di vicoli, gli anziani cortenesi che non hanno mai lasciato la città alta, i commercianti che vendono salumi, formaggi, castagne e miele - prodotti che restano autentici perché hanno un mercato locale stabile che li richiede, non solo una vetrina turistica da riempire - e gli studenti, che portano ogni anno linfa nuova senza per questo cancellare quella già presente. È una convivenza intergenerazionale che si autoalimenta: gli anziani danno profondità storica al luogo, i giovani gli danno futuro, e i due gruppi si intrecciano nello stesso spazio fisico, la stessa piazza, lo stesso bar.

A Cagliari questo intreccio si è progressivamente sfilacciato. Lo storico Luciano Marrocu, che alla città ha dedicato studi approfonditi, descrive con crudezza il fenomeno: la città conta oggi poco più di 140.000 abitanti ma dispone ancora di servizi, infrastrutture e persino il carico di traffico e rifiuti pensati per le 400.000 persone che vi abitavano al culmine demografico del 1981. È uno scarto enorme fra la città dimensionata e la città vissuta, e a pagarlo per primo è proprio il centro storico: Castello, un tempo cuore del potere e della vita cittadina, ha oggi il quoziente di emigrazione residenziale più alto di tutta Cagliari, seguito a poca distanza dalla Marina. L'età media dei cagliaritani, nel giro di vent'anni, è salita da 43,8 a 50 anni: una città che invecchia mentre le giovani coppie, semplicemente, non riescono più a permettersi una casa dove restare. Il risultato, sul piano antropologico, è un centro storico che tende a diventare - nei quartieri e nei periodi in cui il fenomeno è più marcato - uno spazio scenografico più che abitato: bello da attraversare, difficile da vivere.

La comunità che si rigenera e la comunità che si sfila

La differenza è, in fondo, una differenza di funzione sociale attribuita al centro storico. A Corte il centro è il luogo dove la comunità intera - anziani, famiglie, studenti, insegnanti universitari - continua a incontrarsi per necessità quotidiane prima che per scelta estetica: ci si va a comprare il pane, non solo a fotografare la cittadella. Questo genera quella che i sociologi chiamerebbero coesione funzionale: il tessuto commerciale sopravvive perché risponde a una domanda reale e continuativa, non a un flusso stagionale e discontinuo.

A Cagliari si è fatta invece strada, in alcuni quartieri del centro, quella che si potrebbe chiamare una sociologia della vetrina: strade che restano vive nelle ore e nelle stagioni turistiche e che si svuotano nel resto dell'anno, servizi di prossimità sostituiti da attività orientate quasi esclusivamente al visitatore. Il turismo resta una risorsa fondamentale per l'intera economia sarda, ma quando un quartiere smette di rispondere ai bisogni di chi vi risiede stabilmente la comunità residente tende a spostarsi altrove, e con essa se ne va quella rete di relazioni quotidiane - il fornaio che conosce i clienti per nome, il vicino che ritira il pacco, il bambino che gioca nella piazza sotto gli occhi di più adulti - che è poi la sostanza di ciò che chiamiamo comunità.

La lezione, per la Sardegna ancora possibile

Non si tratta di romanticizzare Corte, che ha le sue difficoltà - un entroterra che si spopola attorno a una città che tiene, un mercato del lavoro fuori dall'università più fragile di quanto la vivacità del centro lasci intuire. E non si tratta nemmeno di condannare Cagliari, che resta una capitale vera, con una storia, un porto, un'università antica quanto quella còrsa è giovane, e possibilità di rigenerazione che le "zone a stress abitativo" individuate dalla nuova normativa europea potrebbero, se applicate con intelligenza, contribuire ad attivare.

Si tratta, piuttosto, di riconoscere un principio semplice: le città non muoiono per il turismo, muoiono quando smettono di offrire a chi le abita una ragione economica e sociale per restarci. Corte l'ha capito facendo dell'università il proprio principio ordinatore. Cagliari - e con essa altri centri storici sardi, da Alghero a Sassari, da Bosa a Iglesias - ha ancora davanti a sé la possibilità di scegliere: se continuare a essere una città che si affitta a sera per essere restituita vuota al mattino, o tornare a essere, come Corte, un luogo dove qualcuno resta a vivere anche quando i turisti se ne sono andati.

da qui

martedì 28 ottobre 2025

Il business dei cadaveri venduti per l’addestramento dei soldati israeliani - Clara Statello

 

Per sette anni un’università della California ha fornito alla marina statunitense le salme destinate per preparare i medici dell’IDF alla medicina di guerra. Un’inchiesta americana pone degli inquietanti dubbi: le famiglie dei defunti non lo sapevano

La US Navy ha utilizzato oltre trenta cadaveri di cittadini statunitensi per l’addestramento delle Forze di Difesa Israeliane. E’ quanto emerge da una sconvolgente inchiesta condotta da USC Annenberg Media, un portale gestito dagli studenti dell’Università della California del Sud.

I documenti pubblicati on line in data 1 ottobre, rivelano un macabro business dal valore di oltre 860 milioni di dollari  tra l’ateneo californiano e la marina americana, per la fornitura di cadaveri destinati alla sperimentazione scientifica.

In base all’indagine, la marina avrebbe acquistato 89 corpi, pagando per ciascuno circa 10 milioni di dollari. Di questi, 32 sono stati utilizzati per addestrare i medici militari dell’IDF nella chirurgia traumatologica, presso il Los Angeles General Medical Center.

Non è chiaro se la vendita sia avvenuta previa informazione ed autorizzazione delle famiglie dei defunti. L’inchiesta rileva che spesso si tratta di corpi non reclamati dalle famiglie per motivi economici.

La notizia shock è passata in sordina in Italia, nonostante le mobilitazioni di massa e le preoccupazioni per le possibili complicità dei governi occidentali nel genocidio dei palestinesi. Le comunità islamiche della California hanno condannato le vendita dei cadaveri per l’addestramento di un esercito accusato di crimini contro l’umanità.

Il programma

Il primo contratto tra l’USC e il Naval Medical Logistic Command dell’US Navy risale al 2017. Nel corso di 7 anni, la marina ha pagato all’Università più di 860.000 dollari per almeno 89 "corpi di cadaveri freschi", oltre un terzo dei quali è stato destinato per l’addestramento degli israeliani.

Nella notifica di intenzione si legge:

“In base a un accordo firmato tra il Chirurgo Generale della Marina degli Stati Uniti e il Chirurgo Generale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), al Navy Expeditionary Medicine Training Institute (NEMTI) è stato assegnato il compito di fornire corsi di addestramento in dissezione su tessuti freschi per il personale IDF iscritto al Navy Trauma Training Center (NTTC)”.  

Secondo quanto riferito, nei corsi di addestramento si utilizzano "corpi di cadaveri freschi" e "cadaveri perfusi" – corpi iniettati con sangue artificiale per simulare pazienti viventi – per preparare le équipe chirurgiche israeliane agli scenari di battaglia. 

Per ogni corso di addestramento dell’IDF vengono utilizzati tre cadaveri. Uno dei contratti è ancora in corso. La US Navy ha già pagato alla USC oltre mezzo milione di dollari, ma il contratto più recente prevede l'acquisto di cadaveri per un valore aggiuntivo di 225.000 dollari a discrezione della Marina, il che porterebbe il totale guadagnato dalla USC negli ultimi sette anni a quasi 1,1 milioni di dollari.

