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sabato 20 settembre 2025

Una guerra per distruggere la sanità pubblica – Alberto Capece

 

Ho visto cose… meglio le ho sentite perché un breve viaggio mi ha messo a contato con l’informazione, si fa per dire, a cui milioni di persone vengono esposte  ogni giorno. E dire che c’è ancora chi ha nostalgia della radio, ormai un regno di musicaccia e di minus habens irregimentati che tentano di semplificare le già orrendevoli balle dell’informazione paludata. Mi è toccato così ascoltare non solo i patetici tum tum dei brani, ma anche i tam tam  di governo che si prepara alla guerra o quanto meno fa finta di farlo, così come accade in Francia e in Germania. Ma c’è un fatto strano, del tutto inedito in tutta la storia conosciuta, che mi spinge al sospetto: non si parla di uomini, di addestramento, di strategie, di produzione di armi che non ci sono e che sono invecchiate in pochi anni come un Dorian Gray senza ritratto, ma si pensa di adeguare l’attività ospedaliera ad accogliere vagonate di feriti. E siccome mediamente per tre feriti, c’è un morto sarebbe bene adeguare anche i cimiteri. Ma forse questo è meglio non dirlo: dopotutto parlare di feriti rende tutto più simile a un cartone animato, nei quali ci si può far male, ma comunque non si muore.

Tutto questo è davvero molto strano, anzi complessivamente privo di senso, come del resto gran parte del discorso e della  vita pubblica italiana, dove ormai una qualunque verità è nemica sia dell’uno che dell’altro corno della politica politicante. Se poi si è incatenati a un Paese imperialista che sta perdendo la testa e che trova nei massacri i suoi valori ultimi, si può capire il livello di insensatezza a cui si è giunti. Questo non significa tuttavia che le parole non abbiano un peso specifico e non tendano a qualcosa che viene nascosto dietro la follia. Che questa faccenda degli ospedali pronti per una guerra sanguinosa che comunque nessuno ha la possibilità di fare davvero, si è diffusa troppo in fretta e con troppa coordinazione nel continente per non suscitare il sospetto che abbia un obiettivo ben diverso da quello ufficiale: ovvero di favorire il definitivo smantellamento della sanità pubblica. Se adesso solo pochi raccomandati possono evitare file impossibili per visite, esami e interventi, figurarsi quando gli ospedali dovranno prepararsi ad accogliere gli eroi del futuro conflitto e puntare molte delle loro risorse sulla medicina di emergenza. Dal momento che questi, dico i burattini dei poteri finanziari, hanno tutta l’intenzione di smenarcela per anni con una guerra che non sono in grado di fare, ecco che la conseguenza sarà da una parte una oggettiva diminuzione dei già scarsi servizi efficaci, costringerà ancora più persone a doversi rivolgere alle strutture private e ultimo, ma non ultimo, ci sarà una specie di militarizzazione della sanità che verrà molto utile nel caso  che qualche laboratorio vorrà regalarci una nuova psicopandemia. Presentat arm al nuovo generale virus Taldeitali.

I venti di guerra in questo senso sono utilissimi per preparare la nuova forma di fascismo di cui pochissimi hanno il sentore e men che meno quelli che fanno dell’antifascismo un  mestiere o una facile via d’uscita dalla necessità di pensare.  Lo avevano già preconizzato sia Pasolini e che José Saramago: “Non verrà con camicie nere, né brune, né cose simili. Ma la mentalità fascista sta lì, è tornata. Davanti all’impotenza della democrazia, ormai in crisi. C’è una deriva molto chiara della società europea in direzione dell’estrema destra”. Tale destra, a scanso di equivoci facili e banali, non è certo quella della Meloni o dell’Afd o di altri movimenti che vengono accusati di essere tali in funzione di mere vicende  elettorali. È invece una questione culturale più profonda che ha la sua radice in una concezione radicalmente individualistica e reciprocamente antagonista delle persone: ciò ha permesso di dislocare diritti e libertà da un ambito sociale a quello meramente personale. Così, mentre si perdono i diritti sul lavoro, il diritto all’assistenza sanitaria, alla pensione e alle tutele del welfare, si acquisiscono ipotetici diritti di poter essere ciò che si vuole. Si tratta semplicemente di decorare le sbarre con manifesti colorati. E molti nemmeno se ne accorgono.

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mercoledì 10 settembre 2025

L’estate in cui scivolammo verso il fascismo - Graziano Pintori

 

Come tutte le estati la Sardegna viene trascinata al centro dell’attenzione della cronaca locale e nazionale, in quanto palestra del chiacchiericcio patinato proveniente dalla Costa Smeralda.

