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martedì 18 agosto 2026

Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna - Francesco Santoianni


Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

  

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla Grecia?  Politico/E&E News, Brussels Signal, EU Alive, Legambiente via Telemia, MeridioNews, Il Sole 24 Ore, Sardiniapost, Report Sardegna 24, Euronews.


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mercoledì 3 giugno 2026

Difendiamo i medici cubani in Calabria dai diktat statunitensi! - Fabio Marcelli

 

Non è chiaro a che titolo l’incaricato d’affari statunitense a Cuba, Mike Hammer, abbia preteso dal governatore della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, l’immediato allontanamento dei 330 medici cubani che vi prestano da tempo servizio dando un importante contributo all’assistenza sanitaria in quei paraggi. Non pare infatti che né la Costituzione italiana, né le leggi nazionali, né lo Statuto della Regione Calabria e nemmeno i trattati internazionali attribuiscano ai diplomatici statunitensi, per giunta operanti altrove, la potestà di ingiungere a un’autorità pubblica italiana di attuare in un modo o nell’altro a tutela del pubblico interesse.

Per il momento il governatore Occhiuto ha respinto l’ingiunzione e occorre augurarsi che, precipuamente nell’interesse del popolo calabrese, continui a difendere l’essenziale presenza dei medici cubani, anche se il governo Meloni, infestato com’è da servi sciocchi di Washington, non sembra avergli dato alcun sostegno e in cuor loro Meloni, Tajani, Salvini & C. si augureranno certamente che ceda.

Donald Trump, bastonato materialmente in Iran e moralmente in Cina, sta cincischiando e pronunciando cialtronescamente roboanti minacce. Ma è sicuro che con l’Iran gli andrà ancora peggio, per quanti gravi danni possa ancora fare, massacrando scolarette, bombardando ponti e oleodotti e minacciando vanamente il ricorso all’arma nucleare. Ecco allora che Cuba assume, nella mente non sempre lucida del presidente statunitense, il valore di una sorta di premio di consolazione ovvero la dimostrazione che, se non è più la principale potenza mondiale, almeno lo è nell’emisfero occidentale.

A questo serve la riesumazione della dottrina Monroe, che risale a duecentoquattordici anni fa circa. A questo serve l’infame bloqueo nello stile di un assedio medievale che vuole impedire al popolo cubano di vivere. A questo è servito il rapimento di Nicolas Maduro e Cilia Flores e il ricatto mafioso nei confronti del governo venezolano, minacciato di essere liquidato fisicamente in blocco se non avesse, come purtroppo ha fatto, interrotto ogni fornitura petrolifera a Cuba.

Il ragionamento di Trump, per quanto viziato dalle molteplici patologie psichiatriche che sembrano affliggerlo (ma a volte c’è del metodo in questa follia) dal narcisismo maligno alla megalomania alla bugia seriale e sistematica come instrumentum regni, alla totale mancanza di umanità e di empatia, è abbastanza chiaro. Egli vuole mascherare l’evidente e irrimediabile declino degli Stati Uniti (altro che MAGA, era più seria la Maga Magó di disneyana memoria) provando a cancellare l’anomalia cubana, questa ferita aperta da oltre 67 anni nel fianco del potere imperiale. I cubani vanno aboliti perché rappresentano, a pochi chilometri da Miami, un’alternativa socialista alla disumanità del capitalismo trumpiano ed epsteiniano.

Conoscendo i cubani dubito fortemente che questo piano infame di Trump e del suo braccio destro, il gusano Rubio, abbia qualche possibilità di riuscire. Cuba non imploderà mai anche perché sarà sostenuta dalla solidarietà dei giusti e degli onesti di tutto il mondo. E se Trump attacca frontalmente scatenerà una resistenza che finirà per mettere in discussione definitiva il potere malsano delle corporations, dei neocon e di tutto l’assurdo bestiario politico ed economico di fronte al quale amano genuflettersi gli smidollati e scellerati politici nostrani.

Forse alla fine la strategia di Occhiuto riuscirà a respingere le intromissioni di Hammer. Ma non è detto che ci riesca ed allora l’espulsione dei medici cubani segnerà il punto più basso e vergognoso di quello che resta della dignità nazionale di un’Italia che pure proprio dai cubani fu efficacemente soccorsa ai tempi del Covid. Occorre sperare che Occhiuto resista e non si prostri al proconsole imperiale. Speriamo quindi che non imiti tutta la congerie di valletti politici che rappresentano la quasi totalità del centrodestra e del cosiddetto centro e parte non trascurabile della compagine parlamentare del Partito democratico. Coloro che, per obbedire agli Stati Uniti stanno da tempo mandando a ramengo la società e l’economia italiana, oltre che la dignità nazionale e il sentimento stesso dell’umanità, concetti loro del tutto ignoti e che vorrebbero sradicare anche dal popolo.

Nell’attuale contesto internazionale in rapida trasformazione è invece necessario recuperare la dignità nazionale gravemente calpestata dal governo delle destre e dai suoi fiancheggiatori centristi, anche da quelli ancora opportunisticamente arroccati nel Pd.

Sarà questa la principale cartina di tornasole per verificare l’esistenza di una reale alternativa. Occorre un governo effettivamente autonomo sulla scena internazionale, in grado di fare la pace con Russia e Iran, di sviluppare proficuamente la cooperazione con la Cina, di affermare i diritti fondamentali della Palestina, sanzionando duramente il codardo governo israeliano che tortura e stupra da tempo impunemente il popolo palestinese e lo ha fatto anche coi volontari della Flotilla, tra i quali ventinove italiani, e di sostenere concretamente Cuba, il sogno che non muore di una società alternativa alle brutture dell’imperialismo e del neoliberismo. Altrimenti tanto vale tenersi il deprimente attuale governo di analfabeti forchettoni.