Il problema non riguarda tanto la sperimentazione scientifica, quanto l’etica: la vendita di cadaveri a un esercito che sta portando avanti un genocidio. E non solo.

Dubbi sul consenso

I giornalisti sollevano legittimamente il dubbio sul consenso delle famiglie riguardo la commercializzazione dei corpi e la loro destinazione. In base a quanto riportato, i cadaveri sarebbero forniti dall'Ufficio per gli Affari dei Deceduti della Contea di Los Angeles, che gestisce la cremazione e la sepoltura delle salme non reclamate nella contea. Annenberg Media afferma di non essere riuscita a verificare la provenienza dei corpi. Spesso le ragioni per cui i parenti non reclamano una salma sono economiche, tra cui il costo della sepoltura.

Ciò è possibile a causa della carente regolamentazione sull’utilizzo dei corpi anatomici. Solitamente le facoltà utilizzano una politica di “consenso generalizzato”. In California, l'uso di corpi non reclamati per scopi scientifici o educativi è legale ai sensi dei Codici di salute e sicurezza. Tuttavia la pratica è considerata immorale ai sensi del codice etico dell’AMA (American Medical Association). Anche perché in gioco ci sono profitti.

La condanna della comunità islamica

Il Council on American-Islamic Relations di Los Angeles ha duramente condannato “l’inquietante vendita” di resti umani da parte della USC alla marina americana, utilizzati per l’addestramento dell’IDF.

"È inquietante che la USC tragga profitto dall'uso di resti umani per addestrare membri dell'esercito israeliano, un esercito attivamente coinvolto in un genocidio. Nessuna università americana dovrebbe essere complice di un genocidio collaborando con un esercito straniero che ha bombardato ospedali, preso di mira personale medico e massacrato decine di migliaia di civili. 

"Utilizzare corpi non reclamati – persone che non hanno potuto dare il loro consenso – per questo scopo non è solo immorale, ma anche disumano. Anche nella morte, ogni persona merita dignità e rispetto, non di essere trattata come uno strumento di guerra usa e getta. La nostra comunità merita risposte, responsabilità e la garanzia che i resti dei propri cari non vengano venduti per sostenere la macchina dell'occupazione e della guerra. La USC e la Marina degli Stati Uniti devono essere ritenute responsabili di questa grave violazione della dignità umana". 

da qui

 

giovedì 24 luglio 2025

Sardegna, giovani universitari in fuga: via dall’Isola un laureato su cinque


A incidere le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro: a 5 anni dal titolo di studio il 14% non studia, non lavora e non segue percorsi formativi

 

Crescono gli studenti sardi impegnati a studiare negli atenei italiani fuori dall’Isola: se dieci anni fa erano l’11,2%, nell’anno accademico 2023/2024 sono passati al 16,2%. Non solo: il 20% dei giovani laureati in Sardegna, dopo 5 anni dal conseguimento del titolo, lavora in altre regioni o Paesi.

È quanto emerge dal report del Centro Studi di CNA Sardegna, che rielaborando dati Istat e Almalaurea evidenzia come, tra il 2019 e il 2022, il saldo migratorio negativo dei giovani laureati sardi tra i 25 e 39 anni si è attestato appena al di sotto di 16 residenti per mille abitanti. Un dato che colloca l’Isola all’ottavo posto tra le regioni italiane per saldo negativo, in una classifica dove a dominare per valori positivi sono invece Trentino Alto Adige, Piemonte, Toscana, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna.

Secondo i dati del MIUR, per l’anno accademico 2023/2024 gli studenti iscritti negli atenei sardi sono passati da 47.572 nel 2011/2012 a 35.539 nel 2023/2024, con una diminuzione di oltre 12mila unità. Nel medesimo periodo, gli studenti residenti iscritti in altre regioni sono aumentati da circa 6.000 a 7.000.

Questo fenomeno si inserisce in un contesto di invecchiamento demografico e di riduzione della popolazione giovanile, diminuita da 102.158 (2011) a 83.518 (2024), con una contrazione del 18,2%.

Le difficoltà di inserimento lavorativo dei neo-laureati degli atenei di Cagliari e Sassari emergono anche dai tassi di occupazione significativamente inferiori alla media nazionale e livelli di disoccupazione superiori di circa 3 punti percentuali nei primi cinque anni post-laurea: la percentuale di NEET (chi non studia, non lavora e non segue percorsi formativi) tra i laureati sardi resta elevata, al 14% dopo cinque anni contro la media nazionale del 9,6%.

https://www.unionesarda.it/news-sardegna/sardegna-giovani-universitari-in-fuga-via-dallisola-un-laureato-su-cinque-lu54gx99

domenica 6 aprile 2025

Il caso dello studente morto nel campus di Fisciano riaccende il dibattito sui suicidi nelle università - Francesca Chiti

 

Mentre in Italia aumenta il numero dei suicidi nelle università, tarda ad arrivare un cambiamento strutturale. Il sistema formativo, sempre più competitivo e aziendalizzato, non lascia spazio all’identità e alla vulnerabilità degli studenti.

E così di università si muore.

 

Il caso di Fisciano: l’ultimo di una lunga serie di suicidi nelle università

Lo scorso 17 febbraio, uno studente napoletano si è tolto la vita, precipitando dal quarto piano del parcheggio del campus di Fisciano (Università di Salerno). Si chiamava Nunzio. Sul Corriere del Mezzogiorno si legge che era stato dichiarato “decaduto” dalla carriera universitaria.

Solo a Salerno è il quinto caso in pochi anni. L’ennesimo caso destinato all’anonimato, al quale vengono condannate tutte le storie ritenute non meritevoli di attenzione pubblica da parte della stampa mainstream.

Ogni volta ci si dice “stupiti”, “sconcertati”, “increduli” (il campo semantico è sempre quello), si cade dalle nuvole e si invoca un cambiamento. Nei casi migliori, segue l’inaugurazione di uno sportello per il supporto psicologico. Ma un ripensamento strutturale della carriera universitaria stenta ad arrivare e ad interessare i decisori pubblici: nella sua attuale configurazione, l’esperienza universitaria è anticamera di un mondo iper-competitivo in cui bisogna produrre per poter sperare di contare qualcosa nella società. Ogni ostacolo sul percorso è un errore imperdonabile. Ogni digressione, una perdita di tempo.

L’obiettivo è quello di assorbire acriticamente saperi e conoscenze funzionali a un preciso modello di società, e, soprattutto, farlo nei tempi prestabiliti. Chi ci riesce ottiene più chances di sbarcare il lunario, chi perde corre il rischio di essere lasciato indietro.

 

Il lutto come ostacolo alla riflessione politica: suicidi nelle università e silenzio istituzionale

Ricercando su Google “studente suicida Salerno”, nell’intento di approfondire la notizia di poche settimane fa, i risultati hanno restituito un numero impressionante di storie di suicidi in università. Procedendo a ritroso fino al 2017, sono stati registrati decine e decine di casi in tutta Italia, tutti sovrapponibili al caso di Fisciano. Decine e decine di studenti e sempre lo stesso rituale “in memoriam”: i peana di cordoglio di rettrici e rettori, i palloncini liberati in aria di fronte alle sedi universitarie, il minuto di raccoglimento. 

