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martedì 1 settembre 2026

Una risposta a Il Post: davvero i sardi si sono stancati del turismo per ricchi? - Alessandra Saiu e Federica Marrocu

 

Un articolo pubblicato su Il Post qualche giorno fa, intitolato: “I sardi si sono stancati del turismo per ricchi”, è stato accolto sui social da commenti di continentali preoccupati dal fatto che “i sardi dicono di no a tutto, di cosa vogliono campare?” e che non capiscono le lamentele visto che il turismo “porta ricchezza e posti di lavoro”.

Chi parla e con chi? 

Un giornale italiano che partecipa all’organizzazione del sapere con una prospettiva focalizzata su un pubblico che si vorrebbe ampio, ma non si interroga prima di trattare quella che non si percepisce neanche come una realtà subalterna. Questa è la prima deviazione di uno sguardo portatore di privilegio e di potere. Parla della Sardegna al lettore italiano senza in realtà dare chiavi di lettura e reiterando dinamiche di oppressione. 

Il Post è un giornale ritenuto progressista, che adotta uno stile neutrale (apparentemente) nel suo essere analitico e quasi didascalico. In realtà qui si capisce bene che non basta lavorare sul linguaggio se il punto di vista non viene sottoposto a una doverosa verifica della presenza di eventuali bias. Questo articolo sembra (e magari negli intenti è così) voler dare spazio alla protesta sarda ma rivela una prospettiva distorta e superficiale sulla Sardegna data dalla scarsa conoscenza e dalla (molto grave visto che si posizionano come neutrali) inconsapevolezza di stare parlando di un contesto subalterno e marginalizzato.

La protesta sul resort viene ricondotta a una più ampia protesta senza definirla. Il soggetto implicito è un osservatore esterno che arriva in Sardegna e interpreta ciò che sta accadendo per spiegarlo ai continentali senza dare loro strumenti reali di comprensione del contesto. Da quando semplificare e banalizzare sono sinonimi?

L’articolo porta come esempio di questa presunta crociata sarda contro i ricchi la protesta a Lu Fenosu. Nell’articolo si legge: ”Cala Finanza, o Lu Fenosu, come viene chiamata in sardo, si trova nel comune di Loiri Porto San Paolo, in provincia di Gallura Nord-Est.” Sembra una frase neutra ma non lo è: le lingue e i nomi dei luoghi sono dispositivi di sguardo e di potere. Siamo di fronte al meccanismo dell’occupazione simbolica esercitata a danno della cultura sarda. Il toponimo italiano è presentato come “IL nome del luogo”, mentre quello locale viene presentato come una denominazione alternativa. Inoltre si cancella la specificità della lingua che si parla nell’area della Sardegna interessata, ovvero il gallurese.

Si parla poi della presenza di attivisti ambientalisti, ignorando il tessuto molteplice dei comitati sardi che non sono “semplicemente” dediti alla difesa ambientale, ma che da decenni si mobilitano per proteggere la Sardegna da investimenti esterni di dubbio valore economico e sociale, oltre che ambientale. Questi comitati, inoltre, non si riducono a Surra, che ha una sua linea ben distinta da quelle di altre associazioni. La realtà sarda è complessa e meriterebbe più attenzione nella sua descrizione. 

Dopo aver riassunto brevemente (e forse un po’ superficialmente) quanto accaduto a Lu Fenosu, l’articolo prosegue: “Le proteste contro il resort si sono sommate a rivendicazioni molto più radicate ed estreme: quelle per la tutela di tutto il territorio sardo dall’eccesso di turisti, yacht e alberghi di lusso […]”

In questa descrizione le lotte per l’emancipazione sono svuotate delle cause storiche e strutturali alla base delle rivendicazioni di una parte della società sarda. Nel definirle “estreme”, il discorso egemonico definisce ciò che è “ragionevole” (protestare contro l’iperturismo) e confina le istanze indipendentiste nell’alveo del radicalismo e dell’irrazionale. 

Nell’articolo, inoltre, le frasi in lingua sarda, slogan politicamente connotati come l’espressione “a foras”, che si lega ad esempio alla lotta antimilitarista e che farebbe emergere l’intersezione tra le rivendicazioni sarde, vengono virgolettati e isolati, atteggiamento rivelatorio del condizionamento orientalista della creazione dell’altro da sé. Barbaro, incivile nella misura in cui non si integra, si autoafferma secondo il principio della diversità linguistica, legittimata solo quando intrattiene.

Cosa scatena “l’estremismo e la radicalizzazione” di questi attivisti?

L’impatto antropico sull’isola si concretizza in consumo di suolo e trasformazione delle coste: hotel, seconde case, villaggi turistici, porti, strade e parcheggi aumentano l’urbanizzazione delle zone costiere. Questo frammenta e modifica habitat naturali e paesaggi; 

consumo di acqua: in una delle regioni a maggior rischio di desertificazione in Europa il problema è rilevante. La pressione turistica si concentra in estate, quando l’acqua già scarseggia. Piscine e strutture ricettive aumentano lo stress idrico; 

produzione di rifiuti e acque reflue: nei comuni turistici la popolazione può aumentare enormemente durante l’estate (ad Alghero nel 2023 si sono registrati 373.767 arrivi turistici e 1.594.558 presenze, a fronte di una popolazione di circa 40 mila abitanti). Questo contribuisce a produrre ingenti quantità di rifiuti e mette sotto pressione depuratori, reti fognarie e sistemi di raccolta pensati per una popolazione residente molto più piccola. Quest’estate circa venti comuni hanno interrotto la raccolta della plastica perché i centri sono saturi e la stagione particolarmente calda, col conseguente consumo di bottigliette d’acqua, probabilmente non ha aiutato. Senza contare l’attuale sistema di raccolta porta a porta dei rifiuti che può favorire l’abbandono degli stessi lungo le strade; 

emissioni di CO₂: una parte significativa dell’impronta climatica deriva dagli spostamenti. Per raggiungere un’isola sono normalmente necessari aereo o traghetto, ai quali si aggiunge spesso l’utilizzo dell’automobile durante il soggiorno. Cara RAS come va con i voli interni? 

pressione sugli ecosistemi marini e costieri: l’elevata presenza sulle spiagge, il calpestio delle dune, gli ancoraggi e le attività ricreative possono danneggiare habitat sensibili come le praterie di Posidonia oceanica, le “schifosissime alghe” che sono in realtà una pianta fondamentale per la biodiversità e per la protezione delle coste dall’erosione: sono utili anche da secche, perché è la loro stratificazione con la sabbia che ci permette di avere delle spiagge, nonostante ogni anno si ripresenti la questione del “sono un cattivo biglietto da visita per i turisti, vanno ripulite”. La natura ha un suo equilibrio che non necessita alcuna pulizia, semmai di manutenzione, come accade(va) per la legna nei boschi o l’erba secca nei campi per ragioni di sicurezza. La questione Posidonia è meramente estetica.

perdita di biodiversità e disturbo della fauna: la presenza di grandi quantità di persone, imbarcazioni, traffico e rumore in aree naturali disturba specie terrestri e marine e contribuisce a degradare habitat vulnerabili. Quest’anno abbiamo visto parecchi video social di cinghiali e volpi che si avvicinavano alle spiagge e ai bagnanti, alcuni persino nutriti come animali domestici.

Infine, c’è  il problema dell’impatto concentrato maggiormente negli stessi luoghi e negli stessi periodi.

L’accanimento contro gli yacht è causato dall’invidia per i ricchi?

Nel periodo giugno-settembre 2025, il sistema Pelagus della Guardia Costiera ha rilevato 3.114 yacht unici, per un totale di 93.450 rilevazioni di navigazione nella sola Gallura, nell’area che comprende Costa Smeralda, Arcipelago di La Maddalena, Santa Teresa Gallura e San Teodoro. Rispetto all’estate del 2024 l’aumento è stato del 15,8%. Fra quelli sono stati identificati 347 superyacht, cioè yacht di almeno 24 metri. L’inquinamento acustico subacqueo prodotto da yacht e superyacht è una pressione ambientale importante: il suono sott’acqua si propaga molto efficacemente, perciò una barca non deve necessariamente passare a pochi metri da un animale per interferire con il suo ambiente acustico. 

