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domenica 24 agosto 2025

Danimarca, razzista e marcia, aveva ragione Marcellus

La Danimarca ci ricasca, bimba appena nata tolta alla mamma Inuit e data in affido dopo il test di “competenza genitoriale”: di cosa si tratta - Valerio Cattano

 

Ignorata la nuova legge entrata in vigore a maggio che riconosce la pratica come discriminatoria verso la minoranza, per le differenze linguistiche e culturali: quasi il 6% dei bambini groenlandesi viene tolto alle famiglie

 

La Danimarca all’inizio di quest’anno aveva promesso di non farlo più, ma ci è ricaduta, e la notizia ha meritato i titoli di apertura di siti internazionali. Una madre groenlandese, poco dopo la nascita della sua bambina, è stata sottoposta a un test di “competenza genitoriale”, nonostante una nuova legge ne vieti l’uso sulla popolazione Inuit. Nikoline Bronlund, 18 anni, giocatrice nella squadra di pallamano groenlandese, ha dato alla luce sua figlia, Aviaja-Luuna, l’11 agosto in un ospedale di Hvidovre, vicino a Copenaghen, dove vive con la sua famiglia. Un’ora dopo, il Comune di Høje-Taastrup ha dato in affidamento la bambina La mamma ha visto la neonata solo una volta.

La questione del test di “competenza genitoriale” forældrekompetenceundersøgelse – abbreviato FKU – è una vecchia battaglia degli attivisti che sostengono l’inefficacia di questa pratica, definita discriminante per i genitori appartenenti alla minoranza Inuit – circa 17.000 persone – perché non tiene conto delle diversità culturali, linguistiche e sociali. Essendo un test, si basa su una valutazione negativa, senza prove concrete di inadeguatezza da parte del genitore.

Secondo un rapporto del 2022 del Centro danese per la ricerca sulle scienze sociali, quasi il 6% dei bambini groenlandesi che sono nati in Danimarca è in affido rispetto a circa l’1% dei bambini danesi. Se da un lato nel dossier si sottolinea che “il numero di famiglie groenlandesi in Danimarca con gravi problemi sociali, come abusi e problemi finanziari è maggiore del numero di famiglie danesi nella stessa situazione”, dall’altra si riconosce che “il rapporto tra le famiglie groenlandesi e gli assistenti sociali danesi è spesso peggiorato dalle differenze linguistiche e culturali”.

Una vicenda analoga l’aveva raccontata il Times a novembre 2024, prendendo come esempio la vicenda di Keira Alexandra Kronvold; la donna non aveva superato la valutazione FKU già durante la gravidanza; già solo le espressioni facciali proprie della cultura Inuit mostrate dalla futura mamma alle sollecitazioni dei funzionari danesi, avevano spinto questi ultimi a ritenere che Kronvold avrebbe avuto difficoltà a crescere la figlia in linea con le “aspettative sociali e i codici necessari per muoversi nella società danese”.

Il sito boernetinget.dk spiega come funziona il test FKU durante il quale “professionisti valutano la capacità di un genitore di prendersi cura dei propri figli. Questo può includere aspetti fisici, emotivi e psicologici della genitorialità. L’obiettivo è garantire che i bambini crescano in un ambiente sicuro e solidale”. Ci sono tre passaggi fondamentali: “Conversazione iniziale tra i genitori e i professionisti, in cui vengono discusse le preoccupazioni e ai genitori viene data l’opportunità di esprimere il proprio punto di vista. Osservazione e analisi: i professionisti possono visitare la casa, osservare le interazioni tra genitori e figli e raccogliere informazioni da altre fonti, come scuole e operatori sanitari. Valutazioni e test psicologici possono anche essere utilizzati per acquisire una comprensione più approfondita dello stato mentale ed emotivo dei genitori. Relazione e raccomandazioni: viene redatto un rapporto dettagliato, che include una valutazione delle competenze dei genitori e una serie di raccomandazioni. Queste raccomandazioni possono spaziare da misure di supporto che possono aiutare i genitori a migliorare le proprie capacità di cura, a misure drastiche come la valutazione di forme di assistenza alternative se il bambino è in pericolo immediato”.

Quest’ultima frase sembra essere ritagliata sulla vicenda di Nikoline Bronlund: non si spiegherebbe altrimenti perchè i funzionari abbiano deciso di toglierle la bambina appena partorita. Eppure la legge che vieta il test è entrata in vigore a maggio e ora la ministra danese degli Affari Sociali, Sophie Hæstorp Andersen chiede al Comune di Høje-Taastrup di spiegare come abbia gestito il caso di Nikoline: “I test standardizzati non dovrebbero essere utilizzati nei casi di affidamento che coinvolgono famiglie di origine groenlandese”. Si annunciano proteste.

da qui

venerdì 25 aprile 2025

Groenlandia, un pezzo (coloniale) dell’Europa - Miguel Mellino

 

Con le sue preteste annessionistiche, Trump rinnova la violenza del colonialismo. Dalla quale però l'Europa non è estranea, come dimostra proprio la storia delle terre oggi «semi-autonome» dalla Danimarca

«Ci prenderemo la Groenlandia, in un modo o nell’altro». Dopo la sorprendente aggressione annessionista lanciata nei giorni del suo insediamento alla Casa bianca, che includeva anche un’imminente appropriazione sovrana del Canale di Panama e del Canada, così come una fantasia razziale genocidiaria sulla futura «rivierizzazione» di Gaza, Trump ha rilanciato le sue mire coloniali nel bel mezzo di una visita di J.D. Vance nell’isola più grande del mondo: «Ci serve, è una questione di sicurezza nazionale».

Occorre subito ricordare che questa pulsione annessionista degli Stati uniti nei confronti della Groenlandia non è affatto inedita: già nel 1867 come nel 1946 vi furono offerte americane per il suo acquisto. Il ritorno degli Stati uniti a ciò che Frantz Fanon considerava l’essenza del dominio coloniale – «Il colonialismo non è una macchina pensante, non è un corpo dotato di ragione. È violenza allo stato di natura» – sta ridestando la tradizionale «innocenza bianca» della buona coscienza progressista europea. 

La storia rimossa del colonialismo europeo

Questa variante di quella forma più generale di «nevrosi chiamata Europa» – per stare invece al Jean-Paul Sartre della prefazione a Fanon – si è manifestata senza veli nelle lezioni di suprematismo occidentale orgogliosamente impartite sul palco di Piazza del Popolo lo scorso 15 marzo. E tuttavia questa legittimazione esplicita della violenza coloniale da parte di Trump non dovrebbe sorprendere più di tanto in Europa. Va ricordato infatti che diversi paesi europei hanno ancora possedimenti coloniali formali, e che in alcuni casi fanno ancora parte dell’Ue. 

Nel 2023, in un forum internazionale sul tema della decolonizzazione svoltosi a Bali, l’Onu denunciava l’esistenza di diciassette «colonie» sparse per il globo, di cui una parte importante ancora sotto il controllo diretto di un paese europeo. Si pensi alle isole Cayman, Bermuda, Anguilla e Montserrat, alle U.S Virgin Island e alle British Virgin Island nei Caraibi; al Sahara Occidentale e all’isola di Saint Helena in Africa; alle Malvinas in Argentina, a Guam, Nuova Caledonia e Tokelau in Oceania, per non parlare poi dei territori occupati palestinesi. A queste diciassette colonie, occorre aggiungere poi le decine di «semi-colonie» e «territori d’oltremare», che pur godendo di una qualche forma di autonomia restano per lo più sotto il controllo di una ex-metropoli europea, come Aruba, Antille olandesi, Guadeloupe, Martinique, Mayotte, Reunion, Madeira e le Canarie. 

