Nel breve lasso di tempo tra la strisciata di una carta di credito – oggi, più frequentemente, un tap – e l’approvazione di ogni pagamento, che si tratti di un caffè o di un’automobile, accadono molte cose, tutte piuttosto complesse. In un istante le informazioni viaggiano tra il POS, la banca e i circuiti di pagamento. I dati provenienti dalle carte vengono sottoposti a controlli incrociati, geolocalizzazione, analisi dei profili di rischio, rilevazione di eventuali blocchi.
Frodi,
truffe, ingegneria sociale: il menù delle minacce è ricco. E se una volta i cracker
erano semplicemente un prodotto da forno, oggi il termine fa riferimento
anche agli hacker malevoli, che si annidano ovunque. E di cui l’intelligenza
artificiale ha moltiplicato i mezzi.
La sede di
Mastercard in Europa si trova a Waterloo, periferia verde di Bruxelles. Quando
chi scrive l’ha visitata, nel marzo scorso, è bastata una manciata di minuti
per rendersi conto che una parola sola domina le menti e le giornate di chi ci
lavora: cybersecurity. Un’ossessione così pervasiva che, quando ci avviciniamo
al tavolo in cui lavorano, i dipendenti si affrettano ad applicare una pellicola
di sicurezza sugli schermi dei propri computer, di quelle che consentono di
leggere solo a chi si trova in asse col monitor. Non si sa mai.
Anche fare
foto non è particolarmente apprezzato nella centrale di comando della sicurezza
informatica della società americana, dove un grande schermo mostra il
planisfero illuminato da LED che si accendono e spengono. Rossi, verdi, blu: il
pericolo può arrivare da uno qualsiasi dei Paesi del globo.
“Alla fine,
quello che cerchiamo di fare è rendere l’ecosistema in cui operiamo sicuro e
degno di fiducia”, spiegava ai cronisti il vicepresidente per le soluzioni di
cybersecurity della Mastercard Rigo van den Broek. E con 174 miliardi di
transazioni gestite nel 2025, lo sguardo della società, il cui quartier generale
è a Purchase (nomen omen) nello stato di New York, deve per forza di
cose mantenersi su scala mondiale.
Per questo,
aggiunge van den Broek, alcuni dei migliori crittografi del mondo lavorano nel
quartier generale europeo, che si trova nella città dove fu sconfitto
Napoleone.
Cosa accade
quando si fa un acquisto con carta
Ma cosa
accade quando si fa un acquisto con una carta di credito? Tutto accade
nel giro di un paio di secondi. Ma lo scambio di informazioni collega tra di
loro data center che si trovano a migliaia di chilometri di distanza.
Quando
l’esercente ha finito di digitare l’importo sul terminale e il cliente avvicina
la carta al lettore, in quel momento si avvia un processo di comunicazione che
trova origine nella tecnologia bellica: come tante innovazioni, infatti, anche
quella che sta alla base del contactless è nata in ambito militare.
Siamo negli
anni che precedono la Seconda guerra mondiale. Il radar era già stato
sviluppato negli anni Trenta dallo scozzese R.A. Watson-Watt, ma il dispositivo
risolveva il problema dell’avvistamento e non quello dell’identificazione. Gli
operatori a terra avevano però la necessità di capire se i velivoli che
apparivano sullo schermo erano nemici o colleghi di rientro da una missione,
differenza che il radar non era in grado di cogliere.
Così, alla
fine degli anni Trenta, i britannici svilupparono un dispositivo di identificazione
automatica chiamato IFF (Identification friend or foe, identificazione
amici o nemici). Fu uno degli antecedenti delle successive tecnologie di
identificazione a radiofrequenza, che poi – una volta perfezionate – diedero
vita a innumerevoli altre applicazioni, spesso molto distanti dall’ambito
bellico. Tra queste, le linguette antitaccheggio dei grandi magazzini e, molto
più tardi, l’NFC (Near-field communication, comunicazione a breve
distanza), cioè la tecnologia che comunemente utilizziamo con le carte
contactless, nata nei primi anni Duemila.