Il lutto finisce sempre per inibire la riflessione politica, che potrebbe risultare strumentale, fuori luogo: un atto di cattivo gusto in momenti tanto tristi e delicati. Funziona così anche per le morti sul lavoro e i femminicidi. Non a caso, quando Elena Cecchettin provò a catalizzare l’attenzione per intavolare un discorso di consapevolezza collettiva, la accusarono di non soffrire abbastanza. Inchiodare le istituzioni alle loro responsabilità, insomma, sembra essere ancora una questione di stile e corretto tempismo. Questo perché culturalmente consideriamo il silenzio come la più alta forma di cordoglio. La morte riduce a questione privata qualsiasi problema (anche quello dei suicidi in università, clamorosamente collettivo), e tanto basta.

 

Il ruolo della società e dei media

Proprio come accade per i femminicidi, anche in questi casi esistono modi giusti e sbagliati di raccontare i fatti. La maggior parte delle testate ha scelto di parlare di Nunzio, nei titoli, come di uno “studente di 27 anni”. Il fatto che l’età venga riportata come prima informazione nella notizia del suicidio di uno studente universitario è già di per sé parte del problema.

Come se nel dato anagrafico si dovessero rintracciare, dunque validare, le ragioni del gesto, che pure restano insondabili, inafferrabili. Nonostante si tenda a considerare assurda l’idea che l’età basti a pacificarci con la coscienza, il pensiero si insinua subdolamente nel caso dei suicidi nelle università. Così, tutto il resto viene tralasciato: la società, il contesto socioeconomico, i modelli di consumo.

Si finisce per ignorare il fatto che, per esempio, i trent’anni sono diventati i nuovi venti, per forza di cose. Questo perché nessuno è economicamente indipendente o riesce agilmente a pagarsi l’affitto prima di quell’età. Almeno, nessuno che non abbia potuto investire il denaro di famiglia in un percorso di formazione privata. Per il resto, la quasi totalità dei pochi che oggi riescono ad auto-percepirsi indipendenti prima dei trent’anni, deve questo status ai propri genitori e nonni.

 

Suicidi nelle università: la fine della corsa

Insomma, nonostante i percorsi si siano ridefiniti, leggere “studente di 27 anni” fa comunque storcere il naso. Quel numero accanto alla parola “studente”, quell’età adulta in cui è ridicolo stare ancora parcheggiati all’università, testimoniano un disagio che conosciamo bene.

È lo stesso dal quale un po’ tutti – anche chi non ha mai avuto problemi particolari lungo il proprio percorso accademico – imparano presto a scappare. Pena: restare indietro (l’incubo! La minaccia!). Qualcuno ci è riuscito, con lode e senza particolari intoppi. Forse ha potuto studiare in un contesto sereno o non ha dovuto trovare un equilibrio tra studio e lavoro; non ha dovuto trascorrere ore sui mezzi pubblici o è stato tanto fortunato da azzeccare il percorso al primo tentativo. Magari, per qualche ragione, aveva uno schema di apprendimento conforme a quello su cui si basano gli attuali parametri di valutazione, oppure ha abbracciato, più o meno consapevolmente, la retorica del sacrificio.

In questi anni si è letto di tutto sui giornali: giovani laureati e ventenni prodigio che si vantavano di rinunciare a intere ore di sonno pur di sfruttare al massimo ogni appello. L’ultima notizia è del 24 febbraio, ci parla di una ventenne “laureata record” alla Normale di Pisa, ma l’elenco è lungo. Immancabile, arriva ogni volta il plauso sottinteso delle testate, colpevoli invece di dare spazio e lustro a questo approccio discutibile. Ecco perché, probabilmente, si tende a fuggire dalle notizie che raccontano una realtà diversa: esse sono il riflesso di ciò che sarebbe potuto accadere a chiunque.

 

Lo spettro del “fallimento” e i suicidi nelle università

Senza voler risultare drammatici, morire di università è una possibilità concreta, perché l’università è diventata il simbolo di un’esistenza dominata da individualismo e competizione. Il fatto è che non lo si dice abbastanza. Chi è studente universitario oggi è spesso il primo della propria famiglia ad aver avuto accesso a questo grado di istruzione: ecco perché un dialogo intergenerazionale e intrafamiliare su cosa sia e come funzioni l’università è quasi impensabile. A questo si aggiunge il fatto che tra i Baby Boomers e la Gen X regna ancora incontrastata la narrazione spietata del “se vuoi, puoi”. Peccato che non si è più negli anni Ottanta.

Secondo i dati più recenti dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), ogni anno si registrano circa 4.000 suicidi nel Paese, il cui 5% riguarda giovani sotto i 24 anni. Questo significa che annualmente, circa 200 giovani in questa fascia d’età decidono di togliersi la vita, molti dei quali sono studenti universitari. Nel 2023, due casi eclatanti avevano acceso i riflettori sull’emergenza dei suicidi in università. “Fallimento, università e politica”, aveva scritto nel suo messaggio d’addio uno studente di Economia dell’università di Palermo. Si era tolto la vita a una settimana dalla sessione d’esame, il 15 gennaio 2023. In pochi ne avevano parlato. Era stato il ritrovamento del cadavere di un’altra studentessa, la mattina del primo febbraio 2023, a riaprire il dibattito sul disagio degli studenti. Si era uccisa nei bagni dell’università Iulm di Milano e in una lettera aveva descritto la propria vita come “un fallimento”.

 

Un sistema classista e abilista

Tornando a Fisciano, il Rettore dell’Università di Salerno ha parlato di “fragilità nascoste”. Sembrerebbe un discorso avanguardistico, se non fosse che ammettere l’esistenza delle fragilità è utile ma non sufficiente. Parlare della reazione soggettiva, infatti, non mette in discussione il sistema. E nemmeno sottolineare che l’ennesimo studente morto suicida forse non stava bene a prescindere dall’università. Insinuare il dubbio (pur legittimo) e parlare di indagini non serve a denunciare il sistema universitario, diventato oggi una mistione di classismo e abilismo.

La commozione è solo la faccia borghese dell’urgenza che si ha di tenere certe storie lontane. Ripetere fino allo stremo che “ci sono sempre tante ragioni per cui uno decide di farla finita” non basta. Posto sia vero, non ci si può esimere dal domandarsi come mai un contesto come quello universitario non consenta di esprimere un disagio o di chiedere aiuto. Sentirsi isolati fra la gente è una condanna, e, infatti, c’è solo un altro luogo in cui le persone continuano a togliersi la vita con una certa frequenza: il carcere.

Gli sportelli per il supporto psicologico in università, ove presenti, sono del tutto inefficienti, con liste d’attesa lunghissime. E certamente la celebrazione degli enfant prodiges e dei laureati record non aiuta. Serve solo a illudersi del fatto che chi possiede la metà delle risorse materiali possa farcela impegnandosi il doppio. I regolamenti delle tasse rispecchiano questa logica: premialità e sanzioni, esoneri per gli indigenti ma penalità se quegli stessi indigenti finiscono fuoricorso. Non c’è spazio per chi non abbia voglia di sgomitare. La scarsità genera competizione e asciuga l’identità.

