domenica 31 marzo 2019

Sahel, Il paradiso che si è trasformato in una trappola e un inferno - Mario Giro


Spariti nel Sahel. Ultimi Luca Tacchetto e la canadese Edith Blais in Burkina Faso. Qualche mese fa era stato rapito padre Luigi Maccalli in Niger. Prima ancora suor Gloria Cecilia Narvaez, colombiana presa in Mali, come anche una svizzera. Poi ci sono un rumeno, un austriaco, una francese, un tedesco…tutti inghiottiti dalla sabbia. Assieme a loro molta gente del posto di cui non si sanno nemmeno i nomi. Per spiegarcelo diciamo “jihad” ma cosa accade davvero nel Sahel? Sempre in equilibrio tra oscurità e mistero, tra pericolo e esotismo, la grande terra del deserto attira e respinge. Sahel significa riva in arabo: la riva del grande mare di sabbia del Sahara, il più grande dei deserti. Un luogo onirico e spaventoso che ha attratto e affascinato. Un paradiso per alcuni, tormento di sete e sabbia per altri. Mistici, religiosi, avventurieri e commercianti vi si sono inoltrati nei secoli. Lì per gli antichi romani iniziavano le terrae incognitae. 
Gli arabi vi si inoltrarono già nel VII° secolo, percorrendo le interminabili piste invisibili per chi non è di quelle parti. Narrano le cronache che prima ancora di conquistare Kairuan in Tunisia, Uqba ibn Nafi penetrò il Fezzan nel 642. Arrivò a Germa e chiese agli abitanti: “c’è ancora qualcuno dopo di voi?”. Gli fu risposto che c’era certamente la gente del Kawar (estremo nord del Niger attuale). Uqba conquistò anche quel luogo e ripeté la stessa domanda: gli fu risposto che non c’erano notizie in merito. Era giunto all’estremità sud del mondo abitato. E così si pensò: a occidente il mare Atlantico, a meridione il mare di sabbia. Prima che vi giungesse un europeo occorsero almeno sei secoli. Eppure quel luogo non era vuoto: da sempre misteriose tribù del deserto lo solcavano, detentrici del segreto di sopravvivenza. Altri popoli abitavano sulla “riva”. Pian piano emerse l’esistenza di un reticolo di piste, città, commerci, carovane e Stati. Nel “vuoto” si erano formati regni e imperi: del Mali, del Ghana (niente a che vedere con quello di oggi), del Songhai, del Bornu.
Si parlava di città mitiche come Sigilmassa, Timbuctu, Cinguetti, Awdaghost. E poi si vociferava di cose preziose: il sale, l’ambra e l’oro. Il Sahel si legò al mondo dell’islam e iniziarono i commerci internazionali: le piste si allungarono verso il Sudan per giungere fino alla Mecca e da lì verso l’Asia. Il mercato fiorì e con esso quello degli schiavi, con la tratta orientale. Nelle dune, tra i resti di vecchie fortificazioni, ancora oggi si ritrovano perle cinesi e porcellane iraniane: un mondo ricco e dinamico, oggi finito. Poi giunsero i “bianchi”, detti in loco “orecchie rosse”. 
Cominciarono nel XV° secolo i portoghesi con i posti di commercio sulle coste; poi si passò alla colonizzazione vera e propria. Tutto sembrò cambiare ma non l’interesse per il mistero del vuoto: fu il tempo degli antropologi, etnologi, geografi, geologi. Il deserto attirava ancora mistici e religiosi ma si pensava anche agli affari, allo sfruttamento. In quel silenzio si ritirò un ufficiale francese, divenuto fratel Carlo di Foucault, dove scoprì la fratellanza universale, missionario tra i tuareg. Un gruppo di quest’ultimi, sbandati, lo uccise ma non la sua vocazione nel deserto, ripresa da altri. In quel vuoto i coloni imposero linee sulla terra: le frontiere, le dogane, i passaggi obbligati. Eppure le genti del Sahel si adattarono senza molto cambiare: piegarsi ma restare se stessi è stata per mille anni la loro prerogativa. D’altra parte se avevano assorbito gli arabi e l’islam, lo potevano ben fare anche con i nuovi venuti… Così fu e la tradizione, seppur scossa, tenne ancora.
Solo lo sviluppo del dopo indipendenze, l’inurbamento e la globalizzazione sono riusciti in pochi decenni anni a stravolgere l’immutabile. Ancora negli anni Settanta e Ottanta ci si poteva recare nel Sahel e nel Sahara senza pericoli. Erano diventati mete di un nuovo tipo di turismo: trekking, escursioni in auto, nuove forme di carovane nel deserto. I nomadi, in particolare i tuareg, evocavano paesaggi esotici e tempi immobili. Si poteva farsi ospitare dagli abitanti del luogo senza rischi. Quel mondo era dominato da un islam tradizionale e tollerante. Il deserto, vicino, incombente, maestoso ma invadente, avvicinava tutti alla stessa voglia di vivere e provocava una forma di rispetto. Si cercarono nuovo metodi di sviluppo, si tentò una nuova agricoltura per arginarlo ma non per cambiarlo. Arrivarono i cooperanti e le Ong, non sempre compatibili con le abitudini locali ma molto utili davanti alle crisi. In Niger ancora si parla del megaprogetto italiano degli anni Ottanta contro la desertificazione. 
Le grandi carestie del ‘72-73 e dell’84 furono il segno premonitore della fine: forzatamente furono spostate enormi masse di popolazione verso sud. Le nuove autorità africane minimizzarono il dramma ma l’economia tradizionale, quella delle carovane del sale e delle merci, quella degli allevamenti, stava finendo. Più a sud, dove inizia la foresta e piove, i profughi saheliani trovarono altri popoli: la convivenza fu talmente difficile che le crisi attuali del Centrafrica, del Sud Sudan o del Ciad ne portano ancora le stigmate come la competizione tra agricoltori stanziali e allevatori transumanti. Intanto il deserto aveva assunto un altro aspetto: miniere di uranio, ricerca del petrolio o risorse simili. Niente più carovane o piste ma file di camion, aeroporti nella sabbia, filo spinato, zone vietate e militarizzate. Fu la fine di un mondo: il momento in cui le popolazioni del Sahel dovettero davvero cambiare per sopravvivere. Quando c’era la colonia era sempre possibile trattare: l’interesse delle metropoli era mantenere la stabilità e la quiete. I capi erano rispettati, soprattutto quelli delle tribù più nobili. Pur sempre a loro vantaggio, i colonizzatori tuttavia mediavano tra le etnie, tra nord e sud. Ma dopo l’indipendenza le capitali dei nuovi Stati erano lontane, vi comandavano altri popoli meridionali e sconosciuti, i quali non avevano alcun interesse né attrattiva per il deserto. Dalla costa atlantica a quella del mar Rosso, nessuna classe dirigente se ne è mai più veramente interessata. Le frontiere avevano tagliato a pezzi il deserto e non c’era scampo nemmeno verso nord-est, verso il Mediterraneo e la Mecca: non si passava più e non interessava nemmeno gli arabi, una volta tanto presenti. Né “bianco” né “nero”, il modo di mezzo era rimasto solo e schiacciato. Intanto i nuovi Stati provocavano guerre, golpe, rovesciamenti e avevano bisogno di scambi nuovi. Così è iniziata l’epoca dei traffici di droga, armi e schiavi (questa l’unica costante), fiorente dagli anni Novanta a oggi. Tanta è la droga che si usa ogni mezzo per portarla: nel 2009 un 727 senza insegne atterrò per avaria nel deserto in Mali. La cocaina a bordo fu portata via da tuareg assoldati per l’evenienza e all’apparecchio fu dato fuoco. Il ciclo della droga parte dall’America Latina, raggiunge via nave la costa occidentale africana, viene trasportata attraverso il deserto per arrivare sulle coste del Mediterraneo. La zona vuota del Sahel diviene cruciale per un nuovo tipo di avventuriero: il mercante di armi e il narcos. Indebolita dalle carestie, separata dalle frontiere e coinvolta nei traffici, la società saheliana è sottoposta a una pressione a cui non può resistere e si disarticola. Molti dei suoi giovani e adulti scelgono l’emigrazione; altri usano le antiche piste per il traffico di carne umana, quello attuale. Numerosi finiscono nelle varie guerriglie locali, tutte immancabilmente deviate verso interessi alieni. I restanti si danno al brigantaggio. 
E’ in tale caos antropologico e sociale che si innesta, ultimo venuto, il jihadismo globale. Promana inizialmente dall’Algeria con la crisi del 1991-2001, che dura tutto il decennio e infetta il deserto coi suoi micidiali resti. Quando nel 2011 la Libia salta, uno tsunami di armi e guerrieri si propaga verso sud, provocando la guerra del Mali che si infiamma tra secessionismi autoctoni e jihadismi stranieri. Il paese è ancora fuori controllo. Davanti al medesimo urto vacillano Niger e Mauritania come anche il Ciad e i due Sudan. 
Ora sta per cadere nel medesimo gorgo il Burkina Faso, un paese dalla ottima fama di pace e accoglienza, ma troppo fragile per sostenere tali colpi. Rapire occidentali è una delle nuove forme dell’economia locale; venderli a jihadisti l’affare più redditizio. Il paradiso si è trasformato in una trappola per chi lo attraversa: prima ancora era già diventato un inferno per chi ci è nato.

venerdì 29 marzo 2019

Uno sguardo nostro sul mondo: la Sardegna e la politica internazionale - Omar Onnis