Nel 2020, nell’Area Marina Protetta Capo Caccia–Isola Piana, dei ricercatori hanno installato registratori subacquei scoprendo che i livelli sonori erano significativamente superiori durante il giorno proprio a causa dell’elevato numero di imbarcazioni. Il rumore antropico arrivava a dominare il paesaggio sonoro subacqueo; il picco fu rilevato persino nella zona a protezione integrale. L’Unione Europea considera esplicitamente il rumore subacqueo una pressione sull’ambiente marino nel Descriptor 11 della Marine Strategy Framework Directive, riconoscendo possibili danni alla biodiversità, disturbi comportamentali e compromissione dell’udito della fauna. In parole povere, gli animali marini potrebbero non riuscire a comunicare con il proprio gruppo né a percepire i predatori; potrebbero inoltre abbandonare ripetutamente i loro habitat, avere problemi a nutrirsi, riposarsi e orientarsi. Con buona pace di chi sostiene che gli yacht “portano valore perché l’IVA è pagata in Italia”: l’IVA è un’imposta statale e il fatto che venga versata in Italia non significa che il corrispondente gettito rimanga sul territorio sardo, mentre una parte rilevante dei costi ambientali della presenza di queste imbarcazioni è necessariamente locale. Inoltre, non tutte le imbarcazioni che transitano nelle acque sarde sono italiane, né tutte le operazioni che le riguardano sono necessariamente soggette all’IVA italiana. Non dimentichiamo poi il rilascio di CO₂, NOx e particolato, lo scarico di reflui, acque grigie, acque di sentina e il rischio di sversamenti accidentali (come già avvenuto in passato) e l’attrito sui fondali delle catene e loro ancore che danneggia la Posidonia.

Vi immaginate migliaia di SUV fare avanti e indietro per i boschi e organizzare feste dove si pompa la musica nelle casse e si canta a squarciagola fra gli alberi? 

Siamo stati abituati a vedere il mare come divertimento e a pretendere di consumarlo come pare e piace a noi, ricchi e poveri. Chiaramente poi ognuno impatta proporzionalmente e mi dispiace dissentire rispetto alle parole dell’Assessore Cuccureddu che, come riporta l’articolo de Il Post, dichiara che l’obiettivo della Regione sarebbe attirare un certo tipo di turista con grandi capacità di spesa e rispettoso dell’ambiente. Dubito che questa accoppiata di virtù sia facilmente ottenibile, ma d’altronde “non tutti possono permettersi la Sardegna”, dice sempre Cuccureddu. Infatti ha ragione: gli stessi sardi residenti in Sardegna non se la possono più permettere, perché grazie a questa aspirazione sarda alla mono-economia, è sempre più difficile affittare o comprare casa: gli immobili sono per i turisti, per i nomadi digitali e per chi ha le tasche piene. Per non parlare degli aumenti dei prezzi di generi alimentari e dei ristoranti a fronte di stipendi mediamente normali o in zone depresse economicamente e con gravi problemi di disoccupazione. 

Ma non importa, perché abbiamo delle bellissime notizie! Intanto l’insularità ci protegge naturalmente dal sovraffollamento turistico, perché, come ci ricorda l’Assessore nell’articolo, essendo la Sardegna un’isola, gli arrivi sono “naturalmente contingentati”. Allo stesso tempo, per fortuna, l’insularità non ha impedito l’aumento del numero degli ospiti: nel 2025 la Sardegna ha registrato oltre 5 milioni di arrivi. In percentuale, l’aumento di presenze rispetto al 2024 è stato del 15,9% e rispetto al 2023 di ben il 34,2%. Inoltre la Sardegna è sempre più meta del turismo internazionale. Se l’aumento delle presenze degli italiani è stato di circa il 10% sul 2024 e del 19% sul 2023, quello degli stranieri è stato del 21,5% rispetto all’anno precedente e di circa il 50% rispetto al 2023 .

 La Regione Sardegna, il 23 luglio 2026, ha comunicato che tra gennaio e giugno 2026 le presenze turistiche sono aumentate dell’8,24% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita è trainata soprattutto dagli stranieri: +11,44%, contro +4,04% degli italiani. Dice bene Cuccureddu: i nostri competitors ora sono la Polinesia francese, la Thailandia, le Maldive e Mykonos. Tutti posti nei quali, si sa, gli indigeni si sono arricchiti grazie ai turisti. La Sardegna, essendo una terra magica, vive in un limbo nel quale è allo stesso tempo periferica rispetto alla continuità territoriale italiana e collegata a New York con volo diretto: ciò le permette sia la naturale contenzione che il prezioso incremento di peso antropico.

Di cosa vogliono vivere i sardi e perché sono ingrati verso chi porta loro denaro e lavoro?

Nel 2024, la filiera turistica ha generato circa 6,8 miliardi di euro di valore aggiunto diretto e indiretto, pari, secondo la ricerca, a circa il 19% del valore aggiunto complessivo della Sardegna. Per avere un termine di paragone, questi 6,8 miliardi equivalgono numericamente a circa il 16% dei 43,4 miliardi di euro del PIL regionale nello stesso anno. Il turismo è attualmente un settore importante, ma non costituisce affatto la maggioranza dell’economia sarda.

Il fatto che il turismo generi una quota rilevante del valore aggiunto regionale non dice come tale ricchezza venga distribuita, né consente di ignorarne i costi sociali, ambientali e infrastrutturali. Il punto non è negare che il turismo produca ricchezza, ma chiedersi chi ne giovi e a fronte di quali costi per il territorio. Sono pochi gli economisti importanti che sostengono che un territorio debba basarsi quasi esclusivamente sul turismo. Più comune è la tesi secondo cui una forte specializzazione turistica può essere una strategia razionale di crescita, soprattutto per piccole economie ricche di risorse naturali. Anche la letteratura favorevole alla tourism-led growth dimostra essenzialmente che il turismo può trainare la crescita, non che massimizzare indefinitamente la quota di turismo nell’economia sia ottimale. E alcuni risultati successivi indicano esattamente il contrario: oltre un certo grado di specializzazione i benefici marginali diminuiscono e aumenta l’importanza della diversificazione.

In parole semplici: il turismo sardo specializzato nel patrimonio marittimo, costiero, paesaggistico e naturalistico è stato trainante per un periodo, ma arriverà (o è già arrivato) un momento in cui i benefici non saranno maggiori dei costi che si concretizzano in nuovi parcheggi, strade, depuratori, maggiore raccolta dei rifiuti, cementificazione delle coste, case più costose, maggiore costo della vita, più traffico, più consumo d’acqua, più inquinamento. 

Resta poi da sfatare il mito dei sardi arricchiti dal turismo. Una parte rilevante delle proprietà e dei capitali è esterna all’isola; ai sardi resta spesso invece il ruolo di forza lavoro stagionale, in un settore caratterizzato da precarietà, bassi salari e limitate prospettive di carriera. Il punto non è quindi soltanto quanta ricchezza produce il turismo, ma chi possieda gli strumenti che la producono e quale parte di quella ricchezza rimanga effettivamente sul territorio. Inoltre, non tutte le persone sarde aspirano a lavorare nel settore turistico, ma se il turismo continua a espandersi, diventando sempre più importante, aumenta la domanda di camerieri, cuochi, receptionist, personale delle pulizie, manutentori, addetti agli stabilimenti, autisti ecc. Perciò per i giovani diventa facile trovare lavoro (povero) nel turismo, mentre gli altri settori crescerebbero sempre meno e quelli che aspirano a un altro tipo di carriera dovrebbero andare via, come già fanno.

Il territorio mette a disposizione paesaggio, coste, acqua, infrastrutture e lavoro, mentre le rendite finiscono nelle tasche altrui: questo permette di capire perché PIL e benessere della popolazione residente non siano la stessa cosa. Il turismo è un’azienda che obbliga tutto un territorio a sobbarcarsi dei costi sociali ed economici, senza dare quasi nulla in cambio. Abitare in un posto di vacanze significa rinunciare a vivere il centro storico, rinunciare ad accedere a posti naturali del proprio territorio, essere ospiti a casa propria, dover adeguarsi alle tasche dei viaggiatori, gestire (o subire) inquinamento di cui non si è responsabili, non trovare casa, accettare la progressiva folklorizzazione delle proprie identità e cultura. Non è vero che la filiera del turismo si basi esclusivamente su stabilimenti, alberghi, parcheggi, bar, ristoranti, artigianato: principalmente si basa su persone che, pur non lavorando nell’ambito, vengono vendute assieme alla terra.

Di cosa vogliono vivere, quindi, i sardi che “ultimamente dicono no a tutto” come afferma un commentatore de Il Post su Facebook? Forse della possibilità di investire in prima persona nelle proprie risorse, non solo paesaggistiche, ma anche umane, in modo sostenibile, senza essere sfruttati. Potendo scegliere tra diverse opzioni e curando una propria agenda di interessi. Questo può essere concretizzato solo col coinvolgimento della popolazione dal basso, tramite i comitati locali e con politiche mirate a investire in una seria e variegata formazione per i giovani sardi.

