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giovedì 21 aprile 2022

Un privilegio immeritato - Mauro Armanino

 

Straniero per scelta è un gran mestiere. Passano i Paesi e scorrono i volti incontrati come in un racconto dove i personaggi sono in cerca d’autore. Si confondono talvolta nella memoria che, come sappiamo, è selettiva e immagazzina quanto basta per non perdersi nel mondo del passato. Straniero in Costa d’Avorio, in Argentina, in Liberia e, infine nel Niger, incastonato nel Sahel come una terra di passaggio. Ad essere straniero di adozione non ci si abitua mai, solo si può, a tratti, dimenticare di esserloStraniero e dunque ‘strano’ o meglio, esterno, estraneo, dal latino e dal vecchio francese ‘estrangier. Una collocazione privilegiata perché definita da limiti, margini e frontiere che, com’è noto, si presentano come mobili, nomadi e negoziabili. Mi trovo comunque in buona compagnia perché, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati HCR, l’anno scorso le persone che si sono trovate straniere altrove, spesso senza averlo scelto, ha raggiunto la cifra di 84 milioni. Si formasse un Paese a parte sarebbe il diciassettesimo più grande del mondo, prima dell’Iran o la Germania. Sono cittadino di questo unico Paese da una vita.

Straniero per scelta da undici anni nel Niger mi trovo ad essere, così come negli altri Paesi condivisi prima di questo, un raro privilegio. Anzitutto per il luogo, il Sahel, complesso e proprio per questo affascinante. Il nome significa sponda, riva e dunque margine del più grande mare desertico del mondo chiamato Sahara. Un Paese marginale in tutti i sensi perché, tra l’altro, quasi sistematicamente buon ultimo nella classifica mondiale sullo sviluppo umano. Vivere da marginale in un Paese marginale è il primo privilegio perché è dai margini che, in genere, scaturisce una novità per tutti. Il privilegio è anche legato al momento che si vive, convulso, pericoloso, a tratti minaccioso eppure ricco di profezia perché il mondo nuovo, se verrà, sarà una mescolanza di sabbia e di vento, di terra e di cielo. Le chiese bruciate nel 2015, il rapimento di Padre Pierluigi Maccalli tre anni più tardi e di altre centinaia di persone locali, gli sfollati interni, le carestie che si profilano e la violenza armata che sembra senza fine, lo ricordano a tutti. Ci sono tempi nei quali ciò che si vive è una ‘parabola’ delle contraddizioni del mondo. I migranti che attraversano il Niger questo lo sanno a memoria. Autentico ‘specchio’ del nostro tempo dove circolano denaro e notizie e si bloccano i poveri.

Straniero per scelta e dunque consapevole abitante del Paese numero diciassette nella lista, ci si sente stranieri dappertutto, specialmente a casa propria e tra la propria gente. Strano, esterno ed estraneo come, appunto, uno straniero sa di essere tale quando non lo dimentica. Vive allora, lo straniero, l’esperienza unica della precarietà nell’ ospitalità, provvisoria e sempre condizionato dalla benevolenza di chi lo accoglie. Ciò rappresenta uno svelamento essenziale della nostra condizione umana costitutiva: stranieri residenti in procinto di partire altrove. Il privilegio della fragilità, in cui la sabbia assume un simbolo inevitabile, offre, assieme alla povertà, l’opportunità di uno sguardo sulla realtà che non ha prezzo. Solo coi poveri, a partire da loro e coi loro occhi, imprestati gratuitamente a coloro che si mettono accanto a loro come complici, si distingue la verità nella storia umana la cui chiave è solo da loro custodita. Siamo, nel Niger, il Paese più giovane e più fecondo del mondo, abbiamo figli, contadini, mendicanti, agenzie onusiane, otto rwandesi che nessuno vuole, corridoi umanitari, gruppi armati, cicliche crisi alimentari e matrimoni che durano poco. Rimanere insabbiati qui, un cantiere di umanità in azione, è un privilegio da non perdere anche perchè domani comincia il mese del Ramadan. Una ditta di telefonia del posto propone, via sms, versetti coranici e un’offerta speciale di tre giorni per chi farà in fretta una ricarica del cellulare.