È questo anche il caso della Groenlandia, considerata dall’Ue territorio danese d’Oltremare. La Groenlandia è stata da sempre una colonia speciale per la Danimarca, qualcosa di molto simile a ciò che l’Algeria ha rappresentato per la Francia. La sua importanza per i danesi non era legata soltanto a interessi economici, ma era al centro di un particolare regime di (auto)rappresentazione simbolico e culturale nazionale. Attorno alla colonizzazione dell’isola la Danimarca ha in buona parte costruito la sua identità di nazione bianca e civilizzatrice: narrarsi come veicolo di protezione, salvezza, civilizzazione ed evangelizzazione di un territorio considerato sterminato, inospitale e semideserto e di una popolazione tanto «esotica» quanto «primitiva» equivaleva a rivendicare un proprio ruolo nel movimento europeo e progressivo della storia. Questa prima chiave coloniale di lettura viene già dal nome. Groenlandia, (da Grønland) «terra verde» in danese, sarebbe il nome scelto, secondo le saghe islandesi, dal vichingo Erik il Rosso che apparentemente si esiliò sull’isola durante il X secolo (fatto mai storicamente provato, nonostante gli insediamenti vichinghi), ossia diverse migliaia di anni dopo l’arrivo degli Inuit. Gli Inuit, il cui nome in lingua Inuktitut significa «uomini», già abitanti dell’isola hanno da sempre chiamato il proprio territorio con un altro nome: «Kalaalit Nunnat», letteralmente «terra dei Kalaalit o Inuit», ovvero «terra di uomini». Peccato però che nessuno ricordasse il fardello dell’uomo danese a Piazza del Popolo. 

Questa persistente colonialità costitutiva dell’Ue fa parte di una storia volutamente «rimossa» dal senso comune europeo; si tratta di un «atto fondativo» assente da tutte le narrazioni egemoniche e celebrative della nascita dell’Unione. Può essere importante notare che queste «colonie» e «semi-colonie» di oggi sono state rifunzionalizzate a paradisi fiscali e finanziari, a basi laboratori militari, a riserve di materie prime strategiche e terre rare, ma anche a mura-barriere-campi di contenzione-detenzione di migranti, si pensi alle enclave africane di Ceuta e Melilla. Come mostra il documentario The Spider’s Web: Britain’s Second Empire (2017) ,  l’eredità coloniale, o meglio l’intreccio storico tra capitalismo e colonialismo, si presenta in modo piuttosto visibile anche tra gli snodi principali dell’attuale capitale finanziario. Ma la sua sanguinosa centralità storica si dipana in modo spettrale anche lungo l’infrastruttura globale materiale del «capitalismo delle piattaforme» e della cosiddetta «transizione ecologica o energetica». Spossessamento coloniale-razziale, estrattivismo, sfruttamento del lavoro e predazione finanziaria si sono saldati in un’unica logica storica e criminale di dominio e accumulazione. Ecco «il capolavoro della storia moderna europea», per riprendere il Marx dell’accumulazione originaria nel Capitale. 

Il colonialismo danese

Tornare sulla vicenda coloniale della Groenlandia appare importante in un continente che fatica ancora a riconoscere nel suo sangue il Dna coloniale delle sue origini. Situata a 20 chilometri dal Canada, 50 volte più grande della Danimarca, e con un territorio costiero libero di ghiaccio o comunque abitabile grande quanto la Germania, la Groenlandia, di soli 57mila abitanti, è dal 2009 un territorio semi-autonomo danese. Pur avendo ottenuto questo statuto di autonomia, la Danimarca resta sovrana sull’isola riguardo politica estera, finanza, sicurezza e accordi internazionali. Popolata in maggioranza (85%) da discendenti di diversi gruppi Inuit, giunti nell’isola dallo Stretto di Bering e dall’America del Nord con diverse ondate migratorie iniziate 4.500 anni fa, i danesi rappresentano soltanto il 15% dei suoi abitanti, anche se resta difficile parlare in termini di percentuali «etniche» assolute, data l’ovvia mescolanza storica, mentre 15mila groenlandesi vivono oggi in Danimarca. 

Dopo diverse spedizioni precedenti fallite, la colonizzazione danese comincia nel 1721, e non ottocento anni fa, come affermato al parlamento europeo dal sovranista dei «Patrioti per l’Europa» Anders Vistisen, che forse includeva in modo del tutto soggettivo i primi insediamenti dei vichinghi iniziati nel X secolo, provenienti quindi dall’Islanda e non dalla Danimarca, e poi estintisi intorno al 1450. Il governo coloniale della Danimarca comincia dunque con una spedizione del tutto classica, organizzata da una compagnia mercantile norvegese e da un sacerdote luterano, Hans Edge, che vi stabilisce un avamposto missionario e commerciale. Lo scopo di Edge era riprendere i contatti con i vichinghi, di cui si erano perse le tracce nel continente e si sosteneva fossero ridiventati pagani, così da rievangelizzarli. Non trovando i pretesi vichinghi si dedicò a cristianizzare gli Inuit, dando origine a una missione che è durata diversi secoli. 

È così che inizia un vero e proprio dominio coloniale, incentrato sullo sfruttamento della pesca, foche e balene, sulla caccia ai trichechi per ottenere l’avorio delle loro zanne, sull’estrazione mineraria e sull’insediamento delle prime colonie di danesi. La storia del colonialismo danese è assai significativa, benché poco nota all’estero. E anche nella stessa storia nazionale la sua centralità è stata riconosciuta solo di recente, non senza resistenze, e in buona parte grazie alle lotte antirazziste dei migranti razzializzati di seconda generazione e alla penetrazione degli studi postcoloniali nel paese. Un importante spartiacque nella decolonizzazione del senso comune coloniale-nazionale, e non solo in Danimarca, è stata la mostra internazionale Rethinking Nordic Colonialism: A Postcolonial Exhibition Project in Five Acts del 2006 . A rafforzare questa amnesia nazionale sul passato coloniale è stata, come del resto in altri paesi europei, la narrazione di un eccezionalismo scandinavo riguardo il proprio coinvolgimento nella storia coloniale. 

Anche qui abbiamo un altro «colonialismo dal volto umano» e dalla storia assai modesta paragonata ad altre. E tuttavia benché ridotta nelle sue dimensioni temporali e spaziali, l’espansione coloniale danese-norvegese, (tra il 1536 e il 1814 furono un unico stato), ebbe un ruolo di primo piano nella formazione culturale e soprattutto economica del paese, rendendo Copenhagen una città ricca e governata da una prospera borghesia mercantile. La prima spedizione coloniale danese avviene nel 1612 nell’India meridionale, con lo stabilimento di un avamposto commerciale nell’attuale Sri Lanka, noto ancora oggi come Trankebar. Questo primo insediamento nell’India fu chiave soprattutto per il commercio del thè con la Cina. Per la gestione-estrazione economica di questi primi territori coloniali, il regno danese creò l’Asiatic Danish Company. Il regno di Danimarca-Norvegia ebbe inoltre un ruolo importante nella tratta transatlantica di schiavi attraverso i suoi insediamenti coloniali nelle coste del Ghana e soprattutto nelle isole caraibiche di St. Thomas e St. John, note anche come Virgin Islands. Tra il 1660 e il 1803 il regno scandinavo ha trafficato dall’Africa nei Caraibi 110mila schiavi. 

Nel 2018, in memoria di questo passato coloniale e in occasione del centenario della vendita di queste isole agli Stati uniti, le artiste La Vaughn Belle, delle Virgin Islands, e Jeannette Ehlers, danese, hanno creato il primo monumento pubblico nazionale dedicato a una donna nera. La loro scultura, «I Am Queen Mary», piazzata davanti a un ex magazzino coloniale di Copenhagen, rappresenta Mary Thomas, leader della rivolta sindacale «Fireburn» del 1878 a St. Croix, ex colonia danese (). 