Vip televisive che bisticciano con addetti alle pompe di benzina, oppure con “affittaombrelloni” da spiaggia. Inoltre, non mancano le solite dichiarazioni dei personaggi dell’avanspettacolo nazional popolare sul forte legame affettivo con la terra sarda, mentre altri si definiscono, addirittura, sardi, pur essendo circoscritta la conoscenza della nostra isola al perimetro dell’ombrellone dove stanno a meriggiare.

Al di la delle sciocchezzuole che escono da alberghi pentastellati e resort extra lusso, le cronache si sono occupate anche dell’evento riguardante lo spettacolo della star mondiale Jennifer Lopez, che si è esibita a ridosso della mega-fantastica piscina del Cala di Volpe, di proprietà del fondo sovrano del Qatar. Un evento milionario che ha esercitato la selezione di classe dei partecipanti, i quali non devono badare a spese per una serata roboante, e, tanto meno, sentire scrupoli di coscienza verso le povertà, i genocidi in atto, carestie e quant’altro di male provoca l’uomo.  

Intendo non l’uomo in modo generico, ma l’uomo del capitalismo brutale, potente, tycoon tracotante e con la schiena sempre dritta. Ovviamente alla cantante – attrice statunitense nessuna autorità italiana ha chiesto se fosse sostenitrice del tycoon Donald Trump, essendo fornitore di armi a Israele e azionista politico di maggioranza del genocidio che si sta consumando a Gaza. Non solo, è quello che ordina e deporta, a calci nel sedere, gli stranieri poveri residenti negli Stati Uniti verso le frontiere messicane o di altri luoghi provenienza.

Mentre invece nella reggia di Caserta veniva negato al maestro d’orchestra Valery Gergyev, dalle autorità del governo italiano, di esibire il suo talento musicale, perché considerato fiancheggiatore del dittatore Putin, nemico dell’Italia. A parte il fatto che la dichiarazione di inimicizia dell’Italia con la Russia è unilaterale, perché Putin non ha mai dichiarato l’Italia nemica dello stato russo, quando mai Putin ha ordinato ai suoi sgherri di censurare i concerti di Pupo, Albano, Iva Zanicchi e altri cantanti nostrani per non essersi schierati contro la Meloni, sodale con l’Ucraina e fiera esponente della Nato.

Se il Cala di Volpe non è zona franca politica del Qatar, possiamo parlare dell’uso strumentale del governo italiano di pesi e misure diversificate nei confronti delle due star mondiali, Lopez e Gergyev. Tale è la discrepanza di trattamento che diventa impossibile non notare lo scadimento della diplomazia italiana, un atteggiamento cieco, o finto cieco, in quanto al concerto di Jennifer Lopez la presenza numerosa, stando alla cronaca giornalistica, era costituita anche da milionari e potenti personaggi della russia putiniana.

Personaggi, che, evidentemente, possedevano la capacità di obnubilare il senso della vista dei vari ministri dell’interno, degli esteri, della cultura, compresa l’esponente Pd Picierno, favorevole alla censura nei confronti del maestro Gergyev. Questa vicenda estiva non appartiene ai soliti lazzi e sollazzi smeraldini, ma è frutto di un’Italia che ambisce ad imporre una nuova egemonia culturale, quella della destra rispetto a quella della sinistra.

Cioè quell’egemonia che porta con se l’acre odore fascista che si nutre di propaganda con i rumori delle grancasse. Infatti, il governo non si è risparmiato nel promuovere la propaganda su tutti i media a proposito della censura esercitata nei confronti del maestro Gergyev, il quale è stato descritto come se fosse arrivato alla reggia di Caserta non per dirigere un’orchestra, ma per tenere un comizio di esaltazione di Putin, nemico della “nostra nazione”, come dice la Meloni.

Sulla stessa linea della propaganda c’è il caso dello sgombero del Leoncavallo, avvenuto secondo i canoni di una ripresa cinematografica, utile per evidenziare la forza e il decisionismo del governo meloniano. Il tracotante decisionismo, infatti, se ne è fregato degli accordi già in atto tra il sindaco di Milano e gli occupanti del Leoncavallo, che prevedevano lo sgombero dello stabile il prossimo settembre, per essere restituito al legittimo proprietario. Un accordo che denota un atteggiamento pacifico, collaborativo e democratico fra le parti.

