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martedì 16 giugno 2026

L’inaugurazione dell’America’s Cup a Cagliari e l’ennesima messa in scena della sardità - Federica Marrocu

Per l’inaugurazione dell’America’s Cup, Cagliari ha ospitato un corteo “delle tradizioni popolari”, come riporta il sito de L’Unione Sarda, il quale ha attraversato il centro storico della città.

Il percorso è partito dalla terrazza del Bastione, percorrendo Via De Candia, Via Università, la Porta dei Leoni, Via Mazzini, Piazzetta Martiri e Viale Regina Margherita, fino a raggiungere Via Roma e fare ingresso nell’area portuale per la cerimonia del taglio del nastro.

Ad aprire il corteo i Tamburini e Trombettieri di Oristano in divise medievali, seguiti da rappresentanze dei gruppi in abito tradizionale delle otto province, maschere de su Carrasecare e i suonatori di launeddas.
A scanso di equivoci, a essere in discussione non è l’opportunità o meno di accogliere una manifestazione di questo tipo, e neanche il folklore di per sé, che in Sardegna ha anche un risvolto emancipativo, ma l’abitudine al falso logico della parata di tipicità fuori contesto. Cosa che risulta poco leggibile e sensata già di per sé e che risulta ancora più straniante nel miscuglio generale.
Se “tradizione” è ciò che una comunità fa per sé, e folklore è ciò che si fa per l’altro -con in mezzo uno spettro di dinamiche di adattamento e di resistenza- la recita del trascorso è una mistificazione.

Quello sardo è un popolo al quale la bellezza del passato resta ancora attaccata al corpo.
La cultura del consumo e il colonialismo interno non sono ancora riusciti a scrostarla via del tutto, pertanto c’è molto di quel trascorso nel nostro presente.
La Sardegna è un contesto più immaginato e oggettificato che conosciuto, e l’assemblaggio posticcio di cose sarde decontestualizzate, con cui si intrattiene un pubblico in occasioni celebrative o eventi, ne è la dimostrazione.
La ripetizione statica di elementi percepiti come tipici – ed è un tipico feticizzato perché esotico –è cosa morta. Fa cadere nell’equivoco della tradizione come concetto implicitamente regressivo, anziché veicolarne la sua accezione rigenerativa e di cambiamento.
La messa in scena è un falso logico organizzato perché si basa sulla somministrazione esatta a chi guarda, sia sul posto che attraverso i media, di ciò che vuole.
E chi si aspetta i mamuthones in estate o in luoghi casuali, chi gode delle parate delle persone in abito tradizionale e altre tipicità, non vuole conoscere, non vuole fare esperienza, non ha interesse vero verso l’autenticità che ricerca (e che non esiste come cosa fissa). Vuole consumarla, possederla, anzi possederne l’idea, la rappresentazione, e tali aspettative trovano risposte perché sono legate a interessi economici.
La realtà non è semplicemente un insieme di cose, ma è fatta di elementi in relazione di interdipendenza.
La narrazione del reale, quando non è condizionata da dinamiche di potere e subalternità, implica un rapporto perché è come un ponte dove chi narra e chi ascolta si incontrano. Implica responsabilità perché chi parla dovrebbe fare della narrazione una pratica consapevole, e chi ascolta dovrebbe entrare a farne parte.
Ma cosa succede quando un popolo viene abitato anche nei pensieri dallo sguardo esterno, separato dalle proprie radici, tanto da vivere nello stereotipo di sé?

Scrive Chimamanda Ngozi Adichie che il problema degli stereotipi non è che sono falsi, ma che sono parziali e quella storia parziale finisce per diventare un’unica storia.
Quello che succede è la cessione ad altri del potere sulla rappresentazione di sé. Accade che si performa invece di essere, che ci si accontenta di girare attorno al proprio noto.
Le persone sarde a cui lo “spettacolo” dell’edulcorato di sardità sembra normale, emozionante, utile a “farsi conoscere”, non è consapevole della differenza tra fare da comparsa e farsi presente, presentarsi.
E quindi?
L’unica risposta è quella di comunità, decostruire la cultura che ci domina, che circoscrive gli spazi in cui siamo legittimati a essere speciali. Unici no, speciali sì. Innocui, disciplinabili.
Abbiamo la responsabilità di fare riappropriazione, di produrre sapere, di colmare i vuoti di coscienza di noi stessi, di farci contaminare, di rinnovarci, di non avere paura del cambiamento. Dobbiamo fare dei nostri corpi dispositivi di decolonizzazione consapevole.

