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martedì 4 febbraio 2025

Vaccinazione Covid per bambini e vaccinazione antinfluenzale delle donne incinte - Alberto Donzelli e Patrizia Gentilini


Riteniamo che la decisione di vaccinare contro COVID-19 anche giovani e bambini sia stata una delle scelte più assurde e preoccupanti nel corso della pandemia. Anche altri paesi hanno preso una simile decisione, benché poi, ad esempio la Danimarca, ha chiesto scusa per averlo fatto.[1] Come molte altre decisioni nel corso della pandemia, anche la decisione di vaccinare bambini e giovani è stata presa non sulla base di solide prove scientifiche, ma anzi ignorando pareri contrari qualificati e sotto l’influenza di conflitti di interesse.

In Inghilterra, su The Telegraph,[2] sono emerse clamorose rivelazioni sull’opacità con cui le autorità sanitarie hanno esteso ai più giovani questa vaccinazione. Il Royal College of General Practitioners (GP) (l’organismo professionale del Regno Unito che rappresenta 54.000 medici di base) non ha dichiarato i contributi ricevuti da Pfizer proprio nel periodo in cui sosteneva la vaccinazione anti COVID-19 ai bambini. Nello specifico nel 2021 Pfizer gli ha donato 102.820 sterline britanniche (~121.000 Euro al cambio attuale) attraverso “donazioni e sovvenzioni” e “benefici in natura”, il doppio delle 49.324 sterline (59.560 Euro) che Pfizer elargiva all’organizzazione nel 2020, rispetto alle sole 4.309 sterline (5.133 Euro) del 2019. Ancor più singolare  il fatto che mentre – a settembre 2021 – le autorità sanitarie inglesi raccomandavano con forza la vaccinazione anti COVID-19 ai ragazzi dai 12 ai 15 anni, il Comitato Congiunto per la Vaccinazione e l’Immunizzazione (JCVI),  l’organo ufficiale a ciò preposto –  ha consigliato [3] esattamente il contrario. Grazie a all’associazione di difesa della salute dei bambini UsForThem [4] si sono ottenuti i verbali (poi condivisi con The Telegraph) delle riunioni svoltesi fra Il Royal College e i responsabili della salute pubblica. Dai verbali risulta che l’allora presidente del Royal College of GPs, il dottor Martin Marshall, affermava esistesse un “forte consenso” tra i medici a favore della vaccinazione dei bambini tra 12 e 15 anni e che l’organizzazione si era “consultata ampiamente”. Peccato che, benché fosse stato chiesto a tutti i partecipanti di rivelare i propri conflitti di interesse, nessuno l’abbia fatto, nonostante Pfizer fosse all’epoca l’unico produttore di vaccino COVID-19 autorizzato per i bambini. La fondatrice di UsForThem, Molly Kingsley, ha dichiarato a The Telegraph: “La decisione dell’autorità sanitaria di procedere con la vaccinazione dei bambini, nonostante che il JCVI avesse in precedenza rifiutato di autorizzare un lancio di massa, è stata una delle decisioni più controverse dal punto di vista etico dell’intera pandemia”.

Riportando questa vicenda Children Health Defense [5] ha segnalato come questa sia solo l’ultima di una lunga serie di conflitti di interesse che riguardano consulenti governativi, associazioni mediche, agenzie di sanità pubblica e Big Pharma. “Negli Stati Uniti le organizzazioni professionali, tra cui l’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG), hanno preso 11 milioni di dollari dai CDC [6] per promuovere il vaccino COVID-19 come “sicuro ed efficace” per le donne incinte. Ma anche l’ associazione dei pediatri l‘American Academy of Pediatrics (AAP) [7] incassa centinaia di migliaia di dollari all’anno direttamente dalle aziende che producono vaccini per l’infanzia e altri farmaci, secondo il suo sito web. Ad esempio, Moderna, che produce vaccini contro COVID-19 e virus respiratorio sinciziale; Sanofi, che produce vaccini contro Hib B (Haemophilus influenzae tipo b), DPT (difterite, tetano, pertosse), meningococco e altri, e Merck, che produce vaccini contro HPV (Human papilloma virus), MMR (morbillo, parotite, rosolia), varicella e altri, donano ciascuno più di 50.000 dollari all’anno all’AAP. I genitori italiani avrebbero diritto di sapere come è la situazione nel nostro paese e di essere ben consapevoli che medici e pediatri sono “ricompensati” [8] 

