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venerdì 16 agosto 2024

Frutta e verdura “brutta”: quanta ne sprechiamo e quanto ci costa - Eleonora Ballatori

  

La corrispondenza tra “bello” e “buono” è oggetto di disquisizioni da 2.500 anni, ma quali sono i canoni estetici che guidano il mercato (e le nostre scelte) in materia di frutta e verdura? E cosa succede quando si scontrano con gli effetti del cambiamento climatico?


Quando si tratta di frutta e verdura “brutta”, i consumatori hanno un limite di tolleranza del 40%, superato il quale non sono più disponibili all’acquisto. Ovvero: in un sacchetto di dieci carote, solo quattro possono apparire imperfette perché il cliente sia ancora disposto a comprarlo. A stabilirlo è l’Ohio State University in una ricerca del 2021, da cui emerge che si tende a percepire come “scadente” un prodotto la cui dimensione, forma o colore si discosti dagli standard estetici prevalenti nella grande distribuzione organizzata (GDO). Tale diffidenza è dovuta, da un lato, a una conoscenza sempre più limitata della produzione alimentare, che nelle economie moderne avviene spesso a grande distanza dal suo consumo. Dall’altro lato, chi potrebbe contribuire all’educazione del consumatore favorendo un riavvicinamento consapevole alla filiera, sceglie di non farlo: i rivenditori sono più che propensi a escludere dall’assortimento quegli alimenti che non hanno un aspetto standard.

Il corto circuito delle responsabilità

Nell’ambito del rapporto Siamo alla frutta pubblicato nel 2021, l’associazione ambientalista Terra! ha fatto questa domanda alle principali insegne distributive italiane: “Sareste disponibili a mettere a scaffale frutta non sempre perfetta esteticamente (di calibro piccolo, con ammaccature da grandine, ecc.), ma ottima dal punto di vista organolettico?”. Il 57% ha risposto di no perché “il cliente non la comprerebbe”, il 29% non sa o non risponde e solo il 14% ha confermato di farlo già.

Si crea così un circolo vizioso in cui i rivenditori sostengono di agire per assecondare i gusti del cittadino-consumatore e rimettono il problema in capo ai soli produttori, che dovrebbero trovare altri canali – altrettanto remunerativi – per la merce di seconda o terza scelta; mentre i produttori, dal canto loro, insistono sulla responsabilità della grande distribuzione nell’aver educato i clienti ad accettare solo la perfezione. Questo sistema, sottolineano inoltre, ha altre conseguenze dannose: i prodotti non conformi agli standard della GDO vengono o scartati o ceduti all’industria di trasformazione a un prezzo inferiore, che copre a malapena i costi di produzione e garantisce la sopravvivenza solo di quelle aziende agricole che riescono a fornire un’alta percentuale di prodotti di prima scelta.

“Sani, leali e mercantili”

Fino a quindici anni fa l’Unione Europea, nel tentativo di uniformare e regolare il mercato, adottava norme molto rigide riguardo dimensioni, forma e consistenza di quasi quaranta prodotti ortofrutticoli destinati al consumo fresco. Per esempio, cetrioli e carote dovevano avere una curvatura massima di 10 millimetri, pena l’esclusione. Con il Regolamento 543 del 2011, successivamente modificato dal Reg. 428/2019, la legislazione si è ammorbidita, “limitando” il proprio intervento a dieci prodotti che però, da soli, costituiscono il 75% del valore commerciale degli scambi europei: mele, agrumi, kiwi, lattughe, pesche, pere, fragole, peperoni, uva da tavola e pomodori. La premessa alle oltre 160 pagine di norme è il proposito di commercializzare prodotti “sani, leali e mercantili”. Ovvero quelli certamente buoni da mangiare, puliti e privi di parassiti, ma anche impeccabili dal punto di vista estetico.

Prendendo in esame solo alcuni dei requisiti per entrare nelle Categorie “Extra” e “I” (cui appartiene quasi il 90% dell’ortofrutta venduta dalla GDO) troviamo, ad esempio, che le mele rosse devono avere “colorazione adeguata” per almeno tre quarti della superficie e che eventuali “ammaccature lievi” sono ammesse, ma per un massimo di 1 cm quadrato, sul totale; i kiwi devono essere “ben formati: sono esclusi i frutti doppi o multipli”; le pesche possono presentare “lievi segni di pressione” su una superficie non superiore a 1 cm quadrato , così come le fragole ammettono una “piccola zona bianca” la cui estensione non deve però superare un decimo della superficie totale. Infine troviamo che gli acini dell’uva da tavola devono essere “distribuiti uniformemente sul graspo”, mentre i pomodori costoluti sono ritenuti conformi solo se presentano “protuberanze non eccessive”. Tutti i prodotti, inoltre, devono rientrare nei calibri minimi previsti.

Cibo perso, cibo sprecato

Nel rapporto Reducing food loss: What grocery retailers and manufacturers can do, pubblicato da McKinsey nel 2022, si legge che ogni anno va persa o sprecata una quantità di beni alimentari stimabile tra il 33 e il 40% della produzione totale. In tutto, due miliardi di tonnellate di cibo che spariscono lungo la filiera: il 16% a causa delle perdite che si verificano al momento del raccolto (food losses), mentre il 14% per colpa dello spreco in fase di distribuzione e consumo (food waste). Secondo l’UNECE, la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite, è come se ogni anno venissero riempiti 33 milioni di camion di cibo da buttare.

Analizzando il mercato globale dei pomodori, il prodotto in assoluto più soggetto a food loss con 50-75 milioni di tonnellate perse ogni anno, McKinsey stima così le cause della perdita: un terzo è legata al surplus di produzione, un altro terzo è costituito da cibo commestibile ma non conforme alle specifiche del cliente e il restante terzo è a causa di danni che rendono il cibo non commestibile. Questo significa che due terzi della perdita sono prodotti buoni da mangiare, che potrebbero essere reindirizzati al consumo umano.