Fonti:

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-l-istat-certifica-che-la-sardegna

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-con-un-15-assessore-cuccureddu-crescita-esponenziale-mai-riscontrata-prima-che-conferma-la-validita-delle-politiche-messe-in-campo-dalla-regione

https://osservatorio.sardegnaturismo.it/it/report

https://www.cipnes.eu/news/nautica-/studio-arrivi-superyacht-in-gallura-2025

https://pressmare.it/it/comunicazione/press-mare/2025-12-13/superyacht-gallura-2025-3114-unita-tracciate-16-su-2024-87466

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35003918

https://group.bper.it/documents/d/bper-istituzionale/economia_del_turismo_indagine_campionaria_bper_completa

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/economie-regionali/2026/2026-0020/2620-sardegna.pdf?language_id=1

NDR: nel documento BPER il dato 6,8 miliardi / 18,6%, arrotondato al 19% nell’articolo, si trova a pagina 14; nel rapporto Banca d’Italia il dato PIL 2024 = 43,438 miliardi di euro è nella tabella a pagina 57 del PDF.

da qui

mercoledì 21 gennaio 2026

Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto: “Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di successione” - Chiara Brusini

 

Ha fatto molto discutere la classifica secondo cui Milano sarebbe la città con più milionari al mondo in rapporto alla popolazione, davanti a New York e Londra. Stime riportate dal Sole 24 Ore sulla base di una classifica diffusa mesi fa da Henley & Partners, società direttamente interessata al tema visto che procura passaporti d’oro ai super-ricchi e fa consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro, senza indicare con chiarezza la fonte dei dati. Che se non altro hanno riacceso l’attenzione sulle disuguaglianze crescenti, fotografate solo ieri dal rapporto di Oxfam Disuguitalia, e sugli effetti di politiche fiscali che favoriscono in maniera sproporzionata i super ricchi. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Salvatore Morelli, associato di Economia pubblica a Roma Tre e direttore del GC Wealth Project allo Stone center sulle disuguaglianze socio economiche dell’università di New York, che raccoglie e mette a disposizione online i dati sulle disuguaglianze di ricchezza nei vari Paesi, sulla tassazione delle successioni e la composizione dei patrimoni.

Professore, conosciamo così nel dettaglio la distribuzione dei patrimoni in Italia da poter dire quanti ce ne sono in ogni città?
No, non ci sono dati pubblici e dettagliati che permettano di identificare “chi sono” i milionari e, soprattutto, quanti siano in una specifica città. Esiste l’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia, che raccoglie informazioni dettagliate sul valore di attività immobiliari e finanziarie. Ma si tratta di una survey sulle famiglie (non individui), che consente di ricostruire la distribuzione della ricchezza a livello nazionale, al massimo con qualche dettaglio per macro-regioni. E ha un limite: si basa su un campione e da lì estrapola informazioni su milioni di nuclei. È insufficiente per stime robuste sulla grande ricchezza milionaria, anche perché le famiglie più ricche sono più difficili da intercettare meno propense a partecipare ai sondaggi.

Un suo paper scritto con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo usa però una metodologia alternativa.
Abbiamo utilizzato dati amministrativi di natura fiscale legati alle dichiarazioni di successione: è una fotografia della ricchezza che viene trasmessa alla morte. In quelle dichiarazioni rientrano beni finanziari e immobiliari e l’incentivo a dichiarare in modo accurato è relativamente alto: chi trasferisce ricchezza ha interesse a una rappresentazione corretta. In più consentono di osservare una quota molto ampia della popolazione di riferimento: in Italia la copertura è tra le più alte al mondo, oltre il 65%. Ovviamente i deceduti non sono un campione rappresentativo, ma se si conoscono i tassi di mortalità è possibile “riportare” queste informazioni alla popolazione dei vivi, come abbiamo fatto nel paper.

Sulla base dei vostri dati è credibile che a Milano vivano 115mila milionari in termini di patrimonio liquido, uno ogni 12 abitanti?
Se fosse vero vorrebbe dire che negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento così ampio dei milionari da stravolgere qualsiasi informazione che abbiamo sulla distribuzione della ricchezza. Nel 2016 la soglia per far parte dell’1% degli adulti più ricchi in Italia era pari a circa 1,4 milioni di euro di patrimonio netto e circa il 55% della ricchezza di quell’élite risultava composta da patrimonio reale, cioè immobili e terreni. Il valore soglia è relativamente stabile nel tempo: immaginiamo che nel 2025 sia salito un po’, a 1,5 milioni. A Milano è plausibile che risulti più alta del 50% rispetto alla media nazionale, a circa 2,2 milioni di euro, e che sia maggiore (60% contro una media del 45%) la quota di ricchezza finanziaria e imprenditoriale. Quindi la soglia di patrimonio finanziario minimo per identificare l’1% più ricco sarebbe di circa 1,32 milioni. Usando quella di 1 milione, ricadrebbe in quella platea il 2% degli adulti residenti: circa 1 ogni 50. Non l’8% come implica la statistica usata per stilare quella classifica. Vero che è costruita contando tutti i residenti e non solo gli adulti, ma non basta per giustificare la distanza tra le due stime.

Tutte le stime comunque testimoniano che la disuguaglianza di ricchezza è in aumento…
Sì, lo rilevano anche le stime ufficiali fornite dal servizio studi di Bankitalia che elabora l’indagine campionaria condotta a livello europeo per allinearla ai conti nazionali. Il top 5% delle famiglie, l’ultimo gradino osservabile con queste statistiche, concentra il 50% della ricchezza. La quota italiana è più alta della media europea e risulta in crescita, coerentemente con quanto emerge usando la metodologia basata sulle successioni.

Cosa c’è dietro?
Molti fattori: da un lato la concentrazione dei redditi, perché chi guadagna di più ha capacità di risparmio più elevata, mentre per le famiglie a basso e medio reddito il tasso di risparmio nel nostro Paese è crollato rispetto alle medie storiche. Questo spiega una parte della dinamica. Poi va considerato il fisco, che è sbilanciato e tratta con più favore chi ha redditi e patrimoni più elevati: per i ricchi l’aliquota media è più bassa. Tra i vari regimi di favore è fondamentale l’imposta di successione, perché quello è anche uno dei canali di concentrazione dei patrimoni. La tassazione delle successioni in Italia è particolarmente poco progressiva e la sua progressività è stata ridotta in maniera vistosa negli anni, il che crea occasioni di accumulazione notevoli soprattutto per chi riceve i patrimoni più ingenti. Platea che tendenzialmente comprende persone già molto benestanti.

Quanto pesa il “regime opzionale”, cioè la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017?
Dopo l’abolizione lo scorso anno del regime favorevole per i residenti non domiciliati che era in vigore in Gran Bretagna, quella misura è diventata ancora più attrattiva. Permette a persone con grandi patrimoni di stabilire la residenza fiscale nel nostro Paese, versare un forfait e ottenere un’esenzione dalla tassazione dei redditi esteri ai fini Irpef, oltre a non pagare l’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie) e quella sulle attività finanziarie all’estero (Ivafe). Non solo: esenta anche dalle imposte di successione sui patrimoni che provengono dall’estero. In pratica il fisco “dimentica chi sei” e non ti chiede nemmeno di fornire dati che consentano di capire quanto gettito stiamo perdendo per effetto di questo “scudo”.
Sarebbe urgente avere dati tempestivi sul numero di persone che aderiscono e l’Agenzia delle Entrate dovrebbe dotarsi di un nucleo ad hoc responsabile della gestione dei cosiddetti “high net worth individuals”: negli Usa è emerso che ogni euro investito dall’Internal revenue service per il monitoraggio di quei contribuenti frutta 12 dollari in termini di riduzione dell’evasione e gettito aggiuntivo.