 

Università e merito: il sistema che premia solo chi può permetterselo

Così, un voto può facilmente travalicare i confini di un esame di profitto e una bocciatura suonare come la profezia su un futuro infausto. Ma quanto è difficile che la spada di Damocle penda sul capo di chi ha potuto investire nella propria formazione, fra master e università private? Ecco il vero quid pluris da quando la laurea è diventata un prodotto di consumo di massa. Intere sacche di proletariato si sono svuotate nell’università pubblica, rendendola di fatto un ascensore sociale troppo pesante perché possa ancora funzionare.

Ci sarebbe da osservare i simboli, perché basti fare un primo distinguo. Nei campus privati, le corone d’alloro (ormai inflazionate, volgari) stanno piano piano cedendo il passo a toghe nere e cappelli all’americana. Per lo stesso principio, le rette da decine di migliaia di euro vengono restituite agli studenti sotto forma di tutoraggi personalizzati e successivo placement. Il mercato del lavoro, già saturo, diventa così impenetrabile diversamente.

L’aumento dei suicidi in università e il malessere degli studenti sono un segnale d’allarme evidente. Occorrerebbero interventi strutturali per salvare gli ambienti formativi da questo profondo e inesorabile processo di aziendalizzazione. Cominciare a parlare di gratuità (e quindi spazzare via concetti come “fuoricorso”), comunque, sarebbe già un buon inizio per la costruzione di possibilità alternative.

Quanto ancora può essere sostenibile un sistema che trasforma gli studenti in prodotti da svendere sul mercato?

da qui

domenica 16 febbraio 2025

Macachi chiusi in laboratorio all’Università di Ferrara: chiediamo la loro liberazione

di Rete dei Santuari di Animali Liberi*


Esistono storie che non troveranno mai posto nei libri di storia, racconti di dolore e speranza soffocati dall’anonimato. Storie che rimangono celate tra le mura fredde degli stabulari, dove migliaia di animali vivono e muoiono nel silenzio di esperimenti a loro imposti. Questi animali diventano numeri e soggetti di ricerca, ma le loro storie restano sconosciute, rinchiuse in un universo di sofferenza senza testimoni.

Tra queste esistenze invisibili, ci sono sei macachi la cui vicenda, ora raccontata, potrebbe sembrare un’eccezione. Ma in realtà rappresenta solo una frazione di un dramma molto più ampio e silenzioso. Le loro storie sono solo una goccia nell’oceano di sofferenza che molti animali devono affrontare ogni giorno.

Questa è la storia di Clarabella, Eddi, Cleopatra, Cesare, Archimede e Orazio, sei primati che da molti anni vivono all’università di Ferrara.
Clarabella è nata nel 1999, ha 26 anni e da 23 anni sopravvive nello stabulario ferrarese. Cleopatra è stata rinchiusa nel 2014, come Cesare, entrambi da 23 anni rinchiusi in quelle mura. Archimede ed Eddi sono nati lì, rispettivamente nel 2005 e 2007, 20 e 18 anni di reclusione. Non conoscono altro mondo se non quello dentro e intorno alla loro gabbia, un metro cubo, al di là delle sbarre una stanza senza cielo, sole, luna, stelle, solo la luce artificiale che si accende e spegne così a differenziare il giorno dalla notte. ⁠

E poi c’è Orazio. Lui non c’è più. E’ stato sperimentato e poi ucciso. Nel 2020 fu aperto un procedimento portato avanti dall’avvocato David Zanforlini per Limav (Lega Internazionale Medici per l’Abolizione della Vivisezione) e dall’associazione Animal Liberation che vede come indagati l’ex rettore dell’università ferrarese, Giorgio Zauli, allora responsabile dello stabulario, l’attuale rettore di Unife, Laura Ramaciotti, il professore Luciano Fadiga, del Dipartimento di Neuroscienze, e il veterinario, Ludovico Scenna, membro dell’organismo che dovrebbe tutelare il benessere degli animali soggetti a sperimentazione, che ha consentito che tutto accadesse nel silenzio, senza opporsi.

Troppo spesso funziona così, in ogni ambito dove chi non può parlare è la vittima, l’oppresso. Briciole di prescrizioni inadeguate non rispettate, ignorate. Chi dovrebbe vigilare si gira dall’altra parte, non interviene, partecipa ad un sistema malato, compiacente verso chi è senza scrupoli e commette dei crimini.

Immaginate ora, provate ad essere lì con loro, in quelle gabbie.
Minuti, ore, giorni, mesi, stagioni, anni che si susseguono sempre uguali, un tempo insostenibile dell’orrore senza confini. In un metro cubo. Come mostrano le immagini catturate e diffuse da Animal Defenders.

Ma al di là dell’aspetto etico e morale che è già di per sé enorme, c’è altro: pare che le condizioni dei macachi siano ingiustificate e in contrasto con la normativa vigente. Infatti, il punto rilevante della vicenda, nonché l’appiglio legale pieno di speranza per le piccole scimmie, risiede proprio nelle condizioni di detenzione e stabulazione ingiustificabili, se non per il breve lasso di tempo dell’esperimento, non per il tempo indefinito del limbo in cui stanno vivendo sospesi, in quella che è una non vita.

Segregati e stabulati in gabbie singole, sepolti e dimenticati dentro ad una stanza dell’Università di Ferrara, senza possibilità di interagire fra loro, socializzare. Come è nella loro natura. Per questo motivo chiediamo di liberare i macachi superstiti detenuti negli stabulari dell’Università di Ferrara, chiediamo venga disposto il loro sequestro e che vengano spostati in un luogo dove vivere il tempo che a loro resta in una libertà che non sarà mai quella vera, ma dove possano arrampicarsi sugli alberi, interagire con i loro simili, vivere quel tempo che rimane scoprendo che un altro mondo esiste oltre quelle sbarre.

E chiediamo giustizia per Orazio. Che sia fatta chiarezza sulla sua tragica fine. E chiediamo ancora di porre fine alla sperimentazione animale, di finirla con quelle metodologie medievali mascherate da ricerca scientifica, di investire in metodi alternativi.

Nel 2025, con il progresso tecnologico e del sapere scientifico, non possiamo più accettare procedure obsolete e crudeli. Pensiamo che la scienza possa fare di meglio. Ricordiamo il recente caso di cronaca relativo all’Università di Catanzaro dove il mondo della ricerca non ha esitato a delinquere, utilizzando fondi pubblici per i propri tornaconti personali. Anche in questo caso sono indagati il rettore e altre personalità di rilievo.

Il 22 febbraio a Ferrara ci sarà un Corteo organizzato da Limav e Animal Liberation per esprimere dissenso e chiedere la liberazione dei macachi che alla luce di quanto sopra è sacrosanta e innegabile.
La Rete dei Santuari sarà presente. In nome della giustizia. In nome della libertà.

