Prima ancora di domandarsi se la Sardegna possa permettersi l’indipendenza, sarebbe forse opportuno chiedersi se possa permettersi di continuare a non averla. Un popolo che misura esclusivamente il prezzo della propria libertà e non quello della propria dipendenza finisce quasi sempre per trasformare la prudenza in rassegnazione, convincendosi che sia naturale vivere dentro un sistema nel quale le decisioni fondamentali sul proprio territorio, sulle proprie risorse, sul proprio modello energetico, sulla politica industriale e perfino sulle prospettive demografiche vengano assunte altrove, come se la sovranità fosse un privilegio riservato ai grandi Stati e non il presupposto elementare attraverso il quale una comunità decide chi deve beneficiare della ricchezza che essa stessa produce.
Proprio qui
si annida il più grande equivoco che continua a deformare il dibattito
sull’indipendenza, perché da decenni ci viene insegnato a considerare
l’economia una disciplina neutrale, capace di produrre risposte inevitabili e
indipendenti dalla volontà politica, mentre ogni sistema economico rappresenta
sempre un sistema di potere, stabilisce chi controlla le risorse, chi determina
gli investimenti, chi distribuisce il reddito e, soprattutto, chi possiede il
diritto di decidere il futuro di una comunità, ragione per la quale chiedersi
se la Sardegna possa diventare uno Stato senza domandarsi chi governa oggi la
sua economia equivale a osservare l’ombra ignorando il corpo che la produce.
La Sardegna
conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, una popolazione superiore a
quella di diversi Stati europei pienamente sovrani; produce ogni anno un
prodotto interno lordo che supera i quaranta miliardi di euro; dispone di una
posizione geografica che nessun centro di ricerca geopolitica esiterebbe a
definire strategica; possiede quasi duemila chilometri di coste, uno dei
patrimoni ambientali più importanti del Mediterraneo, università, centri di ricerca,
competenze professionali riconosciute in tutto il mondo e una produzione
energetica che in numerosi periodi dell’anno supera il fabbisogno dell’isola,
eppure continua a percepirsi come una terra incapace di amministrare sé stessa,
quasi che il problema risieda nella scarsità delle risorse e non nella scarsità
del potere di decidere come quelle risorse debbano essere utilizzate.
La vera
questione, dunque, non consiste nello stabilire se l’indipendenza costi, perché
ogni forma di organizzazione politica comporta inevitabilmente dei costi, ma
nel comprendere quanto costi la dipendenza, quanto costi l’emigrazione di
migliaia di giovani che ogni anno trasferiscono altrove competenze costruite
grazie agli investimenti pubblici dell’isola, quanto costi uno spopolamento che
svuota paesi, scuole e imprese, quanto costi una pianificazione energetica
nella quale i profitti rischiano troppo spesso di seguire strade diverse da
quelle percorse dai sacrifici delle comunità locali, quanto costi un modello
economico nel quale il valore aggiunto continua a concentrarsi fuori dalla
Sardegna mentre qui rimangono gli effetti ambientali e sociali delle scelte
compiute da altri.
Sarebbe
tuttavia un errore immaginare che basti conquistare la sovranità per risolvere
automaticamente questi problemi, perché uno Stato sardo che si limitasse a
riprodurre gli stessi rapporti economici, gli stessi privilegi e le stesse
concentrazioni di potere esistenti oggi cambierebbe la geografia delle
istituzioni senza modificare la condizione dei cittadini, trasformando
l’indipendenza in una semplice sostituzione delle élite invece che in una
trasformazione della società, ed è proprio per evitare questo rischio che il
sardismo del XXI secolo dovrebbe avere l’ambizione di proporre non soltanto una
diversa forma dello Stato ma una diversa idea di economia, nella quale energia,
acqua, infrastrutture strategiche, porti, reti digitali e patrimonio naturale
vengano considerati beni comuni sottratti alla pura logica della rendita e
amministrati nell’interesse della collettività.
Una
Repubblica sarda moderna dovrebbe trattenere la gran parte del gettito fiscale
prodotto nel proprio territorio, creare un fondo sovrano alimentato dai
proventi dell’energia e delle concessioni pubbliche, investire stabilmente nella
ricerca scientifica, destinare una quota significativa della ricchezza prodotta
all’università, all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione della
pubblica amministrazione e al rientro dei giovani emigrati, favorire la nascita
di cooperative, piccole imprese ad alta tecnologia e filiere industriali capaci
di trasformare nell’isola ciò che oggi viene esportato come semplice materia
prima, perché nessuna comunità diventa davvero libera se continua a vendere
risorse e ad acquistare valore aggiunto.
