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domenica 18 ottobre 2026

Micro e nano plastiche, il nemico invisibile - Alessandra Sias


“Non bere mai acqua da una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole o si sia riscaldata in macchina”. Parla Dott. Domenico Scanu, Presidente dell’ISDE Sardegna

La plastica è un materiale sintetico entrato a far parte del nostro quotidiano in quanto  leggero, malleabile  durevole e a basso prezzo. Ma diventa un nemico  per gli ecosistemi e la nostra salute nel momento in cui si disperde  nell’ambiente, a seguito del suo deterioramento, sotto forma di invisibili  micro e nano plastiche. 

«Le microplastiche si dividono in primarie e secondarie. Le prime sono fabbricate appositamente per svolgere una funzione specifica e aggiunte volontariamente in comuni prodotti di consumo quali ad es. cosmetici (dentifrici, scrub etc.), paste abrasive, carta e derivati, packaging, fertilizzanti etc. Le secondarie sono frammenti derivanti dall’usura di frammenti più grandi soprattutto per l’esposizione ad agenti climatici e ambientali. Infatti, quando la plastica entra nell’ambiente è esposta a processi fisici (ades. foto-ossidazione, usura meccanica), chimici (idrolisi,ossidazione) e biologici (catalisi enzimatica) che la riducono in pezzi più piccoli, alterando le proprietà del materiale e formando micro e nano-plastiche».

La presenza di microplastiche, con ampiezza che varia 0,1 micron a 5mm,  fu sollevata per la prima volta nel 2004 dal biologo marino Richard Thompson dell’Università di Plimouth che pubblicò  sulla rivista Science il celebre lavoro Lost at Sea: where is all the plastic? Invece, l’esistenza sistemica delle nano plastiche, inferiori a 1 micrometro, è stata teorizzata  nel 2018 con lo studio di Current opinion: what is a nanoplastc di Julien Gigault.

«Gli studi che sono seguiti – spiega Dott. Scanu – hanno messo in luce il preoccupante problema delle micro e nano plastiche a livello globale. La diffusione della plastica in tutti gli ambienti è ampiamente dimostrata. Nell’ambiente acquatico rappresenta la frazione più grande, dannosa e persistente (85%) di tutti i rifiuti. Essa causa danni agli ecosistemi marini e ha effetti letali e sub-letali su tutti gli organismi acquatici, dai grandi mammiferi al plancton, mediante intrappolamento, fame, annegamento, lacerazione dei tessuti interni, soffocamento e ipossia, stress fisiologico ed esiti tossicologici. Nei suoli può alterare la struttura, l’idrologia, la stabilità e i cicli biogeochimici, compresa la produzione agroalimentare e il ciclo dei nutrienti».

Nell’atmosfera si possono trovare micro e nano plastiche (in particolare quelle da 50 m).La deposizione è elevata vicino a fonti urbane e industriali, ma la bassa densità rispetto alla polvere naturale ne facilita il trasporto a lungo raggio. È stato anche sottolineato il possibile ruolo delle microplastiche come vettori per la diffusione ambientale di ceppi batterici antibiotico-resistenti.

La stragrande maggioranza (circa il 70-80%) delle micro e nanoplastiche presenti nell’ambiente è di tipo secondario, ovvero deriva dalla frammentazione e dal lento degrado di rifiuti plastici più grandi (come bottiglie, sacchetti e imballaggi) a causa di agenti atmosferici, sole e onde. I prodotti per la cura personale come cosmetici, scrub ecc rappresentano circa il 2% del totale delle microplastiche.

Le microplastiche possono entrare nel corpo umano attraverso il consumo di alimenti, l’inalazione e l’assorbimento attraverso la pelle e accumularsi negli organi, inclusa la placenta. In generale la via alimentare (acqua, vegetali, sale, pesce, miele etc.) appare la via di esposizione più importante con possibili gravi conseguenze sulla salute.

«La principale via di assunzione – continua il medico – è quella orale. Uno studio dell’Università di Catania ha determinato la presenza di microplastiche in ortaggi (carote, patate, lattuga e broccoli) e frutta sia di filiera biologica sia industriale. Tra i vegetali più “inquinati” troviamo la frutta (mela, pera) in quanto il complesso reticolo vascolare immagazzina e concentra grandi quantità di microplastiche. Pur tuttavia, l’esposizione umana maggiore avviene mediante il consumo di acqua minerale imbottigliata in plastica PET». 

Per la prima volta, l’Università di Catania, ha stimato la reale EDI (assunzione giornaliera stimata) da consumo di acqua minerale imbottigliata in PET, sia effervescente che naturale, con dosi giornaliere di esposizione che arrivano rispettivamente a equivalenti 40,1 g/Kg/peso corporeo/giorno per gli adulti  e 87,8 g/Kg/peso corporeo/giorno per i bambini che sono dunque quelli più esposti. 

«Sono consigliabili – raccomanda il Presidente – quali strumenti di prevenzione all’esposizione, una dieta molto varia e il consumo di acque di rubinetto rispetto a quelle minerali. Mai bere l’acqua di una bottiglia di plastica che sia stata esposta a lungo al sole.  Altri vettori sono i frutti di mare e i sali da cucina».

«I potenziali effetti negativi di queste micro particelle – dice Dott. Scano –  riguardano molti organi, con effetto tossico per molti monomeri mentre alcuni sono cancerogeni certi come il cloruro divinile e l’1,3 butadiene, o cancerogeni possibili, come lo stirene.Nei polimeri vengono poi incorporate migliaia di sostanze chimiche (additivi) e molte di queste sostanze sono altamente tossiche, cancerogene, neurotossiche e interferenti endocrine come ftalati, bisfenoli, sostanze per- e poli-fluoroalchiliche (PFAS), ritardanti di fiamma bromurati e ritardanti di fiamma organofosfati».

«La ricerca scientifica e tossicologica evidenzia diverse aree di potenziale rischio per l’organismo come per esempio, uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine ha rilevato la presenza di microplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche delle arterie carotidi. I dati indicano che i pazienti con placche contaminate presentano un rischio più elevato di infarto, ictus o mortalità rispetto a chi non ne ha, probabilmente a causa di una maggiore instabilità della placca e di fenomeni infiammatori locali. Essendo l’ingestione una delle vie principali di ingresso, le microplastiche possono provocare un’irritazione fisica del tratto gastrointestinale. Gli studi evidenziano una correlazione con alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi), un aumento della permeabilità epiteliale e potenziali legami con malattie infiammatorie croniche intestinali. A livello cellulare, l’accumulo di frammenti plastici attiva la produzione di citochine pro-infiammatorie e genera stress ossidativo, inducendo infiammazione cronica nei tessuti colpiti come fegato, reni e polmoni».

«Infine,- conclude il medico  – come ISDE lanciamo un forte allarme sulla protezione dei più piccoli: il periodo più critico è rappresentato dalla gravidanza e dai primi 1.000 giorni di vita del bambino. Le microplastiche sono in grado di superare le barriere biologiche e sono già state individuate nella placenta, nel liquido spermatico e persino nel latte materno. L’esposizione in utero o in età pediatrica può compromettere lo sviluppo degli organi genito-urinari. L’esposizione alle microplastiche è un rischio grave, crescente e sottovalutato per la salute umana e planetaria  e l’ISDE promuove  da anni campagne nazionali contro questo nemico invisibile».

