venerdì 21 agosto 2026

La Sardegna non ha bisogno di un’altra sigla, ma di uno stato - Michele Zuddas

 

Prima ancora di domandarsi se la Sardegna possa permettersi l’indipendenza, sarebbe forse opportuno chiedersi se possa permettersi di continuare a non averla. Un popolo che misura esclusivamente il prezzo della propria libertà e non quello della propria dipendenza finisce quasi sempre per trasformare la prudenza in rassegnazione, convincendosi che sia naturale vivere dentro un sistema nel quale le decisioni fondamentali sul proprio territorio, sulle proprie risorse, sul proprio modello energetico, sulla politica industriale e perfino sulle prospettive demografiche vengano assunte altrove, come se la sovranità fosse un privilegio riservato ai grandi Stati e non il presupposto elementare attraverso il quale una comunità decide chi deve beneficiare della ricchezza che essa stessa produce.

Proprio qui si annida il più grande equivoco che continua a deformare il dibattito sull’indipendenza, perché da decenni ci viene insegnato a considerare l’economia una disciplina neutrale, capace di produrre risposte inevitabili e indipendenti dalla volontà politica, mentre ogni sistema economico rappresenta sempre un sistema di potere, stabilisce chi controlla le risorse, chi determina gli investimenti, chi distribuisce il reddito e, soprattutto, chi possiede il diritto di decidere il futuro di una comunità, ragione per la quale chiedersi se la Sardegna possa diventare uno Stato senza domandarsi chi governa oggi la sua economia equivale a osservare l’ombra ignorando il corpo che la produce.

La Sardegna conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, una popolazione superiore a quella di diversi Stati europei pienamente sovrani; produce ogni anno un prodotto interno lordo che supera i quaranta miliardi di euro; dispone di una posizione geografica che nessun centro di ricerca geopolitica esiterebbe a definire strategica; possiede quasi duemila chilometri di coste, uno dei patrimoni ambientali più importanti del Mediterraneo, università, centri di ricerca, competenze professionali riconosciute in tutto il mondo e una produzione energetica che in numerosi periodi dell’anno supera il fabbisogno dell’isola, eppure continua a percepirsi come una terra incapace di amministrare sé stessa, quasi che il problema risieda nella scarsità delle risorse e non nella scarsità del potere di decidere come quelle risorse debbano essere utilizzate.

La vera questione, dunque, non consiste nello stabilire se l’indipendenza costi, perché ogni forma di organizzazione politica comporta inevitabilmente dei costi, ma nel comprendere quanto costi la dipendenza, quanto costi l’emigrazione di migliaia di giovani che ogni anno trasferiscono altrove competenze costruite grazie agli investimenti pubblici dell’isola, quanto costi uno spopolamento che svuota paesi, scuole e imprese, quanto costi una pianificazione energetica nella quale i profitti rischiano troppo spesso di seguire strade diverse da quelle percorse dai sacrifici delle comunità locali, quanto costi un modello economico nel quale il valore aggiunto continua a concentrarsi fuori dalla Sardegna mentre qui rimangono gli effetti ambientali e sociali delle scelte compiute da altri.

Sarebbe tuttavia un errore immaginare che basti conquistare la sovranità per risolvere automaticamente questi problemi, perché uno Stato sardo che si limitasse a riprodurre gli stessi rapporti economici, gli stessi privilegi e le stesse concentrazioni di potere esistenti oggi cambierebbe la geografia delle istituzioni senza modificare la condizione dei cittadini, trasformando l’indipendenza in una semplice sostituzione delle élite invece che in una trasformazione della società, ed è proprio per evitare questo rischio che il sardismo del XXI secolo dovrebbe avere l’ambizione di proporre non soltanto una diversa forma dello Stato ma una diversa idea di economia, nella quale energia, acqua, infrastrutture strategiche, porti, reti digitali e patrimonio naturale vengano considerati beni comuni sottratti alla pura logica della rendita e amministrati nell’interesse della collettività.

Una Repubblica sarda moderna dovrebbe trattenere la gran parte del gettito fiscale prodotto nel proprio territorio, creare un fondo sovrano alimentato dai proventi dell’energia e delle concessioni pubbliche, investire stabilmente nella ricerca scientifica, destinare una quota significativa della ricchezza prodotta all’università, all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione della pubblica amministrazione e al rientro dei giovani emigrati, favorire la nascita di cooperative, piccole imprese ad alta tecnologia e filiere industriali capaci di trasformare nell’isola ciò che oggi viene esportato come semplice materia prima, perché nessuna comunità diventa davvero libera se continua a vendere risorse e ad acquistare valore aggiunto.