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domenica 6 luglio 2025

Insegnante e Rsu denuncia l’assenza dei contatori negli edifici pubblici. La Uil scuola Calabria lo sospende - Lucio Musolino

 

“Una chiara connotazione politica o partitica”. Questa la singolare motivazione che ha portato alla sospensione di Simone Veronese dagli incarichi dirigenziali della Uil. Veronese, insegnante di Reggio Calabria, nei giorni scorsi aveva denunciato pubblicamente l’assenza dei contatori dell’acqua in molti immobili di proprietà del Comune: dagli uffici pubblici a tutte le scuole passando per lo stadio “Granillo” e la sede della polizia locale. Una denuncia che il professore, da cittadino e non da sindacalista, ha formalizzato anche alla Procura della Repubblica e alla guardia di Finanza ai quali ha ipotizzato pure una serie di presunti reati: dal furto d’acqua alla truffa passando per la violazione dell’articolo 2621 del codice civile relativo alle “false comunicazioni sociali”.

Il resto lo ha detto in una conferenza stampa in cui ha sostenuto che il costo dell’acqua utilizzata dal Comune non sarebbe “mai stato messo a bilancio in uscita determinando un falso”. Parole forti che, ovviamente, hanno scatenato la polemica con l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Falcomatà. A rispondere alle prime segnalazioni di Simone Veronese era stato il vicesindaco Paolo Brunetti secondo cui non solo “il tema riguarda la stragrande maggioranza dei Comuni” ma “la questione relativa all’utilizzo dell’acqua negli edifici pubblici comunali è assolutamente lineare e trasparente”. Fin qui la vicenda ha visto protagonisti il più grande Comune della Calabria e un privato cittadino che, nel suo settore lavorativo (quello di insegnante), è anche impegnato dal punto di vista sindacale: è infatti iscritto alla Uil, sindacato con il quale è stato pure eletto come Rsu.

Venerdì 20 giugno, quando la polemica con il Comune era già scoppiata, Simone Veronese decide di fare una conferenza stampa per replicare al vicesindaco Brunetti. Il giorno dopo, di sabato, il segretario regionale della Uil Scuola Rua Andrea Codispoti e il segretario cittadino del sindacato Luca Scrivano sospendono il docente che ha denunciato l’assenza dei contatori dell’acqua. Lo fanno con una lettera in cui la vicenda dei contatori aleggia senza essere nemmeno menzionata. Proprio per questo balza all’occhio la tempistica della sospensione disposta di sabato e il giorno dopo la conferenza stampa di Veronese. “Questa organizzazione sindacale – si legge nella comunicazione – pur riconoscendo e rispettando il diritto di ogni cittadino (o associazione) a esprimere liberamente opinioni e denunce su tematiche civiche e sociali, ritiene necessario precisare che tali interventi, quando assumono una chiara connotazione politica o partitica, esulano dalle finalità proprie della Uil Scuola Rua. Alla luce dei principi statutari della Uil, che sanciscono l’assoluta indipendenza da governi, confessioni religiose e partiti politici, e considerato che la nostra azione si concentra esclusivamente sul buon andamento della comunità educante e sulla tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola, riteniamo doveroso intervenire. Preso atto delle recenti e reiterate iniziative pubbliche a carattere politico e civico promosse dal professore Antonio Simone Veronese, dirigente sindacale della nostra organizzazione, comunichiamo la sospensione di quest’ultimo da ogni incarico sindacale, sia a livello regionale che locale”.
Secondo i due responsabili sindacali, “tale decisione, assunta con spirito di rispetto nei confronti del diritto individuale all’impegno civile, mira a tutelare l’autonomia e la coerenza dell’azione sindacale della Uil Scuola Rsu, evitando ogni forma, anche indiretta, di coinvolgimento dell’organizzazione in dinamiche che non le appartengono”.

Come possa la denuncia di Veronese coinvolgere una sigla sindacale che si occupa del mondo della scuola non è dato saperlo. Sta di fatto, però, che l’insegnante che ha denunciato il Comune, secondo i vertici regionali della Uil Scuola, deve rinunciare al suo ruolo di Rsu per il quale è stato eletto ma potrebbe mantenere la tessera e continuare “a far parte della nostra organizzazione in qualità di iscritto, libero di portare avanti le proprie iniziative personali, nel pieno rispetto della libertà di espressione e dell’autonomia sindacale”. Non accettando di essere stato sospeso per “aver fatto politica”, Veronese ha scritto al segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri cui ha spiegato che la sua “denuncia, documentata da un accesso agli atti presso Sorical (la società di gestione del servizio idrico, ndr) e presentata alle autorità giudiziarie, nasce da un obbligo morale e civico”. Tuttavia, invece di essere sostenuto, “sono stato colpito da un provvedimento disciplinare che appare sproporzionato, ma soprattutto profondamente ingiusto. È un segnale pericoloso per tutti i lavoratori, per i cittadini e per chi crede nella legalità. Chi porta avanti battaglie di trasparenza e legalità non può essere isolato proprio da chi dovrebbe stargli accanto”.

Secondo Veronese, il rischio è di dare “all’opinione pubblica l’impressione gravissima che questa sospensione venga fatta non per punire un’azione politica, bensì per tutelare un equilibrio politico da parte del sindacato agendo non per garantire una neutralità, ma piuttosto una forma di copertura politica e sindacale verso un’amministrazione locale a guida Pd sulla quale gravano forti responsabilità rispetto ai fatti denunciati. Com’è possibile che un sindacato punisca chi denuncia un’ingiustizia a danno della cittadinanza? Non è forse questa una battaglia sindacale autentica che meriterebbe il sostegno dell’intera Uil? Non chiedo solo che il provvedimento venga annullato, ma chiedo con forza che la Uil sia al mio fianco in questa lotta di civiltà, che riguarda il diritto dei lavoratori a vivere in una società giusta, trasparente, rispettosa delle regole. Non possiamo proclamarci paladini dello slogan “Zero morti sul lavoro” se poi restiamo in silenzio davanti a chi denuncia situazioni di rischio, irregolarità, o diseguaglianza economica”.