Forse bisogna riannodare i fili di questo passato coloniale e schiavistico «rimosso» per comprendere meglio l’ostentata durezza delle politiche anti-asilo e anti-immigrazione approvate in modo bipartisan dal parlamento danese negli ultimi quattro anni, tra le più restrittive d’Europa, che comprendono, tra l’altro, un primo memorandum per l’espatrio dei richiedenti asilo in Ruanda, firmato nel 2021, e il più recente accordo con il Kosovo per inviare fino a 300 detenuti di cittadinanza straniera, inclusi migranti soggetti a un ordine di rimpatrio, da delocalizzare nella prigione kosovara di Gjilan, seguendo dunque il modello promosso non solo dall’ultradestra neofascista italiana, ma anche dalla commissione Von der Layen.   

Tra il XVIII e il XIX secolo sono state annesse al Regno di Danimarca come dipendenze coloniali anche le isole Far Oer e l’Islanda. Ma il XIX segna anche il declino dell’espansione coloniale danese, non più in grado di concorrere con il Regno unito e la Francia. È questo il periodo in cui le isole vergini caraibiche danesi vengono vendute agli Stati uniti e al Regno unito. 

Può essere importante notare che le politiche coloniali danesi in Groenlandia non sono state sempre le stesse: vi sono stati due momenti ben diversi del governo coloniale dell’isola. Dal XVIII fino alla metà del XX secolo, vi è stato una sorta di governo attraverso la «differenza», nel senso che il regime di rappresentazione coloniale danese, in ogni sfera discorsiva, tendeva a enfatizzare il «primitivismo» degli Inuit. Questo periodo è stato caratterizzato da una connivenza strutturale tra sapere, pratiche scientifiche ed etnografiche e politiche coloniali. Come è stato notato da diversi studiosi, il risultato fu una sorta di re-indigenizzazione o ri-tradizionalizzazione degli Inuit, ossia un esercizio del discorso e del potere coloniale finalizzato a mantenere una distanza gerarchica tra società civile e moderna danese e società primitiva locale. È questa la fase di maggiore proliferazione di ciò che la studiosa Ann Fienup-Riordan ha denominato, a partire da Edward Said, «Eschimo-Orientalism» (Orientalismo eschimese): un regime di rappresentazione etnografico, culturale e politico caratterizzato dall’essenzializzazione e dall’esotizzazione degli Inuit. 

Questa strategia di governo coloniale comincia a entrare in crisi con lo sbarco dell’esercito statunitense negli anni della Seconda guerra mondiale. Nel 1943 gli Stati uniti costruiscono Pituffik Base Space, centro di una rete comprendente altre sedici basi e che arriverà a ospitare quindicimila soldati. La base ebbe un ruolo logistico fondamentale anche durante gli anni della Guerra fredda, e anche oggi, benché vi siano rimasti solo duecento soldati, resta un importante snodo geostrategico di controllo e sorveglianza spaziale, ma soprattutto come scudo missilistico. Come altrove, l’insediamento dei militari statunitensi portò nell’isola le Jeep, il Jazz, la Coca Cola e altri elementi e simboli della cultura moderna urbana che furono allora apprezzati da buona parte dei groenlandesi. Da qui il consenso interno di cui godono in parte ancora gli Stati uniti. 

Il 1953 sancisce la fine dello stato coloniale classico, e così la Danimarca procedette all’annessione della Groenlandia mediante un referendum, a cui però non parteciparono i groenlandesi. Questa nuova fase si propone di «danizzare» la Groenlandia attraverso un piano sistematico di modernizzazione dell’isola sul modello sociale ed economico di quello della madrepatria. Il progetto può essere considerato come una variante delle politiche coloniali di «assimilazione forzata» o del «colonialismo d’insediamento» che ha caratterizzato altri paesi, come gli Usa, ma soprattutto il Canada e l’Australia, poiché mirato alla cancellazione della cultura locale, ovvero alla sostituzione (razziale) di una forma di vita sociale e culturale con un’altra. 

Veicolo di «modernizzazione» sono stati non solo gli investimenti privati e statali esteri, l’istruzione scolastica sistematica, la creazione di un sistema sanitario territoriale, la costruzione di nuovi e inediti agglomerati urbani, che hanno imposto agli Inuit di lasciare le loro abitazioni tradizionali, ma soprattutto l’immigrazione di lavoratori danesi. Come altrove, anche qui la politica coloniale di governo si è dispiegata attraverso il ricorso all’immigrazione come dispositivo di bianchizzazione, assimilazione e sostituzione razziale. Il governo ha incentivato l’arrivo di lavoratori danesi offrendo loro stipendi più alti di quelli dei nativi, ma anche cariche e mansioni di maggior rilievo. 

La politica coloniale si trasforma così in discriminazione e segregazione razziale esplicita e legale, in razzismo strutturale e istituzionale, provocando negli anni Sessanta movimenti di protesta anticoloniali e antimperialisti a Copenhagen. Oltre alla segregazione lavorativa e abitativa, all’assimilazione forzata e al trasferimento di una parte importante della popolazione Inuit nei nuovi alloggi urbani, la politica di «danizzazione» della Groenlandia è stata accompagnata da altre pratiche tipiche della violenza sovrana delle politiche del colonialismo d’insediamento, come la sterilizzazione istituzionale e involontaria di donne native  e l’internamento forzato di bambini Inuit in istituti educativi. Nel 1951 vennero prelevati 22 bambini eschimesi e trasferiti prima in Danimarca e poi in diversi istituti a Nuuk e altre città. Al progetto hanno partecipato anche la Croce Rossa e Save The Children, si veda in proposito il film Esksperimentet (L. Fridberg, 2010). 

Dopo l’opposizione politica e la resistenza culturale delle popolazioni locali, anche attraverso la crescente proliferazione di studi e ricerche prodotte da studiosi groenlandesi, il processo si concluse nel 1979 con l’abbandono del piano di «modernizzazione» e la concessione di uno stato di semi-autonomia maggiore all’isola: il cosiddetto «Home Rule Act». Grazie all’Home Rule Act, che assegna una maggiore autonomia politica, i groenlandesi, contrariamente alla Danimarca, decidono di lasciare l’Ue nel 1985, in disaccordo con le regole europee sulla pesca, maggiore risorsa dell’Isola. Questo nuovo statuto durerà fino alla concessione del «Self-Government Act» del 2009, che però non equivale a un’indipendenza formale totale. Tra il 2014 e il 2017, il governo groenlandese ha costituito una Commissione per la riconciliazione, ma al momento non sono stati fatti passi avanti significativi, soprattutto perché i governi danesi si sono rifiutati sia di parteciparvi che di enunciare alcuna dichiarazione ufficiale di perdono . Inoltre, il governo groenlandese che ha istituito la commissione è stato accusato da una parte degli abitanti dell’isola di favorire soprattutto le minoranze linguistiche filo-danesi, nonché di promuovere una visione neoliberale ed estrattivista per il futuro del loro territorio. Come abbiamo sentito dire a diversi giornalisti progressisti o liberal nei media italiani, indignati dall’arroganza imperiale di Trump, non si può negare che la Groenlandia sia un «pezzo d’Europa».  Impossibile non mettere Fanon qui in filigrana, proprio nel centenario della sua nascita : “Due secoli fa, un’ex colonia europea si è messa in testa di colmare il ritardo con l’Europa. Vi è così ben riuscita che gli Stati Uniti d’America sono diventati un mostro le cui le tare, le malattie e l’inumanità dell’Europa hanno raggiunto dimensioni spaventose”.