Possiamo anche partecipare alla messa in scena fuori da ciò che faremmo per noi, ricordando sempre che possiamo farla diventare uno spazio nostro, qualcosa che facciamo soprattutto per noi, tornando al posto di comando nella gestione delle nostre trame. Rivendicando la complessità. L’aspirazione a vivere in un mondo equo passa attraverso la ri-costruzione di comunità nelle quali la stima di sé deriva dalla consapevolezza di sé, dalla qualità delle relazioni tra individui, tra persone e natura, tra persone e luoghi. E non da un falso orgoglio. A quel punto la contaminazione, l’apertura, le diversità, la contemporaneità, troverebbero cittadinanza piena, senza bisogno di recitare una parte, convinti di abitare una cartolina.
Da una storia falsa, si esce solamente insieme.

da qui

sabato 21 febbraio 2026

Corpi sardi, potere italiano: decodificare un’immagine - Federica Marrocu

 


L’immagine del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella con alle spalle un gruppo di persone sarde in abito tradizionale è utile per riflettere su come si dispiegano i rapporti di disparità, dominio e ingiustizia epistemica in un contesto come la Sardegna.

Che cos’è l’ingiustizia epistemica?

L’ingiustizia epistemica si configura quando c’è uno squilibrio nei rapporti di dominio.

Il sapere (episteme) delle culture autoctone viene messo su un piano inferiore rispetto a quello della dominante. Il termine “sapere” va inteso non solo come insieme di conoscenze, ma come espressione piena della cultura di un popolo.

Nella situazione immortalata dalla fotografia, gli elementi della cultura sarda sono decontestualizzati e contribuiscono a creare un’immagine statica, congelata nel tempo.

Per comprendere cosa sia la violenza epistemica, bisogna ricordare che le epistemi eurocentriche sono universalizzanti, nel senso che rappresentano lo standard di civiltà a cui conformarsi. La stessa cosa accade anche tra Italia e Sardegna: ciò che distingue le culture dell’Isola come contesto unico è quasi ornamentale, spogliato di ogni carattere emancipativo.

L’affiancamento di persone in abito tradizionale di culture minoritarie a rappresentanti della cultura dominante può essere una pratica che perpetua dinamiche coloniali di potere, appropriazione culturale e folklorizzazione.

Queste giustapposizioni, comuni in cerimonie ufficiali in cui presenziano capi di stato e rappresentanti istituzionali, ristabiliscono dinamiche di potere.

Perché?

La relazione non è alla pari, ma non solo: chi rappresenta la cultura dominante rappresenta anche chi agisce la minorizzazione.

La cultura sarda non è solo minoritaria nel contesto dello stato italiano (in Sardegna non è affatto così scontato che lo sia, dipende sempre dal punto di vista), ma è minorizzata, in quanto soggetta a pratiche di dominio (culturale, politico, economico, sociale).

La colonialità del potere

Si tratta di un’estensione del concetto di colonialità del potere: la subalternità della Sardegna è stata -ed è- funzionale allo sviluppo dello stato-nazione italiano.

Una parte di territorio viene mantenuta in una condizione di dipendenza che legittima i tentativi di modernizzazione, con il pretesto dell’arretratezza.

La colonialità del potere stabilisce gerarchie interne ai confini e le rende quasi invisibili.

Corpi e spazi sono situati entro una geografia del dominio

L’accoglienza trionfale dei rappresentanti del potere dominante va pertanto letta nell’ambito dei rapporti di oppressione che relegano una cultura al margine. Le pratiche di dominio sono state (da parte dell’Europa coloniale) giustificate dall’intento filantropico (!) di portare la civiltà (nella convinzione di esserne i rappresentanti e i depositari).

La costruzione di un “altro” con caratteristiche di inferiorità (razzismo) serve a legittimare pratiche di sviluppo (estrattivismo) per produrre ricchezza di cui la cultura dominante si avvantaggia (capitalismo).