Uno degli elementi indicativi della nostra condizione provinciale subalterna è l’assenza dal dibattito pubblico sardo dei temi internazionali.
Ciò che trova spazio a livello di mass media è totalmente filtrato dall’organizzazione delle informazioni e del sapere italiana (giornali, tv, esperti di politici estera).
Il che implica che anche lo sguardo con cui guardiamo alle cose che ci succedono intorno non sia il nostro.
La nostra politica mainstream (definiamola così), quella che occupa il Palazzo e ha spazio nei media, evita accuratamente il discorso.
Vi ricordate di qualche presa di posizione di presidenti della Regione o di esponenti dei partiti italiani in Sardegna a proposito delle grandi questioni internazionali?
Quando si organizzano incontri internazionali sulla Sardegna o persino in Sardegna, di solito le istituzioni sarde vengono trattate alla stregua di ospiti malamente tollerati.
Ricordo ancora con raccapriccio il presidente Cappellacci, qualche anno fa, a un abboccamento diplomatico alla Maddalena, col suo badge da “invitato” al collo (Cappellacci era quello che “il limite della Sardegna sono i Sardi”, teniamo presente).
Il timido accenno delle istituzioni regionali sarde ad occuparsi della vertenza catalana, un anno e mezzo fa, fu abbandonato repentinamente, facendone perdere ogni traccia. Sarà bastata una telefonata da Roma.
E con gli esempi direi che possiamo chiudere qui.
Un ambito politico che coltiva da tempo e con una certa dedizione le questioni internazionali è quello indipendentista.
A volte anche in questo ambito si scontano cornici interpretative mutuate dal contesto politico italiano o comunque assunte acriticamente dall’esterno.
O ci si limita ad applicare schemi rigidi, astratti, che non tengono conto della complessità dei processi, della multidimensionalità delle relazioni tra popoli, tra centri di interesse economico e tra entità politiche.
Però quello indipendentista resta l’ambiente di dibattito in cui il livello politico internazionale è sistematicamente contemplato.
Naturalmente anche all’esterno di esso esistono singoli appassionati di questioni geopolitiche ed anche discussioni più o meno pubbliche in merito.
Ma non si tratta mai di posizioni istituzionali, né di ragionamenti strategici strutturati, proiettati in un mondo reale in cui la Sardegna esiste come soggetto tra altre entità collettive e politiche.
Del resto, anche a proposito dell’opprimente occupazione militare o della sottomissione a rapporti di forza economica di cui siamo un mero oggetto passivo, difficilmente si riesce ad andare oltre la stigmatizzazione e la protesta.
In generale, nelle discussioni pubbliche di solito si replicano meccanismi di tifoseria ideologica e geo-strategica in perfetto stile “guerra fredda”, senza alcun ancoraggio a dinamiche concrete e alla spietata realtà sarda odierna.
È un grosso limite della nostra politica, compresa quella indipendentista, autodeterminazionista e di sinistra alternativa.
Così capita di litigare – ovviamente di solito sui social – a proposito di Ucraina, di Siria o di Venezuela e tralasciamo, che so io, la complessa situazione algerina di queste settimane.
O discutiamo di Cina, Via della Seta e meccanismi economici europei impiegando slogan e frasi fatte, rinunciando a pensare noi stessi, problematicamente ma attivamente, dentro il grande processo di transizione storica in corso.
Cosa ha da dire e da fare la Sardegna dentro questa complicata fase storica? Che orizzonte deve darsi nel groviglio delle questioni internazionali (relazioni economiche, produzione e distribuzione di energia, clima, migrazioni, diritto internazionale, ecc.)?
Non mi attenderei nulla dalle forze che dominano il quadro politico, stante la loro natura di succursali di un potere esterno.
Considero però indispensabile che si sviluppi una scuola di studi e di riflessioni su questi temi che sia autonoma rispetto al dibattito italiano e anche slegata da interessi di partito e di mera tattica politica locale.
Non possiamo ignorare le dimensioni e la portata dei problemi su scala continentale o globale e non possiamo dare per scontato di non avere voce in capitolo.
Qualsiasi propensione all’autodeterminazione che non contempli idee chiare e prospettive definite sulle grandi questioni internazionali è destinata a restare una mera petizione di principio astratta.
Ed anche se le idee ci fossero e ci fosse una qualche prospettiva definita, esse dovrebbero essere di natura molto pragmatica e realistica, al di là delle posizioni ideali di partenza e delle finalità generali auspicate.
Per dire, una condanna dell’occupazione militare dell’isola è legittima e – secondo me – totalmente giusta. Ma in un’ottica autodeterminazionista democratica come ci si pone davanti alle sfide dei rapporti internazionali?
Una Sardegna che domani si ritrovi indipendente come gestirebbe i rapporti con le varie potenze globali?
In che relazioni sceglieremmo di essere con l’Europa e i suoi stati, egemoni e non, Italia compresa? E con la sponda sud del Mediterraneo?
La geopolitica mi incuriosisce ma non mi ha mai convinto come unica chiave di lettura dei fatti umani. Sono persuaso che sia un gioco pericolosissimo in mano a oligarchie irresponsabili.
La visuale geopolitica è una visuale che non tiene in alcun conto la vita umana e una sana ed equilibrata relazione tra la nostra specie e il pianeta che la ospita.
Tanto meno si preoccupa di rapporti sociali, qualità della vita delle comunità e delle persone che le compongono, sfere di interessi e di bisogni che vadano oltre l’immediata convenienza materiale delle élite.
Il Risiko va bene come gioco da tavolo, quando non sono davvero in ballo le esistenze di milioni o miliardi di esseri umani e consistenti porzioni di mondo, o il mondo intero.
Nondimeno è necessario procurarci solide nozioni strategiche in tutti i campi e uno sguardo nostro sul mondo, *prima* di qualsiasi passo ulteriore verso una compiuta autodeterminazione.
E non solo uno sguardo che sia patrimonio di una cerchia ristretta di iniziati, ma una vasta consapevolezza dei rapporti di forza, degli interessi in gioco, delle possibilità reali.
È un elemento fondamentale, una conditio sine qua non, di qualsiasi percorso di autodeterminazione.
Abbiamo bisogno di informazioni e di una loro rielaborazione. Abbiamo bisogno di contatti all’estero, di esperti competenti, di agenti sul campo.
Paradossalmente su questo piano non siamo nemmeno tanto sguarniti. La nostra diaspora ci fornisce già molti fattori necessari.
Si tratta di renderla un elemento strategico e di farla funzionare come rete diplomatica di fatto.
Se esistesse una politica sarda degna di tale definizione, questa opzione sarebbe già da tempo in agenda.
Invece, noto con amarezza, la nostra emigrazione è considerata per lo più come un fatto positivo (qualcuno che si leva dai piedi, magari con troppe competenze e troppa voglia di fare).
Oppure come un bacino di consenso clientelare o di promozione di stereotipi degradanti (meccanismo funzionale alla nostra subalternità).
Non viene considerata né un problema strutturale da affrontare col giusto piglio, né come una potenziale risorsa.
Ed anche questo dice molto sulla qualità e sugli scopi reali della nostra politica coloniale.
Confido che l’attenzione per le questioni internazionali cresca e si approfondisca. Non in termini retorici e puramente ideologici, ma analitici e strategici.
Innanzi tutto presso gli ambiti politici, culturali e sociali che fanno della nostra autodeterminazione democratica un proprio obiettivo generale.

mercoledì 27 marzo 2019

Cedi strada agli alberi, ogni giorno - Franco Arminio



Non ti affannare a seminare noie e malanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne. Non aspettarti niente da nessuno e se vuoi aspettarti qualcosa,  aspettati l’immenso, l’inaudito. Trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo. Per tornare a casa aspetta che sia sera. Usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.
Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni. Stai all’aria aperta almeno due ore al giorno. Ascolta gli anziani, lascia che parlino della loro vita. Fatti delle piccole preghiere personali e usale. Esprimi almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Dai attenzione a chi cade. Leggi poesie ad alta voce. Fai cantare chi ama cantare. Prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.
Il bene quando c’è dura assai poco, in genere svanisce il giorno dopo. Girati verso il muro, verso il sole che illumina una faccia qualsiasi. Festeggia appena puoi il minuto più inutile della tua vita.
Spesso gli uomini si ammalano per essere aiutati. Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino. Salutare un vecchio non è gentilezza, è un progetto di sviluppo locale. Camminare all’aperto non è seguire il consiglio del medico, è vedere le cose che stanno fuori, ogni cosa ha bisogno di essere vista, anche una vecchia conca piena di terra, una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.
Mai vista una primavera così bella, la luce sembra impazzita, è un diamante la testa del serpente, il silenzio concima le ginestre, sono quieti i paesi da lontano. Non insistere a dolerti, ogni albero è tranquillo e felice di vederti.
Camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che un giro nei dintorni, uscire perché fra poco esce il sole, perché una giornata qualsiasi è il tuo splendore. Pensa, hanno già spezzato una zampa a un cane, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala, apri gli occhi a caso: davanti a te c’è una scena del mondo una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che abbia smesso di piovere.
C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.
Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.
Per stare bene non ci vogliono i medici, ci vuole una passione senza fine. Abbiamo bisogno di cose profonde e invece zampettiamo in superficie. Chi è chiuso nella grandi malattie lo sa bene quanta vita sprechiamo noi che stiamo bene.

Sento che siamo arrivati ai giorni semplici. Ora si può credere a quello che ci accade,
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo  e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia  fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia. Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.
Punta sulla nuvola e su altre cose mute, non tue, non vicine, non addestrate a compiacerti, punta sulla morte, anche sulla morte, sulla sua decenza, sul fatto che non ritratta niente, punta sulla luce, cercala sempre, infine punta sulla tua follia, se ce l’hai, se non te l’hanno rubata da piccolo.
La notte scorsa nel mondo sono morte tante persone. Noi no. È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo di stare nella luce del giorno, davanti a un albero, a un volto.
Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme. Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo, non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento.
Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba, dove non c’è il troppo di ogni cosa, dove il poco ancora ti festeggia con il pane e la luce, con la muta lussuria di una rosa.
Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.



lunedì 25 marzo 2019

Noi del futuro facciamo così - Alessandro Ghebreigziabiher



Chiudete gli occhi, facciamolo insieme. Restate con me, in me, per qualche istante. Vi va? Grazie di cuore.
Ora, immaginiamo che io sia nato qui e che sia qualcuno che, come ciascuna creatura sulla terra, in ogni tempo e luogo, sia venuto al mondo con nessuna consapevolezza di cosa sia il razzismo. Di conseguenza, mettiamo che, alla stregua di tutta l’umanità vissuta prima del sottoscritto o destinata alla società del domani, non dia alcuna importanza al colore della pelle e al paese di provenienza, alle tradizioni e alla cultura d’origine del prossimo.
Potremmo anche estendere oltremodo tale quantità ingente di informazioni non essenziali, preservando ciò che in tenera età risulta indispensabile. D’altra parte, in quanto umano, sarei a mia volta una creatura capace di riconoscere all’istante quel che conti davvero nell’incontro con l’altro. Gli occhi degli altri nei miei, il sorriso come il pianto, un abbraccio delicato quanto stretto, ma vero, senza alcuna fretta di allontanarsi, e altre sottovalutate meraviglie.