Da dove dovrebbe partire un governo interessato a ridurre le disuguaglianze?
La base è ciò che succede sui mercati: la distribuzione di profitti, salari e redditi. Se guardiamo allo step successivo, quello in cui interviene lo Stato, la priorità è fermare l’erosione della base imponibile Irpef, imposta che ormai viene pagata quasi solo da dipendenti e pensionati. Non è più sostenibile un’imposta sui redditi che vale per alcuni e non per altri, uno spezzatino fiscale in cui ognuno sceglie l’aliquota più conveniente. È un sistema estremamente iniquo.
Poi bisognerebbe intervenire sull’imposta di successione, che può essere usata per incentivare la redistribuzione del capitale produttivo e ridurre la concentrazione di ricchezza e le disuguaglianze estreme. Dal punto di vista teorico va sicuramente aumentata, anche se è sono consapevole che è diventata una delle imposte più odiate.

da qui


Milano capitale mondiale dei milionari: sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra

Ogni 12 iscritti all’anagrafe, neonati compresi, c’è un milionario. Inteso come una persona con patrimonio liquido superiore a 1 milione di euro senza contare gli eventuali immobili. È l’incredibile statistica su Milano che emerge da un’analisi di Henley&Partners – società specializzata nel procurare “passaporti d’oro” ai super-ricchi e nelle consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro – stando alla quale il capoluogo lombardo è in cima alla classifica mondiale delle città per rapporto tra residenti e molto benestanti. A New York, per fare un confronto, i milionari sono uno ogni 22 abitanti, a Londra uno ogni 41, a Roma uno ogni 54, a Parigi uno ogni 14.

Se si guarda al numero assoluto, riporta Il Sole 24 Ore, con 115mila milionari la città si piazza undicesima. Ed è diciannovesima per presenza di centimilionari (182 in tutto): Milano ne registra uno ogni 7.962 abitanti, calcola il quotidiano di Confindustria, vicina a Los Angeles (uno ogni 7.558) e Parigi (nella sola città intra muros uno ogni 7.743 residenti) e molto avanti rispetto a New York (uno ogni 10.757 abitanti) e Londra (uno ogni 25.244). Quanto ai miliardari, all’ombra della Madonnina se ne contano 17 sui 79 totali che risiedono in Italia.

Dietro c’è, dice la società di consulenza, la centralità del capoluogo come polo della finanza, moda e design. Ma ovviamente pesa moltissimo la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017 che consente a chi trasferisce la residenza in Italia di pagare una cifra fissa (aumentata a 300mila euro dall’ultima legge di Bilancio) su tutti i redditi esteri. La misura ha permesso ad alcune migliaia di contribuenti stranieri – 3.983 dal 2018 al 2023, secondo l’ultima ricognizione della Corte dei Conti, anche se la la stessa persona potrebbe aver aderito per più anni – di non dichiarare al fisco i propri dividendi e guadagni da investimenti in azioni e cavarsela versando un forfait. Senza dove dimostrare di aver investito nel tessuto produttivo locale. Il Sole aggiunge che ad attirare i super ricchi è anche il fatto che l’Italia sia di fatto un paradiso delle successioni, visto che l’aliquota si ferma al 4% per i trasferimenti a coniuge, figli e nipoti mentre la media Ocse è del 15%.

Il tutto in una città che è prima in Italia per disuguaglianze di reddito tra zone centrali e periferie e dove un lavoratore su tre percepisce un reddito che non gli consente di affrontare il costo della vita. Anche perché la concentrazione di super ricchi ha drogato il mercato immobiliare, aumentando a dismisura la domanda di immobili di lusso e super lusso. Non solo: l’attrattività – reale e percepita – della città e il continuo flusso di investimenti hanno gonfiato i prezzi anche nelle zone periferiche. Con un aumento medio, stando alle principali agenzie immobiliari, di oltre il 40% rispetto al pre pandemia. Sempre Il Sole rileva che il prezzo medio oggi supera i 6mila euro al mq, con punte che superano gli 11mila euro nel centro storico. Se si tratta di immobili di pregio si arriva a picchi di 27.000 euro nel Quadrilatero e a Brera. Intanto 60mila persone, tra città e hinterland, sono in attesa di una casa popolare.

da qui

lunedì 3 novembre 2025

Un miliardario inquina in appena 24 ore più di quanto faccia in un intero anno la metà più povera del Pianeta - Luisiana Gaita

Il report di Oxfam in vista della Cop 30 del Brasile: le emissioni causate dagli investimenti di soli 308 super ricchi, superano quelle di 118 Paesi messi insieme

In un solo giorno un miliardario appartenente allo 0,1% più ricco del pianeta emette più anidride carbonica di quella prodotta in un anno dal 50% più povero della popolazione mondiale, a causa del proprio tenore di vita e di investimenti in attività inquinanti. Dal 1990, tra l’altro, la quota di emissioni totali di quello 0,1% della popolazione del pianeta è cresciuta del 32%, mentre la metà più povera dell’umanità l’ha vista ridursi del 3%. È quanto emerge da un nuovo report diffuso da Oxfam in vista della Cop 30 del Brasile che inizierà il 10 novembre a Belem. Secondo il dossier, se l’intera popolazione mondiale emettesse quanto lo 0,1% più ricco, in meno di 3 settimane si esaurirebbe la quantità di CO2 in atmosfera ancora tollerabile per scongiurare il disastro climatico. In meno di un mese la popolazione mondiale sarebbe al punto di non ritorno. Basti pensare che le emissioni causate dagli investimenti in attività inquinanti di soli 308 miliardari, superano quelle di 118 Paesi messi insieme.

Il bilancio di carbonio e la crisi climatica che aumenta le disuguaglianze – La Cop30 arriva esattamente a 10 anni dall’approvazione dell’Accordo di Parigi del 2015. In questo lasso di tempo, l’1% più ricco del mondo ha consumato più del doppio del bilancio di carbonio della metà più povera dell’umanità. Ed anche il trend attuale rischia di portare presto ad esaurire il bilancio di carbonio, ovvero l’ammontare massimo di emissioni globali di anidride carbonica in atmosfera, necessarie a contenere l’aumento delle temperature entro 1,5°C rispetto all’era pre-industriale. Il dossier denuncia inoltre come una ristretta élite di miliardari stia usando tutta la propria influenza politica ed economica per mantenere la dipendenza dai combustibili fossili, massimizzando così i propri profitti. “La crisi climatica è strettamente connessa all’acuirsi delle disuguaglianze globali e ne aggrava la portata” spiega Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia. “Gli individui più ricchi del mondo finanziano e traggono profitto da questa crisi – aggiunge – mentre il resto della popolazione mondiale ne fa le spese”.

L’impatto degli investimenti dei miliardari in attività inquinanti – I super ricchi non solo emettono una quantità enorme di CO2 a causa del loro stile di vita, ad esempio con l’uso di jet e yacht privati, ma investono anche in attività economiche tra le più inquinanti e ne traggono profitto. Il report rileva infatti come, in media, un miliardario, attraverso i propri investimenti, sia responsabile dell’emissione di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Una quota di emissioni paragonabile a quella prodotta da un jet privato che facesse 10 mila volte il giro del pianeta. Quasi il 60% degli investimenti dei miliardari globali è realizzato in settori che hanno un impatto devastante sul clima, come quello petrolifero o minerario. “Le emissioni associate agli investimenti ultra-inquinanti dei paperoni superano di due volte e mezzo quelle riconducibili a un investimento medio in società dell’indice S&P Global 1.200” spiega il report. Le emissioni dagli investimenti di soli 308 miliardari sono così abnormi da superare quelle complessive di 118 paesi. Da qui alla fine del secolo, stando ai dati del report – le sole emissioni causate dall’1% più ricco del pianeta potrebbero causare 1,3 milioni di vittime per l’aumento delle temperature e anche un danno economico per oltre 44 trilioni di dollari nei paesi a basso e medio reddito entro il 2050.

Come i super ricchi influenzano i negoziati – L’influenza esercitata da questa ristretta élite di super ricchi e dalle grandi corporation sta anche condizionando e indebolendo considerevolmente i negoziati sul clima. Alla Cop29 di Baku, ad esempio, risultavano accreditati ben 1.773 lobbisti delle industrie del carbone, del petrolio e del gas, più di quanti fossero i delegati dei 10 paesi più colpiti al mondo dalla crisi climatica. “In questo momento le politiche per il clima sono condizionate sempre più dalla tutela di interessi privati e da un’economia che guarda al passato, basata sull’estrattivismo fossile, a discapito del bene comune. Da tempo – aggiunge Petrelli – le aziende inquinanti e i super ricchi, che le controllano, portano avanti campagne di disinformazione sulla crisi climatica e cause legali contro le Ong e i governi che cercano di opporsi”.