L’insegnante è un fiume in piena. Nella lettera che scrive a Bombardieri chiede anche di “valutare l’avvio di una procedura di commissariamento della Uil Scuola calabrese”: “Alla luce della gravità dei fatti e della natura della mia denuncia, effettuata non solo come cittadino ma anche in qualità di docente e dipendente pubblico, nel pieno rispetto di quanto previsto dall’articolo 52 del Codice di giustizia contabile – scrive Veronese – segnalo come il mio comportamento non solo fosse lecito, ma addirittura doveroso e obbligatorio. Per questo motivo, la sospensione che mi è stata inflitta appare non solo illegittima, ma potrebbe configurare un vero e proprio reato, nella misura in cui punisce un atto dovuto di tutela dell’interesse pubblico”. Contattata telefonicamente da ilfattoquotidiano.it, la Uil nazionale dice che la lettera del professore Veronese “non è ancora pervenuta all’attenzione del segretario Bombardieri e quando arriverà sarà valutata dagli organismi preposti che faranno le valutazioni del caso”.

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mercoledì 12 marzo 2025

Il Baskin di Gioia Tauro, un esempio di inclusione - Patricia Iori

 

Nel panorama sportivo italiano, una realtà particolare sta prendendo piede in Calabria, precisamente a Gioia Tauro. Si tratta di una disciplina che promuove l’inclusione, la parità di opportunità e il superamento dei limiti fisici e mentali: il Baskin. Questo sport, che coniuga l’amore per la pallacanestro con un forte impegno verso l’integrazione, ha trovato un palcoscenico ideale proprio in una città che, attraverso il suo impegno e la passione dei suoi cittadini, sta cercando di diventare simbolo di un cambiamento positivo.

La realtà che porta avanti questa iniziativa è la A.S.D. New Basket Tiger, una squadra che, al di là del semplice gioco, è diventata un punto di riferimento per l’intera comunità locale e, in qualche modo, per tutta la Calabria. Il loro obiettivo non è solo quello di praticare sport, ma di trasmettere un messaggio ben più grande, ovvero che tutto è possibile quando si crede nei propri sogni.

Un sogno che prende vita

Il progetto ha avuto origine grazie all’impegno e alla passione di diverse persone, tra cui Giorgia Albo, Valentina Parziale, Ignazio Albo, e Mariangela Giovinazzo. Questi individui hanno unito le forze per far nascere una realtà sportiva che potesse dare voce a chi spesso viene escluso dal mondo dello sport tradizionale. Un elemento fondamentale del loro lavoro è stato, sin dall’inizio, il supporto ricevuto da parte dell’associazione “Gli angeli di pollicino”, un ente impegnato nella tutela delle persone con disabilità, guidato dal presidente Antonio Lo Verso. Questa collaborazione ha dato alla squadra una solida base etica e sociale, ponendo al centro l’inclusione come valore primario.

Giorgia Albo, una delle fondatrici, ha spiegato in diverse occasioni come la creazione della squadra sia nata dalla volontà di dimostrare che lo sport è un linguaggio universale, in grado di abbattere le barriere fisiche e mentali.

Il Baskin

Il Baskin, abbreviazione di “basket integrato”, è una disciplina sportiva che nasce con l’obiettivo di favorire l’integrazione sociale e fisica di persone con disabilità attraverso il gioco del basket. Il regolamento del Baskin, che si differenzia dal basket tradizionale, permette a ciascun partecipante di prendere parte attiva alla partita, adattando le dinamiche di gioco alle capacità individuali. In questo modo, il Baskin non solo facilita la partecipazione di persone con disabilità, ma promuove anche un messaggio forte di uguaglianza e solidarietà.

Un aspetto che distingue il Baskin da altre discipline inclusive è la sua capacità di stimolare la cooperazione tra atleti con abilità diverse. I giochi e le regole sono adattati affinché ogni giocatore, sia esso con una disabilità fisica o mentale, possa contribuire alla partita in modo significativo. Questa caratteristica permette non solo a chi ha difficoltà motorie o cognitive di partecipare, ma anche a chi non è direttamente coinvolto nella gestione di disabilità di acquisire una visione più aperta e tollerante della diversità.

Il campionato interregionale

A settembre scorso, la A.S.D. New Basket Tiger ha compiuto un importante passo nel suo cammino, decidendo di iscriversi al campionato interregionale gestito dall’EISI (Ente Italiano Sport Inclusivi). Questo passo ha rappresentato una sfida significativa, sia per gli atleti che per gli allenatori, ma anche un’opportunità per far conoscere il Baskin a un pubblico più ampio. Partecipare al campionato significa non solo confrontarsi con altre squadre, ma anche portare a termine un processo di crescita collettiva, dove ogni membro della squadra, a prescindere dalle proprie capacità, ha la possibilità di migliorarsi e di condividere l’esperienza con gli altri.

La decisione di partecipare al campionato non è stata presa a cuor leggero. Essere una delle poche squadre calabresi a praticare il Baskin ha comportato delle sfide logistiche e organizzative, ma anche una grande opportunità di visibilità per questo sport che, purtroppo, non è ancora molto diffuso nel sud Italia. La New Basket Tiger ha deciso di affrontare queste difficoltà con determinazione, consapevole del messaggio che sta trasmettendo a tutta la comunità locale. La squadra non è solo una realtà sportiva, ma è anche un simbolo di speranza per coloro che, quotidianamente, lottano contro la discriminazione e le difficoltà legate alla disabilità.

L’integrazione come chiave del successo

Il successo della A.S.D. New Basket Tiger è stato possibile grazie al lavoro di squadra e all’integrazione delle diverse abilità. La filosofia che sta alla base della squadra è chiara: nessuno deve essere escluso, e tutti hanno un ruolo fondamentale. Ogni giocatore, indipendentemente dalla sua condizione fisica o mentale, ha la possibilità di fare la differenza, sia che si tratti di un tiro a canestro, di una difesa ben posizionata o di un assist fondamentale. In questo modo, la New Basket Tiger è riuscita a creare un ambiente sportivo dove la competizione è sana, il gioco è divertente e tutti hanno la possibilità di crescere.

L’inclusione non si ferma solo ai giocatori, ma coinvolge anche l’intera comunità. La presenza della squadra a Gioia Tauro ha fatto sì che molti cittadini, anche quelli non direttamente coinvolti nel mondo dello sport, si avvicinassero al Baskin. L’idea che lo sport possa essere un veicolo di cambiamento sociale ha preso piede, e l’esempio della New Basket Tiger sta ispirando altre realtà locali a seguire lo stesso percorso.