Silente, invece, l’atteggiamento degli esponenti del governo nei confronti degli occupanti di un palazzo romano da parte di militanti di Casa Pound, quelli che praticano apertamente il razzismo fascista, organizzano ronde e pestaggi contro gli immigrati. Gli stessi hanno minacciato in caso di sgombero, da parte delle forze dell’ordine, che difenderanno fino in fondo il palazzo occupato. C’è solo da sperare che la loro opposizione non sia quella paventata alcuni anni fa quando preannunziarono “un bagno di sangue”, se si fosse proceduto allo sgombero del manufatto.

Intanto il poliziotto Piantedosi e il basettone della cultura Giuli e tutta la destra governativa continuano a tenere mani e piedi nelle torbide acque dei criminali internazionali  Netanyahu e Almasri, le cui mani grondano di sangue innocente. Tutto questo alla luce della nuova egemonia culturale della destra parafascista.

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martedì 22 luglio 2025

Controllo e censura nelle scuole italiane: segnali evidenti di fascismo eterno - Michele Lucivero

I segnali, abbastanza diffusi e premonitori, erano evidenti già prima, così come i segnali di un fascismo latente erano già manifesti prima nel 1922 nel suprematismo bianco, nel colonialismo muscolare, nel meccanismo repressivo delle opposizioni, nel razzismo biologico. Tuttavia, quei segnali divennero con il passare del tempo sempre più chiari e inconfutabili, ma anche condivisi dalla popolazione intera, intortata ad arte dall’apparato informativo di sistema e da quello scolastico, che lasciavano sempre meno spazio al pensiero critico e divergente.

Analogamente, al giorno d’oggi diventa palese e incontrovertibile il diffuso processo di controllo dell’operato e dell’universo simbolico che si costruisce nelle scuole pubbliche, nonostante questo sia stato messo opportunamente al riparo dalla nostra Costituzione mediante il principio ella libertà educativa e del pluralismo culturale, che non richiedono di prestare giuramenti nei confronti di una qualche ideologia totalitaria, tirannica e antidemocratica.

Questa premessa potrebbe essere anche sufficiente per trasmettere, da docenti ed educatori, la nostra preoccupazione relativamente al clima che da qualche tempo si vive nelle scuole, un clima che provammo a documentare in uno dei momenti più cupi della nostra storia[1], cioè durante le prove tecniche di regime, ma allora c’era la pandemia e l’emergenza sanitaria imponeva di mettere davanti a tutto, anche davanti alla libertà soggettiva di trattamento sanitario, l’interesse collettivo e così con lo slogan di “sorvegliare e pulire” obbedimmo, ci vaccinammo e tornammo a scuola come soldatini, “armati” di disinfettanti, a sanzionare comportamenti che violassero la regola del distanziamento sociale, umano e fisico.

Ma la nostra preoccupazione si è acuita qualche tempo fa, quando un editore poco coraggioso, il bolognese Zanichelli, non ha avuto nulla da eccepire davanti alle intimidazioni del Governo, che ha segnalato l’anomalia in un suo manuale e lui prontamente è ricorso alla sostituzione, al macero, alla rimozione della pagina incriminata. Noi lo abbiamo segnalato su ROARS e poche altre testate hanno avuto l’avventatezza di rilanciare la denuncia.

E, tuttavia, questa pratica di intervenire negli affari della scuola mediante circolari commemorative su ricorrenze imbarazzanti, come quelle sulla celebrazione del 4 novembre, con correzioni revisionistiche, come quelle sulle Foibe, intimidazioni diffuse e sanzioni ad personam, come nel caso di Christian Raimo, sta diventando una pratica abituale. E, allora, come dice Luciano Canfora, in questi casi «è legittimo allarmarsi quando si osservano repliche di quei comportamenti: intimidire l’opposizione con accuse inverosimili, intimidire singoli oppositori con raffiche di querele, metter sotto accusa o delegittimare gli organi di controllo, demonizzare i governi precedenti ventilando “commissioni d’inchiesta” a getto continuo, monopolizzare l’informazione (pronta, per parte sua, all’autocensura), progettare di stravolgere l’ordinamento costituzionale. È un sistema di controllo che potrebbe definirsi “reazionarismo capillare di massa”, facente perno su ceti medi impoveriti, antipolitici e vagamente xenofobi»[2].

Certo, ciò che intendiamo segnalare è che questa volta, a differenza del bolognese Zanichelli, il barese Alessandro Laterza, erede di una storica tradizione antifascista che risale nientedimeno che alla collaborazione con Benedetto Croce, non si è lasciato intimidire e ha sostenuto il lavoro dei suoi autori e delle sue autrici Caterina Ciccopiedi, Valentina Colombi, Carlo Greppi e Marco Meotto, storiche di professione, ricercatrici e docenti, dichiarando «Senza ricamarci troppo: siamo nell’anticamera della censura e della violazione di non so quanti articoli della Costituzione». 