economicamente se raggiungono quote elevate di vaccinazioni fra i loro pazienti: quanto incide questo sul pressante invito a vaccinare bambini e adulti costantemente ricevuto?

E non sarebbe finalmente giunto il momento di aprire un franco confronto scientifico, basato su prove, nel merito di quanto tutto ciò comporta?

Uno scandalo di almeno pari entità è la spinta internazionale a vaccinare con priorità (!) le donne incinte. Nella L.124/maggio 2024 [9] avevo già introdotto il grave problema di tale spinta universale in assenza tuttora di prove da ricerche valide sulla sicurezza. Un “RCT globale“ commissionato dall’Agenzia USA FDA a Pfizer e programmato su 4000 pazienti incinte, è stato lasciato abortire.[10] Questo RCT “in cieco per gli osservatori” (dunque le donne, e chi lo somministrava sapevano se si trattava del vaccino o del placebo…) ha avuto l’arruolamento interrotto a novembre 2021, con sole 348 donne (!), perché quelle selezionate nei paesi partecipanti erano già state vaccinate (!), dunque non più eligibili. Il RCT si è concluso in luglio 2022, ma a oltre due anni di distanza, dove sono i risultati? L’ultimo aggiornamento mostra che le donne trattate (con vaccino o nel gruppo di controllo) hanno partorito 335 bambini. Nella fase in cieco le vaccinate hanno avuto numericamente più vomito o diarrea; la preeclampsia si è avuta in 4/161 vaccinate (2,48%), e in 2/163 nel gruppo di controllo (1,23%); ma nessun risultato raggiungeva la significatività statistica per l’esiguità del campione.

C’è totale dissociazione tra l’assenza di prove da RCT e il ruolo delle Agenzie Regolatorie, e – ancor peggio – di Governi, Servizi Sanitari pubblici, Società professionali… che continuano senza sosta a promuovere la vaccinazione COVID in gravidanza come “efficace, sicura e necessaria”. La vergogna è ancor maggiore per il fatto che almeno uno (o più) ingredienti dei vaccini sono stati considerati cancerogeni negli stessi documenti regolatori presentati dai produttori. [11] Perché non si sono attuati studi di cancerogenicità e di genotossicità su modelli animali prima dell’autorizzazione provvisoria, e studi post-marketing di follow-up del rischio cancerogeno?

Tuttavia non c’è limite al peggio...

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mercoledì 9 giugno 2021

Ai bambini non serve

 “VACCINO COVID? SÌ, MA AI BAMBINI NON SERVE”

Una catastrofe morale: la definizione è del Direttore esecutivo dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Nei paesi ricchi – ha detto – si propone ai bambini e agli adolescenti il vaccino, mentre gli operatori sanitari nei paesi poveri non ne hanno”. E ancora: “In una manciata di paesi ricchi che hanno acquistato la maggior parte della fornitura di vaccini, i gruppi a basso rischio vengono ora vaccinati”. Ghebreyesus esorta gli stati a donare i vaccini non destinati alle categorie a rischio a Covax, un progetto (gestito da OMS e altre organizzazioni) che mira a garantire che i “Paesi in via di sviluppo” abbiano accesso ai vaccini.

Finora oltre 53 milioni di dosi di vaccini Covid-19 sono stati spediti in 121 Paesi e territori partecipanti. Al momento, ha spiegato il portavoce OMS, solo lo 0,3 per cento delle forniture globali di vaccini è andato ai Paesi a basso reddito, che ospitano il 9 per cento della popolazione mondiale. In alcune parti del mondo le persone a rischio potrebbero non essere immunizzate fino al 2024, quindi bisogna destinare i vaccini a chi è più in pericolo piuttosto che ai bambini, il cui rischio di ammalarsi è veramente basso, ha sottolineato.