Le mire coloniali di Trump

Il resto è storia dei nostri giorni. Come prima cosa, la voracità estrattivista di Trump, indotta non solo dalla stessa genealogia storica degli Stati uniti, una democrazia nata dalla violenza razziale del colonialismo d’insediamento, ma anche dai bisogni di alcune materie prime e risorse energetiche essenziali per lo sviluppo dell’hi-tech, dell’intelligenza artificiale e più in generale per l’infrastruttura materiale del capitalismo delle piattaforme, di cui la Groenlandia è ricchissima, specie con lo scioglimento dei ghiacci, che rende molto più accessibile gli enormi giacimenti di petrolio, gas, uranio, ferro, oro, zinco e altre terre rare. 

Poi il divenire dell’Artico, anche questo a causa del surriscaldamento globale, un altro degli epicentri dello scontro per la supremazia globale con la Russia e soprattutto con la Cina, che da tempo investono tanto in senso militare quanto economico, logistico e commerciale in questa parte dell’emisfero polare Nord. Un dato su tutti: la Cina è il secondo partner economico della Groenlandia dopo la «madrepatria coloniale», ovvero la Danimarca. Infine, resta sullo sfondo un’altra motivazione piuttosto evidente dietro la violenza esplicitamente neocoloniale e neoimperialista di Trump: il declino progressivo della centralità egemonica degli Stati uniti nel comando capitalistico globale, e quindi la necessità di colmare il ritardo statunitense in questi settori chiave. Nella logica politica e culturale dell’ultradestra globale rappresentata da Trump, l’unica soluzione possibile a questa crisi di transizione egemonica nel modo di accumulazione capitalistico globale è spingere l’acceleratore dell’attuale regime di guerra su ogni dimensione. È ciò che nasconde, come sempre, il ricorso a una volontà di dominio esplicitamente autoritaria e fascista. Solo una coalizione decisa e radicale tra diversi istanze e movimenti contro la guerra potrà mettere un freno a questa nuova sinistra accelerazione dello Juggernaut capitalistico.

*Miguel Mellino insegna studi postcoloniali all’Università di Napoli L’Orientale. Tra i suoi libri, Post-Orientalismo. Said e gli studi postcoloniali (Meltemi, 2009), Governare la crisi dei rifugiati (Derive Approdi, 2019) e Marx nei margini. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale (Alegre, 2020). Ha curato l’edizione italiana di Black Marxism di Cedric Robinson (Alegre, 2023).

https://jacobinitalia.it/groenlandia-un-pezzo-coloniale-delleuropa/

mercoledì 15 gennaio 2025

Senza incentivi non si fa la centrale eolica - Gruppo d’Intervento Giuridico


In Danimarca, a differenza di quanto fatto finora in Italia, è lo Stato ad aver individuato – previa procedura di valutazione ambientale strategica (V.A.S.) – i siti nel mare del Nord e nel Mar Baltico per l’installazione delle centrali eoliche offshore (vari progetti per complessivo GW 40 di potenza) attraverso uno studio dell’Agenzia Danese per l’Energia (DEA).

Successivamente le concessioni vengono messe a gara, lo Stato evita il Far West degli speculatori dell’energia e, in più, ci guadagna.

E’, in sostanza, una delle richieste dalla petizione nazionale Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica! promossa dal Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), che ha abbondantemente superato le ventimila adesioni.

C’è un fatto, però, che fa capire molte cose: in assenza di incentivi e sostegni pubblici l’affare non è più conveniente.

Infatti, l’asta pubblica indetta dall’Agenzia Danese per l’Energia (DEA) per la realizzazione di tre centrali eoliche offshore nel mare del Nord (North Sea I A1, A2 e A3) da complessivi 6 GW (elevabili a 10 GW) di potenza è andata deserta.

Alla scadenza del termine del 5 dicembre 2024 non si è presentato nessun concorrente.

In Italia, non c’è alcuna pianificazione degna di questo nome e nessun asta di alcun genere, in tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 agosto 2024 risultano complessivamente ben 5.999 pari a 342,10 GW di potenza, suddivisi in 3.850 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 151,45 GW (44,27%), 2.017 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 107,82 GW (31,52%) e 132 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare 82,83 GW (24,21%).

La Commissione europea – su richiesta del Governo Italiano – ha recentemente approvato (4 giugno 2024) un regime di aiuti di Stato “volto a sostenere la produzione di un totale di 4 590 MW di nuova capacità di energia elettrica a partire da fonti rinnovabili”.   In particolare, “il regime sosterrà la costruzione di nuove centrali utilizzando tecnologie innovative e non ancora mature, quali l’energia geotermica, l’energia eolica offshore (galleggiante o fissa), l’energia solare termodinamica, l’energia solare galleggiante, le maree, il moto ondoso e altre energie marine oltre al biogas e alla biomassa. Si prevede che le centrali immetteranno nel sistema elettrico italiano un totale di 4 590 MW di capacità di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. A seconda della tecnologia, il termine per l’entrata in funzione delle centrali varia da 31 a 60 mesi”.

 

Il costo del regime di aiuti in favore delle imprese energetiche sarà pari a 35,3 miliardi di euro e, tanto per cambiare, sarà finanziato “mediante un prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali”.

La Soprintendenza speciale per il PNRR, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto che “… è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) … tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno … previsto … a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024)”.

Il fenomeno della speculazione energetica è pesantemente presente in modo particolare nella Tuscia, in Puglia, nella Maremma, in Sardegna, in Sicilia, sui crinali appennnici.

Qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria. 

Pagata con i soldi pubblici, cioè dei cittadini, cioè nostri.

Alla faccia del benché minimo buon senso.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

da Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2024

Flop in Danimarca dell’eolico: va deserta la gara per il più grande parco marino.

Senza incentivi statali, nessun investitore si è presentato per la concessione di 30 anni nel Mare del Nord. Pure il campione nazionale Orsted, numero uno al mondo, si defila. (Simone Filippetti)

La Danimarca fa un clamoroso flop nelle energie pulite: va deserta l’asta per il più grande parco eolico in alto mare del paese. Il paese più “verde” d’Europa non è riuscito ad attrarre nemmeno un investitore per costruire pale nel Mare del Nord. Sta forse per scoppiare la bolla dell’energia eolica? L’asta non prevedeva sussidi statali, ossia soldi dei contribuenti.

Il clamoroso flop

Neii giorni scorsi, l’Agenzia Danese per l’Energia (DEA) ha comunicato di non aver ricevuto offerte per nessuno dei tre parchi eolici offshore nel Mare del Nord che erano stati messi in gara a inizio Novembre: si trattava dei primi 3 Gigawatt di un grande progetto più ampio. Non si è presentato nessuno, nemmeno la danese Orsted, il campione nazionale dell’eolico che giocava in casa.

«Questo è un risultato molto deludente. Le circostanze per l’eolico offshore in Europa sono cambiate in modo significativo in un tempo relativamente breve, compresi grandi aumenti di prezzi e tassi di interesse» ha masticato amaro Lars Aagard, ministro per il clima, l’energia e i servizi pubblici del paese.

Annus Horribilis

A inizio anno, la Danimarca aveva lanciato la più grande gara d’appalto per un parco eolico marino della sua storia: erano stati messi all’asta un minimo di 6 Gigawatt di nuova capacità in sei siti nel Mare del Nord, con l’opzione di sovra-piantumazione che consente di aggiungere 10 Gigawatt. Ora, c’è il rischio che tutto il mega-progetto salti.