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giovedì 28 maggio 2026

“Niente acqua del rubinetto al ristorante”: turista fa causa e chiede 2700 euro di danni, ma la Cassazione dà ragione a un hotel 5 stelle e fissa la regola

 

I ristoratori e gli albergatori che scelgono di non servire acqua del rubinetto ai propri clienti non violano alcuna regola. A chiudere definitivamente una discussione che da anni anima i tavoli dei locali italiani è stata la Corte di Cassazione, mettendo la parola fine a una singolare disputa legale nata a Corvara in Badia, nel cuore delle Dolomiti. Protagonisti della vicenda sono una turista e un noto hotel a cinque stelle della zona.

Una vacanza da 5.700 euro e l’acqua a 10 euro al litro

I fatti risalgono alle festività di Natale del 2019. La cliente si trovava in vacanza nella rinomata località altoatesina dopo aver acquistato un pacchetto in mezza pensione del valore di oltre 5.700 euro, con una formula che prevedeva le bevande escluse dal prezzo finale. Durante le cene, la donna ha domandato ripetutamente al personale di sala di poter consumare una caraffa di acqua della rete idrica locale, precisando di essere disposta a pagare la richiesta come un normale costo di servizio da aggiungere al conto. La direzione della struttura ha però opposto un fermo rifiuto. L’albergo ha infatti applicato la propria rigida politica commerciale interna, che prevedeva unicamente la somministrazione di bottiglie di acqua minerale al prezzo di circa 10 euro al litro.

La richiesta di 2.700 euro di risarcimento

Considerando questo diniego come la violazione di un principio essenziale, la turista ha deciso di intraprendere le vie legali e ha trascinato in tribunale la struttura ricettiva. La sua linea difensiva si basava sull’idea che l’accesso all’acqua rappresenti un diritto umano fondamentale. Sulla base di questa convinzione, la donna ha richiesto un risarcimento danni complessivo di circa 2.700 euro, calcolato per coprire sia il danno economico subito sia il disagio personale patito nel corso del soggiorno.

La decisione della Suprema Corte

L’argomentazione della turista non ha fatto breccia nelle aule di giustizia e la sua richiesta di risarcimento è stata respinta in ogni grado di giudizio, fino ad arrivare alla definitiva pronuncia della Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito in modo inequivocabile che all’interno dell’ordinamento giuridico italiano non si rintraccia alcuna norma di legge che imponga agli operatori del settore della ristorazione o dell’alloggio l’obbligo di servire la comune acqua del rubinetto. I giudici hanno stabilito che, in assenza di un patto contrattuale stipulato in precedenza tra l’albergo e l’ospite al momento della prenotazione, la gestione della carta delle bevande e la scelta di vendere esclusivamente acqua in bottiglia rientrano nella totale e legittima libertà d’impresa della singola attività commerciale. L’acqua del rubinetto al tavolo, in sintesi, non è un diritto acquisito del cliente.

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mercoledì 11 febbraio 2026

Aumento del TFA, acido trifluoroacetico, negli ecosistemi - Patricia Iori

 

La progressiva eliminazione delle sostanze responsabili dell’assottigliamento dell’ozono stratosferico è stata a lungo considerata uno dei più importanti traguardi della cooperazione ambientale internazionale. Il Protocollo di Montreal ha imposto l’abbandono dei clorofluorocarburi (CFC) e successivamente degli idroclorofluorocarburi (HCFC), ritenuti tra i principali responsabili del cosiddetto “buco dell’ozono”.

Il TFA è stata una delle sostanze introdotte come alternative ai composti vietati, i quali si stanno, purtroppo, rivelando all’origine di un’altra forma di contaminazione ambientale, meno visibile ma potenzialmente persistente.

 

Il TFA: un inquinante discreto ma persistente

L’acido trifluoroacetico è un composto organofluorurato caratterizzato da un’elevata stabilità chimica. Proprio questa stabilità, che ne favorisce la permanenza nell’ambiente, lo colloca tra le cosiddette “sostanze eterne” (forever chemicals), termine con cui si indicano molecole capaci di resistere alla degradazione naturale per tempi molto lunghi.

Secondo uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters, le concentrazioni di TFA rilevate in diversi ecosistemi del pianeta sarebbero triplicate nell’arco degli ultimi vent’anni. I dati raccolti indicano un incremento significativo in acque superficiali, precipitazioni e suoli, con una diffusione ormai globale.

 

Il TFA non viene prodotto direttamente su larga scala per applicazioni industriali diffuse; la sua presenza crescente è in gran parte il risultato di processi di degradazione atmosferica. In particolare, alcuni gas refrigeranti utilizzati in sostituzione dei CFC e degli HCFC – come gli idrofluorocarburi (HFC) e le idrofluoroolefine (HFO) – subiscono trasformazioni chimiche in atmosfera che portano alla formazione di TFA. Questo, una volta generato, viene trasportato dalle correnti e ricade al suolo attraverso le precipitazioni.

Per comprendere il fenomeno è necessario ripercorrere l’evoluzione dei refrigeranti. I CFC, ampiamente impiegati per decenni in frigoriferi, condizionatori e aerosol, furono progressivamente eliminati a causa della loro capacità di distruggere l’ozono stratosferico. In loro sostituzione vennero introdotti prima gli HCFC, poi gli HFC, composti privi di cloro e quindi meno dannosi per l’ozono.

Successivamente, l’attenzione si è spostata anche sul potenziale di riscaldamento globale di questi gas. Molti HFC, pur non intaccando l’ozono, presentano un’elevata capacità di intrappolare il calore nell’atmosfera. Ciò ha portato allo sviluppo e all’adozione delle HFO, considerate più compatibili con gli obiettivi climatici per via del loro minore impatto in termini di effetto serra.

È in questo contesto di continua sostituzione tecnologica che si inserisce la questione del TFA. Alcuni HFC e HFO, durante la loro permanenza in atmosfera, si degradano attraverso reazioni fotochimiche producendo sottoprodotti stabili, tra cui l’acido trifluoroacetico.

Un accumulo globale silenzioso

La ricerca scientifica spiega che il TFA, una volta depositato al suolo, tende a permanere nei comparti ambientali acquatici. È altamente solubile in acqua e può accumularsi in laghi, fiumi e falde sotterranee. A differenza di altri inquinanti, non si degrada facilmente né viene eliminato attraverso i normali processi di trattamento delle acque.

L’aumento registrato negli ultimi due decenni suggerisce che la produzione indiretta di TFA attraverso la degradazione dei refrigeranti stia avendo un impatto cumulativo. Sebbene le concentrazioni attuali siano generalmente considerate basse rispetto a soglie di tossicità acuta, la natura persistente del composto genera domande sulla sua possibile accumulazione a lungo termine e sugli effetti cronici sugli ecosistemi.