Ora, se nel caso del manuale di Zanichelli ad essere contestato dal Governo era un passaggio in cui l’ONG Human Rights Watch riferiva di una maggiore disposizione all’accoglienza nell’impianto legislativo del Governo Conte rispetto a quello precedente sotto il dicastero di Matteo Salvini, in quest’ultimo caso è abbastanza curioso il motivo del contendere con intento intimidatorio. Ciò che si contesta, infatti, da parte della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli nel volume di storia per il V anno dei Licei, Trame del tempo, è l’attribuzione di una sorta di continuità tra il fascismo e il partito al governo, la cui direzione è affidata a Giorgia Meloni, cioè lo stesso partito al quale la deputata Montaruli, che chiede ispezioni e accertamenti presso l’Associazione Italiana Editori, appartiene.

Insomma, ha davvero del ridicolo questa evidenza autoaccusatoria, se non fosse tragica dal momento che il soggetto dal quale promana è chiaramente incapace di comprendere l’autogol commesso. Basterebbe pensarci un attimo per mettere a nudo il cortocircuito logico e politico in cui si è cacciata l’onorevole. Se, infatti, l’arguta parlamentare si fosse limitata a denunciare l’estraneità del partito guidato da Giorgia Meloni da retaggi fascisti, circostanza ovviamente improbabile giacché viene sbandierata dalla stessa Presidente del Consiglio dei ministri[3], avrebbe semplicemente smentito gli autori e si sarebbe automaticamente collocata lungo una linea difensiva autoassolutoria conforme allo scopo della denuncia a mezzo stampa. E, invece, al contrario, cosa fa l’onorevole Montaruli? Si spertica nell’intimidire in maniera fascistoide degli storici, i quali hanno avuto l’ardire di rilevare il retaggio fascista di soggetti politici che, del resto, rimangono incapaci di dichiararsi antifascisti. Insomma, se intimidisci degli storici per ciò che scrivono; se richiedi che il loro lavoro venga ispezionato, non si sa a quale titolo, dall’Associazione Nazionale Editori; se chiedi che venga svolta una interrogazione parlamentare sul loro operato, è chiaro che si tratta di un atteggiamento fascistoide, rispondente ad alcune di quelle caratteristiche di cui ci parlava Umberto Eco,nel suo Il fascismo eterno[4], in particolare quando il semiologo tra i punti fondamentali dell’Ur-fascismo citava l’avversione nei confronti di qualsiasi critica e la paura della differenza.

Ecco, tutti questi segnali andrebbero pur sempre collocati, non dimentichiamolo, all’interno del quadro tracciato dalle nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo della Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione, proprio quelle in cui la storia subiva un forte arretramento interpretativo di marca chiaramente colonialistica, circostanza, del resto, ampiamente criticata dagli storici e, in particolare, dalla Società Italiana di Didattica della Storia. Non a caso, proprio su questo tema, in un Convegno CESP a Palermo dal titolo Edward W. Said, la cultura dell’anti-colonialismo e la sua presenza nella scuola italiana avevamo provato ad indagare tra la manualistica in dotazione nelle scuole superiori quale fosse quella più incline ad un approccio inclusivo e meno occidentalista e il risultato era assolutamente favorevole a Caterina Ciccopiedi, Valentina Colombi, Carlo Greppi, Marco Meotto, Trame del tempo, Laterza, Roma-Bari, seguito da Andrea Giardina, Giovanni Sabbatucci, Vittorio Vidotto, I mondi della storia, Laterza, Roma-Bari e da pochi altri[5].

Che i tempi siano quantomeno tenebrosi è, dunque, piuttosto chiaro. Se poi a tutto ciò ci aggiungiamo il culto della morte e l’ideologia della guerra, che comporta la lotta contro il pacifismo, giacché «Il pacifismo è allora collusione con il nemico, il pacifismo è cattivo perché la vita è una guerra permanente»[6] con conseguente militarizzazione delle scuole (Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università), allora non si capisce davvero di cosa debba dolersene l’onorevole Montaruli per questa conclamata continuità storica e politica del Governo Meloni, il più a destra della storia italiana repubblicana, con l’Ur-fascismo.