Tuttavia, mettiamo il caso che il destino avesse scelto per me una tonalità di carnagione, come dire, meno chiara del comune, ecco. Non scura quanto si possa temere, d’accordo, ma abbastanza marroncina da poter essere sbrigativamente definibile neraAggiungiamoci pure un cognome esotico e assai difficile da pronunciare, e il quadro è terminato. Sì, lo so, c’è ben altro sotto quella tela, come per tutte le straordinarie creazioni di madre natura, ma se tale verità fosse di dominio pubblico non mi troverei qui, ancora una volta, a raccontare questa storia, non credete?
Adesso, che abbiamo rammentato come tutto è iniziato, perché così è stato per tutti, immaginiamo che arrivi il giorno, l’ora, il secondo preciso in cui sia la stessa società in cui vivo a suggerire, sussurrare e urlare, fino a che io per primo possa convincermene da solo, di essere ciò che non sono, ma solo quel che sembro. E mettiamo che quest’ultimo dettaglio faccia tutta la differenza del mondo.
Così, sarei sempre un essere umano giovanissimo come miliardi prima, un bambino che adori ridere e che ami giocare, che si lasci spesso cullare dai sogni e che vorrebbe viaggiare in tutto il mondo. Tuttavia, per chi guarda e rapidamente trae le sue conclusioni da un istante all’altro divengo anche un africano e un negro, un mulatto e uno straniero.
Figuriamoci, quindi, che nel tempo le cose non cambino di molto, tutt’altro, e che veda aggiungersi alla distorta immagine riflessa nello specchio ingannevole del mio paese altri aggettivi o caratteristiche fuorvianti.
Perciò mettiamo che agli occhi dei passanti diventi perfino un immigrato e un extracomunitario, un clandestino e un invasore, uno che viene qui per rubare e abusare delle donne, per vendere droga e per vivere alle spalle della loro nazione. Che è pure la mia… Assurdo, non è così? Infatti, da fuori di testa.
Immaginate che trascorrano altri anni e che agli indizi necessari a rendere colpevole il mio aspetto fino a prova contraria se ne uniscano altri di natura grottesca. Come islamico terroristamaschilista e desideroso di cancellare la cultura tradizionale. Che è anche la mia… Folle, vero? Già, davvero pazzesco.

Difatti, mettiamo abbia superato i cinquanta ma che, malgrado il mio sforzo, tra storie e libri, spettacoli e attivismo, nonché quello ben più significativo di tanti altri, il razzismo sia ancora ovunque. Nondimeno, avevo consigliato di chiudere gli occhi e di starmi vicino, giusto? Fatelo ancora per qualche attimo, per favore, datemi la mano e facciamo insieme un salto in avanti, laggiù, oltre l’orizzonte che riusciamo appena a sfiorare con i nostri cuori e e raggiungiamo la gente che è stata capace finalmente di eliminare dallo sguardo il velenoso abbaglio.
Coraggio, restatemi accanto, perché adesso viene il bello. Avviciniamoci al primo umano a portata di carezza. Salutiamolo come cortesia richiede e poi chiediamogli come hanno fatto a smettere di discriminare le persone in base a un’inezia come la maggiore presenza di melanina nella cute. Il nostro comune pronipote aggrotterà la fronte, ma poi, rammentando una delle tante stupidità che hanno reso meno felice la nostra generazione, sorriderà. Quindi, solleverà il capo verso il cielo azzurro e terso, e dirà: “È una bella giornata, vero?”. Noi non potremmo far altro che concordare. “E se il tempo dovesse cambiare e dovesse piovere, avreste paura?”. “No”, risponderemmo entrambi. “Esatto”, risponderebbe l’umano che verrà. “Perché avete imparato da piccoli che quando le nuvole ricoprono la volta celeste e le gocce di pioggia cadono sulla terra non c’è niente da temere, perché è solo una della cose che natura fa. Ecco come abbiamo iniziato a cancellare il razzismo dalle nostre vite. Abbiamo smesso di insegnarlo. Noi del futuro facciamo così”.
Allora, quando iniziamo?

domenica 24 marzo 2019

L’Europa del carbone se ne frega del clima - Alessandro Fioroni


Greta tradita
Greta tradita. Le grandi manifestazioni per il clima e contro le politiche inquinanti del 15 marzo, chiedevano ai governi ed alle istituzioni nel mondo di fermare la spirale che sta portando il pianeta verso il precipizio. Ispirati dalla giovane attivista svedese Greta Thumberg, milioni di giovani sono scesi in piazza aspettando risultati concreti. In questo senso i leader europei qualcosa hanno prodotto un documento che va nel senso contrario a quello auspicato: la fine dell’uso di carbone entro il 20150 non avverrà.

Hanno vinto gli interessi economici
Un senso ostinato e contrario dunque, determinato dagli interessi di alcuni paesi che non ne vogliono sapere di rinunciare ai combustibili fossili. La Germania, insieme a Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, hanno così bloccato una decisione più volte annunciata e che doveva scaturire dal vertice europeo del 22 marzo. I veti contrapposti hanno bloccato tutto e così Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Lussemburgo, Svezia, Danimarca, Finlandia, Belgio, sono stati messi in minoranza. Un certo peso ha avuto anche la posizione italiana cioè quella di non assumere nessuna decisione.

Scontro tra Francia e Germania
Lo scontro più forte è stato quello andato in scena tra il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Le parole dell’inquilino dell’Eliseo sono state chiare:«compromesso trovato a Bruxelles è altamente insufficiente, non risponde con chiarezza agli impegni assunti a Parigi nel 2015, nè alle le sfide identificate scientificamente dai migliori esperti, nè alla legittima impazienza dei giovani».

Un documento inutile
Il documento redatto dai 28 paesi dell’Unione è infatti interlocutorio e non lascia presagire sviluppi positivi. Nel vertice ci si è limitati a indicare «l’importanza della presentazione da parte della Ue, entro il 2020, di una strategia ambiziosa a lungo termine che miri alla neutralità climatica in linea con l’accordo di Parigi, tenendo conto nel contempo delle specificità degli Stati membri e della competitività dell’industria europea». Praticamente nulla.

Furia ambientalista
Le reazione ambientaliste sono a dir poco furiose, vengono disattesi impegni presi solennemente anche davanti a quella Greta Thumberg vezzeggiata non senza ipocrisia proprio dai leader del continente. Una nota di Greepeace sottolinea come la «riluttanza di Germania e Italia e l’opposizione di Polonia, Ungheria e Repubblica ceca hanno impedito l’adozione di un piano per la piena decarbonizzazione dell’economia al 2050. I governi europei perdono tempo sul cambiamento climatico mentre centinaia di migliaia di persone scendono in strada per dare un futuro all’umanità». Dello stesso tenore la posizione di Wwf e del Climate Action Network che scrivono: «Ancora una volta, dai Capi di stato europei una doccia fredda per cittadini e scienziati con conclusioni che sono prive di significato».

Topo Federico, gli insegnanti e il cuore - Maria Laura Bergamaschi, Anna Stefi



Una favola di Leo Lionni, Federico, racconta di un topo guardato con biasimo dagli altri topi perché manca di fare il proprio dovere mentre tutti si adoperano nel raccogliere frutta e legna per la stagione fredda alle porte. Federico guarda fiori e colori, contempla le nuvole; appare assorto, svagato, non porta nessun seme al rifugio. L’inverno arriva e le provviste finiscono. I topi, stretti l’uno all’altro, non immaginano come attraversare, senza più cibo né legna, i mesi rigidi ancora a venire. Federico si fa un poco più in alto di loro, e, da un immaginario pulpito di un immaginario rifugio di sassi, inizia a raccontare le storie e le immagini di cui ha fatto scorta, mentre non si avevano per lui che sguardi di rimprovero. Le parole di Federico scaldano, sfamano e portano luce. Ai topi non resta che ringraziarlo in coro, ringraziare quel suo tempo sottratto all’utile. “Non voglio applausi, non merito alloro, ognuno in fondo fa il proprio lavoro”, risponde Federico arrossendo. 

Avremmo poi ritrovato qualcosa dello spirito di questo libretto d’infanzia in una frase di Don Milani: “sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. 

C’è qualcosa, in questa favola, e nel passo in più che Don Milani ci consente di fare, che ci sembra possa essere preso sul serio per ripensare la scuola. Scuola che, in questo tempo di crisi, resta, noi crediamo, la sfida politica più importante; salvarla significa anche sottrarla, almeno lei, al rapporto con il mero utile, significa provare a pensare se, e come, sia possibile rendere un’istituzione occasione di fare esperienza di un’eccedenza; significa che se è vero che gli insegnanti sono consegnati a un punto di solitudine radicale che riguarda l’uno a uno del loro stare in classe – ed è certo che questa solitudine, e questo mestiere, richiedano una responsabilità individuale enorme che non può essere aggirata –, è altresì vero che la società nel suo complesso deve farsi carico di mettere ogni topo Federico nelle condizioni di non fare altro che il proprio lavoro.