Le regioni più industrializzate, caratterizzate da un uso intensivo di sistemi di climatizzazione e refrigerazione, mostrano livelli più elevati. Tuttavia, tracce di TFA sono state rilevate anche in aree remote.

Effetti ecologici

Ad oggi, le conoscenze sugli effetti ecotossicologici del TFA sono ancora oggetto di studio. Alcuni esperimenti indicano che concentrazioni elevate possono influire negativamente sulla crescita di determinate specie vegetali e organismi acquatici. Tuttavia, le concentrazioni ambientali attualmente rilevate risultano inferiori ai livelli sperimentali che hanno prodotto effetti evidenti.

Ciò non elimina le preoccupazioni. La storia recente dell’inquinamento industriale insegna che la valutazione del rischio ambientale richiede una prospettiva di lungo periodo. L’accumulo progressivo, unito alla difficoltà di rimozione, rende il TFA un osservato speciale nel dibattito sulle sostanze perfluoroalchiliche.

La famiglia dei PFAS, di cui il TFA rappresenta una delle molecole più semplici, è già al centro di un’intensa attenzione regolatoria in Europa e negli Stati Uniti. Molti PFAS sono stati associati a effetti avversi sulla salute umana, tra cui interferenze endocrine e potenziali rischi cancerogeni.

Il paradosso della transizione ambientale

Il caso del TFA mostra un paradosso che accompagna spesso le politiche ambientali: la sostituzione di una tecnologia dannosa con un’alternativa apparentemente più sicura può generare effetti collaterali inattesi. Il successo nella protezione dell’ozono non è in discussione, ma l’adozione su larga scala di nuovi composti ha innescato dinamiche chimiche che solo ora vengono comprese appieno.

Questo scenario mette in luce la complessità dei sistemi naturali e l’interconnessione tra atmosfera, idrosfera e biosfera. Una molecola rilasciata per garantire comfort termico negli ambienti urbani può, attraverso una catena di trasformazioni, contribuire all’accumulo di sostanze persistenti in ecosistemi lontani migliaia di chilometri.

Un equilibrio delicato da preservare

La sfida per i prossimi anni sarà conciliare la necessità di raffreddare ambienti e catene del freddo — elementi ormai essenziali nelle economie moderne — con l’obiettivo di minimizzare l’impatto chimico sull’ambiente. Ciò richiederà investimenti in ricerca, innovazione tecnologica e una costante revisione delle politiche industriali.

L’aumento globale del TFA non costituisce, allo stato attuale, un’emergenza ambientale paragonabile al buco dell’ozono o al cambiamento climatico. Tuttavia, rappresenta un segnale da non sottovalutare. La sua crescita triplicata in due decenni dimostra che anche le soluzioni nate con finalità virtuose possono generare effetti secondari.

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sabato 6 dicembre 2025

Le insidie della legge sull’acqua: «un lupo travestito da agnello» - Laura Buconi

 

Trasportatori e contadini hanno bloccato le strade per protestare contro la riforma della Ley de Aguas (legge sull’acqua) con cui il governo federale promette di seppellire la “legge salinista”, promulgata dall’allora presidente Salinas de Gortari nel 1992 che ha trasformato l’acqua in merce.

La tensione ha diviso le opinioni. Le autorità hanno assicurato che questa nuova legge garantirà finalmente il diritto umano all’acqua e toglierà i privilegi storici ai grandi concessionari. “Che l’acqua smetta di essere vista come una merce e sia riconosciuta come un diritto umano”, ha insistito il ministro della Commissione Nazionale dell’Acqua (Conagua), Efraín Morales López.

Ma dal punto di vista dei cittadini, l’esperta Elena Burns analizza l’iniziativa e lancia un allarme: è “un lupo travestito da agnello”. L’ex vicedirettrice della Conagua, nota per aver dimezzato le concessioni alle grandi aziende durante la sua gestione, assicura che il progetto mantiene un modello “privatizzatore ed estrattivista”. È d’accordo con il Controllo Nazionale Autonomo dell’Acqua (CNAA), che denuncia che la proposta è stata approvata dalla stessa Conagua, omettendo gli accordi di 16 Parlamenti Cittadini Aperti.

Al centro della controversia c’è la questione se la legge smantellerà davvero il sistema che per 33 anni ha permesso alle grandi industrie di accaparrarsi 600 mila concessioni – rispetto alle 2 mila iniziali – mentre le comunità rurali soffrono di carenza idrica; o se, sotto una retorica dei diritti umani, si perfezionerà semplicemente lo stesso meccanismo di appropriazione, ora con più potere concentrato in una Conagua nota per la sua opacità e corruzione.

L’illusione della riforma: cambiamenti superficiali, strutture intatte

La promessa ufficiale sembra convincente: sostituire la Legge sulle acque nazionali del 1992 – che durante il sessennio di Salinas de Gortari ha trasformato l’acqua in un bene commerciabile – con una nuova Legge generale sulle acque che dia priorità al diritto umano. Tuttavia, la CNAA avverte che si tratta di “un tentativo di perpetuare la legge salinista, con modifiche minime”.

La proposta di legge mantiene le strutture e i meccanismi che per tre decenni hanno provocato lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere, l’inquinamento e l’emarginazione idrica di ampi settori della popolazione. Peggio ancora, secondo la CNAA, «include un capitolo dedicato a “promuovere e incoraggiare” la privatizzazione delle opere idrauliche e consente la privatizzazione dei sistemi idrici e fognari», contraddicendo frontalmente il discorso ufficiale sulla demercificazione.

Il processo legislativo evidenzia questa contraddizione fondamentale. Mentre le autorità parlano di inclusione, il progetto della Conagua è stato approvato dalla stessa istituzione, omettendo completamente le proposte dei cittadini generate in 16 Parlamenti Aperti. Elena Burns, che ha raccolto questi accordi, sottolinea l’incoerenza di mantenere due leggi simultanee: “Non ha senso dal punto di vista costituzionale avere due leggi, soprattutto quando una legge afferma che l’acqua deve essere riconosciuta come un diritto umano e l’altra determina chi ha accesso all’acqua e manterrà il sistema così com’è”.

La CNAA deplora che il progetto mantenga i Consigli di bacino, «dove sono rappresentati solo i grandi concessionari, come unica istanza di coordinamento tra governo e cittadini». Multinazionali come Coca-Cola, grandi birrifici e aziende minerarie continuano ad avere voce in capitolo, mentre vengono esclusi i popoli indigeni, i sistemi comunitari e le comunità colpite dall’inquinamento.

Il sussidio occulto: grandi industrie che non pagano

Uno dei punti più gravi dell’attuale legislazione – e che la riforma non corregge – è la discrezionalità nella riscossione dei diritti. Elena Burns presenta dati schiaccianti: i grandi utenti industriali “hanno concessioni per 4,3 miliardi di metri cubi d’acqua e pagano diritti su 900. Nel 2023 avrebbero dovuto pagare 56 miliardi di pesos, ma ne hanno pagati solo 12”.

