Visualizzazione post con etichetta Sara Manisera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sara Manisera. Mostra tutti i post

mercoledì 22 ottobre 2025

La cura della terra come forma di resistenza delle comunità indigene contro il capitale - Sara Manisera

“Ci siamo resi conto che stavamo perdendo conoscenze millenarie.

Abbiamo deciso di fondare una casa dei semi comunitaria per conservare i semi di mais indigeni della nostra regione, riportarli nelle mani delle comunità e decidere cosa mangiare”.

A parlare è Daniel Vázquez, coordinatore e fondatore del collettivo rurale Atocpan. Lo incontriamo a San Pedro Atocpan, nell’area metropolitana di città del Messico, grazie a un progetto di scambio, supportato da Bertha Foundation, con la fotogiornalista Greta Rico e le attiviste Ana Larranaga e Lindsey Loberg. 

Accanto a Daniel, si sono riuniti altri contadini e contadine di diverse aree dello Stato, proprio per incontrarci. Nessuno usa prodotti chimici per coltivare e tutti sono a conoscenza di cosa ci sia dietro il cosiddetto “pacchetto tecnologico” fatto di semi, pesticidi ed erbicidi, fornito dalle multinazionali dell’agro-farmaceutica. In questi decenni, infatti, il Messico - così come altri Paesi - ha subito numerose pressioni da parte delle grandi multinazionali: dall’accaparramento delle terre indigene all’imposizione di semi ibridi e ogm, fino alle pressioni da parte di Bayer AG, proprietaria di Monsanto, affinché il Messico rinunciasse al divieto sul glifosato, un pesticida cancerogeno che è l'ingrediente chiave dei diserbanti Roundup della Monsanto usati in agricoltura.

Per migliaia di anni le contadine e i contadini di diverse aree del mondo hanno conservato tesori biologici inestimabili per la comunità e per l’ambiente: i semi indigeni. Questi hanno alimentato e costruito le grandi civiltà in Centroamerica, quelle in Mesopotamia - la terra tra i due fiumi - e nel Levante, fino ad arrivare alle grandi civiltà in Asia. Oggi questi semi, in ogni angolo del pianeta, affrontano una grande pressione, a causa della crescente urbanizzazione, dell’abbandono delle campagne ma soprattutto a causa di una costante e sistematica azione di accaparramento, recinzione, occupazione delle terre indigene ad opere di aziende, multinazionali e Stati che, nel corso dei secoli, si sono appropriati dei “beni gratuiti” della natura - come acqua, suolo, montagne e foreste - per essere usati dal capitale. 

Tra questi beni ci sono anche i semi, controllati sempre di più da una manciata di multinazionali che possiede brevetti, capitali e tecnologia.

Controllare i semi, significa di fatto controllare il sistema alimentare, il cibo, la cultura e rendere dipendenti i contadini e i cittadini all’acquisto e al consumo di determinati prodotti.

Gran parte dei semi in commercio oggi non solo non possono essere riprodotti di anno in anno, ma sono strettamente legati all’utilizzo di pesticidi. Perdere i semi tuttavia non significa solo perdere la propria indipendenza alimentare ma anche la propria cultura. “L’idea della casa dei semi comunitaria nasce da qui. Quando abbiamo iniziato a raccogliere i semi ci ha stupito la quantità di storie che le persone condividevano sui loro semi e sui loro ricordi. Ci ha affascinato ascoltare come i semi siano passati di mano in mano, di generazione in generazione. Di fatto, i semi sono le persone e le persone sono semi. Non sono pezzi esterni.

Il seme è storia, cultura, tradizione e futuro. E tutto ciò che facciamo è pertanto un atto di resistenza”, spiega Vázquez. 

Come Daniel, anche gli altri membri del collettivo, seduti attorno a una tavola imbandita  con tortillas, mole e altri piatti della cucina messicana, ne sono convinti. Fare agricoltura oggi è un atto di amore e di resistenza. Lo sa bene Laura Flores, avvocata e figlia di contadini, oggi tornata a coltivare la terra. “Le multinazionali tolgono libertà e indipendenza a noi contadini. Ma anche a tutti i cittadini. Mangiamo tre volte al giorno ma non sappiamo più cosa mangiamo e chi lo produce. I gusti e i sapori sono gli stessi in Messico, come in Italia.

Ci hanno venduto l’idea che la modernità sia quella di abbandonare la terra e le campagne, spingendo le persone a emigrare in città per diventare lavoratori salariati e sfruttati e oggi nessuno semina e nessuno coltiva”, racconta. 

