Aparicio vanta oltre 150 pubblicazioni e 3.500 citazioni scientifiche. Le sue conclusioni smentiscono le tesi della lobby degli agrofarmaci. E a Ilfattoquotidiano.it denuncia: "Il messaggio che si trasmette è che produrre e comunicare la conoscenza scientifica può avere ripercussioni negative per chi lo fa"
Ha eseguito
una ricerca sulla presenza di veleni agricoli in esseri umani e animali,
nel sudovest di Buenos Aires, coinvolgendo 73 volontari. Lo
studio, iniziato nel 2020, finanziato da fondi Ue nell’ambito del
progetto Sprint, Sustainable plant protection transition, con
l’approvazione dell’Inta, Instituto nacional de tecnología
agropecuaria, ha rilevato la presenza di almeno due pesticidi nel
sangue del 100% dei volontari coinvolti e di glifosato nelle
urine dell’84%. In alcuni test si registra la presenza di decine di fitofarmaci
diversi nell’organismo dei volontari. I veleni sono ovunque, anche nella polvere
domestica, che nasconde fino a 86 molecole chimiche differenti. L’esito non
è piaciuto affatto ai vertici dell’Inta né ai colossi agricoli, i cui
rappresentanti siedono nel Consiglio direttivo dell’ente. E ora Virginia
Aparicio, 53 anni, responsabile scientifica della ricerca, affronta una procedura
di esonero che comporterebbe il licenziamento e l’esclusione da ogni
incarico pubblico per i prossimi cinque anni.
“La mia vita
è cambiata profondamente”, confida Aparicio a Ilfattoquotidiano.it. Dopo
più di vent’anni di lavoro presso l’Inta, affronta una decisione di esonero
dalla pubblica amministrazione vincolata a una ricerca scientifica
internazionale. “È una decisione che compromette il mio percorso professionale
e la mia continuità lavorativa”. L’Inta l’accusa di diverse irregolarità, come
l’aver “scavalcato i superiori” e “occultato informazioni“, ma
Aparicio ha notificato per iscritto ogni singola azione, protocollo e
avanzamento del progetto. Sotto pressione degli agroindustriali, l’ente ha
provato a fermare la divulgazione dei risultati, che invece erano già arrivati
in Europa. Per rappresaglia, l’Argentina si è formalmente
ritirata dal progetto Sprint. Aparicio, già ritenuta la migliore ricercatrice
dell’Inta in materia di agrochimici con oltre 150 pubblicazioni e 3.500
citazioni scientifiche dice: “Temo per il mio futuro lavorativo e
personale. Ma a preoccuparmi di più è il messaggio che, con questa situazione,
viene trasmesso ad altri ricercatori. Produrre e comunicare la conoscenza
scientifica può avere ripercussioni negative per chi lo fa”.
Interpellata
sui risultati della ricerca, Aparicio racconta: “Ho provato preoccupazione, ma
anche un’enorme responsabilità scientifica ed etica. I risultati costituiscono
un’evidente esposizione che occorre indagare, comunicare e tenere in
considerazione nell’attuazione di politiche pubbliche”. E rilancia con una
domanda: “Cosa succede quando i risultati di una ricerca scomodano chi ha
potere decisionale?”. La ricercatrice rivendica perciò “l’indipendenza” della
scienza pubblica nel “porre domande, ottenere risultati e comunicarli, anche
quando mettono in discussione prassi prestabilite e interessi economici”.
La sua
ricerca ha non a caso smentito il discorso ufficiale della lobby degli
agrofarmaci, secondo cui i fitofarmaci sono “strumenti sicuri per l’uomo
e per l’ambiente“, come affermato da Aacrea, Asociación argentina de
consorcios regionales de experimentación agrícola. Tesi sostenuta anche da Sociedad
rural argentina e Coninagro che in Argentina gestiscono la logistica
dell’utilizzo dei prodotti Bayer (già Monsanto) e Syngenta.
“Se invece i ricercatori temono di perdere il lavoro per le loro scoperte si
favorisce l’autocensura. E questo impoverisce tutta la società”, aggiunge.
Aparicio
esorta i colleghi a “difendere la scienza con dignità, indipendenza e rigore” e
alla cittadinanza a “tutelare il proprio diritto alla conoscenza”. È una
questione di principio: “La ricerca finanziata con fondi pubblici dev’essere
posta al servizio del bene comune – osserva – I dati scientifici non
appartengono a governi, imprese e ricercatori. La conoscenza che produciamo è
un patrimonio della società“.
Negli ultimi
giorni, la causa di Aparicio ha riscosso l’adesione di diverse realtà che vanno
da sindacati locali a istituti di ricerca esteri. “La sanzione
massima contro una ricercatrice per fatti prodotti nell’ambito del suo progetto
istituzionale avrebbe conseguenze su tutto il personale e indebolirebbe la
ricerca pubblica”, ha denunciato il sindacato nazionale del personale
dell’Inta. Reagiscono anche la Facoltà di Agronomia dell’Università di Buenos
Aires e la Coordinadora de pueblos fumigados (rete di popoli irrorati)
per i quali la procedura contro Aparicio punta a “ostacolare il diritto
cittadino di sapere chi inquina i territori”. Anche i rappresentanti del
progetto Sprint hanno difeso la trasparenza dell’operato di Aparicio e il
rispetto dei protocolli. “È evidente che ciò che abbiamo trovato non è stato
conveniente per molte persone”, ha commentato a El País la ricercatrice Violette
Geissen, dell’Università di Wageningen (Paesi Bassi) e coordinatrice
generale dell’intero progetto. Il governo di Javier Milei, più volte
interpellato sulla vicenda, resta in silenzio.
Nessun commento:
Posta un commento