* La Rete dei Santuari di Animali Liberi è un network che riunisce e coordina rifugi per animali così detti da reddito, scampati all’industria della carne. Attualmente conta 26 santuari aderenti, disseminati per tutto il Paese, isole comprese. In essi, in questo preciso momento, risiedono più di 3400 animali, liberati dalla politica di dominio che agisce sugli animali nella nostra società e dall’industria zootecnica. I santuari della Rete non sono solo semplici rifugi. Sono antispecisti. Antifascisti. Per tanto si trasformano in spazi politici di resistenza, pace e libertà, in cui ogni animale torna ad essere ciò che è: ovvero una persona. Un individuo, unico al mondo.
Nei santuari si pratica la Cura e ha luogo un’economia al contrario, in cui quelli che, da tutto il mondo, sono considerati animali da reddito, diventano animali da “debito”, in quanto cessano di creare profitto e devono essere mantenuti (per cui costituiscono un impegno, un debito) da chi gestisce i santuari. E, così, gli animali che, per millenni di domesticazione, sono stati costretti a lavorare per l’uomo, si riposano e sono gli umani a lavorare per loro.

www.anmaliliberi.org, ig@retedeisantuari_official, fb @retesantuari

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domenica 19 gennaio 2025

Vivisezione, 11 arresti all’Università di Catanzaro: “Animali maltratti, decapitati e uccisi negli stabulari in condizioni precarie” - Lorenzo Poli

 

Il caso

Animali torturati e decapitati nei laboratori dell’Ateneo di Catanzaro, nell’ambito di progetti finanziati dal ministero della Salute. Laboratori scientifici in precarie condizioni con la conseguenza della falsa attendibilità delle ricerche espletate. Ispezioni dell’Azienda sanitaria pilotate per coprire ogni possibile contestazione sulla gestione degli esperimenti, che venivano effettuati spesso senza alcuna precauzione in stabulari dove c’erano gabbie sporche e condizioni igieniche più che precarie. Erano stanze dell’orrore quelle dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, che l’inchiesta della Procura – su indagini della Guardia di Finanza – ha portato al sequestro.

In totale sono 21 gli indagati tra docenti universitari, ricercatori e responsabili dell’Asp. I reati contestati sono di associazione per delinquere, corruzione, falso, truffa aggravata ai danni dello Stato, maltrattamento e uccisione di animali. Il blitz della Guardia di Finanza è scattato ieri mattina all’Università Magna Graecia e all’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro. Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura di Catanzaro: 11 indagati sono finiti agli arresti domiciliari mentre un altro soggetto è stato interdetto per 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni rivestite in seno all’Azienda sanitaria.
Il giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo di due stabulari dell’Università, adibiti alla sperimentazione sugli animali per finalità di ricerca. A due indagati sono stati sequestrati oltre 23mila euro, somma che gli inquirenti ritengono sia il provento di una truffa aggravata ai danni dello Stato.

La Guardia di Finanza ha notificato 21 avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta che, per la Procura di Catanzaro, ha accertato l’esistenza di un collaudato sistema illecito che consentiva agli indagati di “pilotare” le visite ispettive svolte dall’Asp presso i laboratori scientifici dell’ateneo universitario condizionandone i relativi esiti. In questo modo, l’università si sarebbe assicurata l’espletamento delle onerose attività progettuali autorizzate dal ministero della Salute.
L’indagine ha dimostrato un rapporto di compartecipazione e di reciproci favoritismi tra i due enti pubblici: l’Asp di Catanzaro quale controllore e l’università Magna Grecia quale ente controllato. Dagli atti dell’inchiesta è emerso che i vari responsabili di progetto facevano ricorso ad ingenti fonti di finanziamenti pubblici: circa 2 milioni di euro che sarebbero serviti alla copertura economica delle varie attività progettuali, costantemente garantite dall’ottenimento dell’attestazione di regolarità rilasciata “illecitamente” dai veterinari dell’Asp preposti alle ispezioni, nonostante le precarie condizioni in cui versavano i laboratori.

Criticità che, se i controlli fossero stati eseguiti correttamente, avrebbero comportato l’immediata chiusura, con la conseguente perdita dei fondi erogati per lo svolgimento della ricerca e l’irrogazione di pesanti sanzioni amministrative. Secondo la Procura di Catanzaro, alla base del sodalizio c’erano i rapporti corruttivi tra alcuni indagati. Reati che avrebbero riguardato anche la redazione delle graduatorie finali di un concorso presso l’università Magna Graecia. All’esito delle procedure concorsuali, infatti, veniva dichiarata vincitrice la figlia di uno degli indagati, dirigente dell’Asp di Catanzaro. Per gli investigatori, il prezzo della corruzione sarebbe da rintracciare nelle cospicue somme di denaro che un veterinario dell’Asp di Catanzaro ha ricevuto in virtù dei numerosi incarichi di docenza illecitamente ottenuti presso l’ateneo in cambio del sistematico esito positivo delle visite ispettive dallo stesso svolte presso i laboratori scientifici della Magna Graecia.

Infine, è emerso che in realtà le attività sperimentali con animali vivi sono state effettuate, in gran parte, attraverso la violazione delle basilari norme di igiene e benessere animale. Eppure, proprio l’attività di ricerca con sperimentazione “in vivo” costituisce, se ben espletata, un passaggio fondamentale per la validazione delle ipotesi scientifiche. L’inchiesta, invece, ha consentito di riscontrare l’esistenza di un allevamento abusivo di animali da laboratorio. Un allevamento che sarebbe stato costantemente utilizzato dagli indagati per alimentare le attività di ricerca. La Guardia di Finanza avrebbe riscontrato anche alcune ipotesi di maltrattamento degli animali coinvolti nei progetti finanziati con soldi pubblici: da un lato sarebbe stata cagionata l’uccisione immotivata di animali, non autorizzata dal ministero della Salute, dall’altro sarebbe stata falsata l’attendibilità delle ricerche espletate in quei laboratori.

L’ex rettore, i suoi collaboratori i veterinari e gli ispettori
Ai domiciliari sono finiti l’ex rettore Giovambattista de Sarro, coinvolto anche in qualità responsabile scientifico di progetti di ricerca; Domenico Britti, presidente dell’organismo interno preposto al benessere animale, presidente fino al 2023 della Scuola di Farmacia e Nutraceutica che ha la diretta gestione degli stabulari. E ancora, sempre agli arresti domiciliari, Giuseppe Caparello, presidente dell’Ordine dei medici veterinari, direttore della Struttura complessa del Servizio veterinario dell’Asp dal 2018 e direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Asp di Catanzaro dal 2020; Fabio Castagna, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia; Rita Citraro, sperimentatrice nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Università.

Nella lista dei destinatari del provvedimento ci sono anche Nicola Costa, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia sino al 2021; Antonio Leo, sperimentatore nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Ateneo; Giovanni Loprete, veterinario designato per lo stabulario di Germaneto;
Ernesto Palma, responsabile del benessere animale per lo stabulario di Roccelletta di Borgia e componente stabile dell’organismo preposto al benessere animale; Anselmo Poerio, veterinario convenzionato dell’Asp addetto alle ispezioni negli stabulari dell’Ateneo; Giuseppe Viscomi, veterinario dell’Asp, responsabile delle ispezioni negli stabulari Umg. Infine, misura sospensione di 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni nell’Asp per Luciano Conforto, veterinario addetti alle ispezioni negli stabulari. Tra i 21 indagati risulta anche Ciro Indolfi, presidente della Federazione Italiana di Cardiologia, in qualità di responsabile di un progetto di ricerca su «Modello di danno vascolare nel ratto per lo studio della restenosi coronaria nell’ arteriopatia obliterante periferica cronica». Indolfi è indagato per maltrattamento di animali.