Eppure, proprio dalla storia passata noi docenti ed educatori qualcosa l’abbiamo imparata, cioè abbiamo compreso il ruolo determinante dei professionisti della formazione nel costruire coscienze critiche non solo mediante discorsi e argomentazioni, ma anche attraverso azioni concrete, come il boicottaggio, ad esempio, vale a dire la scelta consapevole di un manuale più indipendente piuttosto che un altro più disposto ad obbedire e prono a sostituire, a censurare, a cassare dietro indicazione del Ministero. Insomma, a fronte di storici, storiche ed editori coraggiosi occorrerebbe altrettanto coraggio da parte della classe docente, per non rischiare di finire come le rane bollite.

di Michele Lucivero pubblicato su www.pressenza.com il 2 luglio 2025


[1] Ci permettiamo di rimandare a M. Lucivero, A. Petracca, Scuola pubblica e società (in)civile, Aracne, Roma 2023.

[2] L. Canfora, Il fascismo non è mai morto, Dedalo, Bari 2024.

[3] Il 23 ottobre 2022 nel discorso di investitura alle Camere, la Presidente Giorgia Meloni afferma: «Vengo da una storia politica che è stata spesso relegata ai margini della storia repubblicana». Opportunamente lo storico Luciano Canfora, egli stesso querelato per diffamazione aggravata ai danni della presidente del consiglio Giorgia Meloni (querela poi ritirata con conseguente dichiarazione di non luogo a procedere ad parte del Tribunale di Bari nei confronti dell’imputato), argomenta che quella storia “relegata al margine” è proprio la storia neofascista del Movimento Sociale Italiano, cfr. L. Canfora, Il fascismo non è mai morto, cit., p. 60-61.

[4] U. Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2019.

[5] Cfr. https://cobasscuolapalermo.com/edward-w-said-la-cultura-dellanti-colonialismo-e-la-sua-presenza-nella-scuola-italiana/ per i video del Convegno e la presentazione analitica della manualistica.

[6] U. Eco, Il fascismo eterno, cit., p. 42.

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lunedì 24 febbraio 2025

‘Ignoranza e potere’, ora è più chiaro? - Antonio Cipriani

Quando otto anni fa apparve su Remocontro questo pezzo, intitolato “L’ignoranza dilagante e la camicia nera culturale”, arrivarono un sacco di critiche. Una in particolare da parte di un collega, decisamente democratico, che mi accusava, sinteticamente, di pessimismo in eccesso. “Le cose non sono così”, diceva. Già, le cose non sono mai così, se le vedi attraverso il filtro conformista mediatico. Fin quando, invece, scopri che le cose sono così. Oggi vi metto in visione quel testo del 2017 invitandovi a riflettere sul contesto nazionale e internazionale attuale. Non lo faccio per polemica, figuriamoci, la rubrica si chiama Polemos. Ma per continuare ad affermare che è il contesto culturale a costruire conoscenze e azioni nella società, o la mancanza di conoscenze e di azioni, quindi il conformismo e l’indifferenza che rappresentano la base di questo nuovo turbo capitalismo fascista tecnologico.

 

Ecco il testo del 2017

Da quando l’ignoranza è diventata una categoria filosofica, o per meglio dire, il terreno preferito sul quale agire nella dialettica? Da quando l’ignoranza e quel non sapere e non capire niente di più complesso dell’etichetta della birra, con la convinzione di aver chiaro tutto, sono diventati valori sui quali essere orgogliosi? Non ho una risposta, mi pongo la domanda, mentre assisto al disprezzo di stampo fascista per tutto quello è identificato come diverso, che vagamente ha un minimo di consapevolezza sociale e culturale. O, per lo meno, un minimo di ragionevolezza, di umanità.

Gli ignoranti non hanno preso il potere, non potrebbero farlo. Però adesso agiscono alla luce del sole, rivendicando ogni forma di stupidità, di becerume, di rigurgito razzista, di aggressività impasticcata. Rappresentano le avanguardie picconatrici della distruzione dei vincoli umani, culturali, ecologici, politici a vantaggio di una visione subumana, fatta di cattiveria, livore, di masochismo sociale e territoriale.

Sono quelli che odiano. Odiano gli umani odiano gli alberi. Detestano il verde e considerano “da intellettuale” non solo leggere un libro, ma proteggere un giardino pubblico dai sacchetti dell’immondizia, o difendere il diritto degli ultimi a esistere e ad avere diritti. Sdoganati dalle urticanti arene televisive, dai media in genere, si sono abbeverati alla narrazione tossica della pappa securitaria, propagano la paura come fosse una diceria da comari. Hanno scoperto il nemico, finalmente. Ora sanno perché i loro figli sono disoccupati, perché il futuro cade a pezzi e perché l’aria infetta delle discariche arriva alle loro finestre.