La CNAA è più specifica: nel 2023, i concessionari per uso industriale e servizi hanno dichiarato solo 951 milioni di metri cubi dei 4.360 milioni concessi, e Conagua ha riscosso solo 12,4 dei 55,6 miliardi di pesos dovuti. Questa evasione fiscale idrica rappresenta un sussidio occulto miliardario alle grandi industrie, distorcendo completamente qualsiasi principio di gestione equa.

La riforma propone di ridurre drasticamente il termine per richiedere proroghe delle concessioni: da quattro anni e mezzo a soli sei mesi. Secondo Burns, questo sarà “un meccanismo per l’estinzione massiccia delle piccole concessioni, che attualmente rappresentano l’80% del totale ma dispongono solo del 20% dell’acqua”.

Un agricoltore o un proprietario terriero difficilmente dispone di una consulenza legale costante che gli ricordi di adempiere a questa procedura in tempi così ristretti. Questo cambiamento, apparentemente tecnico, funziona come un perfetto meccanismo di “appropriazione per logoramento”, in cui l’incapacità dei piccoli produttori di districarsi nella burocrazia comporterà la perdita massiccia dei loro diritti, liberando volumi per i grandi concessionari.

Il vero volto dell’appropriazione: agroindustria e centrali termoelettriche 

Burns richiama l’attenzione sul processo di appropriazione da parte dell’agroindustria a partire dagli anni ’90, in particolare dell’agroindustria degli zuccherifici e imbottigliatori, che insieme alle centrali termoelettriche sono i principali utilizzatori di acqua per uso agricolo. Mentre le autorità annunciano investimenti milionari per la tecnificazione dell’irrigazione in cambio della restituzione dell’acqua risparmiata da parte dei concessionari, la presidente Sheinbaum ha denunciato che alcuni si rifiutano di consegnarla e «c’è chi la vende».

Questa pratica è particolarmente grave quando si tratta di distretti irrigui che vendono ai comuni l’acqua che hanno ottenuto gratuitamente, commercializzando un diritto che dovrebbe essere pubblico.

Conagua: arbitro o giudice parziale?

La proposta concentra in Conagua, la Commissione Nazionale dell’Acqua, il potere esclusivo di concedere o revocare le concessioni. Sebbene in teoria ciò miri a porre fine al mercato informale della compravendita, per le associazioni della societá civile significa conferire tutto il potere a “un organismo opaco in cui sono stati verificati numerosi casi di corruzione”.

Burns esprime preoccupazione per le difficoltà di accesso delle comunità rurali ai sistemi digitali di Conagua e mette in discussione i criteri che l’istituzione utilizzerebbe per decidere chi ottiene le concessioni. “Per noi è un errore conferire tutto il potere a un’istituzione governativa, senza alcun criterio, senza trasparenza e senza partecipazione”, afferma, sottolineando che la Costituzione richiede la partecipazione dei cittadini e dei tre livelli di governo.

In aggiunta a ciò, una delle lacune più gravi segnalate dalla CNAA è che la proposta “esclude il riconoscimento dei diritti all’acqua dei popoli e delle comunità indigene”, un diritto sancito dalla Costituzione dal 2001. Inoltre, non riconosce i decreti presidenziali, che hanno valore giuridico superiore alle concessioni.

Questa omissione non è tecnica ma politica: ignora i diritti storici e i sistemi comunitari di gestione dell’acqua che hanno dimostrato una maggiore sostenibilità rispetto al modello centralizzato statale.

Gestione incompetente: il caso della falda acquifera Libres-Oriental

Francisco Castillo Montemayor, ex responsabile dell’Ambiente a Puebla, illustra le carenze gestionali con il caso della falda acquifera Libres-Oriental: «Fino al 2019 aveva una disponibilità compresa tra 4 e 7 metri cubi, mentre nel 2020 improvvisamente la disponibilità è diventata quasi nulla. Attualmente ha un deficit di 22 milioni di metri cubi».

La sua diagnosi è categorica: «Il problema dell’acqua nel 70% del territorio nazionale è dovuto all’inefficienza nella gestione, non alla scarsità delle risorse».
Questa incompetenza tecnica, unita agli interessi economici, ha creato una crisi artificiale che giustifica riforme che, invece di correggere il problema, lo aggravano.

Da parte sua, Elena Burns sintetizza il verdetto degli esperti: l’iniziativa «ci fa pensare che semplicemente si continui ad alimentare il sistema estrattivista e mercantilista. Nella Legge Nazionale sull’Acqua non si fa menzione del diritto umano all’acqua, non ci fornisce alcuno strumento per poter obbligare il governo a rispettare il diritto umano dei cittadini all’acqua».

L’omissione del minimo vitale gratuito – elemento essenziale del diritto umano all’acqua – conferma che la retorica dei diritti è solo una copertura per mantenere intatto un sistema di privilegi. Mentre il governo annuncia che modificherà l’iniziativa dopo le proteste, la sfiducia dei cittadini continua a crescere: temono che i cambiamenti siano solo cosmetici e che, dopo l’apparente dibattito, si consolidi un modello che perpetua l’acqua come merce per pochi e sete per molti. 

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giovedì 9 ottobre 2025

“L’inquinante eterno più diffuso al mondo trovato nelle bottiglie di acqua minerale di sei marchi su otto” - c

 

L’inquinante eterno più diffuso al mondo, il Tfa, è stato trovato nei campioni di 6 bottiglie di acqua minerale. Sei sulle otto acquistate nei mesi scorsi, in un supermercato di Roma, da Greenpeace Italia. Obiettivo: testare l’eventuale presenza di Pfas, le sostanze poli e perfluoroalchiliche usate in numerosi processi industriali e prodotti di largo consumo, che si accumulano nell’ambiente e che sono da tempo associate a gravi rischi per la salute. E anche quella di Tfa, sebbene ad oggi non esistono limiti legali specifici per la sua presenza nelle acque minerali e potabili in Italia. L’ong ha acquistato bottiglie d’acqua degli otto marchi più diffusi in Italia (Ferrarelle, Levissima, Panna, Rocchetta, San Benedetto, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto) e, per ciascuna, ha fatto analizzare due campioni (per un totale di 16), inviandone uno in un laboratorio italiano (Til Italia) e il secondo nel laboratorio di chimica dell’acqua del tedesco TZW, che si occupa da molti anni di analisi e valutazione dei Pfas. Tra le molecole ricercate, in questa analisi, anche il Tfa, ossia l’acido trifluoroacetico, una molecola a catena ultracorta (due atomi di carbonio) che la rende indistruttibile e le dà grande capacità di diffusione. Nei campioni d’acqua di Ferrarelle e San Benedetto Naturale non è stata rilevata alcuna presenza di Pfas: le concentrazioni di tali sostanze in questi campioni sono risultate inferiori al limite di rilevabilità di 50 nanogrammi al litro. Nei restanti campioni (12) appartenenti a Levissima, Panna, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto è stata invece rilevata la presenza di Tfa. Greenpeace Italia ha inviato questi risultati alle aziende proprietarie dei marchi. “Nessuna delle realtà contattate ha voluto commentare” spiega la ong.