Dopo anni di lotte per riappropriarsi di terreni ingiustamente accaparrati da alcune imprese, Laura oggi coltiva diverse varietà di mais, fagioli, zucche, fave e piante di frutta nella terra ancestrale dei genitori. La milpa è esattamente questo: il metodo di coltivazione delle famiglie mesoamericane contadine prima della colonizzazione. “Per me agroecologia significa essere liberi. Coltivare con ciò che hai intorno vuol dire essere indipendenti da questo sistema agro-industriale che rende schiavi e impone cosa mangiare. Coltivare e curare la terra è una forma di lotta”. 

C’è un filo sottile che unisce le mobilitazioni contro le multinazionali dei semi e dei pesticidi in Messico fino a quelle per la terra in Palestina contro il colonialismo israeliano.

È la lotta e la resistenza di popoli indigeni che, da sempre, hanno vissuto e mantenuto un legame simbiotico con la terra.

Nella cultura mesoamericana o in quella mediterranea, o comunque in tutte le comunità indigene e contadine che vivevano di economia di sussistenza, la natura non era separata dagli esseri umani. Sapevano di fare parte di un tutto e tutta la vita ruotava attorno ai beni naturali. Certamente c’era una plasmazione e trasformazione del paesaggio ma la “natura” non era trasformata in oggetto esterno da conquistare, regolare, sfruttare.

La natura non era un substrato passivo ma il campo all’interno del quale si svolgeva tutta la vita. 

A partire da quello che Fernand Braudel definisce il lungo XVI secolo, ovvero il periodo in cui emerge, si consolida e dura il regime di accumulazione del capitalismo, l’idea di natura inizia ad essere relegata all’esterno e l’ambiente visto come risorsa infinita e gratuita o discarica per rifiuti, altrettanto infinita e gratuita. Il capitalismo, di fatto, ha trasformato la natura in oggetto esterno, affinché sia accettata e normalizzata l’idea che la natura possa essere conquistata, occupata e invasa. 

Scrive Jason W. Moore nel libro “Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato”:

“Il capitalismo non ha un regime ecologico, bensì è un regime ecologico: sfruttamento e creazione di valore non si danno sulla natura, ma attraverso di essa, cioè dentro i rapporti socio-naturali che emergono dall’articolazione variabile di capitale, potere e ambiente”. 

In altre parole, il capitalismo è un modo di organizzare la natura ed è proprio il dominio del capitale che ha trasformato la natura in “oggetto estraneo” o “natura astratta”, avvalendosi proprio di un “vasto repertorio di enclosures e recinzioni, appropriazione dei beni gratuiti della natura” per essere usati dal capitale in modo infinito, accumulando gratuitamente materie prime, e “servire l’insaziabile domanda di natura a buon mercato”. 

Ma questa insaziabile domanda di natura a buon mercato si sta scontrando con un grande limite. Oggi, infatti, siamo in una fase storica di crisi del capitalismo perché il funzionamento del capitalismo stesso si basa sull’idea dell’accumulazione, crescita infinita e appropriazione senza fine della terra.

Le risorse naturali, però, sono limitate e sempre più esaurite. 

Di fronte a questi limiti, il capitalismo diventa ancora più aggressivo. Cerca pertanto di accaparrarsi le ultime risorse: materie prime, terre e natura. Lo abbiamo visto in Centroamerica e Sudamerica, dove le comunità indigene e gli attivisti sono sempre più attaccati da multinazionali e Stati nazione - il braccio armato del capitale - ma anche in Groenlandia, Stati africani e in Palestina, dove le aziende del gas e del petrolio, tra cui l’italiana ENI, si sono aggiudicate dal Ministero dell’Energia israeliano licenze per la ricerca di gas. Lo stesso copione scritto in Iraq durante l’invasione a guida statunitense del 2003, quando le compagnie petrolifere hanno ottenuto contratti e licenze, grazie alla partecipazione dei loro Paesi d’origine alla guerra contro l’Iraq. 

Ecco allora che la cura e la difesa della terra diventano elemento centrale di resistenza e rivoluzione radicale contro il capitale. Lo sanno bene i contadini e contadine del Messico ma anche quelli incontrati in questi anni in Italia, Libano, Tunisia e Palestina. Ovviamente, alcune delle sfide che gli agricoltori palestinesi devono affrontare sono uniche per la forma di colonialismo israeliana, mentre altre sono condivise dai piccoli agricoltori di tutto il mondo di fronte al cambiamento del clima e alla crescente influenza dell'agricoltura industrializzata.

Ma tutti sanno che la cura della terra, il pensiero del limite, la tutela della biodiversità e la totalità organica della vita sono pratiche politiche rivoluzionarie di resistenza. 