La scuola, insieme alla famiglia, ha il compito di educare; nella scuola si fa per la prima volta esperienza del sociale e si incontra qualcosa di diverso da quanto si è vissuto nelle mura – rassicuranti o inquietanti – del familiare. Freud in Psicologia delle masse mostra come il sentimento sociale nasca come formazione reattiva a quel sentimento che ci vuole gli uni contro gli altri in una lotta competitiva per il primato: data l’impossibilità di essere di per sé il preferito – scrive Freud – che almeno nessuno degli altri lo sia. L’alleanza nasce da qui, da questo imparare a contare come gli altri: una legge egualitaria ci insegna che nessuno può aspirare a occupare un posto privilegiato. Bisognerebbe tenere a mente questo punto politico fondamentale, in questo tempo storico di rincorsa alla prestazione e all’eccellenza: la scuola ha il dovere di interrompere la logica dello scambio, del guadagno, dello sfruttamento che ci vuole servi dell’utile e l’un contro l’altro armati; la scuola ha il compito di mostrarci la dimensione plurale dell’esistenza: la sedia che occupo e il banco su cui scrivo sono oggetti di cui devo avere cura, oggetti di tutti e dunque anche miei.

È Elvio Fachinelli – nella sua risposta a Lettera a una professoressa di Don Milani – che ci indica cosa è in gioco in questo appello a non cancellare il sociale; lo fa invitandoci a un esperimento, una prova individuale: quanti compagni di scuola ricordiamo e quanti tra questi sono quelli persi per strada? I bocciati? I renitenti? Invita poi alla prova inversa: loro, gli altri, quelli che noi abbiamo perlopiù dimenticato, si ricordano di noi? Scrive Fachinelli: “si vedrebbe allora che essi non ci hanno dimenticato, non riescono a dimenticarci. Anzi, ogni giorno tocca loro d’incontrarci di nuovo da vicino […]. Appare così in piena luce la vecchia radice della nostra potente-impotente segregazione di ‘uomini di cultura’: nel punto in cui gli altri, i Gianni, diventano muti, noi diventiamo ciechi”. 
Cosa è in gioco dunque nell’insegnamento? Cosa in questo imperativo a non diventare ciechi, a non rimuovere la responsabilità in e di questa istituzione, che è condizione necessaria – per quanto non sufficiente – della possibilità di ogni istituzione successiva? 
Due sono le anime dell’istituzione scolastica oggi: da un lato il suo funzionamento, fatto di programmi e leggi anonime, un dispositivo che chiede il rispetto di alcuni obblighi e la trasparenza, che propone criteri che consentano di garantire uniformità e dunque oggettività. 
In questo irrigidimento della dimensione burocratico istituzionale è lasciato fuori qualcosa che sta dalla parte dell’amore. Pensare la scuola significa anche badare alla seconda anima, interrogarsi sugli insegnanti e sulla loro formazione. Possono davvero bastare meccanismi di reclutamento che mettono al centro la scienza e il sapere? Possiamo davvero pensare che un buon insegnante sia colui che padroneggia i segreti della propria disciplina o, come vuole la scuola di oggi, un perfetto tecnico degli invalsi? O ancora colui che conosce qualche nozione di pedagogia appresa come contenuto tra gli altri e non nell’esperienza dell’incontro, del fallimento, del tentativo di fare quello che si può fare in un modo “sufficientemente buono”?
In queste domande che mostrano un’insufficienza radicale, e che danno a vedere che c’è qualcosa che chiama in causa “la vita”, qualcosa che è difficile persino da nominare; in queste domande che mostrano che la somma delle competenze e dei saperi non potrà mai fare l’insegnante, c’è tutto lo scandalo della scuola, uno scandalo che si configura come una scommessa necessaria. Nell’insegnamento si gioca una vocazione, uno stile, un desiderio. È possibile formare in questo senso?
Abbiamo imparato tutti la saggezza di Socrate, e ripetiamo tutti con molto orgoglio, e spesso a giustificare lacune e mancanze, quel sapere di non sapere. Ma Socrate non ci dice soltanto che mai potremo padroneggiare una materia che tanto più penetreremo tanto più svelerà i suoi misteri, ci dice anche, e soprattutto, che la formazione dell’insegnante – perché è questo il punto che stiamo qui interrogando e mettendo al centro – chiede un rapporto con il vuoto, con l’esperienza del limite, con la caduta, con le domande infinite e – basta pensare al Simposio – con l’amore: “arriverà un momento in cui quei ragazzini non ti guarderanno più, la loro testa si girerà altrove, e tu stesso sentirai la tua voce farsi vuota. Allora, credo, in quel momento quel che ti salverà sarà proprio l’accettare di startene lì a mani nude, disarmato, stonato, guardare tutti negli occhi e dire: no, non va bene, non ci siamo. Io, non ci sono. Abbiate pazienza, ragazzi: ripartiamo. Proviamo a ripartire insieme. Ripartiamo da questo inciampo”, scrive Marco Martinelli nel suo Aristofane a Scampia. Il coraggio di cui si parla è quello di confidare sull’onestà di quello che si fa e di quello che si è, l’onesta di quello che ti attraversa.
Nella lotta tra la vita e la morte, nella lotta tra la prigione che ci vuole tutti uguali e l’aperto che ci prova a insegnare a prendere sul serio la nostra assoluta singolarità, è bene slacciare le catene dei lettini contenitivi, come ci ha insegnato Franco Basaglia, ma lo possiamo fare soltanto garantendo all’altro una cura, un rigore, un impegno, che eccede il semplice adempiere al proprio dovere. Lo scandalo è questa parola d’amore, questa implicazione che riguarda la vita dell’insegnante, questo discorso che parla di formazione e che insieme pone competenze e contenuti come necessariamente insufficienti.
Insegnare è un mestiere impossibile: senza un programma – e che non può essere ridotto al programma! – e senza garanzie. Gli insegnanti si fanno carico dell’ambivalenza di cui sono saturi gli adolescenti, ambivalenza destinata spesso ad altre figure di riferimento; si trovano, nella loro solitudine, sovrainvestiti. Scrive Freud: “li corteggiavamo o voltavamo loro le spalle, […] In fondo li amavamo molto se appena ce ne davano un motivo”. È necessario aiutare gli insegnanti alla cura di questo “motivo” e riannodare il soggetto in crescita all’altro di riferimento.
Quello dell’insegnante è un mestiere in perdita, sempre che possa davvero dirsi in perdita un mestiere nel quale è dato di poter incontrare una vita che tocca per la prima volta il proprio desiderio. Il debito si salda in avanti; la scommessa è una scommessa al futuro: riguarda le generazioni, il mondo, l’eredità. Vi è una componente di dono e gratuità in campo nell’educare, di cui non può certo farsi carico l’insegnante soltanto, ma la società nel suo complesso. Puntare sulla scuola significa costruire un discorso sociale capace di sostenerla, un patto di alleanza tra agenzie educative che ricordi a noi adulti quello che lì si impara, e cioè che il pubblico è di tutti. L’istituzione scolastica ha un ruolo di prevenzione primaria, gli insegnanti devono potersi dedicare al loro compito e tenere viva la loro vocazione: eludere questo nodo fondamentale, condizione di possibilità del sociale, significa mancare inevitabilmente qualsiasi possibilità di cambiamento. 

sabato 23 marzo 2019

Affonda cargo italiano, è disastro ecologico ma per i media non esiste - Alessandro Fioroni




Disastro ecologico fantasma
Disastro ecologico. Martedì scorso un mercantile italiano, il Grande America, del gruppo Grimaldi, a seguito di un violento incendio sviluppatosi due giorni prima, si è inabissato a 180 miglia dalla costa francese della Bretagna. Un evento che non dovrebbe passare inosservato sebbene, al momento, la notizia non è alla ribalta delle cronache. La nave trasportava 365 container, 45 dei quali con merci classificate come ‘materie pericolose’, oltre a 2.210 auto nella stiva con relativo carburante. I 27 membri dell’equipaggio sono tutti stati tratti in salvo.
Ora una chiazza di petrolio lunga una decina di chilometri è stata avvistata al largo de La Rochelle e sta raggiungendo la terraferma trascinata da vento e correnti marine. L’evento è stato confermato dalla Préfecture maritime de l’Atlantique, il corpo di polizia francese che ha giurisdizione sulle tratte marittime.

Carico tossico
Le preoccupazioni per l’ambiente stanno intanto aumentando di ora in ora. Innanzitutto il punto in cui è affondato il mercantile raggiunge i 4600 metri di profondità e recuperare il relitto sarà un’impresa molto difficile. Già all’indomani dell’incidente l’organizzazione ambientalista Robin de Bois aveva rilasciato un comunicato nel quale traspariva la preoccupazione sul carico della nave.
E’ il sito Gli Stati Generali a riportare le dichiarazioni degli ambientalisti su ciò che è affondato insieme al cargo italiano: «automobili e altri veicoli usati, rimorchi e macchinari per lavori pubblici, rifiuti “da riciclare”, rimorchi pieni di pneumatici, alcuni container che trasportano materiali pericolosi destinati a grandi cantieri in Africa occidentale o alle miniere».
Anche la Prefettura marittima ha confermato che la Grande America era letteralmente stipata di automobili caricate ad Anversa e Amburgo, diretta  prima a Casablanca e poi in Senegal, Guinea, proseguendo verso il Brasile, Argentina e Uruguay. Il pericolo maggiore risiede proprio nei rottami automobilistici, batterie e materiali tossici, plastica e schiume che risaliranno in superficie. Inoltre è altamente probabile che i carburanti delle auto si aggiungano al gasolio della nave.