La crisi climatica colpisce soprattutto le donne – L’impatto della crisi climatica è inoltre negli ultimi anni sempre più forte sulle donne sia nei Paesi ricchi che, soprattutto, in quelli del Sud globale. Oggi nel mondo quattro migranti climatici su cinque sono donne, che hanno in media una probabilità 14 volte più alta di restare vittime di disastri naturali rispetto agli uomini. Anche nelle città europee ondate di calore sempre più forti e frequenti producono un maggior numero di decessi tra le donne. Per questo Oxfam, in occasione della Cop30, ha lanciato la campagna di sensibilizzazione e attivismo ‘Climate Justice Is Gender Justice’. L’obiettivo è di portare l’attenzione su un tema cruciale, come la rilevanza degli aspetti di genere nel contrasto ai cambiamenti climatici. Un tema poco considerato nelle politiche di lotta al cambiamento climatico definite prevalentemente da uomini: in Europa, ad esempio, meno del 27% dei ministri con delega all’Ambiente sono donne. La campagna coinvolgerà centinaia di giovani con tante iniziative e attività di sensibilizzazione fino al Climate Pride del 15 novembre a Roma, in occasione della giornata di mobilitazione globale per il clima che si svolge in simultanea in molti paesi europei.

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sabato 30 agosto 2025

Milano secondo il Ft: “Nuova capitale mondiale dei super-ricchi. Sempre più inaccessibile per i cittadini comuni”

Milano è diventata la nuova calamita dei grandi patrimoni internazionali e questo sta spingendo i cittadini comuni sempre più lontano dal “cuore” della città. Lo racconta il Financial Times in un’analisi che descrive come, negli ultimi anni, il capoluogo lombardo abbia attirato figure di spicco della finanza globale: dal vicepresidente di Goldman Sachs Richard Gnodde al magnate egiziano Nassef Sawiris, fino a Rolly van Rappard, cofondatore del fondo Cvc Capital, già molto attivo negli affari italiani.

Secondo l’approfondimento del quotidiano britannico, titolato Milan’s expat ‘explosion’ brings new buzz to Italy’s financial centre (L’esplosione degli espatriati a Milano porta nuovo fermento nel centro finanziario italiano), la ragione non è solo il fascino della “dolce vita”, ma soprattutto un regime fiscale cucito su misura per i super-ricchi. Grazie alla flat tax da 200mila euro annui, i nuovi residenti stranieri possono blindare i loro redditi e asset all’estero per 15 anni, senza pagare un euro in più e con in aggiunta l’esenzione dalle imposte di successione sui beni non italiani.

Un meccanismo introdotto dal governo Renzi – e rivisto al rialzo nel 2024 dal governo Meloni – come incentivo per attrarre nuovi capitali che, di fatto, si è tradotta anche in un regime di favore per pochi privilegiati. E che a Milano sta avendo un effetto travolgente sull’immobiliare, settore finito anche nel mirino della magistratura con l’inchiesta che ha coinvolto i big del settore e le strutture amministrative di Palazzo Marino.

Inoltre, ricorda il Financial Times, l’Italia è competitiva rispetto a Londra anche sotto il profilo delle rendite finanziarie che attirano i fondi di private equity: l’aliquota del 26% sulle plusvalenze è ben più bassa del 34% introdotto di recente nel Regno Unito. Non sorprende quindi che Milano si stia trasformando in un hub dorato per banchieri e manager, con stipendi “londinesi” che fanno schizzare in alto il costo della vita.

L’effetto sul mercato immobiliare è già sotto gli occhi di tutti. In dieci anni i prezzi delle case a Milano sono aumentati del 60%, con una media di 5.540 euro al metro quadrato, mentre Roma è rimasta ferma a 3.600. Gli affitti hanno seguito lo stesso trend, passando da 15 a 22,5 euro al metro quadro: +50%. Questo afflusso di ricchezze e i prezzi in costante aumento, ammette il Ft, sta generando forti tensioni sociali. Il risultato? I cittadini comuni vengono espulsi dai quartieri centrali e di tendenza, sostituiti da manager e investitori stranieri che possono permettersi cifre altrimenti inaccessibili.

Il Financial Times segnala anche un altro fenomeno: l’apertura di club esclusivi “all’inglese” come Casa Cipriani e la prossima Soho House, percepiti dai milanesi come corpi estranei al tessuto tipico della città. Spazi riservati dove si ritrovano quasi solo banker e manager del private equity, mentre fuori la popolazione deve fare i conti con una città sempre più cara e “ostile” alla vita quotidiana.

Il malumore cresce anche dentro gli stessi uffici finanziari: i banchieri italiani lamentano l’arrivo di colleghi dall’estero con salari sproporzionati, che alimentano squilibri interni. E sullo sfondo pesa l’inchiesta della magistratura sulle presunte tangenti legate alla riqualificazione urbana: un ulteriore segnale che la “Milano da bere” dei miliardari rischia di diventare un laboratorio di disuguaglianze e rendite, dove i cittadini finiscono relegati ai margini.

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sabato 29 marzo 2025

L’ignoranza dei ricchi è la vera emergenza culturale - Gianluca Cicinelli

 

Una volta, i ricchi erano colti. Sapevano parlare almeno due lingue, citavano Seneca in latino e conoscevano la differenza tra Platone e un piatto gourmet. Si vantavano dei libri letti, non dei follower. Certo, erano sfruttatori anche allora, ma si vergognavano abbastanza da finanziare biblioteche, musei, teatri. Oggi, invece, il nuovo status symbol è l’ignoranza. Ma quella di lusso: con jet privato, villa a Dubai e citazioni sbagliate da fonti mai verificate.

Nel 2025, i ricchi sono poveri di tutto ciò che non si può comprare. Pensiero, cultura, empatia, ironia. È l’élite dell’ignoranza a guidare il mondo. E non è un modo di dire: sta scritto nei bilanci, nei social, nei talk show.

Un tempo, per salire al potere bisognava dimostrare di essere almeno più svegli della media. Oggi basta avere una startup e saper twittare. Elon Musk, per esempio, ha costruito un impero tecnologico e poi lo ha distrutto a colpi di post paranoici e meme da gamer frustrato. Mentre l’umanità si interroga su come governare l’intelligenza artificiale, lui posta battute su Joe Biden e la marijuana.

Jeff Bezos ha fondato un impero che ha rivoluzionato il commercio, ma appena ha avuto tempo libero è salito su un razzo a forma di fallo per fare “ciao ciao” all’atmosfera, portandosi dietro cappellini da cowboy e il nulla cosmico in valigia. La sua concezione di cultura è una serie Amazon Prime con rating 4 stelle.

Mark Zuckerberg, dal canto suo, ha fatto crollare il livello medio di attenzione mondiale da 8 a 3 secondi. Poi si è dedicato al metaverso: un mondo finto in cui puoi essere chi vuoi, purché senza gambe. Dice di voler “connettere il mondo”, ma nel frattempo ha disconnesso l’empatia, la realtà e ogni residuo di buon senso.

Un tempo si fingeva cultura per sembrare all’altezza. Ora si finge ignoranza per sembrare “pop”. È il nuovo populismo aristocratico: Briatore che fa lo youtuber tra una bottiglia da 5.000 euro e un commento sul “merito” dei poveri che non lavorano abbastanza. Un uomo che crede che il lavoro nobiliti, ma solo se è quello degli altri.

Daniela Santanchè, ministra del Turismo e imprenditrice con un talento per l’esibizione di sé, ha trasformato ogni apparizione pubblica in una sfilata tra cliché, gaffe e rivendicazioni autoreferenziali. Non si sa cosa pensi, ma lo dice con tono deciso, e basta. Il suo concetto di cultura turistica è un aperitivo con vista e due bandiere italiane ben stirate.

In questo contesto, essere ignoranti è diventato un atto di potere. Non studiare, non approfondire, non sapere: tutto questo è cool. Più si è superficiali, più si è virali. E la cultura? Una perdita di tempo.

I ricchi di un tempo costruivano cattedrali. I ricchi di oggi investono in NFT. I primi si circondavano di poeti e architetti. I secondi di influencer e consulenti per l’ottimizzazione fiscale. Un tempo la cultura era una forma di responsabilità dell’élite. Oggi è una spesa da tagliare.

I musei si trasformano in eventi brandizzati, le mostre d’arte si fanno nei mall. I concerti sono esperienze premium con area vip, e perfino la beneficenza culturale deve avere un ritorno d’immagine. Nessuno legge, ma tutti sponsorizzano festival letterari con la speranza che nessuno faccia domande.

Nel 2023, la spesa delle famiglie italiane per libri era in calo del 10% rispetto a cinque anni prima. Nello stesso anno, la spesa per dispositivi smart home – gli assistenti vocali che leggono al posto tuo – è cresciuta del 22%. Delegare il pensiero è più comodo che farlo.