La natura non è una fabbrica

“Vogliono frutti perfetti, grandi, tutti uguali, come se fossero usciti dalla fabbrica. Ma la natura non è perfetta”, dice Gianni Amidei, presidente di OI Pera (Organizzazione Interprofessionale della Pera) intervistato da Terra!. Nonostante l’agricoltura sia il secondo settore per emissioni di gas serra in Europa, allo stesso tempo è quello che patisce di più le conseguenze del cambiamento climatico. Solo nel 2020 l’Italia ha vissuto circa 1400 tra precipitazioni intense, fenomeni siccitosi, ondate di caldo e inondazioni: il risultato sono raccolti di calibro inferiore e più frequenti difetti superficiali. In Emilia-Romagna, principale polo produttivo europeo di pere, negli ultimi quindici anni sono spariti 6mila ettari sui 28mila complessivi. Non solo perché grandinate o gelate tardive hanno ripetutamente azzerato la produzione, ma anche perché i frutti, perfetti dal punto di vista organolettico ma resi irregolari dai capricci del clima in mutamento, non vengono accettati dai supermercati. I dati aggiornati per l’Italia, diffusi dall’osservatorio Waste Watcher nello studio Il caso Italia 2023 si allineano a quelli globali: solo nel tragitto dal campo ai rivenditori, nel 2022 sono andate perse 4,2 milioni di tonnellate di cibo, di cui il 26% nel comparto agricolo, il 28% nell’industria di trasformazione e l’8% nella distribuzione.

Chi fa fronte comune vince: il caso Melinda

Per erodere lo strapotere della GDO nel dettare prezzi e regole, oltre che per riguadagnare posizioni nel mercato dell’export, la filiera italiana dovrebbe superare la disaggregazione che la caratterizza e imparare a fare sistema. Un caso virtuoso in questo senso è quello del consorzio Melinda, che dal 1989 gestisce l’intera commercializzazione dei suoi affiliati (il 99% dei produttori trentini), condividendo tecniche all’avanguardia e offrendo una forza contrattuale senza pari nel rapporto con le insegne. Questo significa non solo non essere obbligati a “svendere” il proprio prodotto, ma anche avere l’autorità necessaria per scalfire i canoni estetici imperanti. Melinda ci è riuscita creando il marchio Melasì con cui, grazie a un’efficace campagna di marketing, ha portato la grande distribuzione (e i consumatori) ad accettare anche le mele di seconda o terza categoria danneggiate dalla grandine o di più piccolo calibro.

Chi dovrebbe fare il primo passo?

Al di là delle singole iniziative, tuttavia, la soluzione più efficace sarebbe un’azione congiunta a livello nazionale, in cui la GDO dovrebbe approfittare della propria posizione dominante sul mercato per sensibilizzare i consumatori e ridare valore economico ai prodotti di seconda scelta, mentre le istituzioni dovrebbero anticipare l’UE nel porre un freno legislativo all’ossessione per l’estetica prima che, unita alle conseguenze del cambiamento climatico, mandi alla deriva l’intero comparto.

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mercoledì 12 giugno 2024

Obesità: 1/4 in eccesso di peso

 

Solo il 7% consuma le consigliate 5 porzioni al giorno di frutta e verdura. Quattro italiani su 10 sono in eccesso ponderale, uno su dieci obeso. E non decolla il consumo delle cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate dalle linee guida per una corretta alimentazione. Se è vero infatti che pochi italiani adulti nella fascia 19-69 anni, il 3%, dichiarano di non inserirle nei propri pasti, meno di una 1 persona su 2, il 45%, ne consuma almeno 3 porzioni al giorno. Tra coloro che le mangiano, il 7% ne consuma la quantità di raccomandata dalle linee guida per una corretta alimentazione, cioè almeno 5 porzioni. Il 52% si ferma 1-2 al giorno, il 38% a 3-4. A fare il punto sono i dati della sorveglianza Passi e Passi d’Argento dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicati sul sito Epicentro e che fanno riferimento al biennio 2022-2023, che coinvolge almeno l’80% delle Asl con un campione pari a 275 persone per ciascuna.
Secondo quanto emerge dall’analisi, l’abitudine al consumo dei cosiddetti ‘five a day’ è più comune nelle donne, nelle persone con minori problemi economici e cresce con l’avanzare dell’età per arrestarsi negli over 65, dove la quota di persone che mangiano almeno 3 porzioni al giorno o aderiscono al five a day ha raggiunto nel 2023 il valore più basso dal 2016. I dati riferiti dagli intervistati Passi nel biennio 2022-2023 relativi a peso e altezza portano a stimare che 4 adulti su 10 siano in eccesso ponderale, 3 in sovrappeso (con un indice di massa corporea compreso fra 25 e 29,9) e 1 obeso. L’essere in eccesso ponderale è una caratteristica più frequente col crescere dell’età, fra gli uomini rispetto alle donne, fra le persone con difficoltà economiche e fra le persone con un basso livello di istruzione. Alcune Regioni del Sud (Molise, Campania, Basilicata, Puglia) continuano a detenere il primato per quota più alta di persone in eccesso ponderale (sfiorando la metà della popolazione residente).

