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domenica 15 marzo 2020

Pannolini, il ritorno all’usato sicuro - Linda Maggiori


Il pannolino, come suggerisce il nome, era fin dall’antichità un «panno di lino» con cui le mamme avvolgevano e fasciavano i loro piccoli. Grazie all’introduzione del cotone (Europa, IX secolo), che era un tessuto molto più assorbente, fresco e resistente ai lavaggi, nacquero i «diapers», (letteralmente «quadratini ripetuti»), pezze di cotone piegate a rettangolo e trattenute con una spilla da balia, che poi presero varie forme, dai ciripà con laccetti, ai fitted sagomati.
Fu un ingegnere chimico americano, Victor Mills (dipendente della Procter&Gamble), a inventare nel 1961 i primi «diapers» monouso, in cellulosa e plastica, provandoli sul nipotino. Il successo fu strepitoso. Dopo il marchio Pampers, molte altre aziende lanciarono sul mercato i loro marchi di pannolini monouso. E così, tra i pannolini usa e getta, muoveva i suoi primi passi la «plastic generation». Erano gli anni dell’emancipazione delle donne che, stanche di lavare a mano i pannolini, abbandonarono in massa i ciripà e passarono agli usa e getta.

NEL 1982 L’INVENZIONE DEL GEL super assorbente (SAP), garantì una «tenuta stagna» di ore e ore, mentre i pannolini erano sempre più sottili. Da allora, in sessanta anni, i pannolini monouso letteralmente hanno invaso il mondo: circa un miliardo di pannolini usati e gettati ogni giorno nel pianeta.
Anche se a ben guardare l’esigenza dei pannolini non è mai stata universale: ancora oggi nei paesi più caldi (Asia, Africa e Sud America), moltissimi bambini non indossano pannolini e le mamme ne riconoscono in anticipo i segnali. Una pratica con positive ripercussioni ambientali e di salute, introdotta di recente anche nei paesi occidentali, col nome E. C. Elimination Communication, pratica che spesso si coniuga con l’utilizzo part-time dei lavabili.

SI’, PERCHE’ A PARTIRE DAL NUOVO MILLENNIO i figli della «plastic generation» i giovani genitori di oggi, grazie ad una rinnovata consapevolezza ambientale, stanno riscoprendo per i loro piccoli i pannolini lavabili. Secondo Giorgia Cozza, scrittrice, giornalista, «lo scenario è totalmente cambiato dal tempo delle nostre nonne, oggi il carico di lavoro per le famiglie che usano gli usa e getta è simile a quello delle famiglie che usano i lavabili» (Pannolini Lavabili, Il Leone Verde). Non esistono più solo i ciripà! I pannolini lavabili «moderni» si mettono con la stessa velocità e comodità degli usa e getta, e si lavano in lavatrice insieme ai vestiti.
Nel 2001 è nata un’associazione che si chiama, appunto, Nonsolociripà, ora estesa capillarmente in tutta Italia, è formata da genitori volontari che danno informazioni ed organizzano incontri gratuiti. Nel loro sito (www.nonsolociripa.it) c’è anche un elenco delle «Pannolinoteche» che prestano kit di lavabili e dei Comuni che riconoscono incentivi all’acquisto.
Gli incentivi comunali sono importanti, soprattutto per sensibilizzare le famiglie, ma è giusto dire che anche senza incentivi i pannolini lavabili risultano più economici degli usa e getta. I pannolini usa e getta costano ai genitori dai 1.500 ai 2.000 euro (in 24-30 mesi), mentre per acquistare un kit di 25 pannolini di diverse tipologie (che durano dalla nascita al vasino) compreso il costo dell’energia elettrica, dell’acqua e del detersivo per lavarli, si arriva a circa 600 euro. Ma ovviamente se si riusano con altri figli, o se si comprano usati, il costo scende ulteriormente.

I PANNOLINI SI ACQUISTANO ONLINE O NEI NEGOZI specializzati. «Grazie ai pannolini lavabili si creano posti di lavoro etici» afferma Sara Mandalà, che ha fondato con suo marito Davide nel 2006 Ecobaby.it, un negozio fisico e online. «Noto sempre più interesse, la crescita per quest’anno è circa del 50%». Nascono anche piccole aziende artigianali (come Culla di Teby e Gagolini) dall’iniziativa di mamme che progettano e realizzano i pannolini in modo artigianale, con tessuti naturali ed ecologici, riuscendo così ad inventarsi un lavoro che concili famiglia, lavoro, etica ed ecologia.
Alcune difficoltà si riscontrano però ancora nei nidi: «La possibilità di utilizzo è lasciata alla discrezionalità delle singole strutture» racconta Valentina Buonavoglia, presidente dell’associazione Nonsolociripà. «Ancora c’è poca informazione e quindi resistenza ingiustificata. Abbiamo chiesto che venga fornito dal Ministero della Sanità un protocollo per la gestione e lo stoccaggio nei nidi, speriamo ora in una risposta da parte del nuovo governo».

