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martedì 20 gennaio 2026

Lavori su piattaforma: dai rider del cibo ai tasker per i mobili, come vivono i 690mila ostaggi dell’algoritmo - Roberto Rotunno

 

“Lavori tutto il giorno per strada e vedi gente che cade come un soffio di vento, la notte vedi di tutto di più”. Chi parla è un rider che ha raccontato la sua esperienza a due ricercatori dell’Inapp, Massimo De Minicis e Francesca della Ratta-Rinaldi, nell’ambito di un’indagine sul lavoro su piattaforma. Il risultato del report parla di un modello che continua a sacrificare i diritti dei lavoratori attraverso i sistemi automatizzati, gli algoritmi, che disumanizzano i rapporti, minano la cooperazione e incentivano la competizione orizzontale. In Italia sono 690mila le persone che guadagnano tramite piattaforme; non solo fattorini del food delivery, ma anche collaboratori domestici, montatori di mobili Ikea (i cosiddetti “tasker”), traduttori, informatici. Sempre più numerosi i mestieri coinvolti e sempre maggiore il numero di persone che con queste attività ci vive.

Il report dei due studiosi, presentato stamattina dall’Istituto per l’analisi delle politiche pubbliche, contiene dati e storie. Da queste emerge come soprattutto i rider continuino a essere esposti alla logica dell’algoritmo, un capo-reparto che non è una persona umana, ma un sistema automatizzato che ordina e valuta. “Per controllare l’algoritmo – ha detto un rider freelance e studente – l’unico modo è che accetti qualsiasi corsa che arriva, se lo fai ti arriva una corsa appresso all’altra e non hai nemmeno il tempo di andare al bagno”. La necessità di aumentare il numero di corse ti spinge a correre di più: “Più sei veloce più consegne fai, perché te le assegnano, sono pagato a ore e il numero di consegne è relativo, l’azienda per farti fare più consegne mette il bonus e dice che se arrivi tra i primi 100 prendi 100 euro in più e ti mette il sale e ti fa correre; da una parte è buono e dall’altra no perché sei in mezzo al traffico”.

Queste dinamiche creano un “senso di isolamento nei rider, privati di quella dimensione di scambio e connessione umana”, dicono i ricercatori. “I meccanismi di valutazione adottati dalle piattaforme – spiega il report – sembrano favorire competizione e individualismo, ostacolando la creazione di un senso di comunità e di solidarietà, e inibendo l’attenzione ai diritti dei lavoratori”. Connesso al tema della rapidità, c’è quello della sicurezza: “Per i rider – sottolineano i ricercatori – sono importanti soprattutto la velocità e il numero di consegne completate, che massimizzano i profitti e che però si traducono in una costante ricerca di efficienza, che potrebbe andare anche a discapito della sicurezza, considerati il traffico e i contesti urbani in cui operano, come ha dimostrato da ultimo anche la recente discussione sugli incentivi ai rider nell’afoso luglio 2025”. Come ha aggiunto un altro rider, “la strada non è un velodromo”

Tornando ai numeri, 274mila persone dicono che quella su piattaforma è l’attività principale. I rider che portano pasti sono il 36% dei lavoratori su piattaforma; un altro 34,9% svolge “compiti a casa” come traduzioni o sviluppo di programmi informatici. Un 14% consegna pacchi e un 9,2% svolge pulizie domestiche o riparazioni. Il 41,8% dei fattorini definisce essenziale il reddito tramite app. Nel lavoro su piattaforma non esiste problema di incrocio tra domanda e offerta, non ci sono aziende che lamentano carenza di manodopera. Questo incontro è spesso molto semplice, a volte basta iscriversi alla piattaforma; chi ha bisogno di lavorare si avvicina a questo mondo per l’accessibilità, pur sapendo che è caratterizzato da precarietà e incertezza.

La flessibilità è un concetto relativo, perché gli algoritmi premiano i più disponibili. Non tutti ne sono influenzati allo stesso modo: i tasker (che montano mobili Ikea) e i traduttori freelance trovano l’algoritmo poco invasivo perché “interviene principalmente nella fase di acquisizione clienti, influenzando soltanto la visibilità e il posizionamento nei motori di ricerca”. Per rider e autisti Uber, invece, si fa sentire “il peso dell’algoritmo nella gestione del ritmo e della velocità del lavoro, in un modo, fra l’altro, percepito come poco trasparente”. A proposito di trasparenza, l’altro ieri il Tribunale di Palermo – decidendo su una causa avviata dalla Filcams Cgil – ha ribadito che Glovo è tenuta a comunicare ai lavoratori i fattori di valutazione, dichiarando antisindacale il rifiuto.