Le analisi temporali non mostrano significative variazioni temporali nell’eccesso ponderale a livello nazionale, ma questo è solo il risultato di andamenti diversi, con cambiamenti non eccessivi ma significativi, delle due componenti di soprappeso e obesità, nelle tre ripartizioni geografiche fra generi e classi di età. Il sovrappeso aumenta nel Sud mentre l’obesità aumenta nel Nord, si tratta di modifiche contenute ma statisticamente significative; l’aumento di sovrappeso e dell’obesità è sostenuto dalle classi di età più giovani (18-34enni) mentre fra i 50-69enni si riducono entrambe; fra le donne aumenta il sovrappeso ma non vi sono differenze di genere nell’obesità. Meno della metà degli intervistati in eccesso ponderale riferisce di aver ricevuto dal proprio medico il consiglio di perdere peso e l’attenzione è indirizzata soprattutto alle persone obese, molto meno a quelle in sovrappeso. Ma il parere del medico viene valutato molto: la quota di persone in eccesso ponderale che dichiara di seguire una dieta è significativamente maggiore fra coloro che hanno ricevuto il consiglio medico rispetto a quelli che non lo hanno ricevuto (46% vs 17%). Tra gli over 65 ad essere in eccesso ponderale è oltre la metà (56%), il 41% in sovrappeso e il 15% obeso (IMC ≥30). Con l’avanzare dell’età , specie negli over 75,vi è un calo ponderale fisiologico: oltre a ridursi la quota di persone in eccesso ponderale, aumenta progressivamente quella degli anziani che perdono peso in modo involontario (definiti come coloro che dichiarano di aver perso più di 4,5 kg o più del 5% del proprio peso negli ultimi 12 mesi). Il consumo di almeno 5 porzioni al giorno di frutta e verdura resta un’abitudine che coinvolge poche persone, non superando mai il 9% neppure nei gruppi che ne fanno un maggior consumo. La quota di persone che adotta questa abitudine nel proprio regime alimentare, già relativamente bassa, mostra anche una diminuzione nel tempo soprattutto negli ultimi anni e ovunque nel Paese, in particolare nelle Regioni settentrionali. Solo nelle Regioni del Centro Italia si era intravisto un aumento significativo dal 2008 al 2016, che poi si è arrestato e ha iniziato la discesa come nelle altre parti del Paese. L’adesione al consumo delle porzioni di frutta e verdura raccomandate per una corretta alimentazione significativamente più bassa nelle Regioni nel Centro-Sud rispetto a quelle del Nord Italia, ad eccezione della Sardegna in cui il consumo di 5 porzioni al giorno è fra i più alti (11%)

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sabato 20 aprile 2024

Pesticidi su frutta e verdura: un’analisi di Consumer Reports

 

Un recente rapporto di Consumer Reports ha evidenziato preoccupanti livelli di pesticidi in alcuni prodotti alimentari, tra cui i fagiolini che presentano tracce di sostanze non più permesse dal 2011.

Secondo l’analisi, frutta e verdura come angurie e fagiolini presentano un elevato rischio a causa di contaminanti come l’oxamyl, che gli esperti ritengono particolarmente pericolosi per la salute.

L’articolo scritto da Catherine Roberts per Consumer Reports, e ripreso da USA TODAY, rassicura che non è necessario evitare completamente la frutta e la verdura, ma consiglia un consumo moderato delle varietà più a rischio, suggerendo di limitarsi a mezza porzione giornaliera.

Nonostante la pulizia dei prodotti possa rimuovere alcuni residui superficiali, i pesticidi possono anche essere assorbiti dalla pianta rendendo impossibile eliminarli completamente solo con il lavaggio.

Inoltre, l’EPA ha testato circa 30.000 campioni di prodotti agricoli, trovando che il 99% aveva residui al di sotto delle soglie di sicurezza stabilite. Tuttavia, secondo Roberts, anche questi livelli potrebbero essere troppo alti, suggerendo che le normative potrebbero necessitare di aggiornamenti per garantire una sicurezza maggiore.

Roberts sottolinea anche i rischi specifici per popolazioni vulnerabili come bambini e donne incinte e richiama l’attenzione sulla pericolosità di alcuni pesticidi che possono interferire con il sistema endocrino.

La giornalista spinge per una maggiore adozione di pratiche agricole biologiche, che utilizzano pesticidi a basso rischio e sono meno dannose per i consumatori e l’ambiente.

In conclusione, il rapporto invita i consumatori a preferire prodotti biologici e sollecita l’EPA a rivedere le sue politiche sui pesticidi per una maggiore protezione della salute pubblica e dell’ambiente, riflettendo sul bisogno di misure più severe contro i pesticidi più nocivi come gli organofosfati e i carbammati.

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sabato 14 ottobre 2023

Ma macu ses o pira bendes? - Pierfranco Devias

 Quando capitava che dicevo qualche assurdità mio padre mi diceva “Ma macu ses o pira bendes?”.

E’ un modo di dire sardo, che credo che sia legato al fatto che vendere pere (un tempo) sarebbe stata cosa da matti. Pere, fichi, fichi d’india, more e una lunga serie di frutti venivano offerti dalla natura, in questo giardino rigoglioso che è l’isola di Sardegna.

Le pere, nel caso specifico, venivano innestate da tutti e le campagne erano piene di peri selvatici. Ho sentito tantissime volte raccontare che in passato le persone, per semplice passione di farlo, si mettevano a innestare unu pirastru, in terreni pubblici, a beneficio di chi un domani avesse voluto prendere un frutto. Forse anche per quello è nato questo detto.

Poco fa sono tornato dal supermercato e mi è, appunto, tornato in mente questo modo di dire, notando quanto sono cambiati i tempi.

Le pere Conference (credo che ora sia anche la loro stagione) costano quasi 4 euro al chilo. Praticamente un euro l’una.

Il mango, frutto esotico che prima aveva prezzi proibitivi, costa quasi un euro in meno delle pere.

Le banane, portate dall’altra parte del pianeta te le tirano addosso. Idem per l’ananas.

Non so come sia successo – o meglio, lo so benissimo, ma non mi capacito di come sia successo senza che reagissimo – ma abbiamo perso una civiltà che godeva dei frutti della terra, sanos bonos e baratos, e siamo diventati consumatori industriali di prodotti carissimi, che crescono sull’abero della speculazione capitalista.