Eppure, il 19 maggio il ministro Speranza ha dichiarato: “Vaccinare i giovani è altamente strategico ed è essenziale per la riapertura in sicurezza del prossimo anno scolastico”. Tuttavia, da vari studi pubblicati in Italia e all’estero e dagli screening effettuati nelle scuole sappiamo che esse sono uno dei luoghi più sicuri. Si stima che sotto i 20 anni la suscettibilità all’infezione sia circa la metà rispetto a chi ha più di 20 anni. La mortalità tra 0 e 20 anni per Covid-19 corrisponde a 0,17 per 100.000 abitanti, pari a un duecentesimo della mortalità totale stimata per tutte le cause in un anno normale. Il numero di vaccini da usare (NNT) per i bambini è di circa 14.000 per evitare un caso severo di malattia Covid-19 e per evitare un decesso si parla di circa 500’000.

L’autorizzazione condizionata concessa da Ema al vaccino anti Covid per gli adolescenti della fascia d’età 12-15 anni significa che i giovani a rischio o coloro i cui tutori ritengano debbano essere vaccinati, potranno esserlo. I pronunciamenti del Ministero e di molti rappresentanti istituzionali vanno invece nella direzione di condizionare la riapertura delle scuole in presenza solo a una massiva vaccinazione di categorie che sono a basso rischio di infezione e contagio e a rischio trascurabile di morbidità, introducendo un chiaro vulnus democratico. Mai prima la medicina ha chiesto tanto: vale la pena ricordare che i trattamenti medici si somministrano per la tutela della salute individuale, senza poter essere imposti per il solo interesse alla salute collettiva, tanto più nel caso dei minori. Data la bassa incidenza, la bassa gravità della malattia nelle fasce pediatriche e il fatto che le scuole non hanno un ruolo rilevante nella trasmissione del SARS-CoV-2, anche con le nuove varianti, e quindi i limitati benefici che i vaccini potrebbero avere per la collettività, al momento non si vede l’urgenza di vaccinare i giovani, mentre è molto più urgente vaccinare i tanti anziani e fragili che, per diversi motivi a loro non imputabili, non hanno avuto accesso al vaccino o non sono ancora riusciti a prenotarsi sulla piattaforma.

Inoltre, seppur questi dati siano preliminari, nei Paesi dove si è raggiunta un’alta copertura vaccinale (UK, Israele) la curva dei contagi è stata abbattuta anche senza la vaccinazione degli under 16. Al contrario, a fronte di benefici minimi nei giovani, c’è comunque la possibilità seppur remota di eventi avversi conosciuti e comuni, anche se probabilmente in gran parte reversibili.

La vigilanza post-marketing delle vaccinazioni è iniziata da poco; le informazioni su eventi rari ma pericolosi si potrebbero presentare nel corso degli anni.

L’approvazione per uso emergenziale di FDA è basata su circa 1.000 bambini fra i 12-15 anni e quindi le informazioni di sicurezza che se ne possono dedurre non possono escludere eventi avversi rari, con un’incidenza inferiore a 1/500. Sabato 29 maggio l’agenzia regolatoria UE, estendendo l’autorizzazione condizionata al commercio come richiesto dall’azienda farmaceutica Pfizer biontech, ha rilevato che, “visto il numero ridotto di bambini partecipanti allo studio, non è stato possibile valutare effetti collaterali rari”. Nonostante questa incertezza, ha considerato che “i benefici del vaccino Pfizer in bambini di età tra i 12 e i 15 anni superino il rischio, specificamente per i minori che presentano condizioni tali da determinare il rischio di sviluppare un COVID serio”. Non quindi per tutti. Soprattutto quando si parla di obbligo, il bilancio tra rischi e benefici attesi andrebbe stabilito da un’analisi condotta sul lungo periodo, in particolare nei giovani.