Per mantenere questa dinamica si mantiene un territorio in una condizione di dipendenza (economia del bisogno), la quale offre opportunità per mostrare il lato buono del potere

(come facevano e fanno ancora le monarchie attraverso gli aiuti ai popoli colonizzati).
La popolazione al margine si sente vista, considerata, specie nel caso di località periferiche, o percepite come tali, e spera di ricevere sostegno, supporto, riconoscimento.

La dinamica espressa da tale immagine non svela solo la natura del rapporto tra lo stato italiano e la Sardegna in termini di gerachie, ma anche come la cultura dominante benefici di elementi della cultura minorizzata per autoaffermarsi.
Lo fa attraverso il sentimento di gratitudine, di orgoglio che vuole suscitare in chi abita il margine e si sente visitato, visto, considerato. Succede quando la Sardegna viene presentata come “eccellenza italiana”.
Le figure istituzionali, affiancandosi a elementi riconoscibili come identitari che simboleggiano valori condivisi dalle subalternità, sembrano voler fare un omaggio, ma in realtà aumentano il loro prestigio. Come accade quando si indossano abiti o si sfoggiano acconciature proprie di una minoranza culturale senza farne parte e da una posizione di privilegio.

Quindi è colpa dei sardi?

A questo proposito è utile ricordare che cos’è la colonialità dell’essere.

Le pratiche di dominio si autoalimentano grazie alla costruzione di un “altro-da-sé”, come detto prima.

Come lo fanno?

Con processi di oppressione e inferiorizzazione, che col tempo influiscono anche sul modo di autorappresentarsi (noi sardi siamo disuniti, non ce la facciamo da soli) e limitano persino il pensare di avere desideri, sogni, aspirazioni di libertà e di decidere per sé.

Da questo senso di inferiorità nasce l’essere coloniale, come individuo che crede normale la propria condizione di subalterno; l’italianità è vista come coessenziale, un fatto accettato e vissuto come immutabile e non come una fase storica che può passare, esattamente come altre che la Sardegna ha vissuto.

La mancanza di strumenti di autodeterminazione viene vissuta come qualcosa che quasi “ci si merita”: come se il popolo inferiorizzato non avesse per cultura gli strumenti per emanciparsi in quanto sottosviluppato. Un eterno soggetto minore che ha bisogno di essere guidato e “condotto fuori dal proprio Medioevo di barbarie”, per citare Omar Onnis.

Si collabora con l’oppressore perché il rapporto di dominazione è nascosto, interiorizzato, sistemicoNormalizzato.
I soggetti marginali finiscono per fare propria la prospettiva esterna, dominante. Una delle conseguenze è sentire di occupare lo spazio illegittimamente, tranne in due casi: quando ci si conforma (siamo sardi, ma anche italiani) oppure quando il potere ci consente, in condizioni ben definite, di mettere in scena la sardità, una sardità innocua, integrata, come è accaduto nell’evento presieduto da Sergio Mattarella.

Ecco perché è importante parlare anche di pratiche di resistenza nell’abitare il margine.
Il margine può essere ferita feconda, uno spazio fertile.
Dove non avviene solo l’assimilazione del rapporto di dominazione, ma vengono messe in atto anche pratiche di sopravvivenza e perpetuazione delle nostre culture indigene.

La marginalità è un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza. Un luogo capace di offrirci la condizione di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi”.
Bell Hooks

da qui

giovedì 6 novembre 2025

Finiamola con questo vittimismo - Federica Marrocu

“Questo discorso è vittimista”.

Quando si parla di rappresentazione, stereotipi o discriminazione sistemica delle persone sarde, arriva puntuale qualche persona che esorta a “finirla di fare la vittima”; a “prenderla con più leggerezza”.
Qualcuno ha addirittura diagnosticato una “sindrome da vittimismo”.

La rivendicazione delle persone sarde della propria identità secondo il principio dell’alterità, ma anche la denuncia di discriminazioni subite, suscitano talvolta atteggiamenti come rigetto, ridicolizzazione, fastidio. Si tende a ridurla a un separatismo “sterile”, volto alla chiusura, al ripiegamento su di sé, al complottismo, al vittimismo.