Ora che hanno capito, con i loro forconi, con il fez o con i nickname sui social, rabbiosi e avvelenati, sono scesi in campo per questa rivolta. Hanno scelto. E clicca qua clicca là si sono schierati al fianco di chi deturpa, di chi violenta, di chi inquina, di ogni forma di sopraffazione del forte sul debole, dell’uomo sulla donna. Sempre dalla parte del padrone, come cani da guardia con i denti di fuori, a difendere gli interessi di chi nei decenni li ha resi più poveri e schiavi, sicuramente senza speranze né redenzione.

L’ignoranza non ha preso il potere, dicevo prima. Ma come è accaduto per il fascismo, rappresenta il tappetino dove il potere può poggiare i piedi senza sporcarseli. Ci pensano gli schiavi a combattere per spezzare ogni opposizione, ogni resistenza, ogni dialettica civile. Brutti, sporchi e cattivi e al servizio di un’idea di società che preveda meno diritti (e neanche uguali per tutti), ricatti come fossero dogmi e tanta tanta bruttezza. Obbedienza ottusa a comportamenti di massa spregevoli, sui social come sulle spiagge, nelle città del turismo dove la declinazione ovvia del pianeta ignoranza è il viaggiare senza rispetto. Gonfi di quel senso di onnipotenza che viene dal pensare di avere fatto il pieno dei diritti senza occuparsi manco un minuto dei doveri verso il prossimo.

Scrivo sull’ignoranza come paradigma. Non ci sono riferimenti politici né nostalgie di passato. Anche perché credo serva una coscienza civile accesa, resistente e attiva tra i cittadini pensanti, che impedisca ai nostri figli di finire sotto gli influssi mediatici e politici di un fascismo anche peggiore: razzista, xenofobo, da paura e stupidità. Ma anche allegro, modaiolo, disinvolto e arrogante, che ama i ragazzetti clonati tatuati ciondolanti con le birrette in mano. Precari, alla moda, trasgressivi e succubi.  Cioè l’altra faccia della medaglia: da una parte l’incattivito utile, dall’altra lo schiavetto creativo contento, alla moda e metropolitano. Due aspetti della subalternità culturale inaccettabile che priva di senso critico e getta le basi per la resa finale.

Che fare quindi? Reinventare. Non rassegnarsi di fronte alla congiura dei mediocri che hanno occupato giornali e istituzioni, al dilagare dell’ignoranza come codice di potenza dialettica, al qualunquismo creativo e trasgressivo metropolitano. La storia ci insegna che anche quando tutto sembra perduto, esiste una possibilità di ripensare e individuare modi e culture proprie, rovesciando quelle egemoniche, globalizzate e terribili che sembrano invincibili. Cura e attenzione come forme di generosità, fuori dalle mode, spogliandosi dei goffi abiti che vogliono farci indossare a forza e che ci rendono ridicoli. Eticamente, esteticamente, come esseri umani, come figli e nipoti di chi ha dato il sangue per conquistare libertà e diritti.

Un giorno, quando i nostri pronipoti leggeranno dell’inciviltà di questo tempo scintillante e codardo dovremmo poter essere almeno ricordati come quelli che si opposero, che fecero la loro parte per coltivare cultura e non indossarono la camicia nera culturale – nonostante gli evidenti vantaggi immediati –  perché preferirono di no.

La via della sapienza è oscura e lastricata di misteri. Solo chi procede senza sapere, alla scoperta passo dopo passo, potrà cogliere il miracolo. Tutti gli altri si muovono appesi ai fili, come marionette delle certezze assolute, convinte nella bruttezza di aver visto la luce.