Anche solo alla luce di queste incertezze e della peculiarità delle aspettative di vita dell’età pediatrica, il principio del bilanciamento tra valori costituzionali, della salute primariamente come diritto fondamentale individuale (art. 32 co. 1 Cost.) e della valorizzazione del superiore interesse del bambino e dell’adolescente (articoli 3 UNCDC e art. 24 Carta dei diritti UE) impongono di usare una particolare cautela finché non si avrà una conoscenza adeguata delle implicazioni di questa vaccinazione. Tra i rischi dei vaccini anti-Covid ai giovani includiamo il messaggio simbolico comunicato ai ragazzi: fate attenzione perché chiunque può essere un pericolo. Stiamo insegnando ad avere paura dell’altro da sé, ad avere paura della vicinanza, dell’abbraccio, perché l’incontro potrebbe essere in potenza sempre portatore di malattia. Simbolicamente, un fatto grave.

I vaccini contro la Covid-19 effettuati nelle fasce di età adulta stanno riducendo i casi gravi di malattia e la mortalità nella popolazione. La loro somministrazione dovrebbe continuare a proteggere prima di tutto le fasce a rischio, per le quali la malattia può essere grave e letale, inclusi i soggetti in età pediatrica che sono particolarmente esposti a causa di patologie concomitanti.


Referenze

https://www.politico.eu/…/who-chief-vaccination-of…/

https://www.thelancet.com/…/PIIS2352-4642(21…/fulltext

https://www.fda.gov/…/coronavirus-covid-19-update-fda…

https://www.thelancet.com/…/PIIS2589-5370(20…/fulltext

https://blogs.bmj.com/…/covid-vaccines-for-children…/


Sara Gandini, epidemiologa; Daniele Novara, pedagogista; Maria Luisa Iannuzzo, medico legale; Marco Cosentino, medico farmacologo; Maurizio Rainisio, statistico; Raffaele Mantegazza, pedagogista; Ilaria Baglivo, biologa; Maurizio Matteoli, pediatra; Emilio Mordini, psicanalista; Gilda Ripamonti, giurista; Olga Milanese, avvocato; Elena Dragagna, avvocato; Marilena Falcone, ingegnere; Francesca Capelli, sociologa

da qui

 

 

Imparare la lezione o vaccinare i bambini? - Patrizia Gentilini

Lo sconvolgimento che a livello globale il nuovo coronavirus ha comportato ci impone non solo di riflettere, ma di interrogarci sulle possibili soluzioni per uscire da questa crisi planetaria. Fin dall’inizio si è scritto che più che “pandemia” si doveva parlare di “sindemia”, ovvero dell’interazione nefasta di molteplici fattori (sanitari, sociali, ambientali, economici), tutti comunque riconducibili al rapporto predatorio ed aggressivo dell’uomo col resto del Pianeta.

Già in tempi non sospetti autorevoli voci si erano levate denunciando il pericolo sempre più incombente di nuove pandemie e la necessità che il genere umano si impegnasse molto di più “per conservare la natura, preservare i servizi ecosistemici e la biodiversità, comprendendo e mitigando le attività che portano all’emergenza delle malattie”. Di fatto numerosi sono ormai gli studi che attestano come la maggior incidenza e gravità della Covid 19 si registri nelle aree maggiormente inquinate, quasi che da esse si levasse un ulteriore grido d’allarme per farci cambiare rotta. Un ampio studio condotto negli Stati Uniti ha dimostrato che per ogni aumento di 1 mcg/m3 di PM2,5, si ha un incremento di mortalità da Covid-19 del più 11 per cento, dato che, rapportato all’Europa, si traduce in un incremento pari al 19 per cento, e che è ancor più elevato per la Pianura Padana, area fra le più inquinate del continente europeo, e in cui si sono registrate le più elevate mortalità da Covid-19.