Da dove nasce l’accusa di vittimismo?
Chi la usa, magari anche senza rendersene conto, vuole davvero confrontarsi?
O vuole ristabilire una dinamica di potere decidendo chi può parlare e con quale autorità?

Funziona più o meno così:

  • si trasforma una richiesta di riconoscimento in un capriccio emotivo;
  • si fa apparire chi denuncia un torto come moralmente debole o eccessivamente sensibile;
  • adottando una prospettiva moralistica, si sposta l’attenzione dal contenuto alla persona, rendendo quest’ultima meno credibile perché esagera.

Non è più una rivendicazione, ma un comportamento stigmatizzabile come una polemica sterile. I soliti che si lamentano senza dare soluzioni.

È un meccanismo sottile ed efficace, che consente alla cultura dominante di mantenere il proprio privilegio. L’esperienza reale di discriminazione viene distorta, condizionando la percezione pubblica della denuncia e di chi la rivendica.

“È colpa dei sardi”. La vittimizzazione secondaria.

Quando chi subisce un sopruso o dichiara di subire una violenza (non necessariamente fisica) finisce per essere colpevolizzato si parla di vittimizzazione secondaria.
Accade ogni volta che una persona, dopo aver denunciato un torto, si sente giudicata o ridicolizzata per averlo fatto.

Bollare una denuncia di sopruso, una protesta, una critica ai modelli culturali dominanti come vittimismo, permette a chi detiene il potere, alla cultura egemone, di silenziare le istanze e di mantenere il proprio privilegio, evitando il confronto in cui li si chiama alla responsabilità.

La vittimizzazione secondaria comporta, per chi è oggetto di una discriminazione o una violenza (fisica o non), ulteriori danni psicologici, emotivi o sociali a causa delle reazioni di istituzioni, media o individui che la colpevolizzano.

Questo meccanismo non è casuale. Michel Foucault ci insegna che il potere, in quanto dominio, riproduce se stesso in contesti differenti, impiegando apparati, strategie e meccanismi di controllo analoghi.

L’accusa di vittimismo funziona proprio come un meccanismo di smantellamento simbolico delle rivendicazioni, impedendone il riconoscimento e ostacolandone la legittimità.
La minorizzazione della Sardegna non è un’invenzione di stampo vittimistico del popolo sardo.

La parola “minorizzato”, traduzione dall’inglese minoritized, evidenzia il modo in cui i gruppi egemoni possono assegnare lo status di minoranza ad altri non dominanti, anche quando non rappresentano una minoranza numerica.
(“Scrivi e lascia vivere”, Alice Orrù, Valentina Di Michele e Andrea Fiacchi).

La cultura sarda, quindi, rappresenta una realtà minoritaria se vista in un contesto allargato e secondo una prospettiva esterna: da un punto di vista interno, però, si può definire minorizzata dallo stato italiano, dalla cultura dominante. La quale stabilisce i criteri di legittimazione, di solito il folklore, l’intrattenimento, la soddisfazione dell’interesse per il peculiare e l’esotico. Al di fuori di questi steccati, mette in atto ogni meccanismo utile a ricordarci che la nostra ammissibilità, il prestigio guadagnato, il riconoscimento, dipendono dalla nostra integrazione nel contesto italiano. Dalla fedeltà al modello dominante che dimostriamo. La nostra cittadinanza è una e una soltanto: si è legittimati nella misura in cui si parla l’italiano, ci si comporta e si pensa come tali.

Un po’ di leggerezza! E fattela una risata! Siete permalosi.
In risposta alla critica della rappresentazione stereotipata della sardità come qualcosa che può essere scimmiottato nell’accento o esotizzato, ci si sente dire di “prenderla con leggerezza”. Queste frasi sono ricorrenti nelle dinamiche di oppressioni di genere, di razza, classe, abiliste, e così via.

Il segno più sottile del potere è la capacità di condizionare il nostro modo di vedere il mondo: quando, cioè, riesce a convincerci che la reazione davanti alla riproposizione di un immaginario e di uno sguardo coloniali sulla Sardegna, per esempio non è valida. È un’esagerazione. E per farlo fa leva su ulteriori stereotipi. Come quello della permalosità, declinato in varie accezioni.