Indagine sottomarina
Che esista un fondato pericolo di disastro da inquinamento è confermato anche dal gruppo Grimaldi che ha inviato i suoi esperti per l’emergenza sul mare del naufragio. Le operazioni di recupero dei container ancora galleggianti sono coordinati dalla nave Union Lynx di Anchor Handling Supply che sta anche controllando la fuoriuscita di carburante. E’ prevista anche un’indagine sottomarina svolta dalla nave Pourquoi Pas equipaggiata con un sistema Rov (Remotely operated vessel), un robot subacqueo che può perlustrare i fondali marini.

venerdì 22 marzo 2019

Il Verdurazo e le altre resistenze - Raúl Zibechi


L’energia sociale emancipatrice non scompare né svanisce. Si tramuta, si trasforma e diventa qualcosa di diverso, capace di dare impulso a nuovi movimenti, senza perdere i suoi tratti di base sebbene si presenti in modi nuovi e inediti. Qualcosa del genere sta accadendo nei paesi dove i popoli devono lottare quotidianamente con alcune destre di nuovo tipo, tanto demagogiche quanto autoritarie.
Vorrei presentare brevemente tre casi che accadono in questi giorni in Brasile e in Argentina, in resistenza frontale alle loro rispettive [destre], che insegnano che sì, si può, che malgrado il “rapporto di forze” sfavorevole, possiamo prendere iniziative e avanzare.
Il primo è il Movimento Pase Libre (MPL) di São Paulo, che nel mese di gennaio ha realizzato cinque manifestazioni contro l’aumento del biglietto della Metro e degli autobus (oltre un euro per ogni tratta). Il MPL è nato durante il Forum Sociale Mondiale del 2005, frutto di una nuova generazione di militanti, si è diffuso nelle principali città del Brasile e ha avuto un protagonismo decisivo nel giugno del 2013, nel far scendere nelle strade 20 milioni di persone in 353 città, in risposta alla repressione della polizia militare.
Quando la nuova destra, quello stesso mese, ha conquistato le strade, mandando via i movimenti popolari, il MPL si è ritirato dal centro e si è concentrato nei quartieri. I suoi membri per un po’ si sono dispersi, ma negli anni successivi hanno continuato a essere attivi nella lotta contro la riforma educativa, dando impulso alle occupazioni di più di 2 mila istituti scolastici, durante la gestione conservatrice di Temer (2016-2018).
Nelle convocazioni di gennaio, hanno partecipato tra i 500 e i 15 mila giovani,assediati da centinaia di poliziotti, ma sono stati capaci di riprendersi le strade, con pochissimi mezzi, mentre le grandi organizzazioni sociali hanno perso l’iniziativa. Non è stato facile scendere in strada durante il primo mese del governo di Jair Bolsonaro, ma con questa offensiva quelli del MPL stanno indicando il cammino per i prossimi anni, che passa nell’affrontare l’estrema destra, che non può più convocare milioni di persone come ha fatto anni addietro.
Il secondo caso illustra la potenza del movimento delle donne, capace di “entrare” fin nei meandri più nascosti del patriarcato. Un gruppo di poliziotte di tutta l’Argentina, ha emesso un comunicato in cui sottolinea che vogliono “frenare gli abusi e le violenze nei nostri confronti all’interno dell’istituzione”, le agenti inoltre chiedono di non essere inviate alle marce delle donne, perché “non è un delitto manifestare per la sicurezza e lo sradicamento della violenza contro di noi”.
Le poliziotte aggiungono che, nel caso andassero a una manifestazione di donne, sarà “per alzare il cartello Ni una menos, accompagnando e mai reprimendo”.  In quanto lavoratrici, quali si sentono, hanno deciso di formare una rete e assicurano che sono “totalmente contro la repressione alle organizzazioni femministe” e avvertono che “di fronte a qualsiasi atto di violenza saremo sempre dalla parte delle donne che sono state represse, e chiediamo che denuncino gli abusi di potere”.
In Argentina, la forza del movimento femminista e la lotta anti-patriarcale stanno coinvolgendo una vasta molteplicità di soggetti, dalle attrici fino alle poliziotte. Non avremmo mai immaginato che succedessero fatti come quelli menzionati, in corpi repressivi dove si esercita un minuzioso e ferreo controllo gerarchico/patriarcale.
Anche il terzo caso accade in Argentina, dove la  Unión de Trabajadores de la Tierra (UTT -Unione dei Lavoratori della Terra), ha finito di subire una stupida ma intensa repressione della polizia di Buenos Aires, ai loro “verdurazos”, la vendita di prodotti agricoli nelle piazze e nelle strade. La UTT raggruppa circa 10 mila famiglie di produttori rurali in tutto il paese, la cui produzione viene  venduta per lo meno in tre grandi magazzini della capitale argentina. Coltivano circa 120 ettari e vendono a prezzi inferiori a quelli della grande distribuzione.
Due settimane fa, la vendita delle verdure a Constitución (terminal dei trasporti) è stata duramente repressa per ordine del governo della città, però questa settimana sono ritornati con un altro “verdurazo” nella centrale Plaza de Mayo, reclamando miglioramenti per i piccoli produttori. La UTT ha mobilitato 5 mila lavoratori rurali e ha annunciato la donazione di 20 mila chilogrammi di ortaggi freschi “per combattere la fame”.
La UTT è figlia del movimento piquetero. Proviene dal  Frente Darío Santillán e forse per questo l’80 per cento si trova nelle periferie di Buenos Aires, formando un inedito e creativo movimento “rur-urbano”. Una parte delle famiglie che compongono l’organizzazione sono migranti della Bolivia, esperte nella produzione agricola. Occupano terre per produrre, si orientano verso l’agroecologia e si organizzano in gruppi di base.
Ci sarebbe molto altro da dire. I movimenti si stanno riorganizzando, creando le condizioni psicologiche e organizzative per resistere e lanciare nuove offensive. Rimane solo di prestare attenzione e aver fiducia verso los abajos.

(Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo Los movimientos que disputan con la nueva derecha
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo)

da qui

Una catastrofe ambientale epocale - Paolo Cacciari




1. Cosa possiamo fare?
Se non ci sono riusciti gli scienziati, il papa e l’Onu, come possiamo noi pensare di convincere chi ha nelle mani le sorti del mondo a cambiare le politiche economiche in atto? Cosa possiamo fare?
Cinque anni dal 5° Rapporto dell’IPCC sul riscaldamento del globo, quattro anni dall’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile e dalla enciclica Ludato Si’ sono passati come acqua sul marmo. Grida nel deserto. Nelle facoltà di economia si continuano ad insegnare le magnifiche prestazioni del market system development. Il mondo del business concentra profitti e si spartisce dividendi come non mai. I tecnologi procedono nella robotizzazione di qualsivoglia mansione. I pubblici decisori spianano la strada agli “investitori”, figura mitica cui è affidata la sorte dei popoli. Le opere pie, il Terzo settore, le associazioni della società civile curano, mitigano, compensano le ferite dei sempre più frequenti “fallimenti” del mercato e degli stati utilizzando i fondi dei filantropi e delle Fondazioni bancarie. Ha detto Bergoglio con magistrale ironia in occasione di un’udienza con il movimento dell’Economia di Comunione: «Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto piantano alberi, per compensare parte del danno arrecato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è ipocrisia!». Più avanti precisa: «Il capitalismo conosce la filantropia non la comunione». (Discorso pubblicato sull’”Avvenire” domenica 5 febbraio 2017 con il significativo titolo di prima pagina: Altra economia, ora).
Ma le cose non vanno comunque bene. Come puntualmente documenta l’osservatorio dell’Asvis (pericolosa associazione umanitaria e ambientalista finanziata dalle cooperative e da aziende come l’Enel, diretta da Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat e ministro del governo Letta) molti dei 17 obiettivi e dei 169 target dell’Agenda 2030 si stanno allontanando, in tutto il mondo. Sul versante sociale torna ad aumentare il numero di chi soffre la fame, di chi lavora in condizioni di schiavitù, di chi fugge da persecuzioni, guerre e disastri ambientali. Aumentano le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza a favore di un ristretto gruppo di ricchissimi.
Sul versante dello stato dell’ambiente gli scienziati sono preoccupati, più ancora del climate change, per la irreversibile perdita di biodiversità (numerosità delle specie viventi, animali e vegetali – la “Sesta grande estinzione di massa”, 65 milioni di anni dopo l’ultima), per la perdita di fertilità dei suoli (rottura dei cicli naturali dell’azoto e del fosforo), per l’acidificazione degli oceani, per la rarefazione dell’ozono stratosferico. In generale la contabilità fisica delle materie prime prelevate (vedi i Material Input Based Indicators, i bilanci di flusso di materia, energia ed emissioni pubblicati da International Resource Panel, UN Environment) indica che la quantità di materie prime estratte dalla Terra continua a crescere paurosamente (da 22 miliardi di tonnellate nel 1970 a ben 70 miliardi di tonnellate nel 2010), nonostante la “stagnazione” economica, con i paesi più ricchi che consumano in media dieci volte più materiali dei paesi più poveri e il doppio della media mondiale. La nova formula dell’Economia circolare, per quanto efficiente, può solo inseguire e procrastinare un trend entropico di tale dimensione.
In definitiva non vi è dubbio che le attività antropiche in atto risultano essere mortifere. Termini come geocidio (distruzione delle strutture portanti del pianeta), biocidio (sterminio biologico), ecocidio (distruzione dei sistemi viventi) descrivono bene quella che già Thomas Hobbes chiamava la “guerra perpetua” dell’uomo contro la “natura selvaggia”. Una guerra che l’umanità sta conducendo con indubbio successo. Non tutta l’umanità, per la verità, è ugualmente responsabile (Jason W. Moore ci invita a pensare alla nostra era geologica come quella del “capitalocene”, piuttosto che dell’antropocene), ma tutta è indubbiamente coinvolta.