Ma non è solo la qualità dell’aria a condizionare la gravità della pandemia: da una ricerca dell’Università di Firenze che ha messo in relazione il numero di casi di Coronavirus con i modelli di agricoltura presenti nelle varie zone del Paese è emerso che nelle aree di agricoltura intensiva si registrano 134 casi ogni 100 km2, rispetto ai 49 casi delle aree non intensive, differenze che si confermano anche considerando i dati demografici.

Ma invece di imparare la lezione che questa crisi epocale ci sta dando ancora una volta sprechiamo l’occasione di ridurre drasticamente l’inquinamento e “fare pace col pianeta” e di fatto si propone come unica soluzione la vaccinazione di massa, addirittura estendendola a giovani e bambini, possibilità questa su cui autorevoli voci contrarie proprio in questi giorni si sono levate.

A questo proposito è stato lanciato un appello dalla Rete Sostenibilità e Salute con cui si richiede la moratoria della vaccinazione anti Covid-19 nei bambini e già sottoscritto da circa un migliaio fra medici e operatori sanitari (all’appello si può continuare ad aderire seguendo le istruzioni che in esso compaiono e l’elenco dei sottoscrittori sarà via via aggiornato).

I bambini sono fortunatamente risparmiati da questa pandemia, non hanno un ruolo rilevante nella trasmissione del SARS-CoV-2, ma rischiano di essere le sue più grandi vittime. I vaccini in uso, infatti, riducono ma non azzerano la trasmissione dell’infezione (con alcune varianti in Israele è stato documentato persino l’opposto), hanno durata sconosciuta ed efficacia ridotta su alcune delle varianti sinora emerse, a oggi non è stata stabilita la necessità e la frequenza di dosi di richiamo e soprattutto ancora troppo poco sappiamo degli esiti a lungo termine di questi trattamenti in organismi che hanno tutta la vita davanti. Perché una sollecitudine analoga a quella che si mostra nel voler vaccinare i bambini per una malattia che fortunatamente non sviluppano non la si dimostra anche nel difenderli dai rischi ambientali e dai comportamenti a rischio?

Confrontiamo qualche numero: dall’inizio della pandemia, oltre sedici mesi fa, fra 0 e 19 anni sono deceduti per Covid-19 26 soggetti, di cui la maggior parte già affetti da gravi patologie. D’altro canto in Italia ogni anno da 0 a 19 si ammalano di cancro oltre 2.400 soggetti e 356 ne muoiono, per non parlare dell’autismo (all’origine del quale ci sono anche fattori ambientali) che riguarda ormai un bambino su 77 fra 7 e 9 anni.

Ma al di là del “celebrare” queste situazioni dedicando ad esse apposite giornate (15 febbraio per cancro infantile e 2 aprile per l’autismo), cosa si fa di concreto? Direi purtroppo ben poco, eppure molto già sappiamo e molte azioni concrete potremmo mettere in campo per la prevenzione primaria sia dei tumori infantili che dell’autismo. Direi che mai, come in questo caso, mi sembra si usino due pesi e due misure, eppure l’imperativo ippocratico “primum non nocere” è un principio basilare per ogni medico e a maggior ragione dovrebbero esserlo anche per ogni provvedimento di sanità pubblica, specie se riguarda ciò che più importante ogni società dovrebbe avere a cuore: i propri bambini.

Più che mai nei confronti dell’infanzia dovremmo impegnarci invece per farli vivere in un ambiente non inquinato, respirare un’aria pulita, promuovendo un’alimentazione sana (ricca di verdura e frutta fresca e secca oleosa, cereali integrali, legumi, e povera di carni rosse e lavorate, bibite zuccherate, cereali raffinati…) e senza residui, nonché di una salutare attività fisica, fattori tutti fondamentali nel preservare le fisiologiche capacità difensive dell’organismo e contrastare non solo contro le infezioni, ma anche il carico complessivo di malattie croniche da cui sempre più sono afflitti.

da qui

venerdì 13 marzo 2020

L’ambiente inquinato è più grave del Covid-19




(Intervista di Francesco Bilotta)


La diffusione del coronavirus come si colloca rispetto alle patologie ambientali? Ne abbiamo parlato con Patrizia Gentilini, medico oncologo ed ematologo, membro di Isde-Associazione di medici per l’ambiente, per fare il punto sulle minacce che incombono sulla nostra salute.