Così si alimenta un sistema di privilegi e oppressioni che non ha più bisogno di discriminare apertamente. Non solo chi è escluso dal potere non protesta per la sua condizione, ma ne diventa complice involontario.

“Tante critiche e zero soluzioni”

La nostra rabbia verso chi ci accusa, ridicolizza, discrimina è umanamente da validare.
Abbiamo tutto il diritto di mettere in discussione i modi in cui veniamo rappresentati negli spazi reali e simbolici che occupiamo con i nostri corpi e le nostre lingue di persone sarde del 2025, con le nostre soggettività e appartenenze. Fosse anche solo per problematizzare.

La nostra rabbia è politica. Il nostro sguardo è politico. Ancora di più lo sono la nostra voce, il nostro corpo, le nostre lingue indigene.

Trovare le soluzioni è una funzione della collettività. L’idea che i gruppi sociali o culturali minorizzati non debbano essere ridotti alla sola condizione di vittime è condivisibile, ma questa considerazione non può prescindere dalla comprensione profonda del sistema privilegi/oppressioni entro cui contestualizzare le rivendicazioni.

La svalutazione delle istanze di carattere emancipativo sarde è indice dell’assenza di un atteggiamento critico.

Manca l’apertura alla messa in discussione dei processi di costruzione dello stato nazione per le conseguenze che ha prodotto; non c’è la volontà di riconoscere la problematicità della narrazione dominante.

E in generale c’è una resistenza piuttosto scomposta alla critica di costrutti culturali come quelli di nazione, globalizzazione, capitalismo, binarismo di genere, i quali vengono assunti e dati per universali e univoci, senza lasciare spazio a forme alternative dello stare insieme, dell’esistere, dell’espressione di sé.

Quando ci accusiamo a vicenda
Non tutte le persone che reagiscono con rigetto, ridicolizzazione, fastidio e aggressività alle rivendicazioni dei sardi, lo fanno con coscienza: gli stereotipi, l’autopregiudizio, i meccanismi di dominazione sono un paradigma. Ovvero l’impostazione culturale che molte persone sarde (figuriamoci quelle non sarde) assimilano sin dalla nascita, attraverso la lingua, la socializzazione, l’educazione familiare, la scuola e i media. Si potrebbe dire che è una visione del mondo; il modo in cui si legge la realtà. Riconoscerla come un sistema che lede i diritti delle persone sarde e la loro dignità, non può che minare le fondamenta di quel paradigma.

Soffermarsi a riflettere sulla minirizzazione della cultura e delle lingue di Sardegna implica intraprendere un’analisi critica di tutto quello che si è appreso, interiorizzato, vissuto. Significa sfidare il proprio sistema di convinzioni attraverso un percorso di decostruzione profonda che riguarda la propria identità e il proprio senso d’appartenenza. Non è né facile né scontato.

Ciò in alcun modo giustifica offese o violenza verbale!
Pur essendo inquadrabile come una reazione di difesa e come tale va compresa e validata, usare termini come ad esempio “sardignoli”, “autocolonizzati” per definire chi non è ancora giunto alle nostre stesse conclusioni, porta a rafforzare la contrapposizione noi/loro, a fare propria e replicare la costituzione di un altro da cui distinguersi e difendersi.

Alcune di quelle persone potrebbero non essere del tutto ostili: semplicemente necessitano di più tempo, di più strumenti. Tenerne conto può favorire la costruzione di una rete di alleanze preziose.
Abbiamo il potere di scegliere con chi dialogare, riconoscendo che non tutte le persone saranno pronte o disponibili a mettersi in discussione.

È importante distinguere tra chi aggredisce o insulta (questi atteggiamenti vanno isolati. L’aggressività verbale e l’ostilità sistematica non richiedono confronto, ma protezione dei nostri confini) e chi dissente in modo critico ma non del tutto ostile. Con queste persone possiamo provare a costruire ponti, senza rinunciare ai nostri valori e senza replicare le dinamiche oppressive che rifiutiamo.

La nostra risposta deve essere proporzionata e strategica: isoliamo la violenza, dialoghiamo con la dissidenza in buona fede, sempre difendendo e preservando la nostra dignità, e quella delle comunità che rappresentiamo.

da qui