Animali uccisi senza anestesia
Scene orribili quelle che, per gli investigatori, si consumavano tra le mura dei laboratori. Animali vivi – cavie o ratti ma anche altri di piccola taglia – torturati, sbattuti violentemente contro il muro o decapitati senza alcuna anestesia. «Le gabbie erano costantemente sporche – ha testimoniato uno degli operatori dei laboratori – e dovevamo essere noi a pulirle nonostante fosse una responsabilità dello stabularista. In un’altra testimonianza raccolta dagli investigatori: «Non sempre le procedure di soppressione venivano rispettate. Io personalmente procedevo alla soppressione solo se potevo sedare l’animale e potevo ucciderlo secondo le procedure. Ho assistito, invece, ad alcuni casi di decapitazioni di animali senza anestesia. È capitato che, a causa di ciò, gli altri ratti abbiano sentito l’odore del sangue derivante dalla decapitazione e si siano agitati. Ciò può costituire un problema anche a fini scientifici, perché se gli altri animali si agitano, oltre a diventare ingestibili, producono il cortisolo che incide sui risultati delle analisi. Infine ricordo che quando ero arrivata da poco a lavorare presso lo stabulario, mi fu raccontato che, almeno in un’occasione, per sopprimere un animale, pare venne scagliato al muro». E infine, un ultimo testimone conferma che «la procedura di decapitazione era piuttosto cruenta e gli animali erano vivi».

Federica Nin: “Il maltrattamento è strutturale e non accidentale in tutti i laboratori”
“È triste dover pensare che lo scandalo è esploso per reati principalmente finanziari.
Li hanno arrestati in quanto sono accusati anche di associazione per delinquere, corruzione e truffa ai danni dello Stato, altrimenti, per il “solo” maltrattamento animale (che è comunque contestato anch’esso) non penso che la vicenda avrebbe avuto questa risonanza. Quante cause per maltrattamento – proprio degli animali d’uso scientifico – sono finite in un flop perché per quegli animali, di serie Z, non si è ottenuta giustizia! Detto ciò è importante far emergere che non sono “incidenti di percorso”, guai prodotti da “mele marce”, bensì la punta dell’iceberg di problemi sistemici di cui si sa ampiamente, solo che solitamente non viene fuori la pistola fumante. Ora invece questa pistola fumante si vede. Ma si deve dire chiaramente che è pieno di pistole ovunque, tenute nascoste, e che questa è la realtà del sistema che si basa sulla SA/vivisezione.” – ha dichiarato a Pressenza Italia Federica Nin, socia fondatrice dell’Associazione medico-scientifica O.S.A. – Oltre la Sperimentazione Animale e psicologa, che da anni si interessa anche di psicologia della relazione uomo-animale e di questioni di bioetica, epistemologia, filosofia morale e filosofia della scienza indirizzando le sue ricerche in particolare verso la questione del paradigma animale nella ricerca biomedica. “Un punto importante è che il maltrattamento – che comunque è strutturale in tutti i laboratori e non accidentale – fa implodere la scientificità di qualunque esperimento. Le testimonianze parlano infatti del cortisolo prodotto dagli animali (ma vale per tutti, anche quelli umani) come risposta ormonale, come reazione fisiologica allo stress e all’angoscia, sballando i risultati delle ricerche. E va aggiunto che anche lo stress da stabulazione – vera e propria prigionia -, la manipolazione da parte degli operatori e sperimentatori, le condizioni di luce, la gestione della temperatura, dell’umidità, e dell’intera situazione ambientale, alterano non solo i risultati ma anche la riproducibilità (la caratteristica fondamentale di un esperimento scientifico) delle procedure. La cattiva gestione degli orari di luce e buio è piuttosto normale in qualsiasi stabulario, soprattutto nei weekend e in tutti i festivi. E qui la scientificità va a ramengo.”
Conclude Nin: “È veramente cosa rara ed eccezionale che la verità di uno stabulario emerga all’attenzione di istituzioni e opinione pubblica. Di solito i controlli da parte delle ASP, così come emerso in questa occasione, sono concordati e pilotati, al fine di tenere tutto ben nascosto. Questa volta “il diavolo ha fatto le pentole senza i coperchi”. Spero che questo sposti significativamente il piano inclinato, da cui scivolerà giù la vivisezione.”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/15/ispezioni-pilotate-nei-laboratori-delluniversita-di-catanzaro-11-arresti-ce-anche-lex-rettore-de-sarro/7837515/
https://www.quotidianodelsud.it/calabria/catanzaro/cronache/criminalita/2025/01/15/catanzaro-blitz-anticorruzione-11-arresti-tra-i-vertici-dellumg-e-dellasp
https://video.sky.it/news/cronaca/video/arresti-catanzaro-animali-maltratti-e-uccisi-nei-laboratori-980325
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml
https://www.ilvibonese.it/cronaca/505986-cavie-uccise-sbattendole-al-muro-le-accuse-che-hanno-portato-a-11-arresti-tra-asp-e-universita-di-catanzaro/
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml?appunica=true&app_v2=true

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mercoledì 22 maggio 2024

La scintilla che dà fuoco alla prateria. Intifada studentesca negli USA e nel mondo - Antonio Minaldi

 

La solidarietà nei confronti della Palestina si diffonde in tutti gli atenei del mondo, ma continua ad avere il suo cuore pulsante nelle università americane, dove in realtà ha anche avuto origine.

Per chi, come il sottoscritto, può vantare, come ha detto qualcuno, “il triste privilegio dell’età”, il pensiero non può non tornare agli anni Sessanta e al ruolo fondamentale che gli studenti americani ebbero nel denunciare la protervia imperialista della guerra del Vietnam, dando un contributo essenziale alle rivolte globali che caratterizzarono quegli anni lontani. Speriamo che la storia possa ripetersi.

Oggi, come allora, negli USA, l’anima dei movimenti di protesta non affonda le proprie radici nella tradizione socialista e marxista, come generalmente avviene in Europa, quanto piuttosto in una interpretazione radicale dei valori della cosiddetta “sinistra liberal”.

In verità, nel corso di questi ultimi tristi decenni in cui si è affermato, in modo sempre più invasivo e vincente, il modello neoliberista, il pensiero e il movimento liberal sono stati costretti a subire arretramenti e sconfitte, ma non sono stati mai del tutto cancellati, neppure nelle loro espressioni di maggiore opposizione al sistema.

Al centro dell’interesse si sono poste soprattutto le tematiche legate alla lotta per la difesa dei diritti e a fianco delle minoranze oppresse ed escluse. Innanzitutto le battaglie contro il razzismo nei confronti dei neri e degli immigrati ispanici, quelle delle comunità LGBTQIA+, e di recente la difesa del diritto di aborto, pesantemente messo in discussione. Ed ancora e più in generale le questioni ambientali e del cambiamento climatico come temi centrali legati alla stessa sopravvivenza di lungo periodo del genere umano.