Il futuro del Baskin in Calabria e in Italia

Guardando al futuro, l’obiettivo della New Basket Tiger non è solo quello di crescere come squadra, ma anche di fare da apripista per la diffusione del Baskin in tutta la Calabria e, più in generale, nel sud Italia. L’idea è quella di sensibilizzare le istituzioni locali, le scuole e le altre associazioni sportive affinché il Baskin possa diventare una realtà consolidata. Inoltre, l’augurio è che questo sport possa continuare a diffondersi in modo capillare, portando un messaggio di solidarietà e inclusione che possa superare i confini regionali.

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domenica 19 gennaio 2025

Vivisezione, 11 arresti all’Università di Catanzaro: “Animali maltratti, decapitati e uccisi negli stabulari in condizioni precarie” - Lorenzo Poli

 

Il caso

Animali torturati e decapitati nei laboratori dell’Ateneo di Catanzaro, nell’ambito di progetti finanziati dal ministero della Salute. Laboratori scientifici in precarie condizioni con la conseguenza della falsa attendibilità delle ricerche espletate. Ispezioni dell’Azienda sanitaria pilotate per coprire ogni possibile contestazione sulla gestione degli esperimenti, che venivano effettuati spesso senza alcuna precauzione in stabulari dove c’erano gabbie sporche e condizioni igieniche più che precarie. Erano stanze dell’orrore quelle dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, che l’inchiesta della Procura – su indagini della Guardia di Finanza – ha portato al sequestro.

In totale sono 21 gli indagati tra docenti universitari, ricercatori e responsabili dell’Asp. I reati contestati sono di associazione per delinquere, corruzione, falso, truffa aggravata ai danni dello Stato, maltrattamento e uccisione di animali. Il blitz della Guardia di Finanza è scattato ieri mattina all’Università Magna Graecia e all’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro. Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura di Catanzaro: 11 indagati sono finiti agli arresti domiciliari mentre un altro soggetto è stato interdetto per 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni rivestite in seno all’Azienda sanitaria.
Il giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo di due stabulari dell’Università, adibiti alla sperimentazione sugli animali per finalità di ricerca. A due indagati sono stati sequestrati oltre 23mila euro, somma che gli inquirenti ritengono sia il provento di una truffa aggravata ai danni dello Stato.

La Guardia di Finanza ha notificato 21 avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta che, per la Procura di Catanzaro, ha accertato l’esistenza di un collaudato sistema illecito che consentiva agli indagati di “pilotare” le visite ispettive svolte dall’Asp presso i laboratori scientifici dell’ateneo universitario condizionandone i relativi esiti. In questo modo, l’università si sarebbe assicurata l’espletamento delle onerose attività progettuali autorizzate dal ministero della Salute.
L’indagine ha dimostrato un rapporto di compartecipazione e di reciproci favoritismi tra i due enti pubblici: l’Asp di Catanzaro quale controllore e l’università Magna Grecia quale ente controllato. Dagli atti dell’inchiesta è emerso che i vari responsabili di progetto facevano ricorso ad ingenti fonti di finanziamenti pubblici: circa 2 milioni di euro che sarebbero serviti alla copertura economica delle varie attività progettuali, costantemente garantite dall’ottenimento dell’attestazione di regolarità rilasciata “illecitamente” dai veterinari dell’Asp preposti alle ispezioni, nonostante le precarie condizioni in cui versavano i laboratori.

Criticità che, se i controlli fossero stati eseguiti correttamente, avrebbero comportato l’immediata chiusura, con la conseguente perdita dei fondi erogati per lo svolgimento della ricerca e l’irrogazione di pesanti sanzioni amministrative. Secondo la Procura di Catanzaro, alla base del sodalizio c’erano i rapporti corruttivi tra alcuni indagati. Reati che avrebbero riguardato anche la redazione delle graduatorie finali di un concorso presso l’università Magna Graecia. All’esito delle procedure concorsuali, infatti, veniva dichiarata vincitrice la figlia di uno degli indagati, dirigente dell’Asp di Catanzaro. Per gli investigatori, il prezzo della corruzione sarebbe da rintracciare nelle cospicue somme di denaro che un veterinario dell’Asp di Catanzaro ha ricevuto in virtù dei numerosi incarichi di docenza illecitamente ottenuti presso l’ateneo in cambio del sistematico esito positivo delle visite ispettive dallo stesso svolte presso i laboratori scientifici della Magna Graecia.

Infine, è emerso che in realtà le attività sperimentali con animali vivi sono state effettuate, in gran parte, attraverso la violazione delle basilari norme di igiene e benessere animale. Eppure, proprio l’attività di ricerca con sperimentazione “in vivo” costituisce, se ben espletata, un passaggio fondamentale per la validazione delle ipotesi scientifiche. L’inchiesta, invece, ha consentito di riscontrare l’esistenza di un allevamento abusivo di animali da laboratorio. Un allevamento che sarebbe stato costantemente utilizzato dagli indagati per alimentare le attività di ricerca. La Guardia di Finanza avrebbe riscontrato anche alcune ipotesi di maltrattamento degli animali coinvolti nei progetti finanziati con soldi pubblici: da un lato sarebbe stata cagionata l’uccisione immotivata di animali, non autorizzata dal ministero della Salute, dall’altro sarebbe stata falsata l’attendibilità delle ricerche espletate in quei laboratori.

L’ex rettore, i suoi collaboratori i veterinari e gli ispettori
Ai domiciliari sono finiti l’ex rettore Giovambattista de Sarro, coinvolto anche in qualità responsabile scientifico di progetti di ricerca; Domenico Britti, presidente dell’organismo interno preposto al benessere animale, presidente fino al 2023 della Scuola di Farmacia e Nutraceutica che ha la diretta gestione degli stabulari. E ancora, sempre agli arresti domiciliari, Giuseppe Caparello, presidente dell’Ordine dei medici veterinari, direttore della Struttura complessa del Servizio veterinario dell’Asp dal 2018 e direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Asp di Catanzaro dal 2020; Fabio Castagna, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia; Rita Citraro, sperimentatrice nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Università.