2. Ma perché gli adulti maltrattano la Terra?
Com’è possibile che ciò stia accadendo sotto i nostri occhi senza che nulla cambi?
Ha scritto don Maurizio Patricello, parroco di Caivano nella Terra dei fuochi: «I bambini ci arrivano con grande facilità, gli adulti no, fanno difficoltà, oppongono ostacoli, ingarbugliano il discorso, fanno lo scarica barile. Il progresso deve farci vivere meglio, non peggio. Deve aiutarci ad essere più sereni, più riposati, più umani, non più preoccupati (…) La terra è di tutti, l’aria è di tutti, l’acqua è di tutti. Mangia pure la tua mela ma non sradicare l’albero; dissetati pure alla fonte ma non avvelenare il pozzo; respira a pieni polmoni l’aria cristallina e gioisci nel pensare che tuo figlio potrà fare lo stesso». Don Patricello si fa portavoce della domanda dei bambini: «Ma perché gli adulti maltrattano la Terra?». La risposta che ci fornisce a me pare, però, che sia fin troppo semplice, persino autoconsolatoria: «Perché sono stupidi. Imbrogliano, rubano, confondono. Maltrattano, umiliano inquinano l’ambiente per interessi personali o di camarilla (anche politica). E vanno avanti finché la Terra non boccheggia, non cede, non si lamenta e minaccia» (Nessuno resti a guardare, “Avvenire”, 28 febbraio 2019).
In verità c’è qualcosa di più e di ancora peggiore del malanimo di singoli cinici speculatori, delle bande di crudeli approfittatori e mafiosi, delle caste di politici corrotti e così via delinquenzando. In realtà viviamo immersi in un sistema socio-economico che avvalora l’avidità, l’arricchimento individuale, l’egoismo, il disinteresse verso l’altro da sé. Questo è il normale ambiente culturale che plasma i comportamenti e le relazioni sociali tra le persone, tra le persone e le cose e l’ambiente naturale. In tutta onestà non credo che ognuno di noi sia disinformato su dove va il mondo. Le televisioni e i giornali sono pieni di immagini di orsi polari alla deriva sui ghiacci, di incendi e alluvioni che si susseguono ad ogni cambio di stagione in California come in Australia, dei prati senza api, delle primavere senza rondini (‎vi ricordate Silent Spring della Rachel Carson?). E, se ce ne dimentichiamo, c’è sempre una piccola svedese con le trecce sulle cover dei settimanali che ce lo ricorda.
Non credo nemmeno che ognuno di noi sia così mediamente etimologicamente “deficiente” da non saper collegare le catastrofi ambientali in corso con ciò che le provoca. Produciamo, costruiamo, commerciamo, consumiamo sempre più carne da allevamenti intensivi, telefonini e computer con il coltan estratto dalle miniere congolesi, pentole antigraffio con i Pfas (gli acidi perfluoroacrilici che troviamo nel sangue dei bambini in mezzo Veneto), treni ad alta velocità, aeroporti e grandi navi che sventrano valli, pianure e lagune. Ci muoviamo, riscaldiamo e refrigeriamo le nostre case per mezzo di combustibili fossili. Ci cibiamo di pizze condite con pomodori raccolti da migranti alloggiati nelle tendopoli di San Ferdinando, Campobello di Mazara, Gran Ghetto di San Severo… Ci vestiamo con indumenti confezionati nelle sweatshop , fabbriche globali di Phnom Penh, Chongqing, Dacca… “Trattiamo” decine di migliaia di schiave sessuali che allietano qualche milione di abituali stupratori paganti (leggere: Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione di Rachel Moran). Tutto ciò entra nel Pil e contribuisce al benessere degli italiani e del capitalismo nel mondo.

3. Mezzi e fini
C’è una sorta di dissociazione nel modo di pensare anche tra le persone più a modo e socialmente impegnate. Una vecchia abitudine delle sinistre a concepire il benessere materiale delle persone disgiuntamente dai mezzi e dai modi con cui lo ottengono. Prima viene il reddito, la retribuzione, il denaro. Poi – forse – tutto il resto. Vecchio retaggio del “salario variabile indipendente” che avrebbe la forza di scardinare le compatibilità del sistema e aprire la strada al pieno dispiegamento delle forze produttive. É stato detto molto giustamente che uno dei limiti politici più gravi delle organizzazioni storiche del movimento operaio è stata «l’indifferenza dei lavoratori nei confronti dei valori d’uso da essi stessi prodotti». (Sergio Bologna in “Primo Maggio” del 1987, citato da Emanuele Leonardi nella introduzione a André Gorz, Ecologia e libertà). Si finisce per accettare lavori privi di senso, di dignità, persino nocivi, semplicemente per ottenere un reddito. Si è rinunciato così ad immaginare che l’esistenza potrebbe essere meglio garantita lavorando diversamente. Applicando le competenze e finalizzando il saper fare di ciascuno ad obiettivi di utilità sociale. Organizzando la cooperazione sociale in modo da soddisfare i bisogni e i desideri di ciascuno senza danneggiare nessun’altro.
Non nego certo che i soldi contino per il nostro sostentamento. Un folgorante aforisma di Woody Allen dice: «I soldi non fanno la felicità. Figurarsi non averli!». É vero che siamo sempre più dipendenti dal denaro. Ma è proprio per questo motivo che diventiamo sempre più prigionieri di un sistema che ci è estraneo, fuori dal nostro controllo. Non sappiamo più autoprodurci un’insalata o un vestito, aggiustarci una bicicletta o costruire un giocattolo. Non abbiamo più il tempo per cucinare, per stare con i figli, per accudire i nostri vecchi. Guardiamo Master Chef, ma compriamo precotto. Regaliamo di tutto, ma paghiamo babysitter e badanti. Senza denaro non campi! Oggi più di ieri, con lo smantellamento dei servizi di welfare universale, tutto è a pagamento.
Ma conta anche come ci si procura il denaro necessario per vivere. Se per ottenerlo devi umiliarti, perdere il controllo delle tue azioni, stressarti, metterti in competizione con il tuo compagno di lavoro, ammalarti… qual è la contropartita che paghi in termini di perdita di autostima, realizzazione personale, sviluppo delle capacità affettive e creative? Se quei pochi soldi che riesci a racimolare li devi impegnare per pagare i debiti di un salario che non arriva a fine mese, allora è chiaro che l’ansia generata dalla perdita di status diventa incupimento, infelicità, cattiveria. Diventiamo così facili prede degli imprenditori d’odio che occupano gli schermi e i social.
Il degrado dell’ambiente, delle condizioni sociali e psichiche sono facce dello stesso prisma. Conseguenze della perdita di senso cui è giunta l’azione umana dentro l’ordine delle cose e i rapporti sociali capitalistici. Caludia von Werlhof ci dice che il progetto distopico del «patriarcato moderno chiamato capitalismo», con il suo delirio di onnipotenza sulle forze della natura (il post e il tras-umanesimo), ci ha portati Nell’età del boomerang (Edizioni Unicopli, 2014), il tempo in cui cominciamo a pagare i debiti contratti con la biosfera e con le masse sterminate di persone escluse, scartate, inutilizzate, superflue, “fuori mercato”.

4. La Chiesa e il dio mercato
Credo quindi che sia venuto il momento per interrogarci francamente e apertamente sulle ragioni per cui tanti ammonimenti (come quelli degli scienziati dell’Ipcc), tanti bei propositi (come quelli delle agende dell’Onu), tanti accorati appelli (come quelli di papa Bergoglio) non stiano avendo alcuna incidenza sui programmi dei governi, nel mondo scientifico accademico e nemmeno nell’opinione pubblica. Perfino nella Chiesa! L’ultima sconfortante conferma l’ho avuta leggendo “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario” della Congregazione per la Dottrina della Fede e del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, pubblicato nel maggio dello scorso anno. Documento controfirmato dallo stesso papa Francesco! Si tratta di una summa di politica economica che è in palese e clamorosa contraddizione con la Laudato si’, ma in linea con la tradizione più moderata della dottrina dell’Economia Civile (Zamagni, Bruni, Becchetti). Il pamphlet si sforza di giustificare le magnifiche e progressive finalità di tutti gli strumenti del mercato: denaro, profitto, impresa. Cito a salti. «In linea di principio, tutte le dotazioni ed i mezzi di cui si avvalgono i mercati per potenziare la loro capacità allocativa, purché non rivolti contro la dignità della persona e non indifferenti al bene comune, sono moralmente ammissibili». I mercati sono un «potente propulsore dell’economia» . E ancora: «Anche il denaro è di per sé uno strumento buono, come molte cose di cui l’uomo dispone: è un mezzo a disposizione della sua libertà e serve ad allargare le sue possibilità». «Così anche la finanziarizzazione del mondo imprenditoriale, consentendo alle imprese di accedere al denaro mediante l’ingresso nel mondo della libera contrattazione della borsa, è di per sé positivo». «A tal proposito, come non pensare all’insostituibile funzione sociale del credito». La Congregazione giunge alla naturalizzazione del mercato capitalistico: «Il mercato, grazie ai progressi della globalizzazione e della digitalizzazione, può essere paragonato ad un grande organismo, nelle cui vene scorrono, come linfa vitale, ingentissime quantità di capitali. Prendendo a prestito quest’analogia possiamo dunque parlare anche di una ‘sanità’ di tale organismo, quando i suoi mezzi ed apparati realizzano una buona funzionalità del sistema, in cui crescita e diffusione della ricchezza vanno di pari passo. Una sanità del sistema che dipende dalla sanità delle singole azioni che vi vengono attuate. In presenza di una simile sanità del sistema-mercato è più facile che siano rispettati e promossi anche la dignità degli uomini ed il bene comune».
Dov’è finita la critica all’economia politica e il messaggio lanciato da Bergoglio negli incontri (Roma 2014, Santa Cruz 2015, Roma 2016) con i movimenti popolari sulle tre T (Trabajo, Techo, Tierra) quando invitava i cristiani e non alla lotta per «aggredire le cause strutturali delle iniquità»?In definitiva, per la Congregazione della dottrina e della fede, così come – per la verità – per la maggior parte delle organizzazioni sindacali e politiche, non sarebbe la fisiologia del sistema di mercato a produrre i danni sociali e ambientali che abbiamo sotto gli occhi, ma solamente alcune patologie provocate dagli eccessi della finanza, dalla scarsa eticità di alcuni attori economici colpevoli di “condotte immorali”e da regolatori pubblici “collusi”. La cura da queste degenerazioni dovrebbe venire dall’introduzione di sistemi di “responsabilità sociale dell’impresa”, dalla creazione di “Comitati etici, in seno alle banche” da affiancare ai consigli di amministrazione, da controlli pubblici “super partes”. Tutto ciò: «Perché anche il mercato, per funzionare bene, ha bisogno di presupposti antropologici ed etici che da solo non è in grado di darsi né di produrre». Rimaniamo nell’illusione della possibilità di un capitalismo umanizzato, ben temperato, etico, sostenibile…

