Visualizzazione post con etichetta Giovanni Gusai. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanni Gusai. Mostra tutti i post
giovedì 5 febbraio 2026
venerdì 13 luglio 2018
La mia resistenza - Giovanni Gusai
Ieri ho condiviso una foto sul mio profilo
Instagram, e ho aggiunto una didascalia tristemente profetica: “Vivere, altro
che sopravvivere”. Perché poi tutti abbiamo saputo della lettera di
Michele, trentenne suicida, che non voleva più “continuare a sopravvivere”.
La mia foto ritrae due rocce enormi, granito del mio Monte Ortobene: l’ho scattata mentre rientravo a Nùoro, a casa, a piedi. Ci ho messo un’ora a salire, quaranta minuti a scendere. Una giornata spettacolare.
La mia foto ritrae due rocce enormi, granito del mio Monte Ortobene: l’ho scattata mentre rientravo a Nùoro, a casa, a piedi. Ci ho messo un’ora a salire, quaranta minuti a scendere. Una giornata spettacolare.
All’inizio è stato faticoso, perché avevo
finito da poco di fare colazione e perché Bobore, che era con me, ha cominciato
a camminare a una velocità che non mi aspettavo. Non che non riuscissi a
stargli dietro, ma non me l’aspettavo. Non ero pronto, ecco.
Il sentiero che abbiamo percorso è il
numero 101. Se è parte di un elenco di sentieri non so di quale si tratti, di
preciso. Neppure mi interessa. Mi piace pensare che Centouno sia un nome e non
un numero.
In venticinque minuti abbiamo raggiunto un
grande spiazzo in cui abbiamo abbandonato il sentiero per imboccarne un altro.
Siamo saliti al Monte per verificare che fosse sgombro, che nessun albero
caduto durante la bufera di qualche settimana fa ostruisse il passaggio.
Dovevamo verificare che ci fosse acqua nelle fontane e abbastanza legna per
accendere dei fuochi.
C’era l’acqua, fredda. E un sacco di legna.
Decine di migliaia di tonalità di verde, un cielo che pareva respirarci sopra
la testa, immacolato. Celeste come dev’essere e sgombro dalle nuvole. C’erano
dei corvi, vicini a noi ma nascosti, che gracchiavano forte. E quelle rocce
enormi che ho fotografato, certo. Fango, muschio, pozzanghere, freddo, foglie
morte, ghiandaie, prati, rovi, cinciallegre, tracce di volpi, alberi caduti –
nessuno ha ostruito nessun sentiero in maniera irreparabile. E aria,
moltissima, pulita. Pochissimo vento, ma determinato. La libertà si muove a
cavalcioni del vento, e se sai respirare ti riempie i polmoni.
Volevo scrivere un post già da ieri, per
raccontare la bellezza della mia libertà, la fatica che mi rende felice. Da
casa mia al cuore del bosco c’è un’ora a piedi, e il tragitto è mozzafiato.
Perché dovrei andarmene?
Già, perché la domanda retorica di questo
posto bistrattato e umiliato che chiamiamo Sardegna è l’opposta: perché dovrei
rimanere? E poi i corollari che rafforzano la tesi sottintesa: non c’è nulla,
non c’è lavoro, non ci sono possibilità, non c’è speranza, non c’è niente da
fare la sera.
Io rimango. Per non perdere la possibilità
di salire a piedi al Monte e sentirmi ancora vivo, rimango per i nonni che non
ho conosciuto e per la Storia che non mi hanno raccontato, rimango per i miei
figli e perché sappiano che non ci sono posti giusti e posti sbagliati, ci sono
solo le persone.
Io resto per provarci, perché vivere in mezzo al vuoto di opportunità coincide con il restare nella totalità delle possibilità, resto perché solo dove non c’è niente si può ancora costruire.
Io resto per provarci, perché vivere in mezzo al vuoto di opportunità coincide con il restare nella totalità delle possibilità, resto perché solo dove non c’è niente si può ancora costruire.
Io mi ostino a scegliere i sogni che voglio
per me, per il tempo della mia libertà, per non darla vinta a chi ride dei miei
studi, delle mie competenze, del mio percorso.
Questa è la mia resistenza, per la mia
terra e per la mia generazione: perché nessuno abbia mai abbastanza potere da
dirmi “questo è il lavoro che abbiamo scelto per te”, “questo è quello che
abbiamo da offrirti”. È la mia resistenza per il mio diritto, acquisito da
essere umano, sardo, nato libero, di inventarmi quello che voglio. È forse la
resistenza degli illusi, di chi si accontenta, di chi si è arreso e non vuole
provare a cambiare il mondo.
Ma io credo che solo chi cambia il pezzo di
mondo attorno a sé cambi realmente qualcosa.
A Settembre compirò trent’anni. Ci
arriverò, come accade da molti anni a questa parte, stanco.
Qualcuno ha avuto dal destino la
possibilità di essere ricco. A me Dio ha donato la fortuna di essere felice. E
se questo comporta stancarsi fino allo stremo e lottare, e resistere, io sono
fiero della mia resistenza.
È una rivoluzione gentile, e debole, ma determinata. Come il vento ieri al Monte.
È una rivoluzione gentile, e debole, ma determinata. Come il vento ieri al Monte.