Il risultato delle analisi – Sebbene i primi studi scientifici risalgano alla metà degli anni Novanta, solo recentemente il Tfa ha goduto di maggiori attenzioni, ma l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) sta rivalutando la sicurezza di questa sostanza, alla luce dei nuovi studi disponibili. Al momento non esistono limiti Ue specifici per il Tfa. Il campione che ha fatto registrare il valore più elevato di acido trifluoroacetico è quello appartenente all’acqua Panna (700 nanogrammi per litro), seguito dal campione del marchio Levissima (570 ng/l) e dal campione di acqua Sant’Anna (440 ng/l). Il Tfa è però l’unico Pfas rilevato nei campioni presi in esame, nessuno dei quali conteneva sostanze appartenenti al gruppo dei 20 Pfas regolamentati dalla direttiva Ue sull’acqua potabile (che in Italia entrerà in vigore nel 2026) né sostanze appartenenti al gruppo Pfas-4, ovvero per quattro molecole di cui è già nota la pericolosità per la salute umana e già incluse nel parere Efsa del 2020, ossia Pfoa e Pfos, rispettivamente cancerogeno e possibilmente cancerogeno, Pina e PFHxS. “I valori di Tfa trovati nei campioni (tra circa 70 e 700 nanogrammi per litro) si allineano, anche se con valori leggermente inferiori, a quelli ottenuti da altre indagini in vari Paesi europei (tra 370 e 3.300 nanogrammi per litro), dunque è una conferma della capacità di diffusione di questa sostanza” racconta a ilfattoquotidiano.it Alessandro Giannì, responsabile delle Relazioni Istituzionali e Scientifiche di Greenpeace Italia.

Le altre indagini sulle acque minerali – Nel 2024 l’organizzazione Pesticide Action Network (Pan) ha diffuso i dati sulla presenza di questa sostanza in numerosi marchi di acqua minerale e di sorgente venduti in Europa (provenienti da Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Ungheria, Austria). Dieci dei 19 marchi analizzati contenevano Tfa in quantità comprese tra 52 e 3.400 nanogrammi per litro. Nove campioni, invece, erano esenti da residui quantificabili di Tfa. Anche Altroconsumo ha condotto un’analisi, segnalando cinque acque minerali “per livelli eccessivi di Tfa, secondo i parametri usati per garantire la qualità dell’acqua potabile”: Panna, Esselunga Ulmeta, Maniva, Saguaro (Lidl) e Levissima. Proprio nei giorni scorsi, Pan ha pubblicato un’indagine, ricostruendo una storia di quasi trent’anni, durante i quali l’industria ha fatto pressioni affinché le agenzie europee competenti fossero portate a sottovalutare i rischi.

Tfa, i rischi nascosti e l’assenza di normativa – Già nel 1998, infatti, il Comitato scientifico europeo per le piante ne aveva segnalato la presenza nei campi a causa dello spargimento di un pesticida. Il passo successivo è stato un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) arrivato solo nel 2007. Anche da allora gli step sono stati molto lenti e solo recentemente si è indagato in modo più approfondito l’effetto sulla salute umana. Di conseguenza, ancora oggi manca una normativa che ne regoli l’utilizzo. “Di recente, le autorità tedesche l’hanno classificato come ‘tossico per la riproduzione’ e ‘molto mobile e persistente. Questa sostanza può derivare dalla degradazione di altri Pfas rilasciati nell’ambiente e si accumula negli organismi viventi, ad esempio in alcuni cereali” spiega Alessandro Giannì. Alla luce dei risultati degli ultimi studi, nella primavera del 2024 la Germania ha presentato all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) una richiesta di classificazione del Tfa come sostanza tossica per la riproduzione. “Se l’Echa approverà la richiesta – spiega Giannì – il Tfa potrebbe essere classificato come ‘metabolita rilevante’ delle sostanze attive nei prodotti fitosanitari”. In conformità con l’ordinanza tedesca sull’acqua potabile, quindi, non dovrebbe essere consentito superare il valore di 100 nanogrammi al litro, limite che potrebbe essere esteso all’acqua potabile di tutti i Paesi europei.

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sabato 9 agosto 2025

Ritenzione idrica: i 10 cibi per sconfiggerla

 

Gli alimenti da portare il tavola per combattere gonfiore e ritenzione e prevenire la cellulite

 

La ritenzione idrica è una nemica per tutte le donne e d’estate diventa ancora di più un problema perché il caldo provoca vasodilatazione e fa aumentare il ristagno dei liquidi, che ti fa sentire le gambe pesanti e favorisce la comparsa della tanto odiata e temuta cellulite. Ma quali sono le cause di questo disturbo? Intanto, la ritenzione idrica non è solo un problema estetico, è una vera e propria malattia: si tratta di un patologico accumulo di liquidi nello spazio extra cellulare – spiega la dottoressa Stefania Giambartolomei, gastroenterologo e medico nutrizionista della SISA (Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione) - dovuto  in parte a un drenaggio linfatico deficitario o al consumo eccessivo di sodio che, richiamando acqua, fa sì che si accumulino dei liquidi in eccesso. A peggiorare la situazione può intervenire anche uno stile di vita poco sano: fumo, sedentarietà, troppo sale, scarsa idratazione e soprattutto una dieta squilibrata. Quindi cambiare le abitudini di vita scorrette e seguire una corretta alimentazione sono l’ABC per sconfiggere la ritenzione idrica.

Vuoi sapere quali sono gli alimenti migliori da inserire nella tua dieta per sconfiggere la ritenzione idrica? Abbiamo scelto per te i 10 super cibi che ti aiuteranno a sbarazzarti di tutta l’acqua inutile che hai addosso e a sentirti più leggera proprio nei punti più strategici del tuo corpo, come gambe, pancia e glutei. Se inserisci questi 10 alimenti nella tua dieta, vedrai che la tua lotta contra la ritenzione idrica sarà più facile.

1.Ananas

Dissetante e drenante, perfetto per la stagione estiva. Contiene la bromelina, un enzima che digerisce le proteine e che lo rende un valido aiuto nel favorire la digestione e in caso di infiammazioni, ritenzione idrica e cellulite.

Consiglio: l’ananas perde la bromelina con il calore, quindi tutte le volte che l’ananas è cotto, come in torte o marmellate, questo enzima si disperde.

2.Anguria

Contiene il 95% d’acqua, ha pochissime calorie, fornisce molto potassio e contrasta la ritenzione idrica. Inoltre contiene anche magnesio e fosforo, che aiutano a combattere l’afa e la spossatezza derivanti dal caldo.

Consiglio: meglio mangiare l’anguria a metà mattina o pomeriggio e non a fine pasto, perché diluisce i succhi gastrici e quindi rende più lenta e laboriosa la digestione.

3.Asparagi

Depurativi e diuretici, aiutano a eliminare il ristagno di liquidi nei tessuti. Grazie al glutatione favoriscono la depurazione e migliorano la capacità dell’organismo di contrastare i radicali liberi.

Consiglio: per l’elevato apporto di acidi urici, chi soffre di cistite o ha problemi renali dovrebbe mangiare asparagi con moderazione.

