Qualche giorno fa, davanti all’ex sede della Banca d’Italia, dinanzi al
Municipio, sono stato fermato da un turista. Aveva l’aria un po’ smarrita di
chi cerca e non trova. Mi ha chiesto come raggiungere Esit Ortobene. Per un
attimo ho pensato a uno scherzo. Poi ho alzato gli occhi e ho visto il vecchio
cartello che ancora indica, con ammirevole fedeltà al passato, la strada verso
lo storico albergo, chiuso ormai da innumerevoli anni. Il turista cercava una
struttura che non esiste più. Nuoro, invece, continua a indicargliela.
E’ una perfetta metafora della politica turistica nostrana: segnaliamo ciò
che non c’è e non riusciamo a valorizzare adeguatamente ciò che abbiamo.
Da qui la domanda: Nuoro è una città turistica oppure è stata, per qualche
fugace momento, una città “fu-turistica”? Perché, a essere sinceri, di
veramente turistico in città si vede ancora poco. Non perché manchino le cose
da raccontare, ma perché manca il modo di raccontarle, un sistema.
Nuoro possiede musei importanti, luoghi della cultura, case storiche,
tradizioni, identità, paesaggi, quartieri e personaggi che potrebbero sostenere
un’offerta turistica credibile durante tutto l’anno. Abbiamo persino una
gastronomia di livello: a Nuoro si mangia bene quasi ovunque, grazie alla professionalità,
alla passione e alla qualità dei nostri ristoratori. Eppure tutto questo non
basta per prendere per mano il visitatore, spiegargli dove si trova, cosa può
vedere, dove può mangiare, quali eventi sono in programma, come può muoversi e
fermarsi una notte in più. A Nuoro, il turista è spesso lasciato solo con il
proprio telefonino, qualche cartello inaffidabile e il prezioso aiuto dei
passanti. Non sappiamo ancora accogliere pienamente chi arriva. Manca
soprattutto un’idea condivisa di cosa Nuoro voglia essere agli occhi di chi
viene da fuori. La città deve essere meta scelta non soluzione di
ripiego.
Il momento culminante dell’anno continua a essere la Festa del Redentore,
una manifestazione straordinaria per valore religioso, culturale, identitario e
popolare. Per qualche giorno arrivano visitatori, gruppi folk, fotografi,
studiosi e appassionati. Poi, finita la festa, si torna al “travaglio
usato”.
Il Redentore dovrebbe essere il vertice di una programmazione annuale, non
l’unico grande momento capace di rendere visibile la città. Intorno dovrebbero
esserci eventi culturali, musicali, enogastronomici, sportivi, letterari e
tradizionali, organizzati secondo un calendario unico e promosso con largo
anticipo.
Gli eventi, in realtà, si fanno. Anche tanti. Il problema è che spesso non
si sa che si fanno. Ogni ente, associazione o istituzione comunica per conto
proprio, con tempi e modalità differenti. Le iniziative si accavallano, si
ignorano reciprocamente o vengono annunciate pochi giorni prima, come se il
turista decidesse di organizzare il proprio viaggio consultando casualmente una
locandina affissa il giovedì per il sabato successivo.
Un calendario unico degli eventi non sarebbe un’opera faraonica. Sarebbe
uno strumento normale. Un calendario annuale, continuamente aggiornato,
promosso negli alberghi, nei ristoranti, nei musei, sui siti istituzionali, sui
social e nei territori costieri. Per fare un esempio: di Alghero o Olbia
sappiamo già date e luoghi degli eventi dell’anno venturo.
Servirebbe una regia. Una destinazione non nasce per generazione spontanea
e neppure sommando iniziative scollegate. Occorre qualcuno che organizzi,
coordini, programmi e misuri i risultati.