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martedì 11 giugno 2019

Il fascismo come ideologia dello stupro - Sara R. Farris



Hanno ragione le femministe a sottolineare che lo stupro di Viterbo, com’è stato ormai denominato dai media – non andrebbe spiegato invocando il colore politico dei due stupratori accusati, Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci . «Uno stupro è uno stupro, abbiamo detto ogni volta che, da destra, si legava una violenza sessuale al colore della pelle o alla cultura dell’uomo che l’aveva commessa» scrive Ida Dominijanni a commento dei fatti di Viterbo. Lo stupro non è appannaggio di nessuna classe sociale, appartenenza politica o etnia/nazionalità. È «l’ossessione del possesso» e della proprietà del corpo della donna, che muove gli uomini, a tutte le latitudini, a stuprare e uccidere le donne. E come le statistiche mostrano da tempo, gli stupratori nella maggior parte dei casi sono amici, parenti, fidanzati, mariti, ex, in sostanza uomini con cui le donne si sentivano al sicuro.
Tuttavia, il fatto che i due stupratori fossero due noti fascisti locali va sottolineato con forza. Non per dimenticare la realtà di fatto per cui nessuna ideologia politica o comunità di uomini è esente dalla possibilità della violenza sessuale (sappiamo bene che anche gli uomini di altri orientamenti politici stuprano le donne), ma per comprendere in che misura il fascismo nello specifico sia anche una pericolosa ideologia dello stupro.
Ci sono due ragioni fondamentali per cui ritengo che il fascismo come ideologia giustifichi lo stupro: 1) Il mito fascista del maschio straniero predatore sessuale è una forma di razzializzazione del sessismo e di «falsa proiezione». 2) L’odio fascista nei confronti della donna non-conforme (variamente etichettata come puttana, troia, e così via) è, alla fine dei conti, apologia dello stupro.

Fascismo e razzializzazione del sessismo
Il fascismo ricorre sempre al binomio straniero stupratore/donna vittima per alimentare il razzismo nella società. Si tratta di quello che alcune studiose femministe in Francia (Christelle Hamel, De la racialization du sexisme au sexisme identitaire, “Migrations Société: Femmes dans la migration” 17, 2005) e negli Usa (Angela Davis, Donne, Razza e Classe, Alegre, 2018) hanno chiamato razzializzazione del sessimo, ossia l’idea che il sessismo sia appannaggio degli immigrati, degli uomini non-occidentali, musulmani, in una parola: degli uomini razzializzati. Non a caso la bacheca Facebook di Francesco Chiricozzi mostrava un vecchio manifesto coloniale del Ventennio in cui un uomo africano abusava sessualmente di una donna bianca. Ai tempi del colonialismo italiano così come oggi, il messaggio rimane lo stesso: «Maschio italico, sveglia! Lo straniero, l’immigrato, il musulmano, sono tutti una minaccia per le tue donne. Tienilo lontano!».
La pubblicazione del manifesto fascista su Facebook, infatti, era corredata da frasi del tipo «La prossima Pamela, la prossima Desirée potrebbe essere tua figlia, tua moglie o tua sorella» a rammentare casi ormai noti di cronaca nera in cui donne italiane sono state violentate da immigrati. Nell’enfatizzare la nazionalità dello stupratore, ogni volta che si è trattato di uno straniero piuttosto che di un italiano, i media non hanno fatto altro che portare acqua al mulino della propaganda di destra che propone l’equazione tra maschio straniero e minaccia sessuale. E si tratta di un’equazione politicamente potente in tempi di femonazionalismo e neo-fascismo rampanti, perché fa leva su un mito che è fortemente radicato nell’inconscio collettivo e che invita le donne, e la nazione tutta, a guardarsi le spalle dall’uomo non-nativo. Proprio sul mito dello straniero predatore sessuale le varie destre, negli ultimi anni, hanno costruito un’immagine di sé come difensori dei diritti delle donne – non solo le donne italiane ma, in una certa misura, anche le donne straniere e musulmane, tutte assurte al ruolo di vittime inerti di fronte alla voracità sessuale del maschio straniero.
Quando un fascista stupra, allora, non si può solo dire che stupra perché è un uomo impregnato di mascolinità tossica (per quanto questo sia naturalmente vero). Si deve anche sottolineare la menzogna fondamentale su cui il fascismo si fonda, ossia l’idea che le donne sarebbero più sicure con i fasci al potere a difenderle dall’invasore (leggi stupratore) straniero. Si tratta di una menzogna politica fondamentale perché la «supposta» protezione della donna rappresenta la mistificazione ultima del fascismo.
È per questa ragione che l’attribuzione da parte fascista del sessismo alle minoranze razzializzate, non è altro che una «falsa proiezione», per dirla con Adorno e Horkheimer (Dialettica dell’illuminismo, Einaudi 2010). Una «falsa proiezione» è quel meccanismo che fa in modo che una comunità (di solito quella maggioritaria) proietti su una minoranza razzializzata alcuni aspetti della propria «cultura» che la comunità cerca di occultare anche a se stessa. In altre parole, se il fascismo attribuisce sessismo e misoginia alla comunità maschile straniera, lo fa anche per proiettare su quest’ultima il proprio odio per le donne.
Ma perché le donne sono così importanti per il fascismo?