Semplificando,
ecco quindi ciò che avviene ogni volta che facciamo un acquisto. Una volta
arrivati alla cassa e inserita la cifra sul terminale, il dispositivo POS
(Point of sale, punto vendita) dell’esercente emette un segnale a
radiofrequenza, e il campo elettromagnetico attiva il chip presente sulla
vostra carta una volta che questa entra nel suo raggio d’azione. È come se la
tessera si svegliasse grazie a questa energia, e iniziasse a comunicare e scambiare
i dati necessari a identificare la carta e autorizzare la transazione. Può
essere pensato come un badge di ingresso nell’area protetta di un edificio. Le
informazioni sono, ovviamente, protette da sistemi crittografici, per evitare
che malintenzionati dotati di strumenti relativamente semplici possano
intercettarle e riutilizzarle.
A questo
punto, acquisiti i dati necessari, il POS comunica con la banca
acquirente, cioè
l’istituto che gestisce i pagamenti dell’esercente nel cui negozio vi trovate.
La banca acquirente inoltra una richiesta al circuito di pagamento, per esempio
Visa, Mastercard o American Express, che, a propria volta, la inoltra
all’istituto che ha emesso la carta, cioè il vostro: sarà quest’ultimo a
verificare, tra le altre cose, che ci siano fondi o credito disponibili e, alla
fine del processo, ad addebitare l’acquisto.
È in questa
fase che avvengono le verifiche: si controlla innanzitutto che la
carta sia autentica, ma anche che ci siano fondi o credito disponibili e che
non siano presenti blocchi o restrizioni. Tra queste ultime possono rientrare
anche quelle dovute ai regimi sanzionatori internazionali. A questo proposito,
è noto (e triste) il caso della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese,
colpita dagli effetti delle sanzioni imposte dall’amministrazione statunitense
di Donald Trump.
Albanese si
è così trovata esclusa da numerosi servizi finanziari e digitali forniti da
società statunitensi: la giurista è tornata giocoforza all’era del contante e
non può semplicemente rivolgersi a un altro grande operatore americano per
aggirare il problema. Sulla base delle sanzioni statunitensi, infatti, una
società americana che le fornisse determinati servizi rischierebbe a propria
volta conseguenze. Da qui il cortocircuito. Lo stesso meccanismo ha colpito,
tra gli altri, Karim Khan, già procuratore capo della Corte
penale internazionale, e numerosi giudici e funzionari della Corte.
Al di là di
questi casi particolari, i controlli comprendono il riconoscimento di pattern
noti, cioè delle abitudini personali del titolare della carta. I sistemi usano
sofisticati modelli che studiano la storia del cliente e la confrontano con la
transazione effettuata al momento, a partire dalla posizione geografica in cui
l’acquisto avviene (ed è per questo che ancora oggi è a volte richiesto di
comunicare alla banca quando ci si trova all’estero), ma il sistema può essere
allertato anche da transazioni che avvengono in negozi fisici molto distanti
fra loro in un lasso di tempo giudicato troppo breve. Per transazioni di una
certa entità viene inoltre chiesto un codice PIN (personal identification
number, ennesimo acronimo), mentre anche per acquisti di piccolo importo
può essere periodicamente richiesta una nuova autenticazione del titolare.
Se i
controlli vanno a buon fine, l’autorizzazione torna indietro risalendo lo
stesso percorso, fino al POS del negozio in cui state effettuando l’acquisto.
In realtà il denaro non è ancora stato trasferito, ma si è avviato un processo
che condurrà, nei giorni successivi, al pagamento.
“La
sicurezza del processo è garantita da uno standard chiamato PCI/DSS, creato
dall’organizzazione omonima fondata nel 2006 dai principali circuiti
internazionali: Mastercard, Visa, American Express, Discover Global Network,
JCB”, spiega a Guerre di Rete Alessio Pennasilico, membro del comitato
scientifico della Clusit, una delle principali associazioni italiane che si
occupano di sicurezza informatica.