5. Market Democracy
Il solo nuovo “protagonismo sociale” ammesso dall’ordine delle cose stabilito dal mercato capitalistico è quello del consumatore. Non possiamo scegliere cosa, dove, quanto, per chi produrre, ma ci è concesso (in via teorica) scegliere cosa consumare. L’ordine democratico del totalitarismo di mercato è limitato al “voto con il portafoglio”. Quello con la scheda elettorale non conta più nulla: siamo nella Market DemocracyPossiamo condizionare le scelte di politica economica solo entrando nel sistema dalla porta sul retro. Un progressivo slittamento dalla “società dei produttori” a quella dei “consumatori”. Si sancisce così la separazione e la bipartizazione all’interno dello stesso soggetto umano tra produttore e consumatore. Una dissociazione tra homo faber e homo consumens. Il lavoro è solo un mezzo qualsiasi per ottenere il denaro necessario ad esaudire i nostri bisogni e desideri. É la logica del sistema che attanaglia persino l’imprenditore. Scrive Roberto Esposito:
«Anche il capitalista è asservito al dispositivo della valorizzazione secondo una modalità che si autoalimenta. Egli è impegnato a valorizzare il valore nello stesso modo in cui riproduce la produzione.» (R. Esposito, Le persone e le cose, Einaudi 2014).
Già Marx descriveva bene l’assoluta indifferenza del capitale verso il valore d’uso delle merci, per il loro contenuto intrinseco: pane o cannoni pari sono. Nella società capitalistica, l’impresa produttiva è – non a caso – definita dagli ordinamenti giuridici “a responsabilità limitata”. Etic free. La sua missione sociale è specifica: produrre a costi e in tempi sempre minori una quantità sempre maggiore di merci. La “domanda” diventa così l’oracolo sacro. Il consumo, nel discorso corrente, diventa il Principe del sistema. Apparentemente si tratta di un meccanismo impersonale, automatico, persino “naturale” (direbbe la Congregazione della fede), in grado di equilibrarsi spontaneamente. I manuali di economia insegnano che il mercato è in equilibrio generale quando i saggi di sostituzione nell’uso di tutte le merci scambiate uguagliano le ragioni di scambio (i prezzi e i costi) fra le merci.
In verità, meno astrattamente, il sistema di mercato porta a produrre quelle merci per le quali vi sono consumatori solvibili, buyers con un potere d’acquisto sufficiente a remunerare i costi di produzione delle merci e i relativi utili. L’importante è che la domanda solvibile cresca in continuazione. Cosa e quanto produrre deve apparire come dipendente solo dalle “preferenze” del consumatore solvibile. Si é così potuta affermare l’ideologia illusoria del consumatore sovrano che sceglie ciò che vuole, comprese le sue preferenze etiche e politiche, comprando una o l’altra merce, uno o l’altro servizio. In realtà – come sostiene Zygmunt Bauman in Homo consumes, Erickson 2007 – il consumo più che un atto di libertà, di autoaffermazione e di piacere, è un atto obbligatorio e di sottomissione all’ordine sociale. È così per alcune ragioni persino ovvie. I consumatori non sono tutti uguali e non hanno lo stesso peso sul mercato. C’è chi è più solvibile di altri e chi non riesce nemmeno ad entrare nel mercato. Un terzo della popolazione mondiale ne è escluso e costituisce l’immenso esercito di riserva che serve a tenere dentro i ristretti limiti della sussistenza il secondo terzo della popolazione mondiale che lavora per fornire a buon mercato beni e servizi al rimanente terzo. Così, in quest’ultimo segmento privilegiato dell’umanità (il terzo del mondo che appartiene ai paesi più “sviluppati”) c’è chi riesce ad accumulare plusvalenze e chi invece deve indebitarsi per far fronte alle proprie esigenze vitali. Il gioco del libero mercato, quindi, non appiana le differenze, ma aumenta le iniquità. Le disuguaglianze sono il motore del mercato.
Come è facile immaginare, il relativo “potere dei consumatori” è molto diversificato, dipende dal loro diverso potere d’acquisto. Chi ha più denaro da spendere è in grado di influenzare e indirizzare l’offerta più di quanto non lo riesca a fare chi non ha i denari necessari per soddisfare i propri bisogni elementari. I più poveri saranno sempre costretti a indirizzare le loro scelte di consumo sulle merci più economiche che, con tutta probabilità, saranno anche le più scadenti, le meno sane, con una maggiore impronta ecologica e un maggiore carico di sfruttamento lungo la catena produttiva.

6. L’illusione della green economy
Se un maggiore volume di merci prodotte e vendute non assicura – al contrario! – una diminuzione delle sofferenze e delle ineguaglianze, è altrettanto vero che un maggiore giro d’affari misurato in valore di scambio – calcolato su ogni scala – non migliora affatto gli impatti ambientali dei sistemi produttivi industrializzati. Questa è la seconda grande promessa mancata della serie di “rivoluzioni industriali” succedutesi senza soluzioni di continuità nel contesto dei sistemi economici dominati dal paradigma capitalistico. Il miracolo del decupling (come abbiamo visto analizzando i bilanci dei flussi di materia e di energia impegnate nei cicli produttivi e di consumo) non si è ancora verificato. Non c’è stato alcun “disaccoppiamento” tra crescita del valore monetario delle merci e diminuzione degli impatti ambientali dovuto dall’introduzione di tecnologie green, dalla miniaturizzazione dei macchinari, dalla efficientizzazione energetica, dalle nanotecnologie, dal recupero e riciclaggio e così via. I risparmi di materia, di energia e di lavoro che le nuove tecnologie effettivamente consentono non vengono utilizzati dalla megamacchina produttiva per ridurre il dispendio di risorse naturali e umane, ma per accrescere la profittabilità dei capitali investiti. In quest’ottica le ragioni della conservazione dell’ambiente non sono un fine in sé, ma solo una “opportunità” per “rilanciare l’economia”, una occasione per sviluppare nuovi business e fare profitti veicolando un immaginario accattivante. Da qui la proliferazione di certificati, marchi, bollini green, bio, etici.
Le enormi spese bruciate in pubblicità (stimate a livello mondiale tra i 500 e i 600 MLD di $ all’anno. 276 MLD di $ solo negli Stati Uniti nel 2005) stanno a dimostrare una certa difficoltà a collocare le mercanzie prodotte. Grazie ai progressi tecnologici oggi è più facile (ed economico) produrre che vendere. Così il “profitto più evoluto”, che si genera lungo la catena della produzione del valore, è collocato nel marketing, nel branding, nel packaging, nella ideazione del prodotto. La concorrenza tra le imprese nei mercati più redditizi si combatte sempre di più sull’immagine simbolica del marchio, sul suo “capitale di reputazione”. Oggi anche i fondi di investimento speculativi cercano di accreditarsi come “sostenibili”. Per le grandi società sono entrate in funzione le norme della Direttiva europea sul bilancio di sostenibilità (DNF, Dichiarazione di carattere non finanziaria). Un report sugli aspetti ambientali e sociali delle imprese.
L’idea di ridurre l’impronta ecologia delle attività produttive creando un sistema di incentivi a favore delle imprese che investono in tecnologie meno impattanti fu messa a punto al tempo del Protocollo di Kyoto (1997), sullo schema del “cup and trading”. Le autorità pubbliche fissano quote massime di inquinanti per ogni singola o gruppo di imprese e autorizzano il loro commercio in appositi mercati: Emission Trading. La speranza era quella di ridurre gradualmente le emissioni di anidride carbonica senza dover introdurre drastiche “carbon tax”. I risultati delle strategie di mercato sono quelli che conosciamo. La teoria messa a punto da sir William S. Jevons nel 1865 rimane valida. A causa del paradossale effetto Rebulding «La resa maggiore delle caldaie a vapore fa aumentare la loro utilità, quindi la loro diffusione e i consumi totali di carbone». Sostituite le caldaie a vapore con automobili, frigoriferi, centrali energetiche, macinini del caffè… e – sull’altro capo del ciclo – sostituite il carbone con il petrolio, il nucleare, il gas naturale, l’energia rinnovabile… e il risultato non cambierà. Come ci ha insegnato Giorgio Nebbia, ogni centesimo che passa da una tasca all’altra si porta inevitabilmente dietro un pezzo di materia. Se non è il carbone sono le “terre rare”. Se non è l’uranio è il litio. Se non sono le sementi è il genoma. Terra e lavoro continueranno ad essere i generatori di qualsiasi processo economico.
Solo una cultura del limite e una accettazione del sufficiente e del bastevole potrà farci rientrare dentro i confini della sostenibilità. Non basta una green economy, serve una green society. Ma siamo, appunto, fuori dai paradigmi economici, sociali e antropologici del capitalismo. Alain Caillé, nella Critica della ragione utilitaria ha scritto:
«Gli uomini sono uomini prima di essere lavoratori e le società sono umane prima di essere macchine per produrre».
Dovremmo quindi cercare di costruire una umanità cosciente e responsabile delle proprie azioni nell’arco di tutte le sue funzioni vitali, esigenze, pulsioni. Un percorso di recupero delle libertà d’iniziativa di ogni individuo. Un processo – certo non facile – di liberazione dai condizionamenti e dalla eterodirezione, dalla sovraimposizione di un sistema tarato, perverso, autolesionista che ci rende complici e ci degrada.