Nella lista dei destinatari del provvedimento ci sono anche Nicola Costa, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia sino al 2021; Antonio Leo, sperimentatore nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Ateneo; Giovanni Loprete, veterinario designato per lo stabulario di Germaneto;
Ernesto Palma, responsabile del benessere animale per lo stabulario di Roccelletta di Borgia e componente stabile dell’organismo preposto al benessere animale; Anselmo Poerio, veterinario convenzionato dell’Asp addetto alle ispezioni negli stabulari dell’Ateneo; Giuseppe Viscomi, veterinario dell’Asp, responsabile delle ispezioni negli stabulari Umg. Infine, misura sospensione di 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni nell’Asp per Luciano Conforto, veterinario addetti alle ispezioni negli stabulari. Tra i 21 indagati risulta anche Ciro Indolfi, presidente della Federazione Italiana di Cardiologia, in qualità di responsabile di un progetto di ricerca su «Modello di danno vascolare nel ratto per lo studio della restenosi coronaria nell’ arteriopatia obliterante periferica cronica». Indolfi è indagato per maltrattamento di animali.

Animali uccisi senza anestesia
Scene orribili quelle che, per gli investigatori, si consumavano tra le mura dei laboratori. Animali vivi – cavie o ratti ma anche altri di piccola taglia – torturati, sbattuti violentemente contro il muro o decapitati senza alcuna anestesia. «Le gabbie erano costantemente sporche – ha testimoniato uno degli operatori dei laboratori – e dovevamo essere noi a pulirle nonostante fosse una responsabilità dello stabularista. In un’altra testimonianza raccolta dagli investigatori: «Non sempre le procedure di soppressione venivano rispettate. Io personalmente procedevo alla soppressione solo se potevo sedare l’animale e potevo ucciderlo secondo le procedure. Ho assistito, invece, ad alcuni casi di decapitazioni di animali senza anestesia. È capitato che, a causa di ciò, gli altri ratti abbiano sentito l’odore del sangue derivante dalla decapitazione e si siano agitati. Ciò può costituire un problema anche a fini scientifici, perché se gli altri animali si agitano, oltre a diventare ingestibili, producono il cortisolo che incide sui risultati delle analisi. Infine ricordo che quando ero arrivata da poco a lavorare presso lo stabulario, mi fu raccontato che, almeno in un’occasione, per sopprimere un animale, pare venne scagliato al muro». E infine, un ultimo testimone conferma che «la procedura di decapitazione era piuttosto cruenta e gli animali erano vivi».

Federica Nin: “Il maltrattamento è strutturale e non accidentale in tutti i laboratori”
“È triste dover pensare che lo scandalo è esploso per reati principalmente finanziari.
Li hanno arrestati in quanto sono accusati anche di associazione per delinquere, corruzione e truffa ai danni dello Stato, altrimenti, per il “solo” maltrattamento animale (che è comunque contestato anch’esso) non penso che la vicenda avrebbe avuto questa risonanza. Quante cause per maltrattamento – proprio degli animali d’uso scientifico – sono finite in un flop perché per quegli animali, di serie Z, non si è ottenuta giustizia! Detto ciò è importante far emergere che non sono “incidenti di percorso”, guai prodotti da “mele marce”, bensì la punta dell’iceberg di problemi sistemici di cui si sa ampiamente, solo che solitamente non viene fuori la pistola fumante. Ora invece questa pistola fumante si vede. Ma si deve dire chiaramente che è pieno di pistole ovunque, tenute nascoste, e che questa è la realtà del sistema che si basa sulla SA/vivisezione.” – ha dichiarato a Pressenza Italia Federica Nin, socia fondatrice dell’Associazione medico-scientifica O.S.A. – Oltre la Sperimentazione Animale e psicologa, che da anni si interessa anche di psicologia della relazione uomo-animale e di questioni di bioetica, epistemologia, filosofia morale e filosofia della scienza indirizzando le sue ricerche in particolare verso la questione del paradigma animale nella ricerca biomedica. “Un punto importante è che il maltrattamento – che comunque è strutturale in tutti i laboratori e non accidentale – fa implodere la scientificità di qualunque esperimento. Le testimonianze parlano infatti del cortisolo prodotto dagli animali (ma vale per tutti, anche quelli umani) come risposta ormonale, come reazione fisiologica allo stress e all’angoscia, sballando i risultati delle ricerche. E va aggiunto che anche lo stress da stabulazione – vera e propria prigionia -, la manipolazione da parte degli operatori e sperimentatori, le condizioni di luce, la gestione della temperatura, dell’umidità, e dell’intera situazione ambientale, alterano non solo i risultati ma anche la riproducibilità (la caratteristica fondamentale di un esperimento scientifico) delle procedure. La cattiva gestione degli orari di luce e buio è piuttosto normale in qualsiasi stabulario, soprattutto nei weekend e in tutti i festivi. E qui la scientificità va a ramengo.”
Conclude Nin: “È veramente cosa rara ed eccezionale che la verità di uno stabulario emerga all’attenzione di istituzioni e opinione pubblica. Di solito i controlli da parte delle ASP, così come emerso in questa occasione, sono concordati e pilotati, al fine di tenere tutto ben nascosto. Questa volta “il diavolo ha fatto le pentole senza i coperchi”. Spero che questo sposti significativamente il piano inclinato, da cui scivolerà giù la vivisezione.”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/15/ispezioni-pilotate-nei-laboratori-delluniversita-di-catanzaro-11-arresti-ce-anche-lex-rettore-de-sarro/7837515/
https://www.quotidianodelsud.it/calabria/catanzaro/cronache/criminalita/2025/01/15/catanzaro-blitz-anticorruzione-11-arresti-tra-i-vertici-dellumg-e-dellasp
https://video.sky.it/news/cronaca/video/arresti-catanzaro-animali-maltratti-e-uccisi-nei-laboratori-980325
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml
https://www.ilvibonese.it/cronaca/505986-cavie-uccise-sbattendole-al-muro-le-accuse-che-hanno-portato-a-11-arresti-tra-asp-e-universita-di-catanzaro/
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml?appunica=true&app_v2=true

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venerdì 27 ottobre 2023

Donne e lavoro, la rivoluzione dei gelsomini - Matteo Dalena e Lorenzo Coscarella

  

Il viaggio tra i mestieri perduti o in via di sparizione della Calabria prosegue sulle coste joniche con la storia delle gelsominaie, che fino agli anni '70 portavano a casa il pane per figli e mariti facendo turni massacranti nei campi per raccogliere i fiori destinati alla produzione di profumi.