da qui

mercoledì 20 giugno 2018

Quello straniero è il mio dio - Mauro Armanino



L’affermava come un’evidenza. La tradizione del suo popolo lo raccomanda senza ambiguitàMon étranger c’est mon DieuIl Dio è uno straniero oppure lo straniero è lui stesso un dio. Non sapevano della via della seta cinese o delle vicende dell’Aquarius sulla via della Spagna. Seduto come un patriarca su una sedia di ferro, il vecchio Lawali non aveva dubbi in proposito. Lo straniero, il suo straniero, è il suo dio. Un’ovvietà per la quale non c’è bisogno di spiegazione. Chissà che cosa si nasconde dietro uno straniero? Un messia, un razziatore oppure un campione di calcio. Desta timore e ammirazione, proprio come un dio preso alla sprovvista e senza documenti. Uno straniero divino che potrebbe piantare in asso il cielo da un momento all’altro e poi sparire nel mare o nella sabbia del deserto. Proprio dove il Sahel e il Sahara inventano insieme frontiere mobili che creano un paese chiamato di cognome utopia.
C’è poi una signora di Niamey che lo ricorda con un certo rammarico. Qui nel Niger, mormora con un sospiro, ogni straniero è un re. Si tratta dello stesso concetto elaborato dalla sapienza con altre parole. Sarà anche vero ma intanto Agadez e il nord del Niger sono zone di caccia riservata. In Algeria prima si ruba il lavoro dei migranti, poi i loro averi e infine li si deporta nel deserto più vicino. La solidarietà africana non ha limiti e per questo le stesse frontiere cercano di migrare altrove. Un’analoga storia si sviluppa in Europa, in America, in Asia e persino nell’Oceania, che pure di mare e di isole se ne intende. Guerra dichiarata a chiunque si azzardi a prendere sul serio la propria missione divina. Portare contenitori di speranza senza etichette o data di scadenza. L’altro mondo vuole una migrazione concordata, sicura, ordinata e se possibile scelta. Intanto fomenta un’economia, una politica e una guerra permanente che tutto sono meno che ordinati. Impresa impossibile ordinare quanto prima si distrugge, rapina e sfrutta.
’unico dio riconosciuto, in quella porzione del mondo, è il ‘signore del denaro’. Per questo in god we trust, sta scritto sui dollari di colore verde che sono come tute mimetiche. In quel dio si confida e allora tutto e tutti diventano funzione del sistema di accumulazione da spogliamento. Le prime a farne le spese, sono non casualmente le donne. Spogliate, violentate e infine rivendute come mercanzia deperibile. Difficile o forse inevitabile perché dalla colonizzazione in su, donna, terra, risorse naturali e presa di possesso sono un tutt’uno. Una parte del mondo assediata e l’altra in vendita, ecco perché si travestono da dei e arrivano come e quando possono per metterlo sottosopra, ossia finalmente ordinarlo. Sono cacciati, sfruttati financo dall’umanitario che di loro prospera, imprigionati e fatti percepire pericolosi. Ogni giovane che viaggia verso il nord del paese è considerato un potenziale migrante e, se non terrorista, almeno pericoloso e dunque da imprigionare. Potrete tagliare tutto dell’albero e dei fiori ma non fermerete la primavera.
Anche Euripide ci mette la sua quando nelle ‘Baccanti’ del suo teatro sostiene con Dioniso che ogni straniero è un dio. Siamo dunque rei di deicidio, crimine dalle conseguenze non sempre prevedibili. Nell’eliminazione dello straniero si elimina l’estraneità, la stranezza, la possibilità di orizzonti meno scontati, la scoperta della propria dimensione di straniero a se stesso. Quando, come sembra essere stato affermato ai più alti vertici dello stato, che il viaggio è in realtà una crociera, la perdita irreversibile dell’umano non è lontana. Sulla strade, nella sabbia e nel mare ci sono degli dei sconosciuti che, mandati con una missione da compiere, non saranno fermati da nessuno. Con paziente tenacia continueranno a smontare fili spinati e accordi di riammissione. La speranza che con loro e in loro si nasconde è seminata nel mare. Ogni nome perso tra le onde è quello di un dio sconosciuto.
Niamey, giugno 2018