domenica 18 ottobre 2026

Micro e nano plastiche, il nemico invisibile - Alessandra Sias


“Non bere mai acqua da una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole o si sia riscaldata in macchina”. Parla Dott. Domenico Scanu, Presidente dell’ISDE Sardegna

La plastica è un materiale sintetico entrato a far parte del nostro quotidiano in quanto  leggero, malleabile  durevole e a basso prezzo. Ma diventa un nemico  per gli ecosistemi e la nostra salute nel momento in cui si disperde  nell’ambiente, a seguito del suo deterioramento, sotto forma di invisibili  micro e nano plastiche. 

«Le microplastiche si dividono in primarie e secondarie. Le prime sono fabbricate appositamente per svolgere una funzione specifica e aggiunte volontariamente in comuni prodotti di consumo quali ad es. cosmetici (dentifrici, scrub etc.), paste abrasive, carta e derivati, packaging, fertilizzanti etc. Le secondarie sono frammenti derivanti dall’usura di frammenti più grandi soprattutto per l’esposizione ad agenti climatici e ambientali. Infatti, quando la plastica entra nell’ambiente è esposta a processi fisici (ades. foto-ossidazione, usura meccanica), chimici (idrolisi,ossidazione) e biologici (catalisi enzimatica) che la riducono in pezzi più piccoli, alterando le proprietà del materiale e formando micro e nano-plastiche».

La presenza di microplastiche, con ampiezza che varia 0,1 micron a 5mm,  fu sollevata per la prima volta nel 2004 dal biologo marino Richard Thompson dell’Università di Plimouth che pubblicò  sulla rivista Science il celebre lavoro Lost at Sea: where is all the plastic? Invece, l’esistenza sistemica delle nano plastiche, inferiori a 1 micrometro, è stata teorizzata  nel 2018 con lo studio di Current opinion: what is a nanoplastc di Julien Gigault.

«Gli studi che sono seguiti – spiega Dott. Scanu – hanno messo in luce il preoccupante problema delle micro e nano plastiche a livello globale. La diffusione della plastica in tutti gli ambienti è ampiamente dimostrata. Nell’ambiente acquatico rappresenta la frazione più grande, dannosa e persistente (85%) di tutti i rifiuti. Essa causa danni agli ecosistemi marini e ha effetti letali e sub-letali su tutti gli organismi acquatici, dai grandi mammiferi al plancton, mediante intrappolamento, fame, annegamento, lacerazione dei tessuti interni, soffocamento e ipossia, stress fisiologico ed esiti tossicologici. Nei suoli può alterare la struttura, l’idrologia, la stabilità e i cicli biogeochimici, compresa la produzione agroalimentare e il ciclo dei nutrienti».

Nell’atmosfera si possono trovare micro e nano plastiche (in particolare quelle da 50 m).La deposizione è elevata vicino a fonti urbane e industriali, ma la bassa densità rispetto alla polvere naturale ne facilita il trasporto a lungo raggio. È stato anche sottolineato il possibile ruolo delle microplastiche come vettori per la diffusione ambientale di ceppi batterici antibiotico-resistenti.

La stragrande maggioranza (circa il 70-80%) delle micro e nanoplastiche presenti nell’ambiente è di tipo secondario, ovvero deriva dalla frammentazione e dal lento degrado di rifiuti plastici più grandi (come bottiglie, sacchetti e imballaggi) a causa di agenti atmosferici, sole e onde. I prodotti per la cura personale come cosmetici, scrub ecc rappresentano circa il 2% del totale delle microplastiche.

Le microplastiche possono entrare nel corpo umano attraverso il consumo di alimenti, l’inalazione e l’assorbimento attraverso la pelle e accumularsi negli organi, inclusa la placenta. In generale la via alimentare (acqua, vegetali, sale, pesce, miele etc.) appare la via di esposizione più importante con possibili gravi conseguenze sulla salute.

«La principale via di assunzione – continua il medico – è quella orale. Uno studio dell’Università di Catania ha determinato la presenza di microplastiche in ortaggi (carote, patate, lattuga e broccoli) e frutta sia di filiera biologica sia industriale. Tra i vegetali più “inquinati” troviamo la frutta (mela, pera) in quanto il complesso reticolo vascolare immagazzina e concentra grandi quantità di microplastiche. Pur tuttavia, l’esposizione umana maggiore avviene mediante il consumo di acqua minerale imbottigliata in plastica PET». 

Per la prima volta, l’Università di Catania, ha stimato la reale EDI (assunzione giornaliera stimata) da consumo di acqua minerale imbottigliata in PET, sia effervescente che naturale, con dosi giornaliere di esposizione che arrivano rispettivamente a equivalenti 40,1 g/Kg/peso corporeo/giorno per gli adulti  e 87,8 g/Kg/peso corporeo/giorno per i bambini che sono dunque quelli più esposti. 

«Sono consigliabili – raccomanda il Presidente – quali strumenti di prevenzione all’esposizione, una dieta molto varia e il consumo di acque di rubinetto rispetto a quelle minerali. Mai bere l’acqua di una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole.  Altri vettori sono i frutti di mare e i sali da cucina».

«I potenziali effetti negativi di queste micro particelle – dice Dott. Scano –  riguardano molti organi, con effetto tossico per molti monomeri mentre alcuni sono cancerogeni certi come il cloruro divinile e l’1,3 butadiene, o cancerogeni possibili, come lo stirene.Nei polimeri vengono poi incorporate migliaia di sostanze chimiche (additivi) e molte di queste sostanze sono altamente tossiche, cancerogene, neurotossiche e interferenti endocrine come ftalati, bisfenoli, sostanze per- e poli-fluoroalchiliche (PFAS), ritardanti di fiamma bromurati e ritardanti di fiamma organofosfati».

«La ricerca scientifica e tossicologica evidenzia diverse aree di potenziale rischio per l’organismo come per esempio, uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine ha rilevato la presenza di microplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche delle arterie carotidi. I dati indicano che i pazienti con placche contaminate presentano un rischio più elevato di infarto, ictus o mortalità rispetto a chi non ne ha, probabilmente a causa di una maggiore instabilità della placca e di fenomeni infiammatori locali. Essendo l’ingestione una delle vie principali di ingresso, le microplastiche possono provocare un’irritazione fisica del tratto gastrointestinale. Gli studi evidenziano una correlazione con alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi), un aumento della permeabilità epiteliale e potenziali legami con malattie infiammatorie croniche intestinali. A livello cellulare, l’accumulo di frammenti plastici attiva la produzione di citochine pro-infiammatorie e genera stress ossidativo, inducendo infiammazione cronica nei tessuti colpiti come fegato, reni e polmoni».

«Infine,- conclude il medico  – come ISDE lanciamo un forte allarme sulla protezione dei più piccoli: il periodo più critico è rappresentato dalla gravidanza e dai primi 1.000 giorni di vita del bambino. Le microplastiche sono in grado di superare le barriere biologiche e sono già state individuate nella placenta, nel liquido spermatico e persino nel latte materno. L’esposizione in utero o in età pediatrica può compromettere lo sviluppo degli organi genito-urinari. L’esposizione alle microplastiche è un rischio grave, crescente e sottovalutato per la salute umana e planetaria  e l’ISDE promuove  da anni campagne nazionali contro questo nemico invisibile».

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