4.Cetriolo

Composto dal 96% di acqua, è un ortaggio molto indicato per la ritenzione idrica perché possiede proprietà depurative e rinfrescanti, grazie all’elevato contenuto di sali minerali quali potassio, fosforo, sodio e magnesio.

Consiglio: se non ami  il sapore di questo ortaggio, puoi ovviare bevendo dell'acqua aromatizzata con una fettina di cetriolo. Sarà una bibita rinfrescante, energetica e super depurativa!

5.Cipolle

Ricche di vitamine e di potassio, le cipolle svolgono un’azione diuretica e sono utilissime per l’apparato urinario, poiché combattono moltissime infezioni.

Consiglio:  un grande vantaggio di questo alimento è quello di poter essere consumato, a piccole dosi, molto frequentemente. Cerca quindi di aggiungere le cipolle anche ad ogni pasto, crude in insalata o cotte per insaporire tutti i tuoi piatti.

6.Lattuga

Disseta, rinfresca, rimineralizza (contiene ferro, potassio e fosforo) ed è ricca di vitamine. Ha proprietà depurative ed antispastiche, analgesiche e sedative. Grazie al discreto contenuto di fibre, la lattuga è un naturale regolatore dell’organismo.

Consiglio: per le sue proprietà sedative e antispasmodiche, può essere usata in forma di decotto o centrifugato per alleviare gli stati di ansia ed irrequietezza o per trattare i disturbi del sonno e per calmare la tosse nervosa.

7.Mele

Le mele contengono fibre molto utili per la salute e sono ricche di fitoestrogeni, degli isoflavoni che svolgono un’azione simile agli estrogeni femminili. Inoltre, grazie al potassio  tengono sotto controllo la pressione e regolano la diuresi, bilanciando il sodio e combattendo la ritenzione idrica.

Consiglio:  anche l’aceto di mele è perfetto per contrastare la ritenzione idrica e per eliminare l’acqua in eccesso. Sceglilo come condimento delle tue insalate per un aumentato effetto drenante!

8.Mirtilli

Favoriscono la riduzione dei liquidi in eccesso e contengono una quantità di antociani (classe di pigmenti idrosolubili appartenenti alla famiglia dei flavonoidi) che hanno un forte potere antiossidante e proteggono le cellule dall’attacco dei radicali liberi.

Consiglio: i mirtilli a colazione aiutano anche l’intestino. Prepara una composta casalinga ponendo in una pentola due manciate di bacche fresche, un cucchiaio di zucchero di canna e un poco di acqua: porta a bollore e fai raffreddare. Usa la composta sul pane per colazione: depura e sgonfia l’intestino.

9.Pomodori

Per il suo alto contenuto di potassio, il pomodoro è tra gli alimenti più indicati per contrastare la ritenzione idrica o altri disturbi come la pressione arteriosa alta. E poi combatte gonfiori, edemi, ristagni, elimina le tossine ed è ricco di vitamina C, che aiuta anche il metabolismo.

Consiglio: per il tuo aperitivo scegli un bel succo di pomodoro con del prezzemolo. Combatterai la ritenzione idrica e allo stesso tempo fornirai al tuo corpo tante altre sostanze che ti faranno vivere un’estate al top della forma!

10.Ribes

Ricchi di vitamina C (in particolare modo quelli neri), i ribes vantano una discreta quantità di ferro e potassio e svolgono una buona azione diuretica e antinfiammatoria, soprattutto per le vie urinarie. Inoltre, possono avere degli effetti benefici per quanto riguarda la circolazione e la fragilità dei capillari.

Consiglio: il ribes nero può causare un aumento della pressione ed è perciò controindicato per chi soffre di ipertensione arteriosa.

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domenica 6 luglio 2025

Insegnante e Rsu denuncia l’assenza dei contatori negli edifici pubblici. La Uil scuola Calabria lo sospende - Lucio Musolino

 

“Una chiara connotazione politica o partitica”. Questa la singolare motivazione che ha portato alla sospensione di Simone Veronese dagli incarichi dirigenziali della Uil. Veronese, insegnante di Reggio Calabria, nei giorni scorsi aveva denunciato pubblicamente l’assenza dei contatori dell’acqua in molti immobili di proprietà del Comune: dagli uffici pubblici a tutte le scuole passando per lo stadio “Granillo” e la sede della polizia locale. Una denuncia che il professore, da cittadino e non da sindacalista, ha formalizzato anche alla Procura della Repubblica e alla guardia di Finanza ai quali ha ipotizzato pure una serie di presunti reati: dal furto d’acqua alla truffa passando per la violazione dell’articolo 2621 del codice civile relativo alle “false comunicazioni sociali”.

Il resto lo ha detto in una conferenza stampa in cui ha sostenuto che il costo dell’acqua utilizzata dal Comune non sarebbe “mai stato messo a bilancio in uscita determinando un falso”. Parole forti che, ovviamente, hanno scatenato la polemica con l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Falcomatà. A rispondere alle prime segnalazioni di Simone Veronese era stato il vicesindaco Paolo Brunetti secondo cui non solo “il tema riguarda la stragrande maggioranza dei Comuni” ma “la questione relativa all’utilizzo dell’acqua negli edifici pubblici comunali è assolutamente lineare e trasparente”. Fin qui la vicenda ha visto protagonisti il più grande Comune della Calabria e un privato cittadino che, nel suo settore lavorativo (quello di insegnante), è anche impegnato dal punto di vista sindacale: è infatti iscritto alla Uil, sindacato con il quale è stato pure eletto come Rsu.

Venerdì 20 giugno, quando la polemica con il Comune era già scoppiata, Simone Veronese decide di fare una conferenza stampa per replicare al vicesindaco Brunetti. Il giorno dopo, di sabato, il segretario regionale della Uil Scuola Rua Andrea Codispoti e il segretario cittadino del sindacato Luca Scrivano sospendono il docente che ha denunciato l’assenza dei contatori dell’acqua. Lo fanno con una lettera in cui la vicenda dei contatori aleggia senza essere nemmeno menzionata. Proprio per questo balza all’occhio la tempistica della sospensione disposta di sabato e il giorno dopo la conferenza stampa di Veronese. “Questa organizzazione sindacale – si legge nella comunicazione – pur riconoscendo e rispettando il diritto di ogni cittadino (o associazione) a esprimere liberamente opinioni e denunce su tematiche civiche e sociali, ritiene necessario precisare che tali interventi, quando assumono una chiara connotazione politica o partitica, esulano dalle finalità proprie della Uil Scuola Rua. Alla luce dei principi statutari della Uil, che sanciscono l’assoluta indipendenza da governi, confessioni religiose e partiti politici, e considerato che la nostra azione si concentra esclusivamente sul buon andamento della comunità educante e sulla tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola, riteniamo doveroso intervenire. Preso atto delle recenti e reiterate iniziative pubbliche a carattere politico e civico promosse dal professore Antonio Simone Veronese, dirigente sindacale della nostra organizzazione, comunichiamo la sospensione di quest’ultimo da ogni incarico sindacale, sia a livello regionale che locale”.
Secondo i due responsabili sindacali, “tale decisione, assunta con spirito di rispetto nei confronti del diritto individuale all’impegno civile, mira a tutelare l’autonomia e la coerenza dell’azione sindacale della Uil Scuola Rsu, evitando ogni forma, anche indiretta, di coinvolgimento dell’organizzazione in dinamiche che non le appartengono”.