La nuova povertà culturale non è solo una disgrazia: è una strategia. Un’élite ignorante può parlare senza freni, senza filtri, senza dubbi. Non ha bisogno di convincere: basta ripetere. Il modello di Berlusconi prima e oggi di Trump, ha fatto scuola, e ora i ricchi di ogni paese vogliono essere “uno di noi” mentre firmando decreti che ci faranno a pezzi.

Anche in Italia, l’ignoranza è diventata una forma di rappresentanza. Il successo di figure come Briatore e Santanchè non dipende dalla loro preparazione, ma dalla loro capacità di mostrarsi “liberi”, “autentici”, “fuori dagli schemi”. Peccato che lo schema sia sempre lo stesso: mostrare il nulla e venderlo come verità.

Quando chi comanda non ha cultura, chi subisce non ha difese. Le politiche si fanno a colpi di slogan, le scuole si smantellano pezzo per pezzo, e la cultura viene vista come una “spesa improduttiva”. Il sapere diventa un lusso che i ricchi non vogliono e i poveri non possono permettersi.

Nel 2024, l’Italia ha speso lo 0,9% del PIL per la cultura, contro il 2,5% della Francia. Ma il vero problema non è il bilancio: è l’idea che la cultura serva solo per il tempo libero, mentre la realtà si governa con Excel, algoritmi e cocktail nei rooftop.

La povertà vera, oggi, non è nei quartieri dimenticati, ma nei piani alti dei grattacieli. Non è quella dei corpi, ma quella delle menti. Non sapere nulla è diventato un segno di potere, un privilegio per chi può permettersi di non capire.
Ma alla lunga, l’ignoranza di chi comanda ricade su chi obbedisce.

E forse, a questo punto, l’unica vera rivoluzione possibile non è quella dei poveri, ma quella dei curiosi. Perché l’unico capitale che non si tassa, non si ruba e non si brucia è la voglia di capire. E da questo, i ricchi di oggi, sembrano davvero i più poveri di tutti.

https://diogenenotizie.com/lignoranza-dei-ricchi-e-la-vera-emergenza-culturale/

mercoledì 23 agosto 2023

Come i miliardari vogliono salvarsi dalla fine del mondo distruggendolo - Alessio Giacometti

 

Un manipolo di ultraricchi convoca un noto futurologo in un resort di extra lusso nel deserto. A ossessionarli è ciò che chiamano “l’Evento”, il collasso della civiltà cui si preparano da tempo senza riuscire a risolvere alcune questioni dirimenti: come mantenere l’autorità sui propri accoliti quando il mondo precipiterà nel caos? Cosa offrire ai servitori in cambio di fedeltà e protezione? Come impedire diserzioni e rivolte? I magnati ipotizzano collari per il controllo umano, robo-guardie, c’è chi propone persino il sequestro delle scorte alimentari. Riconoscono apertamente che equipaggiare il più inaccessibile dei bunker per l’apocalisse non servirà a nulla, se non saranno pronti anche a gestire l’imprevedibilità del comportamento altrui.

Il futurologo rimane interdetto. E le risposte che dà non soddisfano il gruppo di ultraricchi. Non sta prendendo sufficientemente sul serio le nostre preoccupazioni, pensano loro. Così com’è arrivato il futurologo se ne va, con una scoperta decisiva però: che l’anarco-individualismo esasperato degli ultraricchi non solo è d’ostacolo alla mitigazione della crisi climatica, rischia anche di pregiudicare le iniziative collettive di adattamento al clima che si scalda.

L’anarco-individualismo esasperato degli ultraricchi non solo è d’ostacolo alla mitigazione della crisi climatica, rischia anche di pregiudicare le iniziative collettive di adattamento al clima che si scalda.

Protagonista della vicenda descritta qui sopra è Douglas Rushkoff, docente di media studies al Queens College di New York e autore di Solo i più ricchi. Come i tecnomiliardari scamperanno alla catastrofe lasciandoci qui (Luiss University Press, 2023), che si apre appunto col racconto in prima persona del consulto avuto con la congrega di prepper miliardari. Quello dei rifugi anti-apocalittici – in versione esclusiva e militarizzata per i più abbienti, cooperativa e autosufficiente per le piccole comunità della classe media – è un business in spettacolare ascesa, soprattutto nell’America borghese, cristiana, repubblicana, che da sempre coltiva paranoie sulla fine del mondo o il tramonto dell’Occidente. Di peculiare, nel survivalismo praticato dai miliardari, c’è che i loro bunker superattrezzati non sono semplici rifugi, caverne luxury per superstiti facoltosi: parlano sfacciatamente di una forma mentis che concepisce l’adattamento in maniera competitiva, individualistica, difensiva, ostile nei confronti della vita e disconnessa dal resto società. Una mentalità da survival of the richest che, commenta Rushkoff, in un mondo trasformato dai cambiamenti climatici “ci fa immaginare un’esistenza più simile a quella in una fortezza ben difesa che a quella in un’oasi accogliente”.

Il libro di Rushkoff è una sortita allucinata all’interno di questa specifica mentalità degli ultraricchi di fronte alla sfida dell’adattamento, un habitus sfrontato e prevaricante che l’autore stesso chiama “Mindset” e definisce così:

il Mindset si basa su uno scientismo del tutto ateo e materialista, che crede che la tecnologia possa risolvere ogni problema, (…) ritiene i rapporti umani un fenomeno di mercato, teme la natura e le donne, pensa che i contributi del singolo non debbano nulla al passato e mira a neutralizzare l’ignoto dominandolo e privandolo di anima.

Mossi da un simile orizzonte mentale, i super-ricchi sono convinti che la crisi climatica non sia una loro colpa, che un sovrappiù di tecnologia basterà a rimettere le cose a posto, che la catastrofe rappresenti una nuova opportunità per fare affari, che in caso di collasso loro stessi meritino di salvarsi più di chiunque altro, che avranno vita lunga nella “tecno-bolla” dei loro bunker iper-artificiali, che un piano B sarà sempre possibile con una fuga nello spazio e la fondazione di una nuova civiltà in qualche remoto esopianeta. A detta di Rushkoff e di chi scrive, è una visione della crisi climatica e dei modi di fronteggiarla quanto mai sviante e pericolosa.

Per lungo tempo i super-ricchi sono stati i più tenaci araldi del negazionismo climatico, oggi non più difendibile e perciò rimpiazzato dall’altrettanto subdolo “ritardismo”: un atteggiamento strategico che mira a prolungare quanto più possibile il business as usual ostacolando i cambiamenti necessari o procrastinando indefinitamente le misure urgenti per la decarbonizzazione. Quando si tratta di mitigare l’impatto ambientale, gli ultraricchi tendono a favorire interventi minimi e conservativi, enfatizzano gli svantaggi economici delle politiche socialmente più trasformative, oppure spingono per enormi soluzioni tecnologiche e di mercato al riscaldamento globale che ribaltino la situazione collocandoli nuovamente in una posizione di vantaggio competitivo. Fatto equivoco, le soluzioni avveniristiche che caldeggiano promettono di realizzare un salto evolutivo per il progresso della specie e finiscono immancabilmente per concentrare nelle loro mani sempre maggiore ricchezza. Il Mindset è una strategia di ultra-accelerazione ma senza alcuna destinazione, ha fatto notare Malcom Harris in un’intervista a Rushkoff apparsa su Wired: “è come voler costruire un auto tanto veloce da sfuggire ai fumi del proprio scappamento”.

Oggigiorno, come ricordato da Andrew Hunter Murray sul Financial Times, non c’è praticamente miliardario che non abbia elaborato un proprio personalissimo piano per salvare il pianeta. Il più ricco tra i ricchi, Elon Musk, ha lanciato una competizione con un premio da 100 milioni di dollari per lo sviluppo di tecnologie per il sequestro del carbonio atmosferico. Ancora più ambiziosamente, Jeff Bezos ha sborsato 10 miliardi di dollari in programmi di “crescita verde” con il suo Bezos Earth Fund. George Soros, Bill Gates e Richard Branson finanziano invece progetti di ricerca applicata in geoingegneria, a dispetto delle perplessità sollevate da centinaia di scienziati del settore. Già nel 2008, il climatologo David Victor etichettava come greenfingers, “pollici verdi”, questi filantrocapitalisti, miliardari patriottici o speculatori convertiti che assurgono al ruolo di salvatori del pianeta e premono per progetti di riparazione tecnologica vasti e rischiosi, di cui ovviamente intendono conservare la proprietà intellettuale qualora gli sviluppi si rivelassero propizi.