In televisione ci dicono di mangiare molta frutta e verdura, ma le classi popolari possono farlo sempre meno. Ci dicono che bisogna consumarla perchè fa bene alla salute, ma ogni giorno di più l’alimentazione sta invertendo i suoi referenti tradizionali: oggi i ricchi mangiano frutta e verdura, mentre i poveri mangiano carne e grassi in eccesso, unici alimenti accessibili a costo della loro salute e a costo della devastazione del pianeta.

Nelle nostre campagne, abbandonate dai giovani partiti per cercare sopravvivenza in qualche ristorante o catena commerciale, i fichi, le pere, i fichi d’india, i cachi, cadono a terra e marciscono.

Nei nostri supermercati compriamo quegli stessi prodotti, spesso più scadenti, ma importati dalla Grande Distribuzione e venduti a caro prezzo.

Quello che sta accadendo è insano, malato, assurdo, diabolico. E’ ingiusto.

Oggi mio padre mi avrebbe detto “Si la bendias tando, fis unu macu. Ma si oje ti la còmporas a cuddu prètziu, sende chi in campagna si la mànican sos puzones e si prùdicat in terra, tando ses macu duas bortas”.

E finas a cando amus a lassare sichire custu machìghine, semus macos duas, tres, milli bortas. Totu cantos.

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lunedì 26 dicembre 2022

Il modello Almería si scontra con i suoi limiti - Carmen López Zayas(*)

  

Parlare di Almería significa parlare dell’orto d’Europa o del mare di plastica, un modello di produzione di alimenti che occupa 32.554 ettari, soprattutto nelle zone di levante e di ponente. L’intera area di serre della provincia di Almería ha prodotto, durante la stagione 2019-2020, 3,5 milioni di tonnellate di frutta e ortaggi attestandosi, per questo settore, come leader nel commercio intracomunitario europeo. Sotto questa coperta di plastica c’è una storia. La proiezione del futuro che ci si aspetta da questo territorio dipenderà dal modo in cui contestualizzeremo il suo passato e affronteremo il presente.

Quando parliamo di Almería, dobbiamo capire che si tratta di un territorio molto diversificato ma generalmente caratterizzato da condizioni climatiche, edafiche e orografiche che hanno reso il suo sviluppo socio-economico molto complicato in un sistema sempre più industrializzato e globalizzato. Così, fino agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, la popolazione era strettamente legata a ciò che l’ambiente forniva e sopravviveva grazie ai sistemi agro-silvo-pastorali e ai lavoratori delle miniere che, gradualmente, hanno chiuso a causa della scarsa resa economica. Troviamo così un territorio con il reddito pro capite più basso di tutte le province dello Stato e il più alto livello di emigrazione.

Ma la popolazione locale ha saputo reinventarsi e adattarsi a un’economia di mercato competitiva e alla cosiddetta rivoluzione verde. È stato creato un sistema di produzione alimentare basato sulla tecnicizzazione, sull’uso di prodotti chimici, su sementi commerciali ibride con un’elevata risposta agli input e su due fattori di differenziazione propri: la tecnica della sabbiatura e le serre di plastica.

Questa trasformazione ha convertito il territorio nel maggior esportatore intercomunitario di frutta e verdura, con indicatori di sviluppo economico superiori alla media andalusa e spagnola, diventando inoltre anche un centro di accoglienza di persone provenienti da varie parti dell’Africa, dell’Europa orientale e dell’America Latina in cerca di nuove opportunità di vita.

 

Come Almería ha “superato” la natura

All’interno del paradigma della crescita illimitata, secondo cui le capacità umane e tecnologiche superano i limiti biofisici del pianeta, e con il discorso coloniale dominante (che guarda con disprezzo all’Andalusia, ma soprattutto al mondo rurale) basato su un ideale di modernizzazione e industrializzazione (passare da produttore o lavoratore giornaliero a imprenditore), il “miracolo almeriense” si basa su diversi assi, tutti strutturati dal fattore umano.

A partire dagli anni ’60 molte famiglie, con grande sforzo, hanno iniziato a costruire serre e a metterle in produzione, e molte altre, emigrate per lavorare a giornata, sono tornate per accedere in modi diversi a piccoli appezzamenti di terra. Anche se in molti casi sono i mariti ad apparire come proprietari, le donne contribuiscono molto a questo processo sia nelle serre che nella gestione, ma anche per quel che riguarda l’ambito domestico. Questo originario lavoro autonomo familiare si è evoluto secondo la logica aziendale verso la salarizzazione (1), con il risultato che il lavoro dell’agricoltore, spesso maschio, si è concentrato sulla gestione, l’organizzazione, la supervisione e la commercializzazione.

 

“Il «miracolo di Almería» si sostiene anche dall’estrazione di acque sotterranee”

 

La prima grande innovazione per aumentare la produzione è stata quella di coprire le colture con la plastica per sfruttare le ore di sole. Questo accelera la crescita delle piante e facilita il controllo delle colture rispetto a fattori esterni. D’altra parte, quando il terreno non è molto fertile, si utilizza la tecnica della sabbiatura all’interno della serra. Questa tecnica migliora la capacità di trattenere l’acqua e i nutrienti ricoprendo l’area agricola con uno strato di terra nuova (alto 20-30 cm), di solito di formazione argillosa o franco sabbiosa trasportate da vallate o cave a cui si aggiunge la materia organica, generalmente letame. Infine, nella parte più superficiale, viene aggiunta della sabbia per aumentare l’infiltrazione dell’acqua e assorbire il calore.