Come possa la denuncia di Veronese coinvolgere una sigla sindacale che si occupa del mondo della scuola non è dato saperlo. Sta di fatto, però, che l’insegnante che ha denunciato il Comune, secondo i vertici regionali della Uil Scuola, deve rinunciare al suo ruolo di Rsu per il quale è stato eletto ma potrebbe mantenere la tessera e continuare “a far parte della nostra organizzazione in qualità di iscritto, libero di portare avanti le proprie iniziative personali, nel pieno rispetto della libertà di espressione e dell’autonomia sindacale”. Non accettando di essere stato sospeso per “aver fatto politica”, Veronese ha scritto al segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri cui ha spiegato che la sua “denuncia, documentata da un accesso agli atti presso Sorical (la società di gestione del servizio idrico, ndr) e presentata alle autorità giudiziarie, nasce da un obbligo morale e civico”. Tuttavia, invece di essere sostenuto, “sono stato colpito da un provvedimento disciplinare che appare sproporzionato, ma soprattutto profondamente ingiusto. È un segnale pericoloso per tutti i lavoratori, per i cittadini e per chi crede nella legalità. Chi porta avanti battaglie di trasparenza e legalità non può essere isolato proprio da chi dovrebbe stargli accanto”.

Secondo Veronese, il rischio è di dare “all’opinione pubblica l’impressione gravissima che questa sospensione venga fatta non per punire un’azione politica, bensì per tutelare un equilibrio politico da parte del sindacato agendo non per garantire una neutralità, ma piuttosto una forma di copertura politica e sindacale verso un’amministrazione locale a guida Pd sulla quale gravano forti responsabilità rispetto ai fatti denunciati. Com’è possibile che un sindacato punisca chi denuncia un’ingiustizia a danno della cittadinanza? Non è forse questa una battaglia sindacale autentica che meriterebbe il sostegno dell’intera Uil? Non chiedo solo che il provvedimento venga annullato, ma chiedo con forza che la Uil sia al mio fianco in questa lotta di civiltà, che riguarda il diritto dei lavoratori a vivere in una società giusta, trasparente, rispettosa delle regole. Non possiamo proclamarci paladini dello slogan “Zero morti sul lavoro” se poi restiamo in silenzio davanti a chi denuncia situazioni di rischio, irregolarità, o diseguaglianza economica”.

L’insegnante è un fiume in piena. Nella lettera che scrive a Bombardieri chiede anche di “valutare l’avvio di una procedura di commissariamento della Uil Scuola calabrese”: “Alla luce della gravità dei fatti e della natura della mia denuncia, effettuata non solo come cittadino ma anche in qualità di docente e dipendente pubblico, nel pieno rispetto di quanto previsto dall’articolo 52 del Codice di giustizia contabile – scrive Veronese – segnalo come il mio comportamento non solo fosse lecito, ma addirittura doveroso e obbligatorio. Per questo motivo, la sospensione che mi è stata inflitta appare non solo illegittima, ma potrebbe configurare un vero e proprio reato, nella misura in cui punisce un atto dovuto di tutela dell’interesse pubblico”. Contattata telefonicamente da ilfattoquotidiano.it, la Uil nazionale dice che la lettera del professore Veronese “non è ancora pervenuta all’attenzione del segretario Bombardieri e quando arriverà sarà valutata dagli organismi preposti che faranno le valutazioni del caso”.

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sabato 10 maggio 2025

L’acqua del rubinetto inquina meno di quella in bottiglia: Grohe può dirlo

La corte d'appello di Milano ha dato ragione all'azienda tedesca. Mineracqua le contestava gli slogan che equiparavano l'acqua del rubinetto a quella minerale

 “L’acqua è finalmente libera da tutti i contenitori, finalmente libera di essere gustata nella sua purezza”, “Concediti l’acqua come dovrebbe essere: pura e libera”, “Libera dalla bottiglia, sostenibile al 100%. Migliora il footprint ambientale con GROHE Blue Home!”. Sono alcuni degli slogan usati dall’azienda tedesca Grohe, leader nel settore della rubinetteria idrosanitaria, per promuovere i propri sistemi di filtraggio dell’acqua del rubinetto. Per Mineracqua, la Federazione Italiana delle Industrie delle Acque Minerali Naturali, queste frasi sono illecite: violerebbero la normativa in tema di acque minerali e quella sulla pubblicità ingannevole e comparativa, perché equipara l’acqua filtrata all’acqua minerale. Si è rivolta al Tribunale di Milano e lo scorso marzo la Corte d’Appello ha dato ragione a Grohe.

 

Mineraqua contesta gli slogan ambientali di Grohe

Fanno parte di Mineracqua la maggior parte delle aziende che vendono acqua minerale in bottiglia, concorrenti diretti di Grohe, che invece vende sistemi per depurare l’acqua del rubinetto. Nei propri slogan l’azienda tedesca parla di acqua “pura”, riferendosi a quella del rubinetto, depurata con i propri sistemi di filtraggio. E, in più, dichiara che l’acqua del rubinetto rispetti l’ambiente più di quella in bottiglia. Affermazioni che non sono piaciute a Mineracqua, che si è rivolta al Tribunale di Milano (e poi alla Corte di Appello) per riconoscere l’illiceità degli slogan utilizzati da Grohe. Per la Federazione Italiana delle Industrie delle Acque Minerali, gli slogan di Grohe violerebbero la normativa in tema di acque minerali naturali, quella sulla pubblicità ingannevole e comparativa, sulle pratiche commerciali scorrette, di concorrenza sleale, oltre alle norme del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria. Una delle principali accuse rivolte a Grohe è che non potesse equiparare l’acqua filtrata con l’acqua minerale utilizzando termini “pura” e “purezza”, previsti dalla normativa in tema di acque minerali.

 

Per la Corte d’Appello di Milano sono slogan leciti

Per la Corte di Appello di Milano Grohe aveva tutti i diritti di usare la parola “pura” riferendosi all’acqua del rubinetto.

“L’aggettivo pura era usato nel suo significato comune, quale sinonimo di incontaminata, pulita, salubre, e non  nella sua accezione strettamente giuridica”, si legge nella sentenza.

E per quanto riguarda l’affermazione che l’acqua del rubinetto avrebbe un minore impatto ambientale, per la Corte d’appello Grohe poteva assolutamente dirlo, in quanto è vero. Secondo i giudici, infatti, è indiscutibile che l’utilizzo di acqua di rubinetto evita il ricorso alle bottiglie di plastica e, quindi, elimina una possibile fonte di inquinamento, dando un contributo positivo alla tutela dell’ambiente.


Slogan leciti, tranne uno

Un solo slogan di Grohe è stato giudicato illecito dal Tribunale e dalla Corte d’Appello:

“Tutti i benefici dell’acqua minerale direttamente dal rubinetto della vostra cucina”.