Per i super-ricchi le crisi non sono infatti che un’occasione per spremere ulteriore profitto, come avvenuto con la campagna del Grande Reset avanzata da Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum, per rilanciare l’economia mondiale dopo la pandemia di COVID-19 con una nuova forma di capitalismo “consapevole”, benevolo, più direttamente coinvolto e protagonista nella risoluzione dei grandi problemi dell’umanità. È così che, piegando a proprio vantaggio le catastrofi sociali e ambientali, i super-ricchi diventano ancora più ricchi, macinando profitti stellari: negli ultimi due anni, l’1% dei più ricchi al mondo si è intascato i due terzi della nuova ricchezza prodotta a livello globale, mentre gli introiti di Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta sono aumentati del 20% (+1100 miliardi di dollari) e le quote azionarie addirittura del 50%. Stando alla classifica stilata da Forbes, nell’ultimo anno il numero di persone con un patrimonio superiore al miliardo di dollari è cresciuto del 20% e sono oggi oltre 2.500 i miliardari a spasso per il pianeta con un una ricchezza complessiva di 13.1 trilioni di dollari, quasi quanto il PIL annuale dell’intera Unione Europea. I milionari sono invece più di 60 milioni, si concentrano come i miliardari principalmente negli Stati Uniti, e godono di una fortuna che ammonta in totale a oltre 150 trilioni di dollari, più del PIL mondiale.

I super-ricchi non mancano mai di ripetere che una simile concentrazione di capitale non è un problema per i piani di mitigazione, anzi: solo un’élite tecnocratica e illuminata al potere sarebbe in condizione di risolvere le sfide dell’umanità, in primis il riscaldamento globale. È vero al contrario che nulla come la ricchezza si correla all’impatto ambientale: i miliardari hanno un’impronta di carbonio migliaia di volte superiore a quella dei loro compatrioti e secondo le stime del Stockholm Environment Institute e di Oxfam, tra il 1990 e il 2015, l’1% degli individui più ricchi del pianeta ha emesso nell’atmosfera più gas serra del 50% degli individui più poveri. Da sempre i super-ricchi distolgono l’attenzione dalle loro scandalose emissioni colpevolizzando un unico fattore, quello a loro più speculare: la sovrappopolazione e la crescita demografica nei Paesi del Sud globale, per altro in forte rallentamento. Imputano ai consumi retrivi e inquinanti dei super-poveri la maggiore responsabilità delle emissioni, ma è chiaro che una politica incisiva di mitigazione dovrebbe aggredire la forbice delle diseguaglianze da entrambi i lati, contrastando i sovraconsumi dei più ricchi e al contempo il sottoconsumo dei più poveri.

I super-ricchi sono convinti che la crisi climatica non sia una loro colpa, che un sovrappiù di tecnologia basterà a rimettere le cose a posto, che la catastrofe rappresenti una nuova opportunità per fare affari, che in caso di collasso loro stessi meritino di salvarsi più di chiunque altro

Come scrive il geografo sociale Danny Dorling in Inequality and the 1% (Verso Books, 2019), i super-ricchi impoveriscono l’economia alle spese di tutti, inchiodano la società in uno schema di diseguaglianze incrollabile, compromettono gli sforzi per la mitigazione che non li vedano direttamente nella posizione di decisori o beneficiari. I governi di tutto il mondo non intervengono sui loro patrimoni perché credono che solo dal loro portfolio di investimenti possano scaturire le soluzioni necessarie, arrendendosi così al “male minore” dell’ingiustizia sociale purché i capitalisti mantengano la promessa del technological fix.

Ci si dimentica però troppo spesso che la diseguaglianza economica non è un sottoprodotto detestabile del capitalismo, è il suo stesso obiettivo: come esemplifica Rushkoff, il mercato è un tavolo da poker in cui ogni giocatore mira a rimanere l’ultimo, quello che con un bluff o un colpo di fortuna riesce a sgominare gli avversari e a vincere l’intera posta in gioco. “Le società che sono arrivate a un tale livello di diseguaglianza economica non sono mai riuscite a evitare il fascismo”, avverte Rushkoff, “tantomeno una civiltà che ha massacrato il suo ambiente è mai stata in grado di sfuggire al collasso”.

C’è poi un altro problema irrisolto e di lungo corso con i super-ricchi, reso palese oltre un secolo fa da Thorstein Veblen nella sua celeberrima “teoria della classe agiata”: all’origine di ogni forma di proprietà e concentrazione di capitale pulsa l’istinto a emulare la ricchezza altrui, e sono perciò i ricchi a dettare mode, costumi e gusti, influenzando le aspirazioni dei più e plasmando la percezione di ciò che è ritenuto normale, irrinunciabile o auspicabile possedere. Una simile spinta agonistica all’emulazione dei ricchi e al loro reciproco superamento può innescare una deriva pericolosa: tutti pretendono di avere sempre più privilegi, anche il ricco che rifugge dalla massa di emuli con consumi ancora più ostentativi, lusso sfrenato, turismo estremo, o quello che lo stesso Veblen chiamava “ozio vistoso”. La rincorsa non può mai avere fine proprio perché i ricchi spostano l’asticella dell’emulazione sempre più in alto, contribuendo più di ogni altro fattore alla costruzione sociale dei desideri delle classi subalterne.

Oltre a impedire l’attuazione di piani equi per la mitigazione e a provocare il consumismo emulativo delle masse, i miliardari promuovono una visione dell’adattamento che dipinge l’umanità come già spacciata. C’è un filo conduttore che lega il ritiro in bunker anti-apocalittici alla fuga nel metaverso e alla colonizzazione spaziale fomentate dai survivalisti miliardari, vale a dire la certezza fallace che anche nelle peggiori circostanze planetarie sarà in ogni caso possibile ricorrere a un’exit strategy per salvarsi la pelle e gli affari. Si prenda l’esplorazione spaziale: come ribadito dall’astrofisica Erika Nesvold, autrice di Off-Earth (2023) e curatrice di Reclaimed Space (2023), sono le fantasie escapiste dei super-ricchi ad alimentare oggi il mito della frontiera spaziale, tra nuovi pianeti da occupare, miniere lunari da fondare e hotel di lusso da mandare in orbita. A eccitare questa nuova ondata di avventurieri dello spazio è l’impressione che il cosmo abitabile sia potenzialmente sterminato, svincolato dalla finitudine di un pianeta Terra ormai esausto. E tuttavia l’immaginario eufemistico che propugnano aziende come SpaceX e Blue Origin dimentica colpevolmente di menzionare l’inquinamento da space junk, le emissioni insostenibili e deprecabili dell’industria spaziale, l’assoluta vulnerabilità della vita orbitale. Più esploriamo lo spazio più ci rendiamo conto di quanto ci rimanga precluso: la fuga spaziale non è possibile, anche se i miliardari continuano a fingere che lo sia.

C’è poi un altro aspetto curioso nella fuga verso altri pianeti perorata dai survivalisti danarosi: lo stesso Rushkoff fa notare che ai tempi della Guerra Fredda le missioni spaziali erano sì intrise di insopportabile nazionalismo statunitense o sovietico, ma erano vissute anche come un’entusiasmante impresa collettiva. Ora non è più così: la corsa allo spazio è un business per tycoon, una dimostrazione di supremazia tecnologica e potere finanziario tra i giganti del tech. Altro che grande passo per l’umanità, il successo delle spaceflight companies segna la resa finale all’ultraliberismo: secondo Rushkoff “è la prova che viviamo in un mondo dove una persona può guadagnare abbastanza da dare vita a un programma spaziale e mettere in atto con successo la strategia di fuga definitiva”.

È una visione aberrante in cui il progresso della civiltà culminerebbe quando, assoggettata la natura terrestre per mezzo della tecnologia, un pugno di ultraricchi si distaccherà dal resto dell’umanità per creare nuovi ambienti entro cui continuare a crescere. Frattanto all’élite tecnocratica del pianeta toccherà trincerarsi in bunker pattugliati e isolarsi quanto più possibile dai dannati della Terra. A giudizio di Rushkoff ciò che impensierisce di più i prepper miliardari è proprio quella folla:

La folla di Washington, la folla che ha eletto Trump e la folla che devasterà i loro rifugi. I ricconi che oggi salgono sul carro della tecnologia dal volto umano non si preoccupano tanto dell’impatto delle loro piattaforme sulle persone, quanto dell’impatto potenziale delle persone sulla loro sicurezza e sui loro privilegi. Temono che si rendano conto di quel che è successo finora.