Il progetto messo all’asta avrebbe dovuto essere costruito senza sussidi statali, motivo per cui tutti gli investitori privati si sono defilati. In più, era richiesto un pagamento annuale del canone di concessione: per i successivi 30 anni, i gestori dovrebbero pagare al governo di Copenaghen il diritto di utilizzare il fondale marino. Infine, lo Stato danese sarebbe stato comproprietario di ciascuno dei parchi eolici con una quota di minoranza del 20 per cento. Il fallimento è un duro colpo per la politica energetica verde del paese che a oggi conta una capacità installata di 2,7 Gigawatt.

Il caso Orsted

Se un’asta nazionale per un parco eolico, nel paese bandiera della “Transizione Verde”, è già di per sè un segnale preoccupante, è ancor più strano che non si sia presentato nemmeno il colosso nazionale Orsted: l’azienda è il più grande produttore e installatore di pale eoliche al mondo. Perché snobba il suo stesso paese? Perchè è da tempo in difficoltà finanziarie: dal 2021 a oggi ha bruciato il 60% del sul valore alla Borsa di Copenaghen. Gli investitori stanno scappando dal titolo: a Novembre dell’anno scorso, dopo aver annunciato di ritirarsi da una gara in New Jersey, e aver fatto una svalutazione di bilancio da 4 miliardi di Dollari, le azioni sono crollate del 30% in un giorno. Ai massimi del 2020, quanto tutti erano entusiasti per l’energia eolica, Orsted quotava quasi 1.200 Corone Danesi. Oggi langue attorno alle 360 Corone, che valutano l’intera società appena 20 miliardi di Euro.

L’energia eolica sta diventando un pessimo affare: a mercato, senza aiuti pubblici, l’energia prodotta dal vento ha prezzi negativi, almeno quella del Mare del Nord, dunque si produce in perdita. Ma un’industria privata che sta in piedi solo se lo Stato paga, è sostenibile o è una bolla speculativa?

da qui

sabato 12 febbraio 2022

Danimarca e Svezia: dal 2030 voli interni solo green - Maria Rita D'Orsogna

 

Il primo ministro danese si chiama Mette Frederiksen ed ha dichiarato nel discorso di fine anno che entro il 2025 inizieranno ad operare i primi voli domestici alimentati dalle rinnovabili. Entro il 2030 (al massimo) tutti i voli interni saranno green.

Anche la Svezia ha un obiettivo simile, in piu’ vogliono che tutti i voli internazionali che coinvolgono la Svezia siano green entro il 2045.

Come faranno?

Beh, certo e’ la Danimarca e’ un paese piccolo per cui le distanze interne non sono impossibili. Forse un po piu difficile per la Svezia. Ad ogni modo ci saranno tanti ostacoli, perche’ ad ora non esistono davvero aereoplani elettrici per passeggeri ma solo prototipi.

Il primo ministro danese ovviamente sa tutto questo. La sua dichiarazione deve essere vista come una sfida al futuro, un modo per incoraggiare ditte, ricercatori e privati ad accellerare ricerca ed entusiasmo, a spingere in su l’asticella di cio’ che e’ possibile.

Un piccolo esempio e’ che la ditta francese Airbus, uno dei due colossi mondiali che costruisce aeroplani (l’altra e’ l’americana Boeing) ha annunciato che entro il 2035 potrebbero essere pronti i primi aereoplani ad idrogeno per viaggi a raggio internazionale. Non so se ci riusciranno, ma intanto ci provano.

La Danimarca e’ paese fondatore di BOGA, l’alleanza che vuole fermare adesso e subito l’uso di fonti fossili e si pone l’obiettivo di ridurre del 70% le sue emissioni di CO2 rispetto al 1990. Il primo ministro Mette Frederiksen dice che gli altri paesi sono troppo timidi e che la Danimarca vuole mantenere alta la pressione e l’impegno.

Guardare grande insomma, dalla piccola Danimarca.

Mi piace sempre che ricordare in questi casi il presidente John Kennedy che annuncio’ nel 1961 che avremmo messo un uomo sulla Luna. Non esistevano navicelle adeguate al tempo e nessuno l’aveva mai fatto prima. Chissa’ quanta gente rise o fu scettica di quelle parole.

Si misero all’opera lo stesso.

Nel 1969 Neil Armstrong scese dall’Apollo 11 sulla Tranquillity Base lunare ed entro’ nella storia.

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venerdì 27 novembre 2020

tanto sono solo animali


L’eterna Treblinka degli animali -  Francesca de Carolis


Difficile allontanare dalla mente le immagini dello sterminio dei visoni di Danimarca, uccisi per via di una versione mutata del coronavirus trovata in alcuni di loro. 17 milioni di bestioline da allevamento per pellicce. Uccisi, quelli malati insieme a tutti quelli sani. Per eradicare il virus mutato…

 

‘Samfudssind’, bugia detta in danese

Leggo che in Danimarca la parola dell’anno è “Samfudssind”, che significherebbe “solidarietà pronta al sacrificio in nome degli altri e dell’interesse generale”. Solidarietà, si immagina degli allevatori, che sacrificano il proprio interesse privato in nome di quello generale. E le loro preziose pellicce da mercato andate in fumo…
Un pensiero, dal punto di vista degli animali, a proposito di questa “solidarietà pronta al sacrificio” di cui fanno le spese i loro corpi straziati, dopo la tremenda vita prigioniera di “animale da pelliccia”, che se appena appena ne conoscete le condizioni… se appena appena sapeste come comunque viene posta fine alla loro sciagurata vita… e tutto quello che non sappiamo, di visoni e non solo, perché non vediamo, e siamo ben lieti di questa nostra cecità… ché l’elenco sarebbe ben lungo…
Di fronte alle immagini dei visoni uccisi, c’è una parola che preme, e si fa fatica a pronunciare. Ma la pronuncio, anche perché in buona compagnia. Olocausto.

 

L’oscena analogia

Sì, ritorno a quella che è stata definita l’ “oscena analogia” fra l’olocausto e il trattamento che riserviamo agli animali. Che è pensiero di Isaac Singer, di Primo Levi, di Charles Patterson…
Patterson, che nel suo forse più famoso libro, “Un’eterna Treblinka”, scrive: “Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno”.
E Isaac Singer, che dell’Olocausto fu vittima insieme alla sua famiglia: “Dovreste andare a leggervi i rapporti sugli esperimenti che i nazisti effettuarono sugli ebrei nei loro laboratori e poi leggere i rapporti sugli esperimenti che vengono fatti oggi sugli animali. Allora vi cadranno le bende dagli occhi e sarà facile vedere la similitudine…. Tutto quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei, noi lo facciamo agli animali. I nostri nipoti un giorno ci chiederanno: dov’eri durante l’olocausto degli animali?”.

 

L’olocausto degli animali

E ad essere sincera non riesco a non pensare, in questi giorni di affannata ricerca di vaccini, a quanti animali, prima di passare alla sperimentazione sull’uomo, siano sacrificati…
E via via scendendo lungo la scala delle nostre tante “necessità”… mi chiedo cos’è quella nebbia della mente che ci fa ignorare (a noi che vantiamo possibilità di accedere a informazioni come mai all’uomo è stato possibile) da quali lager arrivano quelle cotolette messe in fila negli scaffali dei supermercati… cosa palpitava dentro quelle pelliccette che fanno da bordo ai colli dei nostri piumini…
Evidentemente “informazione” non è necessariamente “conoscenza”… oppure proprio non ce ne importa nulla per via di quello che siamo convinti di poterci permettere nei confronti di chi riteniamo sia a noi inferiore e in nostro possesso. E la storia insegna quali trattamenti sappiamo riservare a chi, esseri umani compresi, riteniamo a noi inferiore…

 