 

 “Riviera dei Gelsomini” è la denominazione a uso e consumo turistico che indica il tratto di costa della provincia di Reggio Calabria bagnato dal mar Ionio. Certo, il gelsomino è un bel fiore e il nome suona bene da abbinare a spiagge, località e attrazioni. Ma la motivazione della scelta è ben più profonda.

Chi avrebbe mai detto, infatti, che un fiore piccolo come il gelsomino abbia dato vita a un’economia locale relativamente florida che, fino alla metà degli anni ’70 del ‘900, ha caratterizzato il paesaggio, la vita e la storia di intere comunità, iniziando da Villa San Giovanni ed espandendosi poi per tutta la costa ionica reggina fino a Monasterace.

Fiori ricercati

In questo territorio era possibile ammirare le distese di piantagioni in cui veniva coltivato il gelsomino. Dal fiore si ricavavano essenze ricercate per la realizzazione dei profumi ed altri prodotti. La maggior parte del raccolto di gelsomini, dopo la trasformazione in una pasta chiamata “concreta”, prendeva la strada della Francia, dove le tecnologie permettevano la sua lavorazione. I fiori più ricercati giungevano dalla Calabria e dalla Sicilia: nel 1945, il 50% del fabbisogno mondiale di gelsomini, con 600 mila kilogrammi prodotti, proveniva dalle province di Reggio Calabria, Messina e Siracusa.

Le zone costiere erano quelle che meglio ne favorivano la coltivazione. Ciò contribuì a svuotare diversi paesini dell’entroterra favorendo lo sviluppo della marina. È emblematico il caso di Brancaleone. Come evidenzia l’antropologo Vito Teti, era diventata «un’isola quasi felice soprattutto per la produzione del gelsomini, che consente alle famiglie un vivere più dignitoso rispetto alla miseria, alla povertà degli anni precedenti». Grazie alla “valvola di sfogo” del gelsomino e di altre produzioni come quella del bergamotto e del baco da seta, infatti, a Brancaleone l’emigrazione fu un fenomeno più lieve rispetto ad altri centri della zona.

A capo chino

A raccogliere i fiori erano le donne, in gran parte ragazze, le gelsominaie. La ragione era semplice: per raccogliere i fiori senza danneggiarli servivano mani attente e delicate. A dispetto della delicatezza necessaria alla raccolta, il lavoro delle gelsominaie era tutt’altro che leggero. Le testimonianze raccontano di alzatacce in piena notte per avviarsi a piedi, in gruppi di venti o trenta persone, e giungere nei campi per iniziare la raccolta quando ancora era buio, nel momento in cui il fiore era aperto. E la raccolta proseguiva per ore, sempre con il capo chino e la schiena curva, per un salario da fame che però era necessario per portare a casa il pane per una stagione.

Il salario delle gelsominaie rappresentò per decenni un motivo di lotta e rivendicazioni. Le poche lire vennero man mano aumentate anche grazie alle significative lotte sindacali di cui le raccoglitrici di gelsomino si fecero portatrici dal secondo dopoguerra in poi. Giunsero anche ad un «Contratto collettivo 13 agosto 1959 per le lavoratrici addette alla raccolta del gelsomino della Provincia di Reggio Calabria». Il contratto collettivo, insieme ad alcune prescrizioni sulla retribuzione tra cui il pagamento dell’indennità di caropane e di un’altra piccola indennità per il trasporto fino al luogo di lavoro, prevedeva che «ad ogni raccoglitrice sarà corrisposta la somma di lire 195 per ogni chilogrammo di gelsomino raccolto in normali condizioni di umidità».

Dai centomila chili al collasso

Quella del gelsomino calabrese era una produzione relativamente “recente”, risalente a circa un secolo fa. Nel 1933, ad esempio, il periodico L’Italia vinicola ed agraria annunciava con enfasi che la Calabria si apprestava «a diventare uno dei più grandi centri del mondo per la coltura di piante da profumeria». L’autarchica Italia mirava probabilmente a minare il “monopolio” francese della coltivazione del fiore. Dal 1930 al 1933 in Calabria vi erano ancora soltanto «25 ettari coltivati in via sperimentale con gelsomini, rose e gaggie», che avevano prodotto però centomila chili di fiori «eccellenti per ricchezza di profumo».

A Reggio Calabria operava anche una «Stazione essenze» e la «Cooperativa fiori del sud», che riuniva i coltivatori dei fiori. Già allora si sottolineava la questione del bisogno di manodopera, visto che solo in alcuni mesi in 20 ettari avevano lavorato 250 raccoglitrici. Un numero destinato a crescere con l’aumento delle piantagioni fino a giungere, secondo le testimonianze, a circa 10mila addette. Col tempo sarebbe sorta una distilleria per l’estrazione dell’essenza del gelsomino anche a Brancaleone. Ma, a parte sparute esperienze, la produzione continuava ad essere legata soprattutto alla domanda estera. Quando fu possibile riprodurre sinteticamente alcune fragranze, l’economia del gelsomino collassò.

In Parlamento

La prolungata assenza da casa delle madri costringeva i bimbi delle gelsominaie a una vita di stenti. In tal senso l’assistenza istituzionale all’infanzia e alla maternità era cosa pressoché sconosciuta nei piccoli paesi della fascia ionica calabrese. Nel 1968 le dinamiche della vita grama delle raccoglitrici di gelsomini reggine vennero udite tra gli scanni di Palazzo Madama. Il 26 settembre in Senato si discusse la proposta di una «Concessione di un contributo straordinario di lire 13 miliardi a favore dell’Opera nazionale maternità e infanzia».

È il senatore comunista Emilio Argiroffi (1922-1998) – che di lì a qualche anno sarebbe stato relatore della legge sull’istituzione degli asili nido – a tirare in ballo le gelsominaie, le loro problematiche e quelle dei loro figliuoli. Secondo quello che sarà il futuro sindaco di Taurianova «gli infelici ragazzi spastici di Girifalco», «il figlio della raccoglitrice di olive di Oppido» come quelli delle gelsominaie del Reggino erano portatori di una serie di una serie di «marchi illiberali» che facevano di loro dei «minorati», condannati prima dalla natura e poi dalla società, e le vittime privilegiate «dello sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo».