Lo sa bene Lina, compagna di questo percorso di ricerca con la Bertha Foundation, che vive nei territori palestinesi occupati e che prova con il Forum agroecologico palesinese a portare avanti case comunitarie dei semi e pratiche agroecologiche.

“Fare il nostro cibo è una forma di liberazione”, mi ha detto ad aprile 2024 quando è venuta in Italia a conoscere altr* contadin* resistenti. 

A lei e a tutt* le persone palestinesi, libanesi e coloro che resistono, curando la terra va questo scritto. 

(Con il supporto di Bertha Foundation)

da qui

venerdì 6 ottobre 2023

Le mani in pasta - Sara Manisera

 

5Episodi

IN PROGRESS

Dai semi della Mesopotamia all’agricoltura industriale: un viaggio nel mondo del grano per capire chi controlla la filiera, dal seme fino alla pasta.

Il grano è uno degli alimenti più antichi e più commercializzati al mondo, insieme a zucchero, mais e soia. A partire dagli anni Novanta dello scorso secolo, questa materia prima, insieme a molte altre, è stata progressivamente trasformata in merce globale. In gergo, commodity: prodotti standardizzati, facili da immagazzinare, conservabili nel tempo e privi di differenze qualitative, indipendentemente da chi li produce. 

 

A controllare la produzione, la commercializzazione e la distribuzione delle commodities come il grano sono una manciata di grandi aziende che plasmano i mercati e la ricerca in modo da perseguire l’obiettivo finale della massimizzazione del profitto degli azionisti, e non del bene pubblico.

 

Partendo dai semi, Bayer-Monsanto, DowDupont-Corteva, ChemChina-Syngenta e BASF, dominano il 60% del mercato mondiale delle sementi e il 75% del mercato globale dei pesticidi. Quattro società, Archer Daniels Midland, (ADM), Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company, note come “gruppo ABCD”, a cui si aggiunge la cinese Cofco, controllano tra il  70 e il 90% del commercio globale di cereali.

 

Questa straordinaria concentrazione di potere e denaro nel commercio alimentare globale la si trova anche nell’industria della pasta. Le quattro maggiori aziende dell’industria della pasta sono Barilla Holding, la svizzera Nestlé, De Cecco e la russa Makfa. Partendo dai semi, passando per la commercializzazione e la logistica fino ad arrivare all’industria della pasta, sono pochi i gruppi a controllare l’intera filiera del grano.

 

 

Ma quali sono le conseguenze per i cittadini, per la salute e per l’ecosistema?

Si può ancora parlare di libero mercato in un mercato controllato da quattro, cinque grandi conglomerati?

Questo sistema agroindustriale basato su filiere di approvvigionamento globale sfama il mondo? 

Se è vero che l’attuale sistema avvantaggia chi fa economie di scala, è altresì vero che questa agricoltura ha impatti sociali e ambientali che raramente vengono calcolati nel prezzo di vendita del cibo ma sono scaricati come esternalità negative interamente sulle comunità e sull’ambiente. Sono dunque costi d’impresa pagati da altri. 

 

Le mani in pasta è un viaggio che inizia con i semi in Mesopotamia, la terra tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove l’uomo ha iniziato a domesticare il frumento e i cereali dando vita alla prima civiltà, e si chiude con l’agricoltura industriale e i suoi impatti sulla salute e sull’ambiente. Un viaggio nel mondo del grano per capire chi controlla la filiera, dal seme fino alla pasta, quali sono le conseguenze sulla salute e l’ambiente e quali le possibili soluzioni per ripensare a un’altra agricoltura – ed economia – non guidata da logiche di crescita infinita e massimizzazione del profitto ma rispettosa delle comunità e dell’ecosistema. 

 

CREDITI

Questo lavoro è stato ideato e realizzato da Sara Manisera, Bertha Foundation Fellow 2023, con il sostegno di Bertha Foundation e prodotto da Slow News. 

Illustrazioni di: Vito Manolo Roma

 

 

da qui

martedì 2 maggio 2023

Iraq, poveri nonostante il petrolio - Sara Manisera e Daniela Sala

 


All’alba del 20 marzo 2003, la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti invade l’Iraq. Inizia così la Seconda Guerra del Golfo, un intervento giustificato come "guerra preventiva" ed "esportazione della democrazia". Saddam Hussein era accusato di possedere armi di distruzione di massa e di nascondere militanti di al-Qaida. Secondo le parole di George W. Bush, la missione militare "Iraqi Freedom" avrebbe combattuto il terrorismo, difeso il mondo da un serio pericolo, esportato libertà, prosperità e laicità.