D’ALTRONDE, COME SEGNALA ENZO FAVOINO di Zero Waste Europe, «si potrebbero istituire dei servizi di lavaggio centralizzato, come ha fatto la Cooperativa ETABETA di Bologna con il circuito Lavanda che, fornendo i pannolini ed assicurandone il relativo lavaggio a costi comparabili con quello degli usa e getta, crea posti di lavoro e assicura sostenibilità».
Ma quanti pannolini servono? «Circa 24 per avere un buon ricambio, il consiglio è dotarsi di kit misti composti da diversi modelli», sottolinea Lavinia Capriati, mamma ed ostetrica marchigiana. E ai genitori che temono di non avere abbastanza tempo per star dietro ai pannolini lavabili, il consiglio è di provare. D’altra parte, anche un solo pannolino lavabile al giorno sono 365 rifiuti in meno in discarica. Rifiuti che per ora sono molto difficili da gestire.
Secondo l’Associazione Non solo Ciripà, infatti, «per ogni bambino nei primi 3 anni di vita vengono usati circa 6.000 pannolini – circa 1 tonnellata – realizzati con petrolio, energia e cellulosa, nonché sostanze chimiche che inquinano le acque per la produzione. Sbiancare la cellulosa degli usa e getta causa l’emissione di diossina nell’aria. I pannolini costituiscono il 20% delle discariche, con forti rischi di contaminazione. Il loro tempo di decomposizione varia dai 200 ai 500 anni. Se vengono bruciati in inceneritori immettono nell’atmosfera diossine, Idrocarburi Policiclici Aromatici e altri inquinanti.

MA COME LAVARE I PANNOLINI LAVABILI? Per ridurre ulteriormente l’impatto ambientale dei pannolini lavabili, si consigliano di fare lavatrici a pieno carico (anche con altri vestiti), generalmente a 40° usando detersivi ecologici e percarbonato (sbiancante e igienizzante naturale), mentre per ammorbidire si può usare acido citrico.
Un ulteriore accorgimento, come sottolinea il chimico Fabrizio Zago, consulente di Ecolabel e fondatore del Biodizionario, è quello di «preferire pannolini lavabili in cotone bio perché quelli in materiale sintetico rilasciano microplastiche, che dallo scarico della lavatrice finiscono poi nel mare, così come qualsiasi altro indumento in fibra sintetica».
Anche Alessandra Bonoli, professore di Ingegneria al DICAM, Università di Bologna, dopo aver condotto uno studio sulla LCA (life cycle assessment) dei vari tipi di pannolini, conferma: «I meno impattanti in termini di emissione di CO2, analizzando altri fattori di impatto ambientale, sono i pannolini lavabili. Seguiti poi da quelli compostabili».

IN COMMERCIO CI SONO IN EFFETTI TANTI pannolini monouso definiti «bio» o «eco», o «naturali» ma non tutti sono compostabili e rispondono ai requisiti della normativa europea EN 13432. Occorre verificare sempre che ci sia il certificato Cic o Ok Compost. «Attualmente – spiega ancora Enzo Favoino – il principale problema è la natura del superassorbente, che non è compostabile. Purtroppo ad oggi non abbiamo trovato pannolini che utilizzino esclusivamente materiali assorbenti di origine vegetale e che quindi siano totalmente compostabili e possano essere tranquillamente lavorati negli impianti di compostaggio».
Sicuramente per la pelle dei bambini i pannolini compostabili sono un alternativa migliore alla plastica.
Ma in ultima analisi, i pannolini lavabili battono tutti.