Quello che tuttavia ha costituito, in questi anni recenti, un intrinseco elemento di debolezza dei movimenti d’oltre oceano è stata la mancanza di una prospettiva globale di sostegno alle lotte contro il dominio dell’Occidente. Una mancanza grave che ha impedito ai movimenti di protesta nati negli USA (ma in genere in tutto l’Occidente) di potere dialogare con le iniziative di lotta sviluppatesi nel resto del mondo, cercando in tal modo di avere una prospettiva ed un respiro globali.

D’altra parte va anche sottolineato come, anche a causa della crisi generalizzata della sinistra marxista, l’opposizione allo strapotere USA in ambito geopolitico ha molto spesso assunto il carattere dello scontro tra entità statali e tra interessi capitalistici più che quello della liberazione dei popoli. Una situazione che ha reso obiettivamente difficile uno schieramento dei fronti in una prospettiva internazionalista che fosse in grado di andare oltre il contesto specifico.

La vicenda della Palestina ha sparigliato le carte, ed è un dato veramente positivo potere constatare che i giovani universitari americani hanno saputo cogliere l’occasione per fare rivivere (speriamo non in modo effimero) il passato più radicale. Quello che animava di spirito internazionalista le lotte dei loro padri (o forse dei loro nonni) nella opposizione alla guerra del Vietnam.

Ma c’è ancora un altro aspetto delle attuali mobilitazioni nelle università americane che va sottolineato con forza. Si tratta della presenza massiccia dei giovani della comunità ebraica. Qualcosa che, per la verità, non dovrebbe apparire poi così sorprendente se si considera la storia della presenza ebraica nel mondo a stelle e strisce.

La comunità ebraica ha sempre rappresentato una componente fondamentale della sinistra liberal americana, anche di quella più radicale. Basterà citare, a puro titolo d’esempio, come negli anni Venti e Trenta del secolo passato, gli ebrei, in particolare (ma non solo) quelli di origine russa, venivano guardati con sospetto perché considerati dei simpatizzanti del bolscevismo e della rivoluzione d’ottobre. La situazione si è poi fortemente complicata con la nascita dello Stato di Israele, che originariamente veniva visto da molti, seppure in modo confuso, come una possibile conquista di libertà.

La brutale aggressione perpetrata oggi dallo Stato ebraico nei confronti di Gaza e della Palestina, con i suoi terribili caratteri di genocidio e di pulizia etnica, hanno prodotto nella comunità ebraica statunitense una profonda frattura, con ogni probabilità insanabile, e che era comunque ormai da tempo strisciante, tra “ebrei liberal” ed “ebrei sionisti”.

La nascita di un movimento ebraico con un chiaro posizionamento antisionista è un fatto della massima importanza perché permette di smascherare la narrazione perpetrata da Israele che pretende di classificare come antisemita ogni espressione critica nei confronti delle sue scelte e delle sue politiche. Non è un caso che i governanti dello Stato ebraico, senza alcun timore di cadere nel ridicolo, abbiano tentato di screditare le occupazioni dei campus universitari statunitensi paragonandole alle manifestazioni antisemite delle università tedesche all’epoca del nazismo.

È sempre molto difficile capire la portata storica degli avvenimenti mentre sono in corso. Non ci resta che sperare che quella che è stata definita l’intifada studentesca (degli USA e del resto del mondo) divenga, come si sarebbe detto una volta, la scintilla che dà fuoco alla prateria.

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domenica 7 aprile 2024

Atenei sempre più poveri, esplodono le telematiche (che non protestano) - Virgilia Della Sala

 

L’università italiana è sempre più indebolita (non debole): che sia nel modo in cui la si racconta – secondo parte del governo covo di aspiranti brigatisti o comunque colpevole di pensare, decidere, protestare e schierarsi – o nelle sue dinamiche, emerge evidente il tentativo di tenerla sotto controllo, mentre poco viene fatto per contrastare la sua inarrestabile trasformazione in favore della formazione privata, degli atenei telematici che stanno per sorpassare quelli statali e, neanche a dirlo, delle regioni Nord. Energia sprecata a spiegare come gestire il dissenso invece di correre ai ripari di atenei che risentono di un inedito calo demografico che, in prospettiva, porterà nel 2041 a 415 mila studenti in meno (-21,2%) e a un minore introito da rette di frequenza per la riduzione degli iscritti pari a circa 500 milioni di euro. Il depauperamento della popolazione universitaria sarà maggiormente acuto al Sud, con flessioni degli iscritti superiori al 30% in Molise, Basilicata, Puglia e Sardegna.

È questo il contesto in cui si inserisce il fermento di questi giorni, ben spiegato da un recentissimo rapporto elaborato da Mediobanca sul Sistema Universitario Italiano. L’aumento degli iscritti alle telematiche è il dato più evidente. Diminuiscono gli studenti, ma quelli iscritti agli atenei online aumentano del 400 per cento nell’ultimo decennio. Un bene per il governo: quanti di questi studenti scenderanno in piazza a protestare?

Dal 2006, da quando cioè è stato messo un freno al loro moltiplicarsi, gli atenei oggi operanti in Italia agiscono quindi in un settore chiuso a ulteriore competizione.

I numeri della loro crescita dal 2012 sono così riassunti: +112,9% i corsi, +444% gli immatricolati, +410,9% gli iscritti, +102,1% il corpo docente, +131,3% il personale tecnico amministrativo. Scorrendo l’elenco di tutti gli atenei notiamo, per dire, che già nell’anno accademico 2021/2022, gli iscritti alla Pegaso erano 90 mila, quelli alla Sapienza di Roma circa 108 mila. Il sorpasso, insomma, è vicino. Quello dei laureati è già avvenuto (23 mila contro 18 mila). E se fino a un certo punto si poteva pensare che a iscriversi fossero per lo più lavoratori, dal 2011 si è ridotta anche l’età media, passata da 35 anni circa a 27. E anche la percentuale di laureati triennali in corso è salita: erano il 21,1% nel 2010/11 (contro il 26,3% delle tradizionali), sono poi cresciuti al 44,8% per la coorte 2017/18 (contro il 37,8%).

A questo punto bisogna collegare diversi fili, cause-effetto almeno in parte concatenati. Un secondo elemento importantissimo riguarda infatti la competizione territoriale che in Italia nell’ultimo decennio “ha sfavorito proprio le università del Sud”. L’aumento di iscritti agli atenei del nord, ad esempio, sono speculari alle defezioni al Sud e nelle Isole (+17,2% il Nord Ovest, +13,4% il Nord Est, -16,7% al Sud e -17,1% nelle Isole). “Solo sette regioni hanno un rapporto tra studenti entranti e uscenti superiore all’unità – spiega il rapporto –, capeggiate dall’Emilia-Romagna con 4,3 matricole in ingresso per una che si iscrive fuori regione”. Per le altre il saldo è negativo: “Basilicata, Calabria, Puglia e Sardegna registrano una matricola in ingresso ogni 10 che lasciano la Regione”.