Dal 2003, l’Iraq ha subito un’invasione militare, una guerra civile, l’occupazione di un terzo del paese da parte dell’autoproclamato Stato Islamico, la diffusione di milizie e gruppi armati e una "liberazione" che ha causato migliaia di vittime civili e sparizioni forzate. Al tempo stesso, la società civile irachena non ha mai smesso di lottare e di difendere i diritti umani con campagne nonviolente, spesso ignorate dalla comunità internazionale. Se è vero che l’Iraq è uno dei Paesi più ricchi al mondo di petrolio, è altrettanto vero che la maggior parte della popolazione in questi ultimi vent’anni non ha mai beneficiato della ricchezza del petrolio.

Acqua salata dai rubinetti

Nell’estate del 2018, le temperature a Basra, nel sud dell’Iraq, hanno raggiunto i 52 gradi e dai rubinetti usciva acqua salata. Benché il governatorato di Basra ospiti i giacimenti petroliferi che producono la maggior parte di barili di petrolio esportati ogni giorno dall’Iraq, la regione - e la maggior parte dell’Iraq- resta sottosviluppata, priva di servizi, di acqua, di elettricità e fortemente inquinata. Nel 2011, 2015 e 2019 migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il governo per la mancanza di servizi pubblici e diritti. La repressione da parte delle forze di sicurezza e delle milizie armate è stata durissima.

Giovani manifestanti uccisi

Solo nel 2019, più di 800 giovani manifestanti sono stati uccisi e oltre 25’000 sono stati feriti. A vent’anni di distanza dall’invasione a guida statunitense, l’Iraq è uno dei paesi più corrotti al mondo, dove classi dirigenti locali, con il supporto di milizie, e uomini d’affari si dividono la torta secondo i propri interessi. Nonostante sia stato fatto di tutto per convincere l’opinione pubblica che il problema fossero le armi di distruzione di massa e al-Qaida, la geopolitica e il petrolio restano le cause principali della fragilità irachena.

Sara Manisera e Daniela Sala - con la collaborazione di Lina Issa ed Essam al Sudani - realizzato grazie al supporto del JournalismFund

qui un video interessante: 

 

da qui



Iraq senz’acqua: il costo del petrolio che arriva fino in Italia - Sara Manisera, Daniela Sala

 In Iraq i giacimenti di petrolio estraggono il greggio utilizzando l'acqua dirottata dai fiumi. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, i loro profitti si sono moltiplicati. Ma a Basra mancano acqua e elettricità

Basra, Iraq. Quando nel 1990 Saddam Hussein prosciugò gran parte delle paludi mesopotamiche per punire i ribelli nascosti tra i canneti che si opponevano al suo regime, Mahdi Mutir prese i suoi pochi averi, le reti e la piccola barca e fuggì verso le paludi di Hammar, a nord est di Basra, dove pensava di poter continuare a vivere grazie alla pesca. Le paludi di Hammar sono un grande complesso di zone umide nel sud-est dell’Iraq e fanno parte delle paludi mesopotamiche, originate dal sistema fluviale del Tigri ed Eufrate.

Questi antichi fiumi nascono dalle sorgenti innevate dei monti del Tauro nella Turchia sud orientale, attraversano valli e gole verso gli altipiani della Siria e dell’Iraq settentrionale e poi scendono paralleli verso la pianura alluvionale dell’Iraq centrale. Come le arterie dell’apparato circolatorio, i fiumi, raggiunti da altri affluenti, scivolano verso sud e si uniscono ad Al-Qurnah per formare il maestoso Shatt al-Arab, un fiume che viaggia per duecento chilometri prima di sfociare nel Golfo Persico.

Per millenni, la vita degli abitanti delle paludi è stata strettamente legata al Tigri, all’Eufrate e alle zone umide che stagionalmente venivano sommerse dalle inondazioni dei fiumi. Grazie all’acqua e ai canali, si trasportavano merci, si navigava da una regione all’altra, si coltivava e si viveva di pesca, in un rapporto simbiotico con l’ambiente circostante. Così ha vissuto anche Mutir.

Ogni giorno, alle due di pomeriggio, usciva da casa per andare a gettare le reti con la tradizionale mashuf, una canoa in legno, lunga e stretta, utilizzata come mezzo di trasporto principale dai pescatori di questa zona per navigare canali e paludi. Aspettava il calare del sole e il giorno seguente, alle prime luci dell’alba, le andava a raccogliere. Dei pesci catturati riusciva a guadagnare circa 17.000 dinari al giorno, circa tre euro, una cifra esigua ma sufficiente per mantenere la sua famiglia…

continua qui