martedì 5 settembre 2017

La storia infinita dei centri commerciali - Linda Maggiori


Ai piedi del Parco regionale dei colli Euganei, nel padovano, nei pochi chilometri che uniscono Monselice a Due Carrare rischia di aver luogo l’ennesima colata di cemento.Davanti al Castello del Catajo (complesso storico e monumentale), se il sindaco di Due Carrare non saprà opporsi al progetto, sorgerà un mega centro commerciale di 33mila metri quadrati e alto 12 metri. Un centro commerciale perfettamente inutile, visto che a pochi chilometri esiste già l’Ipercity di Albignasego. Ma non basta, nella stessa zona c’è in progetto la creazione della terza corsia dell’A13 per uno sviluppo complessivo di circa 12.25 km che produrrà 130mila metri quadrati di cementificazione in un territorio che ha già dimostrato in modo grave la sua fragilità idrogeologica. Infine, come se non bastasse verrà realizzato un polo agroalimentare a Monselice, nonché altre opere di viabilità conseguenti. Contro queste opere inutili protestano non solo ambientalisti, lanciando una petizione on line, ma anche sindaci dei comuni limitrofi e commercianti che temono ripercussioni al turismo culturale, ambientale e al commercio locale..La creazione dei grandi centri commerciali implica più traffico, più motorizzazione, più strade, più rifiuti. Invece di comprare il pane dal fornaio sotto casa (o di autoprodurlo con la farina del contadino locale), prendo l’auto e vado a 10-20 km di distanza, al centro commerciale. Compro pane che viene da lontano, imballato, industriale. Una volta dentro non so resistere e mi riempio il carrello. Non ne avevo poi così bisogno? Pazienza, tanto ci sono gli sconti, e poi… sono venuta in auto.Il dio della crescita ringrazia. Campi, alberi, acqua, aria, immolati ad esso. È per il lavoro, dicono in tanti. Falso. Per ogni posto creato dall’ecomostro, se ne perdono da quattro a sei nel commercio locale. Inoltre, dovremmo sempre ricordarci questo piccolo dettaglio: in un pianeta morto, non c’è lavoro per nessuno.Più lavoro ci sarebbe se al posto di un centro commerciale si incentivassero i piccoli commercianti, l’artigianato locale, il turismo ecologico e culturale, l’agricoltura rispettosa dell’ambiente,  i mercatini diretti dei produttori. Più lavoro ci sarebbe se si permettesse ai sindaci di convertire i terreni edificabili in terreni agricoli (ma di questo non c’è traccia nel disegno di legge contro il consumo di suolo fermo in Parlamento). Più lavoro ci sarebbe se al posto di nuove strade e autostrade, si incentivasse il trasporto pubblico locale e la mobilità ciclabile e pedonale: ogni milione di euro investito sulla mobilità ciclabile genera infatti dieci posti di lavoro, contro i 2,5 posti nel settore automobilistico (Dumond et alii, 2009; ministero dei Trasporti francese).Ma in Italia si corre al contrario. Ad aprile 2017, quando si scoprì che erano state immatricolate 4,6 per cento auto in meno rispetto all’aprile dell’anno precedente, gli economisti si strappavano i capelli al grido “recessione!”. A maggio 2017 quando furono immatricolate 204mila vetture, ben l’8,2 per cento in più del maggio dell’anno prima, tutti esultarono l’”auto riprende a correre!”. In generale comunque, più auto per tutti sia nel 2016 sia nel 2015. Nel 2016 il traffico su gomma in autostrada è salito del 3,3 per cento rispetto all’anno precedente. Stiamo andando nella direzione giusta, non c’è dubbio.
Quando un settore è in crisi, benché terribilmente inquinante, tutti corrono a sostenerlo. Il caso del cementificio di Monselice è emblematico. Recentemente è passato di proprietà a Buzzi Unicem, che sembra intenzionato a utilizzare combustibili solidi secondari (Css) per abbattere il costo dei combustibili derivati dal petrolio, vista la crisi del settore del cemento (secondo Aitec dal 2008 è stato perso il 60 per cento della produzione). Di fatto, bruciano rifiuti al posto del petrolio. Dalla padella alla brace, sia per l’ambiente sia per la salute.
Di nuovo, il dio della crescita (e il riscaldamento climatico) ringraziano.
La gente per fortuna scende in piazza e protesta. Eppure, protestare e scendere in piazza contro questi ecocidi non basta. Dobbiamo protestare ogni volta che mangiamo, che acquistiamo, che ci muoviamo. Dobbiamo essere una protesta vivente, un’obiezione di coscienza permanente: boicottare i centri commerciali, comprare nei mercati locali, dai produttori diretti, andare in bici, in treno, in bus. Noi cittadini abbiamo un potere enorme. Usiamolo.
Dobbiamo e possiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo (cit. Mahatma Gandhi).