Quale è il suo giudizio su questo virus e sulle drastiche iniziative che cercano di isolarlo e impedire la sua diffusione?
I virus hanno sempre circolato. Questo appartiene alla categoria dei coronavirus e anche se è nuovo non è particolarmente grave. Non sono spaventata. L’80% delle persone colpite ha una risposta blanda e il virus sembra risparmiare i più giovani. Niente a che vedere con la Sars (Sindrome respiratoria acuta), dove la risposta immunitaria al coronavirus era più violenta ed era la stessa risposta immunitaria a produrre i danni maggiori, con liberazione di citochine e una serie di eventi a cascata. Le misure di contenimento sono necessarie per ridurre il numero di persone che vengono a contatto col virus. La letalità si attesta intorno al 2%, un valore non particolarmente alto, ma se i contagiati fossero milioni, allora il numero complessivo di morti sarebbe elevato.

La salute umana è correlata agli squilibri ambientali e questo vale anche per il nuovo coronavirus. In che modo le sostanze chimiche di sintesi e gli inquinanti ambientali possono alterare la risposta immunitaria e facilitare l’azione di virus e batteri?
Tutte le sostanze chimiche che agiscono come interferenti endocrini influiscono sulla capacità immunitaria dell’organismo. Si assiste a una invasione di sostanze chimiche di sintesi (pesticidi, additivi alimentari) e di inquinanti ambientali che hanno effetti tossici e mutageni. I sistemi immunitari più efficienti superano meglio una malattia virale o batterica. Le persone anziane o immunodepresse hanno più difficoltà.

Questa epidemia mette in discussione, ancora di più, il rapporto tra l’uomo e l’ambiente. Gli ecosistemi biologici sono stati profondamente modificati. In che misura le malattie emergenti sono legati ai fattori ambientali?
Le attività umane stanno sconvolgendo gli ambienti microbici e le profonde modificazioni che sono state indotte cambiano anche le modalità di trasmissione e diffusione di virus e batteri. C’è, inoltre una stretta relazione tra inquinamento ambientale (suolo, acqua, aria) e l’insorgenza di gravi patologie. Questo virus è molto potente, nel senso che è riuscito a fermare il mondo, quello che non riesce a fare l’inquinamento ambientale che produce ogni anno nel mondo, secondo l’Oms, più di 12 milioni di morti premature e, di questi, ben 8 milioni sono dovuti all’inquinamento atmosferico. In Italia ogni anno si registrano 80 mila morti a causa dell’inquinamento ambientale e siamo il primo paese in Europa per mortalità dovuta alle polveri sottili. Si sottovaluta il pericolo rappresentato dalle sostanze inquinanti. Si mette in atto una indispensabile mobilitazione per fermare il virus, mentre si adoperano misure palliative rispetto all’inquinamento. Due pesi e due misure che ha gravi conseguenze.

L’area lombardo-veneta, dove sono presenti i principali focolai del virus, è anche quella dove si registrano i tassi più elevati di inquinamento atmosferico e del suolo. Cosa si può fare, una volta superata l’emergenza coronavirus, per affrontare la questione delle malattie legate agli squilibri ambientali prodotti dall’uomo?
Il coronavirus mobilita e riesce a mettere in discussione le nostre abitudini perché scatena paure ancestrali. Attualmente, nei paesi occidentali, il 91% delle morti è causato da malattie non trasmissibili (cardiovascolari, respiratorie, tumori), con l’ambiente che svolge un ruolo decisivo nel favorirle, mentre il 9% è causato da malattie infettive. Le aree più inquinate sono quelle dove si registra la più alta incidenza di patologie. Nella pianura Padana l’esposizione alle polveri sottili e al biossido di azoto rappresenta una emergenza sanitaria. Le concentrazioni hanno raggiunto livelli insostenibili senza che le amministrazioni attuassero misure adeguate. In Veneto c’è una emergenza ambientale causata dall’elevata concentrazione di Pfas (sostanze perfluoro alchiliche) nelle acque sotterranee, superficiali e potabili. Intere comunità sono avvelenate da queste sostanze e una alta percentuale dei residenti nella regione ha valori elevati nel sangue. Facciamo fatica a cogliere la dimensione dei fenomeni, c’è una diversa percezione del pericolo, ma i veleni invisibili meritano la stessa attenzione che stiamo dedicando al coronavirus.