Il fascismo odia le donne
Per comprendere perché il fascismo si proponga come regime di difesa delle donne e perché queste sono così importanti, bisogna andare al cuore dell’ideologia fascista che è fondamentalmente imperniata sulla fedeltà alla «comunità immaginaria» chiamata nazione. Il fascismo è esaltazione della nazione, delle fantasmagorie tribali, dei legami di sangue e di stirpe.
Le donne sono centrali per il progetto nazional-fascista perché sono le riproduttrici biologiche della nazione. Non a caso tutte le ideologie fasciste insistono non solo sull’importanza della purezza della «razza», intimando contro le unioni multi-etniche, ma anche sulla fertilità, chiedendo alle donne «native» di fare più figli. Il fascismo perciò non è interessato alle donne in quanto soggetti individuali, quanto ai corpi delle donne come incubatori della «razza» pura che garantiscono continuità alla tribù-nazione. Come ben scriveva Tamar Pitch «la nazione ha molto a che fare con le donne, ma niente con la loro libertà»
Perciò tutti i fascismi promuovono campagne contro l’aborto e ambiscono a dominare il corpo delle donne, negando loro l’autodeterminazione che «si fonda precisamente sulla possibilità e capacità di disporre [del proprio corpo], della propria sessualità e fertilità». A spiegarlo è ancora Ida Dominijanni nello stesso articolo succitato: «L’ossessione del possesso della ‘propria’ donna, unitamente alla visione della donna come sentinella della ‘propria’ stirpe, è organica all’ideologia sovranista delle ‘nuove’ destre montanti». In altre parole, per il fascista la donna (il suo corpo) è proprietà dell’uomo che ne dispone a suo piacimento per il «bene» della nazione. È per questa ragione che il fascismo non può tollerare la sessualità libera che concepisce come promiscuità pericolosa e le donne che la esprimono come puttane. I testi delle canzoni degli Hate for Breakfast – la banda musicale di riferimento di Casa Pound– esprimono in modo cristallino l’odio fascista per le donne. «Donna cesso! Feticcio sessuale! Prendi più cazzi!». Recita il testo di Donna cesso.
«Sono sessista e ne vado fiero, E tu per me resterai sempre una puttana da due lire!», insiste un’altra canzone.
Non è goliardia da quattro soldi, è il distillato puro e onesto dell’ideologia fascista come misoginia all’ennesima potenza. Ed è proprio questa misoginia profonda che, in ultima analisi, giustifica lo stupro. Il caso del simpatizzante di CasaPound che urla alla donna Rom con in braccio il suo bambino «Ti stupro, troia!» è la conseguenza logica della misoginia fascista, così come lo è il tentativo dei camerati di CasaPound di difendere i due stupratori di Viterbo, piuttosto che la donna vittima della loro brutalità.
Bisogna chiarire un aspetto centrale. Come ho scritto in precedenza non si può mai condannare un’intera comunità etnica/«razziale» quando uno dei suoi membri commette uno stupro. Quest’ultima infatti è composta di individui che appartengono a classi sociali opposte, che posseggono livelli di educazione, convinzioni, aspirazioni, orientamenti sessuali troppo diversi tra loro per consentire generalizzazioni di ogni sorta. Perciò le azioni di uno dei suoi membri non possono essere attribuite alla collettività nel suo complesso proprio perché quest’ultima è troppo disomogenea. La nozione stessa di comunità etnica/«razziale» è, infatti, problematica nella misura in cui gli individui che la compongono non scelgono di appartenervi.
Per contro, quando è il membro attivo di una comunità politico-ideologica a commettere uno stupro ci dobbiamo domandare se quella stessa comunità politico-ideologica – necessariamente più omogenea della comunità etnica/«razziale», non foss’altro che in ragione delle convinzioni comuni che ne spingono le componenti individuali all’affiliazione volontaria – non contenga i germi della misoginia nel suo Dna, se essa semini o meno l’odio per le donne e se, perciò, possieda o meno gli strumenti teorico-ideologici per contrastare la misoginia quando questa si presenta tra i suoi ranghi. È qui che la possibilità di fare di tutta l’erba un fascio nel caso dello stupro fascista diventa una generalizzazione legittima. Il fascismo non possiede gli strumenti teorico-ideologici per criticare lo stupro perché incita all’odio per gli uomini stranieri che concepisce come avversari sul campo del possesso esclusivo del corpo delle donne; incita all’odio per le donne che considera fondamentalmente come puttane; e incita all’odio per la loro sessualità libera e consapevole, che considera una minaccia contro la riproduzione della nazione.

(Sara R. Farris, Senior Lecturer in Sociologia presso la Goldsmiths-University of London, è autrice tra l’altro di In the name of women right (Duke University press).)