In Somalia anche la pioggia può diventare una minaccia. Dopo anni di siccità, raccolti perduti e famiglie costrette a lasciare le proprie terre, l’arrivo della stagione umida rischia di provocare un altro esodo. Secondo una previsione diffusa il 21 ottobre dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), 874.319 persone potrebbero essere costrette ad abbandonare la propria casa tra ottobre e dicembre. Le inondazioni sarebbero responsabili del 92% degli spostamenti previsti.
Quando le precipitazioni mancano, i campi non
producono, gli animali muoiono e i prezzi del cibo diventano insostenibili.
Quando invece arrivano tutte insieme, i fiumi straripano, cancellano i raccolti
rimasti, danneggiano le abitazioni e isolano intere comunità. Per chi ha già
venduto il bestiame, consumato le scorte e lasciato una prima volta il proprio
villaggio, può significare perdere anche quel poco che resta.
La nuova allerta riguarda la stagione delle piogge
Deyr, tra ottobre e dicembre, per la quale il rafforzamento del fenomeno El
Niño fa prevedere precipitazioni superiori alla media. La FAO ha segnalato un
rischio particolarmente elevato nelle aree centrali e meridionali, comprese
quelle attraversate dai fiumi Giuba e Shabelle.
La possibilità di intervenire si scontra con un
ostacolo sorprendentemente concreto: i soldi. L’OIM ha chiesto 16,62 milioni di
dollari per predisporre la risposta alle inondazioni e proteggere più di
517mila persone. Al momento dell’allarme ne aveva raccolto appena il 14,4%.
Significa che oltre quattro quinti delle risorse necessarie mancavano ancora
mentre i livelli dei fiumi cominciavano a salire.
Il rischio di perdere tutto, un’altra volta
Il problema non è soltanto trovare un riparo
temporaneo. Un’inondazione può contaminare i pozzi e rendere inutilizzabile
l’acqua, interrompere i collegamenti con gli ospedali, distruggere sementi e
attrezzi, separare le famiglie dai mercati in cui vendono e acquistano ciò che
serve. Chi vive in un insediamento per sfollati, spesso in alloggi precari e
sovraffollati, ha ancora meno possibilità di difendersi.
I numeri sull’alimentazione mostrano quanto sia
fragile il terreno sul quale si abbatte la minaccia. Secondo l’analisi IPC
pubblicata a settembre, tra ottobre e dicembre 2026 circa 5,4 milioni di somali
potrebbero trovarsi in una situazione di insicurezza alimentare acuta di
livello «crisi» o peggiore. Di questi, 1,5 milioni rischiano condizioni di
«emergenza».
Tra luglio 2026 e giugno 2027 circa 1,92 milioni di
bambini sotto i cinque anni potrebbero aver bisogno di trattamenti per
malnutrizione acuta, inclusi 433mila casi gravi. A Baidoa, dove vivono numerosi
sfollati, gli analisti segnalano perfino il rischio di carestia nello scenario
peggiore, qualora alluvioni estese aggravassero l’isolamento e le difficoltà di
accesso agli aiuti.
Le condizioni meteorologiche, tuttavia, non raccontano
l’intera storia. La Somalia è attraversata da conflitti e insicurezza che
ostacolano gli spostamenti, il lavoro nei campi e l’assistenza sanitaria. Le
famiglie devono fare i conti con prezzi elevati, servizi insufficienti e
finanziamenti umanitari in calo. Un raccolto distrutto pesa molto di più quando
non c’è un reddito alternativo; una strada allagata diventa una condanna quando
non esiste un’altra via per raggiungere una clinica.
Una catastrofe annunciata non dovrebbe essere
inevitabile
Il rischio è conosciuto con anticipo. Le agenzie
internazionali dispongono di previsioni stagionali, monitorano i livelli dei
fiumi e indicano dove preparare vie di evacuazione, acqua potabile, strutture
sanitarie e rifugi. Eppure la macchina della prevenzione rischia di restare
sulla carta perché i fondi arrivano troppo lentamente, o non arrivano affatto.
Al contrario, la ripetizione degli stessi disastri
mostra quanto siano necessari argini, reti idriche sicure, strutture sanitarie
raggiungibili e mezzi di sussistenza meno esposti agli shock climatici. Ma
nell’immediato la differenza tra prepararsi e intervenire dopo può essere
quella tra salvare una famiglia e ritrovarla in un altro campo per sfollati.
La Somalia si prepara così a un’altra stagione nella quale
la natura fornisce la minaccia e le disuguaglianze ne determinano buona parte
delle conseguenze. Per quasi 874mila persone il futuro prossimo potrebbe
significare un nuovo trasloco forzato, senza sapere se esisterà una casa alla
quale tornare. Il mondo è stato avvertito prima dell’arrivo dell’acqua. Se gli
aiuti resteranno insufficienti, non potrà dire di essere stato colto di
sorpresa.
Nessun commento:
Posta un commento