martedì 21 marzo 2017

Che vuoi che sia un po’ di glifosato - di Patrizia Gentilini*

Per l’Europa il glifosato – il noto erbicida della Monsanto – non è cancerogeno. A leggere i titoli di alcuni “grandi” media non è neanche dannoso. In realtà, perfino l’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (tra i cui dipendenti molti hanno lavorato per l’industria chimica…), non solo ha riconosciuto che provoca seri “danni agli occhi” ed è “tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici”, ma ha comunque fornito un parere senza considerare l’esposizione alla sostanza. Al momento della sua immissione sul mercato, ricorda l’ematologa Patrizia Gentilini, il glifosato era stato propagandato come una molecola assolutamente sicura, nociva solo per le “erbacce” che disseccava, immediatamente degradabile, che non comportava rischi di alcun tipo né per l’ambiente né per le persone. Il parere formulato dall’Echa, per altro, ha considerato anche studi (non pubblicati) dell’industria produttrice. Come ha prontamente replicato l’Agenzia per la ricerca sul cancro, questo non inficia la classificazione di “cancerogeno probabile”. Due cose sono certe. La prima: dietro questa molecola (strategica anche per la produzione di Ogm) continuano a muoversi interessi enormi (è l’erbicida più venduto al mondo e in Italia), specie ora che la Monsanto sta per confluire nella Bayer. La seconda: oggi la battaglia contro il glifosato è diventata il simbolo di una lotta più ampia contro l’agricoltura industriale di cui tutti dovremmo occuparci, a cominciare dalla nostra spesa quotidiana