Nella regione più arida della penisola, con poca presenza di acque superficiali e piovose, il “miracolo di Almería” è sostenuto anche dall’estrazione di acque sotterranee, dato che grandi falde acquifere si trovano in tutto il territorio. L’acqua viene distribuita tramite sistemi a goccia controllati, in molti casi, da una tecnologia in grado di misurare l’umidità del suolo e il fabbisogno idrico di ciascuna coltura.

Per mantenere questo modello, a partire dagli anni ’90 sono state create numerose imprese industriali e di servizi che forniscono un’ampia gamma di input per lo sfruttamento agricolo, per la movimentazione e la commercializzazione degli ortaggi. I vari centri di tecnologia agraria della provincia producono, ad esempio, varietà di sementi competitive per le loro alte rese o per la loro esclusività. Questa industria è responsabile dell’alto rendimento del settore che, insieme alle ricerche condotte presso l’Università di Almería, ha reso la provincia un punto di riferimento nell’innovazione tecnologica agraria, in grado di adattarsi alle richieste del mercato globalizzato in termini di parametri di qualità e controllo ambientale.

 

“Questo modello di produzione è più simile a una fabbrica che a ciò che tradizionalmente consideriamo agricoltura”

 

D’altra parte, a proposito delle richieste del mercato globale, l’agroindustria almeriense si sta orientando sempre più verso soluzioni “basate sulla natura” per ottenere la certificazione biologica: biotecnologie per disinfettare e rigenerare i suoli, miglioramenti genetici di sementi adattate alla produzione biologica, uso di controllo biologico dei parassiti e implementazione di siepi e barriere vegetali.

In generale, a causa dell’enorme quantità di interventi richiesti, possiamo dire che questo modello di produzione è più simile a una fabbrica che a ciò che tradizionalmente intendiamo come agricoltura.

 

Scontrarsi con i limiti

Per adattarsi alle richieste del mercato globale, il modello agricolo intensivo di Almería sta causando un eccessivo sfruttamento delle falde acquifere, soprattutto nelle zone costiere, con conseguente intrusione di acque marine. Insieme all’infiltrazione di acque contaminate da prodotti agrochimici, questo fa sì che ci sia sempre meno disponibilità idrica. Nonostante ciò, la necessità di mantenere la produzione agricola incoraggia l’apertura di pozzi illegali causando l’ulteriore peggioramento della situazione.

Questa scarsità di acqua e l’aumento del prezzo dell’energia degli ultimi mesi hanno fatto aumentare il prezzo dell’acqua per l’irrigazione del 300%, come denunciato dal COAG nel novembre 2021. Soluzioni come gli impianti di desalinizzazione, la grande scommessa delle amministrazioni, non sono una panacea a causa dei loro alti costi energetici.

L’aumento del numero di serre in Cina, la crescente scarsità di petrolio e il suo costo elevato influiscono direttamente sul prezzo della plastica che, insieme all’aumento del costo dell’acciaio, sta rendendo inaccessibile la costruzione di nuove infrastrutture. In un anno il prezzo di un ettaro per una nuova serra è quasi raddoppiato, come ha denunciato il COAG alla fine dello scorso anno. Già mesi fa diverse imprese di installazione hanno confermato questo aumento a “La Voz de Almería”, ma bisogna tenere presente che questa circostanza non colpisce solo le serre di nuova costruzione ma anche la loro ristrutturazione, dato che la vita utile della plastica è compresa tra i 3 e i 5 anni. La produzione di rifiuti plastici da serra è stimata in 2.400 chili/anno/ha di polietilene a lunga durata, secondo dati del Plan Director Territorial de Gestión de Residuos Urbanos de Andalucía (Piano regolatore territoriale per la gestione dei rifiuti urbani in Andalusia). Anche la loro gestione ambientale una volta dismessi comporta dei costi, che continuano ad aggiungersi a un bilancio sempre più difficile da mantenere.

 

“La crescente scarsità di petrolio e il suo costo elevato influiscono direttamente sul prezzo delle materie plastiche”

 

D’altra parte, secondo gli studi dell’Instituto Andaluz de Investigación y Formación Agraria, Pesquera, Alimentaria y de la Producción Ecológica – IFAPA (Istituto andaluso di ricerca e formazione per l’agricoltura, la pesca, l’alimentazione e la produzione biologica), le elevate dosi di erbicidi, fertilizzanti e pesticidi utilizzate per raggiungere la produzione richiesta dai mercati globali hanno reso le serre sempre più deboli, richiedendo maggiori input e l’aggiunta sempre più frequente di nuove sabbiature. Questo significa un aumento dei costi lordi, soprattutto a causa del già citato aumento dei prezzi dell’energia, ma anche dei materiali necessari al confezionamento e al trasporto dei prodotti ortofrutticoli. Inoltre entra in gioco anche la carenza di alcuni minerali agricoli, come il fosforo.

Infine, l’agricoltura di Almería tende ad aumentare la produzione per rimanere competitiva in un mercato globale svalutato a causa di una sovrapproduzione generalizzata. In questo ambito la stessa produzione almeriense genera tensioni con i suoi prezzi bassi e, a sua volta, risente dell’ingresso di prodotti agricoli provenienti da territori in cui i costi di produzione sono più bassi. Non dobbiamo dimenticare lo strangolamento dei prezzi di vendita dovuto al potere dei supermercati e delle grandi imprese di distribuzione. Questa crisi è avvertita in primo luogo dall’agricoltura familiare, che vede diminuire i suoi redditi rendendone più precaria la vita, soprattutto quella delle donne, in una situazione in cui i costi superano sempre più i benefici. Quanto potrà durare questa situazione?