7. Prepariamoci
Liberarsi dall’Idra dalle mille teste non è certo facile. Troppe volte il capitalismo è stato dato per morto. Con fine ironia Giorgio Ruffolo scrisse che Il capitalismo ha i secoli contati (Einaudi 2008). Tutto è relativo, anche il tempo. Quanto dura l’affondamento del Titanic? Il tempo di un film o quello di un amore? Quanto potrà ancora durare un sistema economico basato sull’estrattivismo? Il tempo della trasformazione di tutte le risorse in merci o quello della capacità di sopportazione umana? Ha scritto l’economista Lorenzo Fioramonti, ora sottosegretario pentastellato alla Pubblica Istruzione: «Il cambiamento può avvenire rapidamente e in modo imprevedibile: per questo è così importante avere sacche di sperimentazione che possano indicare la via da seguire quando il sistema dominante crolla sotto il peso delle sue stesse inefficienze.» (L. Fioramonti, Presi per il Pil, 2017). Prepariamoci, dunque.
Riassettare il sistema è possibile solo se si cambiano i criteri operativi alla radice. La sostenibilità sociale ed economica di cui parlano gli scienziati, le agenzie dell’Onu e Bergoglio è raggiungibile solo all’interno di un sistema di relazioni umane improntato sul riconoscimento dei limiti naturali e sulla equa condivisione dei beni comuni della Terra tra tutti gli esseri viventi, presenti e futuri. Nulla di meno che un criterio di vita e politico etico ed ecologico, congiunto, inseparabile. Un’idea di società ecologica ed equa, un orizzonte di senso, una “ecologia integrale”, come la chiama Bergoglio. Ma per esserlo davvero deve trattarsi di un processo di trasformazione non solo post-capitalista e anticlassista, ma anche antirazzista, antispecista, non antropocentrico, non androcentrico. Un processo di conversione e di rigenerazione ecologica, tanto economico, tecnologico e sociale, quanto spirituale. Una presa in cura responsabile e amorevole della Terra. Per riuscirci dobbiamo navigare a vista. Simone Weil (La persona e il sacro) ha scritto:
«Al di sopra delle istituzioni destinate a proteggere il diritto, le persone, le libertà democratiche, occorre inventarne altre destinate a discernere e abolire tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto l’ingiustizia, la menzogna e la bruttezza. Occorre inventarle, perché esse sono sconosciute, ed è impossibile dubitare che siano indispensabili».
La distanza tra questa esigenza e i documenti che abbiamo a disposizione è davvero abissale.

8. Denunce parziali
Se le denunce degli scienziati dell’Ipcc, i programmi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, le encicliche di papa Francesco non producono cambiamenti sociali e politici concretamente significativi c’è onestamente da chiedersi se non vi siano in origine anche delle debolezze intrinseche e delle incoerenze tali da rendere i messaggi lanciati così poco incisivi. A mio modo di vedere sì. E la causa è la loro parzialità.
L’allarme mediatico in corso concentrato quasi esclusivamente sui gas climalteranti lascia intendere che sia possibile rientrare nei limiti di carico del Pianeta attraverso l’introduzione di tecnologie più efficienti e sviluppando lo sfruttamento su larga scala delle energie rinnovabili. Ci si affida così a megaprogetti di impianti eolici, geotermici e solari a concentrazione come il Desertec in Libia e ora a TuNur in Tunisia che coprono intere porzioni del Sahara e trasportano in Europa tramite condotte sottomarine l’energia che serve. Spostare l’attenzione sui ritrovati tecnologici (la geoingegneria) ha il vantaggio di non mettere mai in discussione l’uso dell’energia che viene prodotta, dei materiali estratti e, soprattutto, gli stili di vita nei paesi con più alti consumi.
Nel caso dell’Agenda 2030 delle NU, così ricca e completa di indicatori universali di benessere in ogni campo della vita umana e non, l’incongruenza che la rende così poco credibile deriva dalla evanescenza del suo ultimo (il 17°) Target: Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile. L’Obiettivo si limita a confermare le vecchie pratiche dell’“aiuto allo sviluppo” dei paesi arretrati nel quadro del “sistema di scambio universale” sotto il controllo dell’OMC. L’obiettivo da raggiungere suona come una minaccia neocoloniale: «incrementare considerevolmente le esportazioni dei paesi emergenti» al fine di «raddoppiare entro il 2020 la quota delle loro esportazioni globali». Come? Incoraggiando e promuovendo « partnership efficaci nel settore pubblico, tra pubblico e privato e nella società civile basandosi sull’esperienza delle partnership e sulla loro capacità di trovare risorse». Meno che zero.

9. La reticenza di Bergoglio
Ma anche l’enciclica Laudato si’ non sembra arrivare al cuore profondo del problema teorico della guarigione ecologica dell’animo umano investendo la dimensione antropologica, filosofica e psicologica. E qui servirebbe non tanto un papa ecologo, quanto un papa che sappia tradurre i principi dell’ecologia in deep teology.
Bergoglio nella Laudato Si’ fa risalire la crisi ecologica del pianeta, alla rottura del rapporto armonioso tra uomo e natura, alla rottura della comunione tra ogni forma di vita. Gli esseri umani non si sentono parte della comunità biotica. Bergoglio giunge a dire che la causa è un «eccesso di antropocentrismo»[§116], un «antropocentrismo deviato» [§119]. Un eccesso, una deviazione, ma non l’antropocentrismo in sé stesso! Bergoglio quindi non sposa – anzi tiene a criticare – il pensiero dell’ecologia profonda (sostenuta da Arnè Naess, dalla Deep Ecology, dagli ecofilosofi, dagli antropologi e antispecisti anarchici). Ribadisce che «il pensiero cristiano rivendica per l’essere umano un peculiare valore al di sopra [sottolineatura mia] delle altre creature» [§119], critica la «divinizzazione della terra» [§9] e «non cede il passo al biocentrismo» [§119]. Bergoglio non se la sente di recidere il nodo della traduzione giudaica dei passi carichi di tragedie del libro della Genesi che recitano così: «Facciamo l’uomo a norma della nostra immagine, come nostra somiglianza, affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra» [Genesi 1,26]. E ancora: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» [Genesi 1,28].
Scrive Gianfranco Ravasi (Sole 24 ore del 3 aprile 2016): «In realtà i due verbi ebraici usati contengono un significato più sfumato e persino suggestivo: kabash – ‘soggiogare’ originariamente rimanda all’insediamento in un territorio che deve essere esplorato e conquistato, mentre radah – ‘dominare’ è verbo del pastore che guida il sue gregge». Ma nemmeno la teologia di papa Francesco decide finalmente di scegliere che verbo usare! L’uomo (e nella storia sappiamo bene che si tratta proprio di maschio, adulto, possidente…) rimane così ben saldo al suo posto di comando, al vertice della piramide, destinatario ultimo dell’universo di cui può disporre per volontà divina, l’incarnazione del potere di Dio… seppur investito da qualche dovere di custodia del creato. Un antropocentrismo un po’ mitigato che impedisce a Bergoglio di fare i conti fino in fondo con l’idea stessa di dominio e di dominazione, di gerarchia e di potere, di violenza strutturale insita nei sistemi umani gerarchizzati. (Detto tra parentesi: mi rendo conto del paradosso di pretendere una critica al potere centralizzato dal capo della più potente organizzazione mondiale maschile e patriarcale, piramidale e fortemente burocratizzata! Ho letto un articolo di Antonietta Potente, una teologa e missionaria che non riscontra nella Laudato si’ una novità teologica:
«Comincio a dubitare che chi ha fatto i danni possa ripararli, per cui il creato salverà noi e non viceversa. Il Creato significa il suo creatore» L’Altrapagina, settembre 2015).
La reticenza di Bergoglio a scegliere un umanesimo non antropocentrico rende il suo pensiero sulla “ecologia integrale” contraddittorio e inefficace al fine di scalfire la base culturale stessa su cui si erige il potere della tecnocrazia contemporanea. Le sue parole rimangono petizioni morali, non mordono l’essenza della cultura occidentale che giustifica violenza, predazione, dominio.
Mi viene in aiuto Federico Squarcini (L’uomo perde i sensi, La Lettura, del 6 gennaio 2018) quando ci ricorda che nelle tradizioni religiose possiamo trovare sia le tracce di un uomo de-ecologizzato, separato dalla natura (cita il Codice induista di Manu, due secoli prima di Cristo) che «non è più in grado di controllare l’impatto sul mondo e perciò diventa distruttivo (…) e si autodistrugge», sia all’opposto molta altra spiritualità ecologica (per esempio lo Yogasutra, l’ecobuddismo fino a Pacha Mama).
A mio modo di vedere, se non si arriva alla critica profonda del pensiero antropocentrico è difficile uscire dalla logica di dominio che ha portato l’umanità a dichiarare guerra alla natura. Poiché, scriveva la teologa Rosemary Radford Ruether: «La guarigione ecologica è un processo teologico e psichico-spirituale (…) Dobbiamo trasformare la nostra psiche interiore e il modo in cui simboleggiamo le relazioni che intercorrono tra uomini e donne, tra gli esseri umani e la terra, tra gli esseri umani e il divino, tra il divino e la terra» (Gaia e Dio. Una teologia eco femminista per la guarigione della terra, 1995). Ritengo – con tutta la modestia del caso – che se Bergoglio non compirà questi salti, il suo pensiero ecologico non riuscirà a fornire delle risposte credibili alle domande dei credenti sempre più angosciati per il degrado del creato, ad aprire una breccia nelle menti delle persone e quindi a “scandalizzare” la scena politica. Salvini potrà beatamente continuare a snocciolare rosari e gli economisti della Congregazione della fede potranno continuare a benedire la profittabilità delle imprese.
L’aiuto che potrebbe venire dalla teologia alla “conversione ecologica” (che è assieme: dei mezzi e dello spirito) dovrebbe rischiare la sacralizzazione del creato. Riscoprire fino in fondo (non solo a metà) il pensiero di Francesco d’Assisi lì dove ci dà una lezione di vera “economia circolare” quando ci dice di amare i lupi e gli uccellini ma anche di laudare “nostra morte corporale”. Se non si arriva a questo grado di consapevolezza, di riconoscimento e venerazione dei cicli naturali della vita nella loro integrità, finitezza e capacità di rigenerazione (Gaia: pianeta vivente, macrorganismo capace di autoregolazione) non ci sarà mai rispetto, assunzione di responsabilità, compiutezza gioiosa della vita. Non ho mai capito perché nell’enciclica la parte finale del Cantico delle creature di Francesco d’Assisi non è riportata.

(…) Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta e governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba
(…) Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali:
beati quilli ke che se trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.