In molti casi le gelsominaie erano costrette a portare le proprie creature «a lavorare nei campi di raccolta alle 2 di notte, e sono latori di specifiche sindromi di malattia da lavoro, come le convulsioni e le lesioni neuro psichiche provocate dall’aroma dei gelsomini». Solo alcune potevano contare sulla presenza di figlie più grandicelle cui affidare i propri lattanti.

I primi servizi sociali

Si usava “affardellare” e deporre la creatura incustodita ai margini del campo o ai piedi di un albero, nel caso delle raccoglitrici di olive. Ma in alcuni paesi, prosegue Argiroffi, erano le «vecchie invalide» – le cosiddette «maestre di lavoro» – a badare ai loro figli in condizioni pietose: «Trattenuti in un tugurio, seduti in terra o su una fila di panchetti, freddolosamente avvolti nei loro stracci. Durante tutto il giorno costretti a snocciolare litanie incomprensibili, si nutrono con un tozzo di pane o qualche patata».

È grazie all’intensa attività di Rita Maglio (1899-1994) – antifascista, comunista, femminista impegnata per tutta la vita al sostegno delle classi sociali più umili e disagiate e tra le fondatrici dell’UDI (Unione Donne Italiane) calabrese – che si arrivò alla creazione dei primi servizi sociali a sostegno dell’occupazione femminile e della qualità di vita delle donne: asili, consultori familiari e servizi. A raccogliere la sua eredità fu la figlia Silvana Croce, che dalla fine degli anni ’60 s’impegnò per le donne braccianti. Croce evidenziò come il loro sfruttamento non riguardava solo le discriminazioni salariali, ma anche la mancata tutela della salute e della maternità.

Damnatio memoriae

Le donne dedite alla raccolta dei gelsomini in quelle lingue di terra da Bova a Monasterace e le raccoglitrici di olive della Piana condivisero le medesime problematiche e lotte per un salario più giusto e per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Ma a un certo punto, nel bel mezzo degli anni ’70, le loro strade si divisero.

Il passaggio alla meccanizzazione garantì alle raccoglitrici di olive la sopravvivenza. Mentre nel caso delle gelsominaie, le commesse cessarono e la vecchia fabbrica della “concreta” chiuse i battenti. Abbandonati i campi, con lo scorrere dei decenni anche la memoria di quell’attività gravosa e delle relative lotte s’infragilì fino a diventare labile, soggetta a dimenticanza. Su questo giocò pure il fatto che essendo un’attività praticata unicamente da lavoratrici donne, quella delle gelsominaie s’inserì nel solco dell’assenza o dell’esclusione quasi sistematica dalla narrazione dei fatti storici mainstream.

Come scrisse la storica Angela Groppi «che le donne abbiano sempre lavorato, tanto all’interno quanto all’esterno della sfera domestica, è oggi un dato storiograficamente acquisito». Ma non è stato sempre così. Il recupero del cosiddetto “lavoro delle donne” soggetto a incertezze, tagli, omissioni è stato possibile grazie alla storia sociale, di genere, alla microstoria, all’oralità, alla trasmissione dei saperi da una generazione di donne all’altra.

La Rugiada e il Sole

In questa linea di pensiero e azione va a situarsi il prezioso lavoro dell’UDI di Reggio che, come spiega Titti Federico, ha portato alla realizzazione del documentario La Rugiada e il Sole: «È finalmente venuto a termine un lavoro, nato dall’idea di Lucia Cara e avviato diversi anni fa dal percorso di recupero della nostra identità: raccogliere, conservare e narrare direttamente dalle loro voci la vita e il lavoro delle gelsominaie. Da tempo seguiamo il nostro desiderio di colmare e trasmettere alle nuove generazioni quanto è accaduto e fa parte appieno del percorso di una comunità. Oggi ne consegniamo un tassello restituendo valore e memoria alle tante storie delle donne. Questo lavoro sarà parte integrante dell’archivio dell’UDI e apparterrà alla storia della Calabria».

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venerdì 3 febbraio 2023

I narcotrafficanti della ‘ndrangheta visti dalla Colombia - Douwe Den Held

 

 

Alcune delle tappe più significative che hanno legato a doppio filo i narcos calabresi ai narcos latini, colombiani ma non solo, in questo speciale di InSight Crime

 

Da alcuni decenni ormai, i clan della ‘ndrangheta sono diventati i più importanti alleati europei dei narcotrafficanti di cocaina dell’America Latina. Dal Messico all’Ecuador, dalla Colombia al Brasile, sono moltissimi i broker della ‘ndrangheta arrestati per traffico di droga, praticamente in ogni Paese delle Americhe. Perfino l’Uruguay nel 2017 ha fermato uno dei principali narcotrafficanti calabresi, Rocco Morabito, ricercato da vent’anni e pronto a scappare di nuovo, in una serie di rocamboleschi eventi tra cui l’evasione dal tetto della prigione e la cattura in Brasile a maggio 2021, ben due anni dopo.

La ‘ndrangheta delle origini non sembrava destinata a un simile successo. Eppure, è diventata il principale fornitore di cocaina per l’Europa. Ma lo sarà per sempre? L’ascesa del gruppo mafioso è in parte dovuta alla fortuna e in parte a circostanze. E così anche il suo futuro può dipendere da situazioni imprevedibili.

 

La prima porta per la cocaina colombiana: il Nord America

La ‘ndrangheta è un’associazione mafiosa che è stata formata in Calabria, si crede attorno al XIX secolo. Man mano che cresceva, l’organizzazione criminale si intrecciava sempre più con la società civile calabrese, seguendone i passi durante l’emigrazione di massa dalla Calabria, causata da difficoltà economiche e sociali, e gettando le basi per la sua futura internazionalizzazione.