 

Gli altri colori dell’agricoltura almeriense

Su tutto il territorio troviamo persone che hanno come obiettivo la produzione di alimenti agroecologici e che applicano l’agricoltura rigenerativa con l’intento di frenare la desertificazione. Un esempio di quest’ultima è l’iniziativa AlVelAl che, nelle regioni del Valle de Almanzora e Los Vélez (Almería) e nell’altipiano murciano-granadino, riunisce agricoltori e agricoltrici con associazioni di natura ambientalista ed educativa per contribuire a cambiare il rapporto con l’ambiente circostante: dal vedere la natura come qualcosa da dominare al riconoscersi come parte di essa. Con questa nuova prospettiva, in villaggi come Almócita (Alpujarra almeriense), ci sono diversi progetti che lavorano per la sovranità alimentare.

Tuttavia non dobbiamo dimenticare il modello di agricoltura tradizionale, di autosostentamento, certamente molto mascolinizzato e antiquato, che utilizza sia pratiche e conoscenze tradizionali sia prodotti derivati dalla Rivoluzione Verde, ma con un enorme attaccamento alla terra e all’ambiente in cui si svolge la sua attività. In questo tipo di agricoltura il sostegno tra i vicini è una priorità, con esempi come lo scambio di sementi, talee o steli di alberi da ripiantare, così come la condivisione di conoscenze sulle esigenze delle colture, dell’irrigazione o di cosa “dare al terreno” affinché produca di più. Il cibo viene consumato nello stesso territorio, dalle famiglie o dai vicini, e le donne fanno scambi non monetari (“prendi questi pomodori”, “ah, domani ti porto delle cipolle”) che rafforzano le relazioni.

 

Scenari non contemplati

In questo complesso scenario c’è un altro elemento importante. Facendo riferimento alla crisi che il settore sta attraversando e alla sua incapacità di sostenere costi di produzione più elevati, molti agricoltori (2) giustificano il ricorso al lavoro irregolare, arrivando a denunciare che il governo, con le sue ispezioni sul lavoro, non fa altro che “soffocare” l’economia delle piccole imprese. L’altra faccia di questa realtà esprime le terribili condizioni di vita e di lavoro a cui sono costretti i lavoratori stagionali, per lo più immigrati. Le loro vite sono la stampella che sostiene un modello alimentare insostenibile.

Almería ha saputo crescere all’interno del modello capitalista, che non dà priorità alla vita delle persone o dei territori. Il fatto che le condizioni ambientali incluse nella nuova PAC siano viste dai sindacati agrari come un pericolo per la produzione è forse la prova che non basta adattare le serre a sistemi di produzione più ecologici o addirittura biodinamici; occorre cambiare il paradigma.

Sembra che sia giunto il momento di chiedersi se un altro modello sia possibile ad Almería, un modello che renda le persone che vivono in questo territorio più sovrane, meno dipendenti dal libero mercato e dagli input necessari per essere in esso competitive. Forse questo modello dovrebbe essere costruito e gestito in un’ottica locale, fatta di cooperazione e circuiti chiusi, tenendo conto delle caratteristiche specifiche del territorio per migliorare l’ambiente e la vita di chi lo abita. Forse questo modello è già in atto ad Almería, in piccole iniziative diffuse in tutta la sua area geografica. Dovremo guardare intorno a noi coloro che si identificano con la natura, che sanno che generare alimenti nutrienti richiede la cura della terra, il miglioramento della biodiversità e la cura reciproca.

 

(*) Tratto da: Revista Soberania Alimentaria, Biodiversidad y Culturas.
Carmen López Zayas è Ambientalista e attivista di Pueblos en Movimiento.
Foto: Carmen López Zayas.
Traduzione di Marina Zenobio per Ecor.Network.


Note:

1) Soler Montiel, M., Delgado Cabeza, M., Reigada Olaizola, A. y Pérez Neira, D. (2017). Estrategias de la horticultura familiar almeriense ante la crisis de rentabilidad. Agricultura familiar en España, Anuario 2017, 239-245.

2) Delgado Cabeza, M., Reigada Olaizola, A., Soler Montiel, M. y Pérez Neira, D. (2015). Medio rural y globalización. Plataformas agroexportadoras de frutas y hortalizas: los campos de Almería, Papeles de relaciones ecosociales y cambio global, 131, 35-48.

 

https://www.labottegadelbarbieri.org/il-modello-almeria-si-scontra-con-i-suoi-limiti/

sabato 17 luglio 2021

Bella e dannata - Francesco Paniè

 

Perché al supermercato non si trova mai la frutta imperfetta? Da questa domanda parte #SiamoAllaFrutta, l’ultimo rapporto pubblicato oggi da Terra!, una ricerca che indaga gli impatti della scelta della grande distribuzione di vendere solo prodotti esteticamente impeccabili.

Basta un piccolo difetto per finire fuori mercato. Un mercato, quello governato dalla GDO, che in Italia assorbe i tre quarti degli acquisti alimentari. Molti agricoltori si trovano quindi a dover passare per le forche caudine dei supermercati se vogliono arrivare a vendere i loro prodotti.

Ma il percorso è pieno di insidie. Nelle campagne condotte in questi anni abbiamo raccontato di come i produttori siano esposti agli effetti di aste al doppio ribasso, accordi di fornitura con clausole vessatorie e richieste di sconti fuori contratto.

A tutto questo si aggiungono i canoni estetici che la distribuzione applica ai prodotti ortofrutticoli: passano la selezione solo quelli belli, grandi, lucidi, senza imperfezioni.

Ma la natura non produce in serie, e per quanto le varietà ibride e brevettate abbiano accorciato drammaticamente il gap tra l’idea che abbiamo del cibo e la sua manifestazione fisica, non possono far nulla contro gli impatti della crisi climatica.

La crescita esponenziale di frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici estremi sta portando l’agricoltura a produrre frutti sempre meno omogenei. Grandinate, gelate, ondate di caldo e siccità stanno rendendo difficile per gli agricoltori raccogliere arance, pere o kiwi senza difetti estetici.