Questi
circuiti internazionali impongono ai soggetti che elaborano, trasmettono e
gestiscono dati relativi alle carte di pagamento l’aderenza a una serie di
requisiti di sicurezza. “Esistono figure che si occupano periodicamente di
controllare il rispetto dei requisiti”, prosegue Pennasilico. In questo modo
viene rafforzata la sicurezza del sistema, da cui dipende direttamente il grado
di fiducia, essenziale per mantenere legati i clienti.
Cosa succede
se la transazione è rifiutata?
I sistemi di
rilevamento delle frodi hanno l’obiettivo di bloccare la transazione prima che
venga completata e diventi difficile – quasi impossibile, se finisce in certe
giurisdizioni – recuperarla. Ma cosa succede se la transazione viene rifiutata?
Va ricordata innanzitutto una cosa: declined è un semplice messaggio, e
non costituisce una spiegazione.
Ci possono
essere almeno quattro ordini di motivi per cui l’acquisto viene rifiutato: il
primo riguarda il vostro conto corrente (per esempio, la mancanza di fondi, ma
anche un conto non più attivo); il secondo ha a che fare con i fattori di
rischio (il sistema pensa di riconoscere una frode in atto); il terzo riguarda
le credenziali (un problema fisico con la carta, che non riesce a fornire le
informazioni necessarie per l’identificazione); il quarto motivo potrebbe
risiedere in un problema di rete.
Nell’ultimo
caso, ripetendo l’operazione è possibile che il problema si risolva, e che la
luce verde, finalmente, appaia. Negli altri, la questione è più complicata ed è
peggiorata dal fatto che non c’è modo di sapere, seduta stante, quale sia il
problema. Un’incognita motivata con la privacy: si vuole infatti evitare che il
commerciante venga a conoscenza di informazioni personali. A questo punto è
necessario mettersi in contatto con la società che ha emesso la carta di
credito. E non è sempre agevole, soprattutto quando ci si trova all’estero o si
ha fretta. Per questo è importantissimo ridurre il numero di “falsi
positivi”.
Non tutto si
può fare internamente. Mastercard, per esempio, si è assicurata una società
specializzata, Recorded Future, nel dicembre 2024. Acquistata per la cifra
considerevole di 2,65 miliardi di dollari, Recorded Future è specializzata in threat
intelligence: cerca – cioè – segnali provenienti da fonti aperte, dark
web e ambienti ad alta criticità (anche criminali) per anticipare le
minacce. A Waterloo assicurano che le informazioni individuate sono condivise
anche con la concorrenza, con l’obiettivo di mantenere alta la fiducia generale
nel sistema.
“L’esposizione
dei dati è il carburante che alimenta le frodi su larga scala”, scrive Recorded
Future nel rapporto Annual payment fraud intelligence report uscito nel
2025. Solo in quell’anno, i dati di 142 milioni di carte di credito sono stati
postati nel dark web (34 milioni meno che nel 2019, -19%). “Ma non tutti i dati
esposti presentano lo stesso livello di rischio”.
Tra le frodi
principali che gli esperti di cybersicurezza tengono d’occhio troviamo le
cosiddette MageCart (crasi tra
il nome del sistema di content management per negozi online Magento, e cart,
la parola inglese che sta per “carrello”): si tratta di script difficili da
rilevare che rubano i dati dei clienti mentre fanno acquisti online. Recorded
Future si spinge a parlare di “malware as-a-service”, per spiegare
quanto sia facile oggi per gli attori malevoli procurarsi a pagamento i ferri
del mestiere.
Anche per
questo gli investimenti in tecnologia e sicurezza sono molto alti, nell’ordine
di miliardi di dollari. “D’altra parte, sono successe più cose negli ultimi
cinque che nei precedenti cinquanta”, chiosava a marzo scorso Luca Gagliardi, a
capo della sezione consulting & analytics per Visa in Italia.
“L’innovazione nei pagamenti è stata velocissima, ma ancora di più lo è stata
l’innovazione nelle frodi, che sono globali”.
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