In paradiso ad attenderci

E sempre interrogandomi sul nostro rapporto con gli altri animali, e cercando e leggendo, tempo fa sono incappata (forse ve ne ho già parlato) nel libro “In paradiso ad attenderci”, che è conversazione fra il sociologo Maurizio Scordino e il teologo e biblista Paolo De Benedetti. Dove la questione animale diventa anche questione teologica. Un libro che consiglio di leggere, perché anch’io sono convinta (fede o non fede) che se una possibilità di salvezza l’abbiamo, questa passa attraverso la conciliazione con tutti gli esseri viventi. Ma proprio tutti.
Pensatore profondissimo, De Benedetti, capace anche di “irriverenze”.
Certo l’uomo non ne esce benissimo. E c’è un punto, nel libro (che per altro tocca temi tanto complessi e importanti quanto poco discussi) nel quale ci si chiede “chissà quante cose sarebbero cambiate se Dio avesse salvato tutti gli animali, spazzando via la sola umanità”.
De Benedetti, secondo cui il dolore degli animali sarebbe più misterioso da comprendere rispetto a quello degli uomini, sa condire le sue parole con “quel po’ d’ironia jiddish che per sangue gli appartiene” e… : “Come spesso dico, anche a costo di sembrare irriverente, tutto deriva, diciamo così, da un guasto, da un difetto del processo creativo di Dio che, se avesse chiuso la propria officina il venerdì a mezzogiorno (l’uomo è stato creato nel pomeriggio…) tutto sarebbe andato benissimo. La prova la fornisce proprio la Bibbia, dove c’è scritto che quando Dio creò gli animali, le piante e il resto disse ‘che era cosa buona’, mentre quando creò l’uomo tacque”.

 

L’uomo, che degli animali dovrebbe essere custode e non padrone…

A proposito di custodia… non vi sembri fuori luogo, ma visto che a suo tempo ne abbiamo parlato… Vi siete chiesti come sta Papillon? L’eroico orso in cerca di libertà, infine catturato e “preso in cura” nel centro di Casteller? C’è una denuncia della LEAL, lega antivivisezionista, che ha diffuso alcune informazioni della relazione dei carabinieri del Cites (che si occupa di tutela delle specie di flora e fauna protette dalla Convenzione di Washington): M49 “ha smesso di alimentarsi e si scarica contro la saracinesca della sua tana”. Vi risparmio i gesti degli altri orsi prigionieri e del loro “severo stress psicofisico” per via dei maltrattamenti che si denuncia subiscono nella struttura che li dovrebbe accudire.
Il nostro delirio antropocentrico…
Ritorno a Paolo De Benedetti, che ci ricorda che la parola animale significa “che ha l’anima”, che è soffio di vita. E arriva a chiederci di credere nella resurrezione di tutto ciò che ha avuto la vita, perché “se ciò non avvenisse bisognerebbe riconoscere che la morte è più potente di Dio, che la morte vince in eterno la vita”.
“Non sempre serve dare una risposta a tutte le domande, a volte è sufficiente, se non meglio, porsele”, e m’interrogo dunque anch’io sull’anima degli animali, che spesso penso davvero meriterebbero un paradiso per tutto quello che scontano sulla Terra. E mi piace credere che lo avranno. Ma guardando a tanta sofferenza, a tanta morte che a piene mani intanto distribuiamo, e non solo agli altri animali, sempre meno certa rimango del fatto che ce l’abbiano gli uomini, un’anima… un’anima e un briciolo di cuore…

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Lo sterminio dei visoni e lo stupore assente - Luca Giunti


Ci risiamo. Di nuovo lockdown, di nuovo chiusi in casa, di nuovo weekend affollatissimo di escursionisti ansiosi dell’ultima passeggiata all’aria aperta prima dei divieti totali. Di nuovo servizi solitari in quota, dedicati alle incombenze di questa stagione: i monitoraggi, il controllo dei cacciatori (fino alla sospensione dell’attività venatoria stabilita dalla Regione), la verifica del rispetto delle ordinanze, che non sono solo quelle del Covid! Tanto tempo per pensare, per rimuginare, per provare a mettere in fila qualche considerazione che mi faccia capire un po’ di più cosa sta succedendo all’umanità.

Pensieri meno cattivi che a primavera, forse, ma lunghi e scuri come le ombre di questo autunno soleggiato e spietato. Lo spunto questa volta, fra i tanti possibili, arriva da un’amica che mi passa una notizia internazionale: in Danimarca si stanno abbattendo 15 milioni di visoni perché potenzialmente infettati dal virus Covid-19. Uno sterminio pianificato, che però – mi accorgo preoccupato – non mi indigna abbastanza. Com’è possibile? Cerco di approfondire notizia e sentimenti.

I visoni sono allevati per la produzione di pellicce. La Danimarca è il primo esportatore mondiale. I visoni portano sulle membrane cellulari recettori affini a quelli umani e quindi sono attaccabili dal Covid-19 (e da altri simili). In mezzo a migliaia di animali confinati in spazi ristretti il virus circola rapido e aumenta la sua velocità di variazione genica. Potrebbe “inventare” nuovi ceppi virali e trasmetterli agli umani, vanificando sul nascere le ricerche sui vaccini. Il governo danese ha segnalato all’OMS di aver già trovato una nuova mutazione in una dozzina di persone. È improbabile che sia più contagiosa di quella attuale ma la prudenza, si sa, non è mai troppa (il principio di precauzione è negli statuti della UE, ma viene applicato solo quando fa comodo). Meglio abbattere tutti i visoni.

Non è una novità, ed è questo che non mi fa stupire. Influenza aviaria, peste suina, SARS hanno comportato conseguenze uguali negli anni scorsi (tra gli altri, proprio sui visoni danesi nel 2003, nel 2009 e nel 2013). L’aviaria c’è ancora e ha appena imposto l’abbattimento di oltre 200.000 polli nei Paesi Bassi. Il Covid ne sta uccidendo milioni di altri, non solo direttamente come in Danimarca, ma di riflesso: non appena la domanda internazionale cala a causa della paura mondiale, gli allevamenti intensivi, soprattutto del Sudest asiatico, trovano più conveniente sterminare per soffocamento o annegamento migliaia di capi invenduti, ma vivi, piuttosto che nutrirli inutilmente. Animali ammassati e tenuti in condizioni insostenibili sono focolai costanti di vecchie e nuove zoonosi. Da sempre. Un esempio tragico è la tubercolosi. Deriva dai bovini e praticamente non esisteva prima della rivoluzione agricola e della sedentarizzazione di Homo sapiens, diciamo 12.000 anni fa. La TBC è stata debellata in Europa a forza di vaccinazioni di massa, ma uccide ogni anno oltre 100 milioni di persone nel mondo; i morti sono africani e asiatici, non occidentali: quindi il dato scompare dai nostri orizzonti quotidiani. A proposito di bovini, ci siamo dimenticati in fretta della “mucca pazza”. Anche in quel caso, umane forzature dei cicli naturali provocarono epidemia, psicosi, migliaia di capi uccisi in massa, crollo della domanda di carne, fallimenti di aziende, nuove leggi di sicurezza. Non impariamo mai!

E poi, lo scandalo dei visoni danesi dove sta? Nell’ucciderne tutti insieme 15 milioni anziché qualche centinaio alla settimana per la “normale” produzione di pellicce? Viene in mente una battuta in veneto dal terzo atto de I due gemelli veneziani di Carlo Goldoni: «Alla piegora tanto la fa che la magna el lovo, quanto che la scana el becher» («Per la pecora è uguale essere mangiata dal lupo che sgozzata dal macellaio»). Un altro esempio disturbante viene alla testa piegata dalle raffiche del vento valsusino: i fagiani allevati in batteria per essere rilasciati poco prima dell’apertura della caccia (quest’anno, in Piemonte, oltre 4.500 solo in 4 ATC e 2 CA), fucilati legalmente dopo poche ore di libertà “vigilata”.