Eppure, tutto questo rimarrebbe soltanto un esercizio teorico se prima non si affrontasse una questione ancora più decisiva, quella dell’unità del popolo sardo, poiché nessuna trasformazione politica diventa possibile quando una comunità continua a pensarsi come la somma di appartenenze contrapposte invece che come una nazione consapevole dei propri interessi permanenti.

Prima di domandarsi con chi costruire l’unità bisognerebbe infatti trovare il coraggio di chiedersi che cosa, in realtà, meriti davvero di essere unito, perché la storia dei popoli insegna che non tutto ciò che può essere accostato deve necessariamente convivere e non ogni somma produce una comunità, allo stesso modo in cui nessun grande cuoco ha mai immaginato che bastasse gettare gli ingredienti dentro una pentola perché da quel gesto nascesse un piatto capace di raccontare una terra, una cultura e una memoria, essendo vero esattamente il contrario, e cioè che ogni ingrediente acquista valore soltanto quando viene scelto con rigore, dosato con intelligenza e armonizzato con gli altri senza perdere la propria natura.

Forse è proprio questa la metafora che manca al dibattito politico sardo, nel quale la parola unità viene spesso pronunciata come se indicasse una semplice operazione di accumulo, una progressiva addizione di sigle, associazioni, movimenti e appartenenze destinata, quasi per una misteriosa legge della matematica politica, a produrre automaticamente una forza più grande della somma delle sue parti, mentre la vita delle comunità dimostra che gli insiemi costruiti senza un principio ordinatore finiscono quasi sempre per trasformarsi in aggregati privi di identità, incapaci di riconoscere una direzione comune proprio perché nessuno ha mai avuto il coraggio di interrogarsi su quale fosse il fine prima ancora dei mezzi.

La Sardegna, invece, possiede oggi un’occasione che raramente si presenta nella storia di un popolo, perché le grandi mobilitazioni contro la speculazione energetica hanno dimostrato che esiste già una coscienza nazionale molto più avanzata delle organizzazioni politiche che pretendono di rappresentarla, dal momento che migliaia di cittadini hanno saputo riconoscersi senza chiedersi quale fosse la tessera dell’altro, se provenisse dalla sinistra o dalla destra, dal mondo cattolico o da quello laico, comprendendo istintivamente che la difesa della propria terra appartiene a una dimensione più alta delle appartenenze importate dalla politica italiana.

Chi continua a immaginare l’unità come la costruzione dell’ennesimo contenitore rischia di riprodurre proprio quella cultura politica dalla quale il sardismo dovrebbe emanciparsi definitivamente, perché i contenitori servono a custodire organizzazioni mentre una nazione ha bisogno di custodire un progetto, e il progetto della Sardegna non può consistere nella semplice conquista di nuove istituzioni ma nella costruzione di una società più giusta, più competente, più democratica e più capace di redistribuire il potere insieme alla ricchezza.
Essere sardisti, allora, non significa aggiungere un’altra ideologia alle ideologie esistenti, ma liberarsi finalmente delle categorie attraverso le quali lo Stato italiano ha insegnato ai sardi a leggere sé stessi, comprendendo che un imprenditore e un operaio, un pastore e un ricercatore universitario, un credente e un laico, un uomo di destra e uno di sinistra possono continuare a pensare diversamente su molte questioni senza smettere di riconoscersi nella priorità assoluta degli interessi permanenti della Sardegna, perché una nazione matura non cancella il pluralismo ma lo organizza attorno a un bene comune superiore.

Se davvero dovrà aprirsi una nuova stagione politica, essa non nascerà dalla fusione di simboli né dalla costruzione dell’ennesima sigla destinata a consumarsi nella competizione elettorale, ma dalla capacità di trasformare quella coscienza popolare già esistente in un progetto di governo fondato sulla sovranità democratica, sulla giustizia sociale, sulla conoscenza, sulla tutela dei beni comuni e sulla responsabilità collettiva, poiché il contenitore esiste già e coincide con la Sardegna stessa, con la sua lingua, con la sua storia, con il lavoro delle sue donne e dei suoi uomini e con il diritto di un popolo a decidere del proprio destino, mentre ciò che ancora manca non è l’unità, ma il coraggio di riconoscere che essa non rappresenta il punto di arrivo del sardismo, bensì il primo indispensabile strumento attraverso il quale rendere finalmente possibile tutto il resto.

da qui

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