Miche’, per te conservo una preghiera. Temo
che turberai le coscienze per poco tempo, e i giornali si dispiaceranno sempre
meno, e parleranno di nuovo degli arbitraggi, delle canzoni e dei vestiti dei
conduttori e di qualche scandalo che ne rimpiazzerà un altro, in tempo zero.
Ogni tanto una defibrillatina con la morte di qualche disperato, giusto per
stringere quel piccolo nodo alla gola che ci ricorda di essere umani.
Io, intanto, costruirò piccoli castelli con
solide fondamenta, quaggiù, alle pendici del mio Monte, nella mia isola al
centro del mare.
domenica 6 agosto 2017
Carta da musica – Giovanni Gusai
Il pane carasau è un pane della mia
terra. È costituito da fogli rotondi di un sottile impasto, abbrustolito e
croccante. È fragile e si spezzetta facilmente, ma può essere anche bagnato e
in pochi minuti un foglio si trasforma in un lenzuolo di pane. Può essere così
piegato, arrotolato o tagliato nel modo che si preferisce.
Provengo da un’isola, nella quale forte si
fa sentire il canto del mare che chiama. Una stanza può diventare una gabbia,
una casa un carcere, un’isola può finire per soffocare. Nella mia terra non è
troppo facile vivere e il mio mare sa cantare canzoni che ti fanno venir voglia
di andar via. I desideri diventano necessità, le aspirazioni lavori, le
metropoli case in cui risiedere. La mia è una terra di partenze.
Provengo da una terra in cui si parla
un’altra lingua. Gli anziani custodi della lingua sono suonatori virtuosi, è un
piacere ascoltarli. Sono lenti e pazienti nei gesti, scorbutici nei modi ma
come se dovessero difendersi. Hanno le mani spaccate dal lavoro e quasi mai
pulite del tutto. Quando parlano sembrano recitare delle formule magiche. Anche
il più stupido fra loro appare saggio, e se apre bocca per parlare cancella
ogni traccia di stupidità. La mia è una terra di musica.
Provengo da un mondo con le lacrime agli
occhi e il coltello in tasca. Spesso siamo uno contro l’altro, affoghiamo il
dolore nel sangue, non sappiamo perdonare. Le madri piangono i figli. L’odio ha
trovato posto fra i nostri monti e ho paura tarderà ad andare via. Siamo in
pochi, è facile prendersela con il più vicino. Fra noi c’è chi è stato capace
di barbarie imperdonabili.
Provengo da un mondo con le lacrime agli
occhi e il riso e il grano fra le mani. Fra la mia gente ho conosciuto l’amore
tenero e sincero di chi può andare avanti solo condividendo tutto. Si piange
per la felicità del figlio sposo. Sappiamo festeggiare e volerci bene. I nostri
bambini, quando parlano come solo qui si parla, sembrano avere centinaia d’anni
e fanno sorridere. La mia, come tutte, è una terra di gente. Bella e
brutta.
Provengo direttamente dalla bellezza. Il
mare qui è azzurro. La primavera verde di vita, l’estate gialla di sole,
l’autunno rosso di vino e l’inverno bianco di neve. Il vento sconvolge i
pensieri, il sole si fa maledire per quanto è forte. Abbiamo case in pietre e
legno veri, paesini sparpagliati sulle vallate, alternati a pascoli e boschi.
La mia è una terra di colori.
Provengo dal meravigliarsi. Da noi tutti
hanno da parte un’espressione, per quando ci si meraviglia. E tutto ci ha
meravigliato, almeno una volta. Dirai, questo capita dappertutto: sì, ma è un
processo che dopo un po’ si ferma. Qui c’è gente pronta a meravigliarsi ancora
oggi per il telefono senza fili, e non è uno scherzo. Ci si meraviglia per i
turisti molto alti, per certi modi di comportarsi, per certe usanze. E chi
arriva qui fa lo stesso, ma al contrario. C’è davvero da meravigliarsi per le
vecchine minuscole, per certi modi di vestirsi e di comportarsi, per certe
tradizioni. La mia è una terra di meraviglie.
Provengo da un luogo in cui tutto sembra
dover essere per sempre. Ci sono maschere, costumi, canti e balli: raccontano
la storia della mia isola a testa alta. Da sempre. I litigi, da me, sono per
sempre. L’amicizia e la lealtà. Niente è vero in assoluto, è chiaro. Per
fortuna o per sfortuna, questo dipende. La mia terra è la mia terra, lo sarà
per sempre. Non ci sarà altro posto che potrò mai chiamare casa.
Tutto da me è come il pane carasau.
Appariamo forti, sembra preferiamo spezzarci piuttosto che piegarci. È proprio
così, eppure una parola gentile o una difficoltà vera ci ammorbidiscono
l’anima. Abbiamo il cuore come il sughero. Ruvido e fastidioso al tatto, ma a
saperlo lavorare vengono fuori dei capolavori.
Questo è per gli esuli, per chi ha
ascoltato il canto del mare senza dimenticare. Se qualcuno di loro lo stampasse
e lo leggesse a voce alta, e il suono che ne verrebbe fuori gli piacesse.
Allora mi piacerebbe pensare: stampata, questa sarebbe carta da musica.
Etichette:
Giovanni Gusai,
pane,
Sardegna
Iscriviti a:
Post (Atom)