Eppure,
tutto questo rimarrebbe soltanto un esercizio teorico se prima non si
affrontasse una questione ancora più decisiva, quella dell’unità del popolo
sardo, poiché nessuna trasformazione politica diventa possibile quando una
comunità continua a pensarsi come la somma di appartenenze contrapposte invece
che come una nazione consapevole dei propri interessi permanenti.
Prima di
domandarsi con chi costruire l’unità bisognerebbe infatti trovare il coraggio
di chiedersi che cosa, in realtà, meriti davvero di essere unito, perché la
storia dei popoli insegna che non tutto ciò che può essere accostato deve
necessariamente convivere e non ogni somma produce una comunità, allo stesso
modo in cui nessun grande cuoco ha mai immaginato che bastasse gettare gli ingredienti
dentro una pentola perché da quel gesto nascesse un piatto capace di raccontare
una terra, una cultura e una memoria, essendo vero esattamente il contrario, e
cioè che ogni ingrediente acquista valore soltanto quando viene scelto con
rigore, dosato con intelligenza e armonizzato con gli altri senza perdere la
propria natura.
Forse è
proprio questa la metafora che manca al dibattito politico sardo, nel quale la
parola unità viene spesso pronunciata come se indicasse una semplice operazione
di accumulo, una progressiva addizione di sigle, associazioni, movimenti e
appartenenze destinata, quasi per una misteriosa legge della matematica
politica, a produrre automaticamente una forza più grande della somma delle sue
parti, mentre la vita delle comunità dimostra che gli insiemi costruiti senza
un principio ordinatore finiscono quasi sempre per trasformarsi in aggregati
privi di identità, incapaci di riconoscere una direzione comune proprio perché
nessuno ha mai avuto il coraggio di interrogarsi su quale fosse il fine prima
ancora dei mezzi.
La Sardegna,
invece, possiede oggi un’occasione che raramente si presenta nella storia di un
popolo, perché le grandi mobilitazioni contro la speculazione energetica hanno
dimostrato che esiste già una coscienza nazionale molto più avanzata delle
organizzazioni politiche che pretendono di rappresentarla, dal momento che
migliaia di cittadini hanno saputo riconoscersi senza chiedersi quale fosse la
tessera dell’altro, se provenisse dalla sinistra o dalla destra, dal mondo cattolico
o da quello laico, comprendendo istintivamente che la difesa della propria
terra appartiene a una dimensione più alta delle appartenenze importate dalla
politica italiana.
Chi continua
a immaginare l’unità come la costruzione dell’ennesimo contenitore rischia di
riprodurre proprio quella cultura politica dalla quale il sardismo dovrebbe
emanciparsi definitivamente, perché i contenitori servono a custodire
organizzazioni mentre una nazione ha bisogno di custodire un progetto, e il
progetto della Sardegna non può consistere nella semplice conquista di nuove
istituzioni ma nella costruzione di una società più giusta, più competente, più
democratica e più capace di redistribuire il potere insieme alla ricchezza.
Essere sardisti, allora, non significa aggiungere un’altra ideologia alle
ideologie esistenti, ma liberarsi finalmente delle categorie attraverso le
quali lo Stato italiano ha insegnato ai sardi a leggere sé stessi, comprendendo
che un imprenditore e un operaio, un pastore e un ricercatore universitario, un
credente e un laico, un uomo di destra e uno di sinistra possono continuare a
pensare diversamente su molte questioni senza smettere di riconoscersi nella
priorità assoluta degli interessi permanenti della Sardegna, perché una nazione
matura non cancella il pluralismo ma lo organizza attorno a un bene comune
superiore.
Se davvero
dovrà aprirsi una nuova stagione politica, essa non nascerà dalla fusione di
simboli né dalla costruzione dell’ennesima sigla destinata a consumarsi nella
competizione elettorale, ma dalla capacità di trasformare quella coscienza
popolare già esistente in un progetto di governo fondato sulla sovranità
democratica, sulla giustizia sociale, sulla conoscenza, sulla tutela dei beni
comuni e sulla responsabilità collettiva, poiché il contenitore esiste già e
coincide con la Sardegna stessa, con la sua lingua, con la sua storia, con il
lavoro delle sue donne e dei suoi uomini e con il diritto di un popolo a
decidere del proprio destino, mentre ciò che ancora manca non è l’unità, ma il
coraggio di riconoscere che essa non rappresenta il punto di arrivo del
sardismo, bensì il primo indispensabile strumento attraverso il quale rendere
finalmente possibile tutto il resto.
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