La crescita di questa quota di produzione imperfetta si scontra con le rigide politiche di acquisto della GDO, così i produttori devono cercare uno sbocco sul mercato est europeo – meno esigente – o svendere tutto all’industria dei succhi di frutta.

È possibile continuare così? I dati sembrano dire di no.

La produzione di pere in Emilia-Romagna negli ultimi 15 anni ha visto calare le superfici di 6.000 ettari. Le arance di Sicilia si coltivano oggi su appena 82.000 ettari rispetto ai 107.000 di vent’anni fa. E poi c’è il kiwi, la cui produzione a livello nazionale ha registrato dal 2014 al 2019 un calo di quasi 100.000 tonnellate.

Sono solo un esempio delle tante colture frutticole che non riescono a sopravvivere al combinato disposto di crisi climatica e potere dei supermercati.

 

A inasprire queste dinamiche sono le regole di contorno, norme europee che stabiliscono le categorie dei prodotti (“Extra” “I” e “II”) in base a parametri unicamente pensati per il commercio internazionale: il calibro (cioè il diametro) e l’aspetto estetico.

Ad esempio, le varietà rosse di mele di categoria “Extra” devono avere i tre quarti della superficie totale della colorazione adeguata.

Quelle di “categoria I” la metà della superficie. In entrambe però la buccia deve essere praticamente perfetta e i difetti ridotti al minimo: si tollera massimo 1 cm² sulla superficie totale, che non dev’essere decolorata. Lo stesso vale per il calibro: viene stabilita una dimensione minima per ogni tipologia di frutta coperta dal regolamento UE. Per la mela il calibro minimo è di 6 cm, per le arance di 5,3.

Tutto questo non è sostenibile, non rispecchia i cicli della natura né la fase climatica che stiamo vivendo. E per questo provoca effetti devastanti sull’economia delle filiere coinvolte.

Con #SiamoAllaFrutta, Terra! chiede interventi urgenti per superare la normativa che spinge alla standardizzazione dei prodotti, ma anche un cambio delle politiche di acquisto della grande distribuzione, per impedire la discriminazione della frutta non conforme a canoni estetici del tutto arbitrari, che nulla hanno a che fare con le proprietà nutrizionali dei prodotti. In caso contrario, una parte consistente della produzione alimentare continuerà a marcire sugli alberi e sui campi, senza che valga nemmeno lo sforzo della raccolta.

Scarica il rapporto qui

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martedì 29 dicembre 2020

In cauda venenum - Legambiente

 

Il dossier Stop Pesticidi, elaborato da Legambiente e presentato questa mattina (17 dicembre 2020, ndr) nella diretta streaming trasmessa su www.legambiente.it, http://agricoltura.legambiente.it, www.lanuovaecologia.it e sui rispettivi canali social e realizzato in collaborazione con Alce Nero, ci dice che i pesticidi più diffusi negli alimenti in Italia sono Boscalid, Dimethomorph, Fludioxonil, Acetamiprid, Pyraclostrobin, Tebuconazole, Azoxystrobin, Metalaxyl, Methoxyfenozide, Chlorpyrifos, Imidacloprid, Pirimiphos-methyl e Metrafenone. Sono per la maggior parte fungicidi e insetticidi utilizzati in agricoltura che arrivano sulle nostre tavole e che, giorno dopo giorno, mettono a repentaglio la nostra salute. I consumatori stanno chiedendo prodotti sempre più sani e sostenibili ma il business dell’agricoltura intensiva sembra non voler cedere il passo. L’edizione 2020 del rapporto dell’associazione ambientalista fotografa una situazione che vede risultare regolare e privo di residui di pesticidi solo il 52% dei campioni analizzati. Senza dubbio, un risultato non positivo e che lascia spazio a molti timori in merito alla presenza di prodotti fitosanitari negli alimenti e nell’ambiente. Analizzando nel dettaglio i dati negativi, si apprende che i campioni fuorilegge non superano l’1,2% del totale ma che il 46,8% di campioni regolari presentano uno o più residui di pesticidi.

Cattive notizie anche in merito alla quantità di residui derivanti dall’impiego di prodotti fitosanitari in agricoltura: i laboratori pubblici regionali ne hanno trovato traccia in campioni di ortofrutta e prodotti trasformati in elevata quantità. Preoccupanti inoltre i dati del multiresiduo, che – è bene ricordarlo – la legislazione europea non considera non conforme a meno che ogni singolo livello di residuo non superi il limite massimo consentito, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti additivi o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano. Proprio il multiresiduo risulta essere più frequente del monoresiduo, essendo stato rintracciato nel 27,6% del totale dei campioni analizzati, rispetto al 17,3% dei campioni con un solo residuo.

Come negli anni passati, la frutta è la categoria in cui si concentra la percentuale maggiore di campioni regolari multiresiduo. Ad essere privo di residui di pesticidi è solo il 28,5% dei campioni analizzati, mentre l’1,3% è irregolare e oltre il 70%, nonostante sia considerato regolare, presenta uno o più residui chimici. L’89,2% dell’uva da tavola, l’85,9% delle pere, e l’83,5% delle pesche sono campioni regolari con almeno un residuo. Le mele spiccano con il 75,9% di campioni regolari con residui e registrano l’1,8% di campioni irregolari. Alcuni campioni di pere presentano inoltre fino a 11 residui contemporaneamente. Situazione analoga per il pompelmo rosso e per le bacche di goji che raggiungono quota 10 residui. Diverso il quadro per la verdura: se, da una parte, si registra un incoraggiante 64,1% di campioni senza alcun residuo, dall’altro fanno preoccupare le significative percentuali di irregolarità in alcuni prodotti come i peperoni in cui si registra l’8,1% di irregolarità, il 6,3% negli ortaggi da fusto e oltre il 4% nei legumi. Tali dati, se analizzati in riferimento alla media degli irregolari per gli ortaggi, che è dell’1,6%, destano preoccupazione. Ad accomunare la gran parte delle irregolarità è il superamento dei limiti massimi di residuo consentiti per i pesticidi (54,4%) ma non mancano casi in cui è stato rintracciato l’utilizzo di sostanze non consentite per la coltura (17,6%). Nel 19,1% dei casi, poi, sono presenti entrambe le circostanze. Le sostanze attive che più hanno determinato l’irregolarità sono l’organofosforico Chlorpyrifos nell’11% dei casi e il neonicotinoide Acetamiprid nell’8% dei casi. Altro dato da sottolineare è la presenza di oltre 165 sostanze attive nei campioni analizzati. L’uva da tavola e i pomodori risultano quelli che ne contengono la maggior varietà, mostrando rispettivamente 51 e 65 miscele differenti.