Il report ribadisce l’importanza di introdurre nuove regole nel lavoro su piattaforma, riconoscendo diritti come la retribuzione trasparente, la condivisione del tempi necessari a svolgere ogni singolo compito, il diritto alle ferie, la maternità e la malattia. Tutti strumenti negati da un sistema che tende a inquadrare gli addetti come finti lavori autonomi, pagati a chiamata. “Questo report – ha spiegato il presidente Inapp Natale Forlani – non si limita a fotografare il fenomeno e la diffusione delle piattaforme nel mercato del lavoro ma invita i decisori politici a sviluppare nuovi strumenti”. Entro dicembre gli Stati Ue dovranno recepire la direttiva, che però non porta obblighi particolarmente stringenti. Il governo Meloni, a differenza del Conte Due, non ha mai affrontato il tema del lavoro su piattaforma. Un fenomeno che, pur in ascesa, è sparito dai radar del dibattito politico.

da qui

mercoledì 18 gennaio 2023

Rider e schiavitù. 50 chilometri in bici per consegnare un panino

 

Quando pensi che ci sia un limite già toccato verso lo sfruttamento lavorativo delle persone e dei rider in particolare, ci pensa la triste realtà a convincerti che c’è sempre un peggio in agguato.

A denunciare la vicenda stavolta è proprio il “carnefice”, che poi carnefice non è, perchè aveva semplicemente ordinato un panino. A raccontare l’episodio sulla sua pagina facebook l’ex assessore comunale di Verona Andrea Bassi.

“Vi voglio raccontare un fatto incredibile che mi è successo ieri sera e che mi ha fatto davvero riflettere su quanto lo sfruttamento delle multinazionali sia molto più vicino alla nostra realtà di quel che pensiamo. Per questioni pratiche, ordino online presso una nota catena di fast-food optando (per la prima volta nella mia vita) di ricevere il tutto a casa.

La catena però non effettua consegna diretta ma si avvale di altre realtà. Casualmente scelgo Deliveroo e pago il tutto con Paypal. Sono le 18.40 circa e la consegna stimata è dopo un’oretta, ma non ho alcuna fretta. Alle 20.50 il fattorino doveva ancora arrivare.

Deliveroo non dava alcun riferimento telefonico e quindi decido di chiamare la catena di fast-food per chiedere spiegazioni di un simile ritardo. Si sono ovviamente scusati, mi hanno spiegato che il problema non dipendeva dal loro personale e mi hanno però garantito che entro poco la cosa sarebbe stata risolta. Alle 21.10 circa, finalmente, l’applicazione di Deliveroo inizia a segnalare l’avvicinamento (molto lento) del fattorino alla mia abitazione”.

“Scendo bellicoso in strada pronto per chiedergli se fosse andato a farsi prima un giro sulla Luna, ma ad un tratto rimango di sasso, basito: il ragazzo (italianissimo) era a bordo di una bicicletta, tra l’altro parecchio carente sotto il profilo della sicurezza.

Ho poi pure capito che era oberato di consegne e che ha dovuto attraversare praticamente l’intera città di Verona, per correre al fast-food, prendere la mia cacchio di cena, portarmela sotto casa e poi tornare nel capoluogo per chissà quale altro giro. Ovviamente l’incazzatura si è subito trasformata in pena e quasi angoscia che, se lo avessi avuto, gli avrei prestato pure un motorino….

Morale? Ho deciso che mai e poi mai più utilizzerò questo tipo di servizio. Non tanto per il rischio di ritardi o disguidi (che possono accadere, ci mancherebbe), ma soprattutto – conclude Bassi – per non rischiare di avallare, seppur inconsapevolmente, un simile sistema che in queste condizioni rasenta lo schiavismo!”.

Una volta resa pubblica la denuncia si è scoperto che il rider aveva già rifiutato due volte la consegna, data l’enorme distanza, ma alla terza richiesta è stato costretto ad accettare per non finire nella “black list” dell’algoritmo che distribuisce le consegne ai lavoratori.

da qui