Il 15 marzo 2017 l’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ha dichiarato che il glifosato – il noto erbicida della Monsanto – non è cancerogeno e non provoca mutazioni genetiche, riconoscendo tuttavia che provoca seri “danni agli occhi” ed è “tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici”.
Conclusioni quindi abbastanza simili a quelle cui già l’Efsa nel novembre 2015 era pervenuta dichiarando che “improbabile” che il glifosato fosse cancerogeno. La decisione dell’Echa era nell’aria e non ha quindi destato troppa sorpresa, ma è comunque interessante analizzarla in dettaglio. Va ricordato che al momento della sua immissione sul mercato il glifosato era stato propagandato come una molecola assolutamente sicura, nociva solo per le “erbacce” che disseccava, immediatamente degradabile, che non comportava rischi di alcun tipo né per l’ambiente né per le persone. Già il fatto che ora se ne riconosca una tossicità duratura per l’ambiente acquatico la dice lunga sulle rassicurazioni a suo tempo fornite.
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Del resto è innegabile che glifosato e il suo metabolita Ampa siano le sostanze più presenti nelle acque superficiali e profonde della Lombardia – l’unica regione che sistematicamente le ricerca. Le molecole tuttavia sono ampiamente presenti anche nelle acque di Toscana ed Emilia Romagna dove solo negli anni più recenti sono state ricercate. In Emilia Romagna su venti campionamenti esaminati nel 2016 solo tre rientrano nel limite di 0,1µg/l e le peggiori situazioni si sono riscontrate nel canale Fossatone a Cesenatico  con  1 ,2 µg/l di glifosato e a Ravenna dove l’Ampa raggiunge 6,1 µg/l.
Il recente parere formulato dall’Echa ancora una volta  ha considerato anche studi non pubblicati, non sottoposti a revisione e condotti dall’industria produttrice e – comunque come ha prontamente replicato la Iarc (Agenzia per la Ricerca sul Cancro) questo non inficia la classificazione di “cancerogeno probabile“(2A) del marzo 2016 dalla stessa Iarc.
Inoltre, come ammette la stessa Echa, il parere è basato “esclusivamente sulle proprietà dannose della sostanza. Non tiene conto della possibilità di esposizione alla sostanza e quindi non tratta dei rischi di esposizione”. Questa  affermazione è veramente paradossale perché non può essere considerato rassicurante il fatto che il glifosato non induca in modelli sperimentali il cancro o mutazioni genetiche, senza che sia stata valutata l’esposizione prolungata e “a piccole dose” quale quella cui sono sottoposti non solo gli agricoltori, ma anche i consumatori dal momento che il glifosato si ritrova ormai comunemente anche negli alimenti.
Di fatto sono proprio queste  esposizioni a rappresentare un rischio per la salute delle persone, specie delle frange più vulnerabili quali donne in gravidanza e bambini, che quindi non sono stati tenuti in alcun conto. Non va infine dimenticato che alcuni membri della commissione dell’Echa presentano potenziali conflitti di interesse avendo lavorato anche per l’industria chimica.
Comunque, a parte l’effetto cancerogeno, sono purtroppo molti altri i rischi per la salute umana correlati alla molecola: in particolare nella formulazione commerciale agisce anche come interferente endocrino e può influenzare l’apoptosi in cellule placentari umane. Secondo un altro recente lavoro il glifosato, rappresenta un fattore di rischio anche per la celiachia e numerose altre patologie attraverso modificazioni del microbioma intestinale (in particolare di  lactobacilli e bifidobatteri). Si indurrebbero così infiammazione, malassorbimento, allergie alimentari, intolleranza al glutine, diminuita sintesi di vitamine e acido folico.
Una vasta opposizione sociale è già da tempo in atto contro l’uso di questa sostanza: in Italia è presente da oltre un anno una coalizione di quarantacinque grandi associazioni ambientalisti e anche in Europa l’8 febbraio scorso è sta avviata una Ice (Iniziativa Cittadini Europei) di valore giuridico con l’obiettivo di spingere la Ue a vietarla definitivamente. È necessario raggiungere 1.000.000 di firme nei prossimi mesi in tutta Europa e già oltre 400.000 sono state raccolte. Qui si può sottoscrivere, unitamente agli estremi di un  documento di identità.
Dietro questa molecola si muovono interessi enormi, specie ora che la Monsanto sta per confluire nella tedesca Bayer e non va dimenticato cheglifosato è strategico nella produzione di organismi geneticamente modificati (Ogm) quali mais, soia colza resi resistenti all’erbicida, che quindi può essere usato in dosi ancora più massicce.
La battaglia contro il glifosato è comunque ormai chiaramente diventata il simbolo di una guerra più ampia contro l’agricoltura industriale. Fortunatamente sta sempre più emergendo, anche nella comunità scientifica, la necessità di un nuovo concetto di agricoltura in grado di preservare la qualità dei suoli, la salubrità del cibo e quindi della salute umana.
Anche un altro recentissimo lavoro non solo rafforza questo concetto, evidenziando che la sostenibilità ambientale deve improrogabilmente entrare nel calcolo della sostenibilità delle produzioni agricole affinché questa possa essere considerata attuabile e realistica, ma mette anche in seria discussione la necessità, data per scontata dal mondo scientifico, di dover raddoppiare le quantità di cibo entro il 2050 per garantire alimenti a tutta la popolazione mondiale e da sempre invocata per giustificare l’agricoltura industriale.


* Oncoematologa a Forlì, Patrizia Gentilini fa parte del Comitato Scientifico Isde e di Medicina democratica ed è tra i primi firmatari di questo appello Siamo angosciati. Il grido dei medici.