A partire dagli anni Sessanta, i clan accumulano grandi quantità di denaro attraverso attività legali e illegali come pizzo e rapimenti. Cosa fare con tutti quei soldi? Vent’anni dopo, negli anni Ottanta quindi, i clan calabresi che più si erano arricchiti iniziano a investire in spedizioni di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, all’epoca ancora organizzate dalle famiglie di Cosa Nostra negli Usa. Presto supereranno Cosa Nostra e diventeranno egemoni.

Ma nonostante ciò e nonostante i clan della ‘ndrangheta siano riusciti a stabilire una presenza stabile in alcuni Paesi, tra cui Germania, Canada e Australia, non sono stati in grado di fare lo stesso in America Latina. Tutt’oggi, anche in Paesi come l’Argentina, meta di grandi diaspore calabresi, la presenza della ‘ndrangheta è limitata principalmente a broker che gestiscono il traffico di droga per i clan.

Il vero pioniere da questo punto di vista, è stato Roberto Pannunzi. Nato a Roma, già alla fine degli anni Ottanta si era affermato come broker indipendente in Colombia, facendo da ponte tra il Cartello di Medellín di Pablo Escobar e i clan italiani di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta. Pannunzi in pochi anni diventa un influente broker della cocaina, in grado di organizzare spedizioni di diverse tonnellate in tutta Europa. Viene arrestato due volte, e altrettante volte evade, per poi finalmente venire catturato in Colombia a luglio 2013 e successivamente estradato in Italia.

Ma mentre una volta di Pannunzi ce n’era solo uno, verso la fine degli anni ‘90 la ‘ndrangheta già poteva contare su una vera e propria rete di broker di stanza in Colombia.

Non poteva esserci momento migliore. Proprio mentre il governo statunitense intensificava la sua “guerra alla droga” per tutti gli anni ‘80 e ‘90, la domanda di cocaina aumentava in Europa. I clan della ‘ndrangheta erano in una posizione perfetta per sfruttare il mercato in crescita: le connessioni con i broker latinoamericani portavano grossi vantaggi, ma i clan calabresi godevano di un privilegio ancora più importante: il controllo del porto di Gioia Tauro.

 

La perfetta rotta per l’Europa

Il porto di Gioia Tauro diventa operativo nel 1995 e già durante la costruzione, la ‘ndrangheta riesce a infiltrarsi. La presenza stabile, da allora in poi, della ‘ndrangheta nel porto lo rende ideale anche per il traffico di cocaina, in quanto i clan possono offrire un ingresso sicuro ai carichi illeciti.

«Divenne la scelta più ovvia, anche per gli altri trafficanti», ha dichiarato a InSight Crime Anna Sergi, professoressa di criminologia dell’Università di Essex e specializzata in criminalità organizzata italiana. «La ‘ndrangheta divenne una sorta di garante per il traffico di cocaina in Europa perché aveva Gioia Tauro, che per anni è rimasto un varco d’ingresso intoccato dalle forze dell’ordine». A conferma, la Commissione parlamentare antimafia del 2008 ha dichiarato che la ‘ndrangheta gestiva fino all’80% delle spedizioni di cocaina in Europa.

Quattro anni dopo, un rapporto della Commissione europea giungeva a una conclusione simile, affermando che l’internazionalizzazione dell’attività della ‘ndrangheta negli anni ‘90 corrispondeva agli anni della costruzione del porto di Gioia Tauro, e illustrava come «probabile che la criminalità organizzata avesse prosperato grazie alle operazioni portuali [a Gioia Tauro, ndr]».

Negli ultimi due decenni, le forze dell’ordine e le dogane italiane hanno aumentato le operazioni di controllo e le indagini criminali attorno al porto di Gioia Tauro, prendendo di mira i principali clan che vi operano. Nel 2021, le autorità hanno sequestrato 13 tonnellate di cocaina nel porto, che rappresentano il 97% di tutta la cocaina confiscata alle frontiere italiane e circa il 20% di tutta la cocaina che transita sul territorio italiano, come ha dichiarato il questore di Reggio Calabria Bruno Megale, in un’interrogazione parlamentare di dicembre 2021.

Va comunque tenuto conto che oggi Gioia Tauro ha perso di importanza come snodo commerciale rispetto ad altri porti europei, sia per le merci legali che per quelle illegali. Per i trafficanti, i flussi commerciali legali spesso dettano le rotte più convenienti: una minore quantità di spedizioni legittime che passano per Gioia Tauro offre meno opportunità di introdurre carichi illeciti.

I trafficanti si sono quindi rivolti ai maggiori porti europei, Anversa e Rotterdam. Le autorità belghe e olandesi in questi due porti hanno sequestrato rispettivamente 89 e 70 tonnellate di cocaina nel 2021, molto più delle 13 tonnellate di Gioia Tauro.

 

La ‘ndrangheta sta anche affrontando una crescente concorrenza da parte di altre reti di narcotrafficanti in Europa. In Colombia, il principale Paese produttore di cocaina, le grandi organizzazioni criminali, i cartelli e i gruppi paramilitari che sono stati egemoni per decenni, si sono frammentati in fazioni più piccole. Questo ha aperto la porta ad altri gruppi criminali europei, come le organizzazioni albanesi, per trattare direttamente con i fornitori e acquistare grandi quantità di cocaina direttamente in Sud America.

La ‘ndrangheta, tuttavia, sembra ben posizionata per sopravvivere al declino dell’importanza di Gioia Tauro come porta d’ingresso della cocaina in Europa. L’infiltrazione della mafia calabrese presso altri porti italiani ha contribuito a mantenere in vita i traffici.

Nell’agosto del 2022, le autorità brasiliane hanno sequestrato oltre mezza tonnellata di cocaina destinata al terminal portuale di Vado Ligure, utilizzato come alternativa a Gioia Tauro, secondo quanto riportato da Reggio Today.

Il porto di Genova, che fa parte dello stesso gruppo portuale, è tra «i più infiltrati dalla ‘ndrangheta», ha dichiarato nel 2017 Federico Cafiero de Raho, Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, come riportato in una relazione della Commissione parlamentare del 2022. Nonostante le operazioni di polizia e i sequestri presso i porti, i clan calabresi riescono sempre a organizzare nuovi carichi poiché si alleano con altri gruppi, trafficando attraverso diversi porti europei e condividendo i costi e i rischi di una spedizione...

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