Nessuna novità, dunque. Fenomeni noti, informazioni facilmente reperibili online, catene di cause-effetti conosciute, ben studiate e ben divulgate. La mia amica ha ragione a stupirsi della mia mancanza di stupore? Non so darmi una risposta convincente.

O riduciamo drasticamente i consumi di carne e di pelli, quindi gli allevamenti intensivi, i traffici e le merci che ne conseguono, le superfici agricole coltivate per alimentarli, gli scarti che a miliardi formano già le stratificazioni che verranno studiate dai geologi futuri. Oppure non abbiamo il diritto di indignarci per una aberrazione tra le tante. Stiamo vivendo non solo una catastrofe sanitaria ma una vera e propria crisi ecologica. Stiamo ricevendo indietro gli interessi degli sfregi che infliggiamo al pianeta. Siamo disposti a rinunciare alle nostre comodità, alle nostre economie, ai guadagni e a questi tipi di lavori? Non mi sembra. Siamo avviluppati senza scappatoie in un patto faustiano: tecnologia, consumi, benesseri vari, non sono gratis. Costano l’anima. Nostra, della Terra e dei visoni.

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domenica 18 ottobre 2020

Mercati globali e la Humane Death - Miguel Martinez

Una piccola lezione sul sistema-mondo.

Il governo danese sta per ordinare l’abbattimento di “almeno” 2,5 milioni di visoni, perché si sospetta che potrebbero trasmettere il Covid all’uomo.

Io fino a ieri, non sapevo nemmeno che esistessero i visoni in Danimarca. Anzi, nella mia ingenuità, pensavo che fosse un animaletto raro, di quelli che se ti capita di vederlo in un bosco ti acquatti in silenzio per osservarlo.

Scopro solo adesso che il 40% dei visoni del mondo vivono in minuscole gabbie in Danimarca, ma c’è anche l’Olanda, dove ne ammazzano la fatidica cifra di sei milioni l’anno.

Il visone in questione non è quello europeo, ma arriva dall’America, però il governo danese è riuscito a impedire che venisse inserito nella lista delle specie invasive.

La prima riflessione è che Olanda e Danimarca sono due paesi modello per quanto riguarda cose tipo andare in giro in bicicletta o nascondere gli inceneritori sotto i parchi.

Il sito del governo danese ci informa che

“per i danesi, la sostenibilità è un approccio olistico che comprende l’energia rinnovabile, la gestione dell’acqua, il riclaggio dei rifiuti e il trasporto verde, compresa la cultura della bicicletta”.

Olisticamente, il sito dei pellicciai danesi ci fa vedere come trattano le future pellicce, con tanto di piccole Grete che arrivano sicuramente in bicicletta per ammirare gli animali prima che li ammazzino.

Bene, i danesi hanno portato questi animaletti, potenzialmente invasivi e capaci di sostituire la popolazione di visoni autoctoni, dall’America, via nave, presumo.

Infatti, come c’era da aspettarsi, la Danimarca è uno dei peggiori inquinatori del pianeta, solo che sta attenta a non darlo a vedere.

Un sito di apologeti ci rassicura che i visoni “di solito” vengono eutanizzati soffocandoli con il monossido di carbonio “nella fattoria dove vivono”. Il prodotto viene somministrato “dalle stesse persone che danno loro da mangiare e se ne prendono cura tutti i giorni“, così muoiono più felici.

Se vi entusiasmano i ragionamenti politicamente corretti, potete leggere qui una dettagliata guida a humane good practices nel campo dell’ammazzamento.

L‘ultima frase riassume l’intera filosofia del sistema in cui viviamo: “per motivi di leggibilità, il termine ‘uccisione in maniera umana’, in questo codice di buone pratiche, viene successivamente abbreviato a ‘uccisione”.

I visoni li gassano cinquanta, sessanta alla volta.

Ora, se mi guardo attorno, non vedo più molte signore con le pellicce. Infatti, i visoni americani, allevati e ammazzati e scuoiati in Danimarca, li vendono alle signore cinesi.

Ma anche ai signori cinesi:

Ora, la Cina ha diverse regioni climatiche: Pechino, che è parecchio a nord, è all’incirca alla latitudine di Cosenza.

Per cui non è difficile capire che i/le signori/e cinesi sfoggino le pellicce di visoni danesi nelle gelide feste estive con l’aria condizionata (non ho mai sentito tanto freddo come a Singapore, che è quasi all’equatore).

Ora, i/le signori/e cinesi come fanno i soldi per comprarsi le pellicce danesi?

Una risposta la suggerisce una pagina sul sito di Alibaba: i cinesi fanno i soldi vendendo ai danesi le gabbie dove tenere i visoni prima di ammazzarli.

Le navi inquinano portando i visoni in Danimarca, le navi inquinano portando le gabbie cinesi in Danimarca, le navi inquinano portando le pellicce in Cina.

Ma con gabbie così, a voglia a comprarsi bici e fare gli ecosostenibili.

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sabato 19 ottobre 2019

Copenhagen, Altro che termovalorizzatore: quello nuovo è una collina, con pista da sci. E non inquina - Simone Cosimi



Dai rifiuti alla produzione di energia fino al divertimento e allo sport. Oltre 9mila metri quadrati aperti tutto l’anno per la pista da sci Amager-Bakke, appena inaugurata in Danimarca, realizzata sul lungomare industriale di Amager, sito già ben noto per gli sport estremi. La curiosità è che quello battezzato sull’isolona a Sud di Copenhagen è un incredibile esempio di simbiosi industriale, visto che sorge sopra un termovalorizzatore cittadino perfettamente operativo. Il nuovo impianto di Amager Bakke-CopenHill è infatti costato 670 milioni di dollari e da due anni ha sostituito il vecchio termovalorizzatore mangia-rifiuti: brucia 400mila tonnellate di rifiuti all’anno ma dalla ciminiera, stando a quanto assicurano le autorità, esce solo vapore acqueo visto che i filtri di nuove generazione sono in grado di trattenere tutte le polveri e i fumi nocivi. Nulla da temere.

Sul tetto di questo nuovo impianto – situato in realtà a una quarantina di minuti dal centro della capitale danese – è stato dunque ricavato un pendio lungo 200 metri, che scende dall’altezza di 90, con un grande tornante e una pendenza che arriva al 45%: è lì che è nata la pista da sci larga 60 metri in grado di ospitare 200 persone in contemporanea. Non c’è la neve, ovviamente, ma un veloce fondo di plastica italiano, fornito dalla Neveplast di Mebro, vicino Bergamo. Non mancano ascensori trasparenti e tappeti mobili per risalire fino alla “cima” e concedersi un’altra discesa metropolitana sulla creatura progettata dallo studio Big, Bjarke Ingels Group, insieme ad altre sigle (Sla, Akt, Lüchinger+Meyer, Moe e Rambøll) per una gara varata nel 2011. Il percorso è stato in effetti lungo, dovendo necessariamente seguire i tempi di costruzione dell’innovativo termovalorizzatore da 41mila metri quadri, anche se aveva parzialmente aperto ai visitatori già da un paio di anni.


Pista da sci olimpionica, parco freestyle o pista da slalom a tempo: tutto questo sulla sommità di un impianto attivo 24 ore su 24 nel quale i visitatori possono anche sbirciare, mentre si divertono, risalendo tramite i diversi impianti. E per chi non scia sono disponibili un bar sul tetto con vista sul porto, una palestra per fare crossfit, una parete per l’arrampicata fra le più alte del mondo (85 metri) o una piattaforma d’osservazione, la più alta della città, per scattare qualche bella foto e scendere tramite il sentiero di 490 metri per l’hiking (e gli immancabili pic-nic) progettato dallo studio Sla.