La fobia per i futuri migranti climatici riflette quella speculare per i migranti di oggi: ecco perché Peter Thiel, epitome dei survivalisti più spietati, oltre ad allestire il suo personalissimo bunker in Nuova Zelanda, finanzia l’attività di gruppi alt-right contro l’immigrazione clandestina negli Stati Uniti. Allo stesso modo, i miliardari non temono l’intelligenza artificiale in sé, che loro stessi contribuiscono a sviluppare, ma le masse di esclusi che potrebbe generare e bisognerà tenere a bada in un modo o nell’altro. Il “capitalismo della paranoia” dei rifugi anti-apocalittici risponde così a un bisogno molto specifico dei survivalisti facoltosi, ossia evitare il dilemma morale dell’empatia, di decidere se aiutare o meno chi è in difficoltà.

Per i prepper miliardari la dimensione materiale del survivalismo è scontata e banale, ben più complicato è trovare invece delle argomentazioni credibili per darsi uno straccio di giustificazione morale: cosa legittima gli ultraricchi a fuggire dalla realtà? Che diritto hanno di lasciare indietro tutti gli altri?

Quello dei bunker “è un business volto a fare in modo che quando si chiuderanno le porte non ci saranno molti bambini affamati a bussare”, sostiene Rushkoff: un modo per non affrontare le conseguenze etiche del proprio egoismo, placare il proprio senso di vergogna e tenere alla larga l’altrui istinto di vendetta.

Per i prepper miliardari la dimensione materiale del survivalismo è scontata e banale, ben più complicato è trovare invece delle argomentazioni credibili per darsi uno straccio di giustificazione morale: cosa legittima gli ultraricchi a fuggire dalla realtà? Che diritto hanno di lasciare indietro tutti gli altri? Il Mindset dei survivalisti danarosi è rovinosamente imbevuto dei precetti della genetica delle popolazioni e del liberismo di mercato, due scienze che combinate assieme hanno dominato la modernità e condotto l’umanità alle porte del collasso dando forma al darwinismo sociale più feroce. In natura e in società a sopravvivere e riprodursi sarebbe l’individuo più egoista, competitivo, senza scrupoli, pervicace nel massimizzare i propri interessi personali a discapito degli altri. Forti di questa convinzione ipocrita e sbagliata, i miliardari sono certi di essere tali per proprio merito e promuovono un malcelato disprezzo per le masse di sconfitti che si lasciano alle spalle.

Eppure, sempre secondo Oxfam, la maggior parte delle entrate dai super-ricchi non deriva da talenti personali, prestazioni lavorative retribuite o innegabili capacità manageriali, ma dal rendimento per il possesso di asset che globalmente viene tassato in media al 18%, poco più della metà dell’aliquota massima applicata in molte nazioni ai salari dei lavoratori dipendenti. Storicamente la pressione fiscale è cresciuta ovunque nel mondo, per tutti, ma in proporzione molto meno per i più ricchi – complice la teoria economica del trickle-down secondo cui tagliando le tasse alle classi privilegiate queste acquisterebbero più servizi dalle classi subalterne, favorendo così l’occupazione e il “gocciolamento” della ricchezza verso il basso della piramide sociale. Ciò che gli indicatori delle disuguaglianze ci dicono è che al contrario il gocciolamento avviene verso l’alto, solo a beneficio dei più ricchi: più che di trickle-down, si potrebbe parlare di soaking-up, di “assorbimento” della ricchezza da parte di una sparuta plutocrazia di happy few.

Nulla di nuovo sotto il sole: è ciò che le teorie critiche del capitale contestano da sempre. Marx stesso parlava di “accumulazione originaria” per identificare quel momento preciso, assieme arcano e criminale, in cui una concentrazione critica di proprietà dei mezzi di produzione matura al punto da rendere possibile l’instaurarsi del modo di produzione capitalistico. Le nazioni che precorsero il capitalismo moderno – Paesi Bassi, Gran Bretagna, Stati Uniti – non divennero ricche perché i loro imprenditori erano più intelligenti o lavoravano più sodo, ma perché estorsero plusvalore dai proletari e accumularono risorse da altre nazioni, a cominciare dai combustibili fossili, senza i quali il capitalismo industriale non sarebbe mai stato possibile. Analogamente, i miliardari della Terra hanno avuto strada spianata nell’accumulare capitali così vasti che sembra oggi impossibile scalfire il loro potere, con cui pretendono di mettersi al comando di un’umanità minacciata dal collasso ambientale. Come provare a fermarli?

Dalla COP27 per il clima dell’anno scorso si parla sempre più spesso di sistemi di riparazione loss and damage per indennizzare, almeno in parte, le perdite irreversibili del riscaldamento globale, ma soprattutto per rimediare al peccato originale dell’accumulazione originaria delle corporation dell’industria fossile e di altri settori inquinanti. C’è chi stima che le ventuno maggiori aziende del fossile dovrebbero decurtare dai propri profitti oltre 200 miliardi di dollari l’anno per compensare i danni causati da emissioni e cambiamenti climatici alle popolazioni più vulnerabili. Secondo un altro studio, da qui al 2050 i Paesi che hanno approfittato maggiormente del capitalismo fossile sarebbero tenuti a versare alle nazioni meno inquinanti circa 170 trilioni di dollari per riequilibrare le sperequazioni nell’appropriazione del carbon budget planetario. Anche Nicholas Stern, autore del celebre report sui cambiamenti climatici, ha calcolato assieme ad altri economisti che ai Paesi meno attrezzati servirebbero due trilioni l’anno per rendere sostenibile il proprio sviluppo. Perché non cominciare con una super-tassa ai super-patrimoni?

In una lettera inviata ai leader del Nord del mondo, oltre centocinquanta economisti tra i quali Yanis Varoufakis e Jason Hickel hanno chiesto di introdurre un’imposta del 2% sui capitali dei super-ricchi, sufficiente a raccogliere oltre 2,5 miliardi di dollari con cui iniziare a finanziare un fondo di loss and damage a sostegno dei paesi più esposti ai cambiamenti climatici. Si stima che in Regno Unito una tassa del 0,5% ai patrimoni superiori al milione di sterline sarebbe sufficiente a coprire la quota dovuta al fondo dall’intera nazione. L’idea di base della giustizia climatica riparativa è che l’atmosfera sia un common, un bene comune che ad oggi è stato utilizzato in maniera iniqua e colonizzato a vantaggio di pochi.

Ritardisti climatici, economisti iperliberisti e politici conservatori si oppongono ai meccanismi internazionali di ristoro che prevedano una tassazione aggressiva dei super-patrimoni, soprattutto negli Stati Uniti, ma come sarebbe altrimenti possibile sostenere i programmi di mitigazione e adattamento nei Paesi meno attrezzati? Come togliere il kerosene dalle stazioni di rifornimento di Lagos ed evitare che una marea di migranti climatici si sparga in giro per il mondo? È la realpolitik più autointeressata e crudelmente competitiva a imporre di pensare globale, a preoccuparsi per il carburante che il più sperduto abitante di Hanoi versa nel serbatoio del suo catorcio, radiato da chissà quale Paese europeo ormai avviato alla transizione.

Non possiamo riparare il pianeta, non esiste alcun luogo abbastanza al sicuro in cui nascondersi, e la fuga altrove non è un’opzione.

Ci vogliono coraggio politico e coordinazione internazionale per fare in modo che i super-ricchi si facciano carico della responsabilità storica delle emissioni e dell’obbligo morale della mitigazione: sarebbe la dimostrazione che le leggi non valgono solo per chi è povero e debole, con un ritorno enorme in termini di consenso popolare. Poi c’è la sfida da far tremare i polsi di rendere eque e giuste le politiche per l’adattamento: “i nostri scopi non devono essere quelli del Mindset”, ammonisce Rushkoff al termine del suo libro, “non dobbiamo mirare a traguardi individuali, a vittorie tangibili, a fughe col malloppo, ma dobbiamo cercare invece un progresso incrementale verso una forma collettiva di coesione”.

Non possiamo riparare il pianeta, non esiste alcun luogo abbastanza al sicuro in cui nascondersi, e la fuga altrove non è un’opzione. I super-ricchi sperano ancora che una trovata risolutoria dell’ultima ora possa garantire loro un altro secolo di progresso senza subire le conseguenze delle proprie azioni, ma sono ormai consapevoli che i loro affari e il loro stile di vita hanno gli anni contati. “Sanno che gli edifici che hanno costruito saranno spazzati via dall’oceano”, chiosa Rushkoff laconico. La strada dell’escapismo è già finita.

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