Tra i campioni esteri, la Cina presenta il tasso di irregolarità maggiore (38%), seguita da Turchia (23%) e Argentina (15%). In alcuni di questi alimenti non solo sono presenti sostanze attive irregolari, ma anche un cospicuo numero di multiresiduo. È il caso, ad esempio, di un campione di bacca di goji (10 residui) e di uno di tè verde (7 residui), entrambi provenienti dalla Cina. Degno di nota è anche un campione di foglie di curry proveniente dalla Malesia nel quale, su 5 residui individuati, 3 sono irregolari. Sul fronte dell’agricoltura biologica, su 359 campioni analizzati 353 risultano regolari e senza residui, ad eccezione di un solo campione di olive, di cui però non si conosce l’origine. Non è quindi possibile, allo stato attuale, sapere se l’irregolarità è da imputare a una contaminazione accidentale, all’effetto deriva o a un uso illegale di fitofarmaci. L’ottimo risultato è ottenuto, tra le altre cose, grazie all’applicazione di ampie rotazioni colturali e pratiche agronomiche preventive, che contribuiscono a contrastare lo sviluppo di malattie e a potenziare la lotta biologica tramite insetti utili nel campo coltivato.

 “Serve una drastica diminuzione dell’utilizzo delle molecole di sintesi in ambito agricolo, grazie a un’azione responsabile di cui essere tutti protagonisti – ha dichiarato Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente -. Per capire l’urgenza di questa transizione, si pensi alla questione del glifosato, l’erbicida consentito fino al 2022, nonostante il 48% degli Stati membri dell’Ue abbia deciso di limitarne o bandirne l’impiego per la sua pericolosità; l’Italia inizi dalla sua messa al bando. Inoltre, per diminuire la chimica che ci arriva nel piatto è necessario adeguare la normativa sull’uso dei neonicotinoidi, seguendo l’esempio della Francia che da anni ha messo al bando i 5 composti consentiti dall’Ue, e approvare al più presto il nuovo Piano di Azione Nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari”.

“Occorre liberare l’agricoltura dalla dipendenza dalla chimica – ha aggiunto il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – per diminuire i carichi emissivi e favorire un nuovo modello, che sposi pienamente la sostenibilità ecologica come asse portante dell’economia made in Italy, diventando un settore strategico per il contrasto della crisi climatica. Riteniamo anche necessaria una svolta radicale delle politiche agricole dell’Unione, con una revisione della Politica Agricola Comune che superi la logica dei finanziamenti a pioggia e per ettaro per trasformarsi in sostegno all’agroecologia e a chi pratica agricoltura sostenibile e biologica. Le risorse europee, comprese quelle del piano nazionale di ripresa e resilienza, vanno indirizzate all’agroecologia, in modo da accelerare la transizione verso una concreta diminuzione della dipendenza dalle molecole pericolose di sintesi, promuovendo la sostenibilità nell’agricoltura integrata e in quella biologica come apripista del modello agricolo nazionale, con l’obiettivo di giungere in Italia al 40 % di superficie coltivata a biologico entro il 2030”.

Legambiente torna a chiedere che l’Italia allinei le sue politiche al Green deal e a quanto previsto dalle strategie europee Farm to fork e Biodiversità che ambiscono a ridurre entro il 2030 del 50% l’impiego di pesticidi, del 20% di fertilizzanti, del 50% di antibiotici per gli allevamenti, destinando una percentuale minima del 10% di superficie agricola ad habitat naturali. Ritiene, inoltre, strategico approvare la legge sull’agricoltura biologica, ferma al Senato della Repubblica, come strumento per sostenere il settore. Altro aspetto da non trascurare è quello dell’etica del cibo e della legalità: se gli alimenti devono essere sani, lo deve essere anche il lavoro che li produce così come sono rilevanti i rischi per la salute dei braccianti non regolarizzati derivanti dall’esposizione diretta ai pesticidi, in assenza dei più elementari dispositivi di protezione individuale previsti dalla normativa vigente. Per questo è importante attuare misure specifiche rispetto al fenomeno del caporalato, sia attraverso politiche di prevenzione che di controllo e vigilanza e di assistenza, reintegrazione e inserimento socio-lavorativo dei braccianti sfruttati e approvare con la massima urgenza la normativa contro le aste al doppio ribasso di prodotti agroalimentari da parte della grande distribuzione.

Nota metodologica dossier Stop pesticidi

Il dossier di Legambiente Stop Pesticidi riporta i dati elaborati nel 2019 dai laboratori pubblici italiani accreditati per il controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti. Tali strutture hanno inviato i risultati di 5.835 campioni di alimenti di origine vegetale, di provenienza italiana ed estera, genericamente etichettati dai laboratori come campioni da agricoltura non biologica. L’elaborazione dei dati prevede la loro distinzione in frutta, verdura, trasformati e altre matrici.

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