Mentre si fa sport o ci si rilassa , forni e turbine convertono oltre 440mila tonnellate di rifiuti all’anno in energia pulita che può fornire elettricità a 150mila abitazioni. Non mancano inoltre gli spazi per tour educativi, conferenze e ricerca accademica. Un vero polo multifunzionale sui generis anche perché è la stessa struttura – tappezzata di pannelli d’alluminio e vetro – a essere ecosostenibile, in piena filosofia che vuole fare di Copenhagen la prima città “carbon neutral” entro il 2025. Per esempio, il tetto da 10mila metri quadri assorbe calore filtrando inquinanti e particolato e minimizzando il deflusso delle acque piovane. Ultimo ma non ultimo, il parcheggio può essere riconvertito a pista di pattinaggio.

“Come impianto energetico, CopenHill è talmente pulito che siamo stati in grado di convertire i suoi edifici nella pietra angolare della vita sociale della città: la sua facciata si può scalare, sul tetto ci si va a piedi e sui pendii si può sciare – ha spiegato lo studio di progettazione – un chiarissimo esempio di edonistica sostenibilità, cioè del fatto che una città sostenibile non è solo migliore per l’ambiente ma anche più divertente e godibile per i suoi cittadini”.


giovedì 6 luglio 2017

La materia è utile, perché incenerirla? - A Sud

Quella degli inceneritori è stata una strada sbagliata. Parole di Ida Auken, ex ministro dell’ambiente danese, dimessosi proprio per la questione inceneritori.
Una strada sbagliata che ha portato il paese nord europeo verso una crisi sistemica di gestione. Secondo Eurostat, la produzione di rifiuti urbani della Danimarca pro capite è la più alta in Europa: 747 kg a persona nel 2013 (rispetto a una media europea di 481 kg). Circa il 60%per cento di questi rifiuti domestici, inclusi i rifiuti organici ad alta potenzialità calorifica, vengono inviati direttamente all’inceneritore più vicino (ufficialmente, solo il 3 per cento viene inviato alla discarica a livello nazionale, ma questo numero non include ceneri e scorie da incenerimento che in quanto “rifiuti speciali” spesso non vengono poi riportati nelle statistiche relative agli urbani, pur derivando da essi).
Questa dipendenza dagli inceneritori ha causato l’impossibilità per la Danimarca di raggiungere gli obiettivi europei fissati dalla direttiva comunitaria per il 2020 (Direttiva quadro 2008/98) tra cui quello del 50% di recupero di materia visto che il paese incenerisce più del 60% dei rifiuti. Motivo per il quale alla Danimarca è stato concesso di adottare il calcolo semplificato, in cui il 50% si computa sulle sole frazioni carta, vetro, plastica e metallo. Ma ora la UE sta discutendo obiettivi ancora più ambiziosi (il 65 o 70%)  e sul totale del rifiuto urbano, ossia senza semplificazioni di calcolo, e questo sta mettendo in forte crisi il sistema danese di gestione dei rifiuti. Per risolvere questa criticità, e riallineare la gestione anche con gli obiettivi della strategia energetica che prevede il 100% di energia rinnovabile al 2015 (mentre dall’ incenerimento viene prodotta energia in gran parte di origine fossile, come dalla componente plastica) il ministero dell’ambiente due anni fa elaborò una nuova Strategia Nazionale (“Denmark without waste”) per abbandonare progressivamente l’utilizzo degli inceneritori favorendo e incentivando il riciclo dei materiali.

Con i suoi 26 inceneritori, il sistema danese dimostra quanto, al di là dell’impiantistica avanzata e di ultima generazione, skyline e piste da sci sulle ciminiere, l’incenerimento dei rifiuti resti una pratica insostenibile, poco redditizia e messa in profonda crisi dagli obiettivi della strategia sulla Economia Circolare, attualmente in discussione a livello europeo.
Tanto che la stessa Commissione Europea, a fine Gennaio ha adottato una Comunicazione sulla Energia da Rifiuto, che mette in guardia contro il ricorso eccessivo all’incenerimento, raccomanda di disinvestire dallo stesso, e chiede di terminare i sussidi alla produzione energetica che, ad oggi, costituisce lo strumento fondamentale (e deteriore, essendo pagato dalla collettività) per garantire l’equilibrio economico dell’incenerimento.
Inceneritori italiani, tra processi, infrazioni e traffico illecito di rifiuti.
Dei 40 impianti di incenerimento italiano – che bruciano rifiuti urbani e speciali, venti sono sotto la lente della magistratura con inchieste in corso per traffico illecito di rifiuti, violazioni della normativa ambientale, incidenti, emissioni sopra i limiti di legge di diossine e metalli pesanti. Per altri 12 impianti sono stati accertati violazioni delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale. Alcuni, anche nel recente passato, vennero chiusi, dopo accertamenti della Magistratura, per avere falsificato i dati sulle emissioni. C’ è anche da sottolineare che rispettare un limite non significa comunque rispettare la salute, visto peraltro che alcune sostanze, come il nanoparticolato, non sono attualmente regolamentate,  e che i monitoraggi generalmente non coprono le fasi di accensione/spegnimento per le manutenzioni periodiche, in cui si hanno emissioni ben superiori che in condizioni operative standard.
L’inceneritore di Bolzano non è da meno visto che vanta un processo per emissione di sostanze nocive oltre i limiti di legge dopo l’incendio avvenuto a novembre 2013. La realtà degli inceneritori italiani è costellata di incendi, malagestione, illeciti e costituisce da Nord a Sud del paese, fonte di aumento di ricoveri ospedalieri per gravi patologie.
L’incenerimento dei rifiuti resta una pratica insostenibile, che sottrae la possibilità di recuperare materia in favore del recupero di energia e che non consente di incrementare processi virtuosi di riduzione a monte dei rifiuti secondo i percorsi della Economia Circolare. Che peraltro, sarebbero quelli più efficienti anche dal punto di vista della minimizzazione dei costi e della creazione di indotto occupazionale.

Energia o materia?
A parità di materiale, l’energia recuperata con incenerimento è inferiore a quella risparmiata riciclando lo stesso materiale. Il riciclo è quindi da 2 a 5 volte più efficiente del recupero energetico e questo fattore determina un vantaggio economico diretto, oltre a un migliore uso delle risorse e a un vantaggio ambientale.
Quindi, per motivi energetici ed economici, è urgente programmare la conversione dei sistemi di raccolta rifiuti verso il massimo riciclo. Conversione che comprende la riprogettazione dei prodotti per ridurre i materiali non riciclabili immessi a consumo, oppure le plastiche miste, difficilmente recuperabili.
Ad esempio, se la media di produzione di residuo secco indifferenziato si riducesse a 75 kg per abitante all’anno, un obiettivo già raggiunto da molti Comuni italiani, sarebbe sufficiente una capacità di smaltimento di 4.5 milioni di tonnellate. I 40 impianti di incenerimento hanno una capacità totale di circa 8 milioni di tonnellate.
Raggiungere questo obiettivo consentirebbe un uso razionale delle risorse, riutilizzando le materie per nuovi prodotti, e un sensibile risparmio di energia.
I distretti che hanno seguito con coerenza i percorsi Rifiuti Zero, proprio grazie alla assenza di inceneritori, come la Provincia di Treviso, già oggi producono solo 50 kg/ab.anno di rifiuto indifferenziato residuo, e si sono posti l’obiettivo di arrivare a 10 kg nel 2023. Cosa possibile in quanto non hanno sul loro territorio la rigidità di un inceneritore da alimentare con i tonnellaggi previsti dal “business plan”.
Pertanto, la materia è più preziosa dell’energia.

[Nota di approfondimento a cura di A Sud, Energia per L’Italia, Ugi Colleferro e Zero Waste Europe]