mercoledì 30 agosto 2017

Il caldo siamo noi. Inutile nasconderlo - Linda Maggiori

Nonostante il riscaldamento globale (provocato dai nostri dissennati stili di vita) ci stia letteralmente soffocando, noi continuiamo come prima e peggio di prima. Accendiamo energivori condizionatori che sputano tutto il caldo nell’ambiente, (ovvio che per anziani, malati o disabili è necessario, ma per tutti gli altri è davvero necessario?); sprechiamo quel poco di acqua rimasta riempiendopiscine private o lavando i nostri affezionati e sfavillanti Suv.Andiamo ovunque con l’auto attaccata al sedere, che sia lontano in vacanza, o al bar a 200 metri di distanza, perché non è mica possibile camminare, pedalare, prendere il treno o il bus con questo caldo. Roba da sfigati, poveracci, immigrati africani. Noi siamo gente benestante, lavoratori perbene, e vogliamo sudare e faticare solo in palestra. Poi, visto che in auto con l’aria condizionata si sta davvero bene, anche quando l’auto è ferma, lasciamo il motore acceso e ci godiamo il fresco.
Ieri, girando in bici coi miei figli per le strade di Faenza, in dieci minuti ho visto almeno cinque auto ferme col motore acceso. Dentro, gente che stava beata a guardare lo smartphone o chiacchierare (sarebbe pure illegale, ma chi mai multerebbe dei poverini che inquinano l’aria comune per godere di un po’ di fresco privato? I vigili non sono mica così duri di cuore!).Se il riscaldamento globale è causa nostra, almeno soffriamolo sulla nostra pelle, dico io. E invece no, tutti a spender soldi per ricrearsi un fresco privato e artificiale che riscalda ancor più l’ambiente di tutti. Mi deprimo. Anche ai bimbi vengono i dubbi, mio figlio Giona perplesso mi chiede: “È proprio vero che l’uomo è un essere intelligente? A me sembrano più intelligenti tutti gli altri animali“. Cosa dovrei rispondergli?
Non solo non siamo intelligenti, ma abbiamo perso di vista anche l’istinto di sopravvivenza della specie.I dati sono sconfortanti: il 2 agosto 2017 abbiamo superato il limite massimo di sfruttamento delle risorse del nostro pianeta per l’anno in corso (Global footprint network). Da questo momento inizia il nostro debito ecologico annuale. Debito che inizia ogni anno sempre prima. Venti anni fa questo accadeva l’otto ottobre. In una società razionale e intelligente, il limite massimo di sfruttamento delle risorse dovrebbe ovviamente coincidere con il 31 dicembre di ogni anno. La cosa più triste è che questo sfruttamento intenso e scriteriato delle risorse globali avviene unicamente per sostenere lo stile di vita di appena il 20 per cento della popolazione, quella minoranza che provoca il riscaldamento climatico ma che vuole acqua e fresco a tutti i costi.Uno stile di vita folle e viziato, ma che sembra intoccabile.
Chi chiede un po’ di sobrietà perde voti e consenso. L’esempio dell’acqua è lampante. La siccità morde, i laghi si prosciugano, ma la sindaca grillina di Roma (sbaglio o i grillini un tempo erano ambientalisti?) si oppone fieramente al razionamento dell’acqua. Dopo il classico compromesso, viene ridimensionato sulla carta il disastro ambientale a cui va incontro il lago di Bracciano ma, nella realtà, il disastro resta e il lago si prosciuga. Dice Luca Mercalli, in un’intervista a Famiglia Cristiana (n. 32): “L’emergenza non ci sarebbe stata se da aprile, quando abbiamo lanciato l’allarme siccità, si fosse razionata anche solo di un’ora l’acqua nelle ore notturne. Detto questo, è chiaro che la manutenzione delle tubature va fatta”.
Negli acquedotti romani, infatti, su cento litri immessi in rete, 44 si perdono per strada. Il resto dell’Italia non è messa meglio. Le priorità dovrebbero essere: manutenzione delle rete idrica, depurazione e recupero delle acqua reflue (almeno per l’agricoltura), razionamento dell’acqua, divieto di sprechi, e aumento delle tariffe in modo progressivo, oltre una certa soglia di litri procapiteChiudere infine gli assurdi e stramaledetti allevamenti intensivi, sensibilizzando la gente a ridurre (se non eliminare) carne e latticini dalla dieta. Non fa mai male, infatti, ricordare che per produrre un chilogrammo di carne bovina servono 15.440 litri d’acqua.
Sobrietà e intelligenza, anche nelle costruzioni: la maggior parte delle case (e ci metto anche il nostro piccolo appartamento in affitto) sono dei forni insensati. Il cemento ha un’alta trasmittanza termica. Se il clima è già cambiato, dobbiamo imparare a conviverci. E conviverci vuol dire anche ristrutturare le case con materiali naturalmente isolanti. Ristrutturare dico, e non costruire ex novo (neppure se in bioedilizia), perché di terreno ne abbiamo già consumato abbastanza.

Solo alberi, d’ora in poi, nel suolo possiamo piantare. Per rinfrescarci tutti e sperare in un futuro.