Gli alloggi universitari sono pochi, chi non ha possibilità economiche fa più fatica: teoricamente ci sarebbero 9 studenti per ogni posto disponibile negli studentati. La stima rivista, però, parla di un rapporto 1 a 21. Gli affitti privati, come è ormai noto, sono inaffrontabili. E se non ci si volesse spostare? Al Sud è difficile: il tempo medio necessario per raggiungere la sede degli studi nel Mezzogiorno supera i 150 minuti, mentre la media italiana è di 88. Insomma: gli studenti italiani non possono neanche dirsi totalmente liberi di studiare e quando lo fanno, gli si chiede di non pretendere posizione. Eppure lo Stato contribuisce alla spesa per la formazione universitaria solo per il 61% del totale, rispetto al 76% della UE e al 67% dell’Ocse.

La quota residua è per lo più sostenuta dalle famiglie: 33% in Italia contro il 14% della Ue. Che devono avere diritto di parola.

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lunedì 15 gennaio 2024

una lettera sul numero chiuso all'università

 

Cara Unione,

vorrei esprimere la mia solidarietà a tutte quelle famiglie che con sacrifici immani sostengono i propri figli per farli diventare medici.

Noi come società abbiamo bisogno di medici, ma studiare da medico oggi costa mediamente ad una famiglia senza contributo statale dalle 1000 alle 2000 euro al mese per un costo complessivo che si può aggirare di 40.000 ai 150.000 euro e forse più.

I costi derivano da: corsi per il test d’ingresso, tasse universitarie, eventuali alloggi per chi è costretto a studiare in Università lontane da casa, eventuale laurea all’estero (traduttori, notai, tasse, alloggi… in Romania, Bulgaria e Albania ci sono interi quartieri di studenti italiani in medicina).

Non è giusto che per un servizio che ha così importanti ricadute sul pubblico le famiglie si debbano indebitare o dismettere patrimoni ereditati familiari con risparmi di generazioni.

Togliere il numero chiuso è una iattura? Si per le società che forniscono corsi, le agenzie che ti fanno studiare all’estero, per le Università private e per tutto il mondo accademico che trae guadagno da questa impostazione.

Caro Parlamento, fa che questa iattura non continui a ricadere sulle famiglie, liberalizza gli accessi alla Facoltà, abolisci il numero chiuso.

Grazie dell’attenzione».

Un padre

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sabato 18 febbraio 2023

Escalation repressiva in Veneto - Valentina Mira

 

Nel Nord-Est in piena crisi immobiliare un'operazione giudiziaria con tanto di blitz della polizia contro chi si organizza per difendere il diritto all'abitare

Più di un centinaio di agenti, tra carabinieri e polizia, hanno eseguito all’alba di martedì 31 gennaio un’operazione predisposta dalla procura di Padova nelle città di Padova, Mestre, Treviso e Schio. L’operazione è legata allo sgombero di una casa occupata da studenti il 9 novembre, a via delle Melette a Padova. Cinquantadue gli indagati con accuse a vario titolo per i reati di «violenza e resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali in danno ad appartenenti a forze di polizia». A Padova sono state perquisite le case di 13 persone, a Mestre di 5, a Treviso di 3 e di una a  Schio. Sette persone sono state sottoposte a misure cautelari che vanno dall’obbligo di dimora all’obbligo di firma quotidiana. Sono stati anche sequestrati telefoni e computer personali. Un’azione repressiva in piena regola.  La stampa locale riporta dichiarazioni del ministro degli Interni Matteo Piantedosi che non risulterebbero sbalorditive se fossimo in pieni anni Settanta: parla, il ministro, di «evitare che immobili occupati abusivamente possano diventare luoghi per organizzare azioni di contestazione violenta». 

Il governo Meloni è forse rimasto all’adolescenza della stessa tra le fila dell’Msi, se una casa con qualche studente e studentessa è diventata un covo di pericolosissimi facinorosi. Quasi un meme. 

Solo a settembre, i giornali locali prendevano atto di una crisi senza precedenti negli affitti: a Padova 5.000 case sfitte, alloggi vuoti e inutilizzati, 500 destinati al mercato turistico. Gli universitari fuori sede e internazionali si sono trovati di fronte a una speculazione immobiliare che rendeva quasi impossibile trovare anche solo un posto letto, situazione che si è protratta anche ad anno scolastico già iniziato. A ottobre dell’anno appena passato c’era stata anche una protesta degli studenti, che si erano accampati con delle tende davanti al Comune contro il caro affitti facendo presente che più di 1700 di loro erano finiti senza un posto dove stare, con l’anno universitario già in corso. Per l’occasione avevano fatto presente che gli studenti e le studentesse che avevano diritto a un alloggio pubblico erano 2000 ma i posti assegnati nelle residenze universitarie sono solo poche centinaia. Da cui un’ulteriore difesa delle occupazioni abitative. 

È in questo contesto che il 9 novembre, con l’inverno alle porte, quaranta celerini hanno sfondato l’ingresso dei quattro appartamenti occupati da giovani studenti e precari in via delle Melette. Dieci persone sono state buttate in strada coi loro effetti personali. Tra queste, una ragazza a cui hanno dovuto mettere i punti sul viso proprio a seguito del blitz violento da parte delle forze dell’ordine. Fuori dall’edificio si è radunato un presidio di solidarietà, che ha subìto diverse cariche. Più tardi il presidio si è spostato sotto la sede dell’Ater, agenzia territoriale per la casa proprietaria degli appartamenti sgomberati, per ottenere un incontro con la direzione. È stato qui che polizia e carabinieri in tenuta antisommossa hanno attaccato più volte i manifestanti, ferendone cinque. 

L’operazione di martedì all’alba nel Nord-Est avviene a tre mesi dai fatti, risultando pretestuosa e frutto di un’escalation repressiva che coinvolge tutto il paese e che ha le sue vette simboliche nel trattamento inumano di Alfredo Cospito (è notorio che in certe sezioni di destra care a Giorgia Meloni si studi il caso di Bobby Sands; bene, forse lo studio non è stato troppo approfondito, visto che Meloni oggi più che Bobby Sands sembra proprio Margareth Thatcher). 

Sergio Dini, il pm che ha ordinato l’operazione in Veneto, è un personaggio che veniva citato entusiasticamente dalla testata Il primato nazionale, vicina a CasaPound, per un suo lavoro sulle foibe – lavoro evidentemente non da storico, quale Dini non è. 

In questa situazione, il comunicato del centro sociale Pedro prova a rimettere in prospettiva il discorso su chi e cosa possa definirsi violenza: «La violenza sta in chi perquisisce, sequestra, aggredisce, reprime e criminalizza, nella mancanza di misure di Welfare, nell’assenza di risposte sociali alla crisi economica, nella negazione del diritto all’abitare, nei controlli selettivi. Le lotte sociali sono l’unica risposta possibile e non si fermeranno».

Continua, il comunicato, con una promessa: «Potete svegliarci all’alba, perquisirci, provare a intimidirci, ma non ci fate paura perché rivendichiamo fino in fondo la voglia di immaginare e costruire ogni giorno un mondo più giusto. I veri violenti siete voi, la nostra lotta è per la vita».

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