I giudici hanno ritenuto ingannevole questa dichiarazioe, anche se hanno respinto la domanda di risarcimento dei danni per 10,7 milioni di euro, per assenza di prove sui danni patrimoniali subiti da Mineracque.

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martedì 28 gennaio 2025

Los Angeles brucia, Trump vuole la Groenlandia. Surreale? Forse no - Loretta Napoleoni

 

Mentre Los Angeles brucia il futuro presidente degli Stati Uniti minaccia di annettersi il Canada e la Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale, se necessario anche con la forza. Surreale? Forse no. Da sempre il nemico esterno, ossia lo straniero, oscura quello in casa e la sicurezza nazionale ha il sopravvento sull’ordine pubblico. Dai tempi della rivoluzione e della guerra d’indipendenza americane nell’immaginario collettivo della popolazione il mondo rappresenta la minaccia principale al punto da far passare in secondo piano quelle, molto più reali, interne, ad esempio la violenza razziale della polizia, le stragi per mano di singoli individui o le carenti infrastrutture che periodicamente provocano disastri apocalittici.

In California gli incendi legati al cattivo funzionamento della rete elettrica sono da anni un fenomeno ricorrente. Il motivo? Il sistema è vecchio e deve essere modernizzato, ma le imprese elettriche non vogliono investire per migliorarlo e l’amministrazione locale e statale non ha introdotto una legislazione per costringerle a farlo. Spessissimo la causa degli incendi è proprio la vecchia infrastruttura nazionale. Nel 2019, la maggiore impresa elettrica dello stato, la PG&E Corp., è andata fallita dopo una serie di incendi causati dal cattivo funzionamento della sua rete elettrica.

Eddison International’s l’impresa elettrica della California del sud è già nel mirino della magistratura che sta investigando la causa dell’incendio di Los Angeles e le è stato chiesto di conservare tutti i dati relativi al funzionamento della rete prima che questo scoppiasse.
Nel mirino anche The Los Angeles Department of Water and Power (LADWP), il servizio pubblico che fornisce acqua ed elettricità a quattro milioni di residenti di Los Angeles. La magistratura sospetta che il management non abbia interrotto la rete elettrica in tempo per evitare che i forti venti la trasformassero in una micca. Dopo il grande incendio di Maui, il peggiore nella storia americana per più di un secolo prima di quello di Los Angeles, la Hawaiian Electrical, l‘impresa elettrica dell’isola, accettò di pagare 2 miliardi di dollari in danni alle vittime proprio per questo motivo.

Se la rete elettrica della California è spesso una miccia la cattiva gestione del territorio lo trasforma in un fattore che alimenta gli incendi. Gli incendi di Los Angeles stanno mettendo a nudo l’assenza di prevenzione in un territorio particolarmente predisposto ai grandi incendi.

Il Sud della California è spesso vittima di siccità, ciò che sta avvenendo al momento, è da aprile dello scorso anno che non piove. Questo è anche l’anno della Nina che devia le perturbazioni provenienti dal Pacifico verso il nord ovest, a tutto ciò si aggiunge un fenomeno atmosferico atipico che ha bloccato l’aria fredda e le perturbazioni provenienti dal golfo dell’Alaska.

Un fenomeno atmosferico ricorrente si è pero’ verificato, i venti di Sant’Ana che a gennaio soffiano sempre dalle montagne della California verso la costa, si tratta di venti caldi e secchi che rendono la vegetazione particolarmente prona a bruciare. Da sempre la stagione dei venti ha causato fuochi selvaggi in California, il problema è quando questi raggiungono le zone urbane. E questo avviene perché troppo spesso le abitazioni lungo la costa sono vicinissime, troppo vicine alle aree a rischio fuochi.

L’assenza di un piano regolatore ad hoc ha sicuramente contribuito alla devastazione in atto a Los Angeles, senza barriere anti incendio le fiamme sono saltate da una casa all’altra, bisogna ricordare che tutte le strutture delle abitazioni in America sono fatte di legno e i rivestimenti delle case sono anche in legno.

Per completare il quadro di incompetenza e inefficienza, in California c’è poca acqua. Le fiamme hanno più volte avuto il sopravvento sui pompieri perché mancava la pressione dell’acqua e non riusciva a farla arrivare sulle colline, è successo ad Hollywood, proprio dove vivono i grandi divi.

Tornando a Trump, che ha accusato l’amministrazione di Biden, ed i democratici che gestiscono da sempre la California, di incompetenza, staremo a vedere se una volta insediatosi alla Casa Bianca affronterà il nemico interno il cui operato regala al mondo immagini dell’America da terzo mondo, ossia i fuochi incontrollabili di Mawi e Los Angeles, le stragi nelle scuole e nei cinema, i neri uccisi dalla polizia per strada e, perché no? Anche gli assalti a Capitol Hill.

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venerdì 24 gennaio 2025

PFAS: le nostre analisi sull’acqua potabile rivelano dati preoccupanti in tutte le Regioni d’Italia - Giuseppe Ungherese

 

La nostra spedizione ”Acque senza Veleni”, che ha avuto luogo tra settembre e ottobre 2024 per verificare la contaminazione da PFAS (sostanze poli- e per-fluoroalchiliche) dell’acqua potabile in tutte le regioni d’Italia, è nata per rispondere alla crescente preoccupazione della popolazione e per sopperire alla mancanza di dati pubblici a riguardo. I PFAS, noti anche come “inquinanti eterni”, sono sostanze chimiche usate in numerosi processi industriali e prodotti di largo consumo, che si accumulano nell’ambiente e che sono da tempo associate a gravi rischi per la salute.

Ben prima di enti pubblici e agenzie governative abbiamo:

1) Realizzato la prima mappa nazionale della contaminazione da PFAS nelle acque potabili italiane, misurando la presenza di queste molecole nelle reti acquedottistiche di tutte le Regioni italiane;

2) Monitorato 58 sostanze, ovvero più del doppio delle 24 molecole che la nuova direttiva europea impone di quantificare;

3) Analizzato la presenza di molecole ultracorte (ad esempio Acido Trifluoroacetico, TFA, e Acido Acido perfluoropropionico, PFPrA) su cui, nonostante le preoccupazioni della comunità scientifica internazionale e dei legislatori comunitari per i loro effetti sulla salute umana, non esistono dati pubblici anche laddove si effettuano i controlli sui PFAS.

Per realizzare la prima mappa nazionale indipendente della contaminazione da composti poli- e per-fluoroalchiliche (PFAS) nell’acqua potabile, abbiamo raccolto 260 campioni in 235 comuni appartenenti a tutte le Regioni e Province autonome italiane. La quasi totalità dei campioni è stata prelevata presso fontane pubbliche e, una volta raccolti, i campioni sono stati trasportati presso un laboratorio indipendente e accreditato per la quantificazione di 58 molecole appartenenti all’ampio gruppo dei PFAS.

Per ogni provincia, i campionamenti hanno interessato tutti i comuni capoluogo e almeno un altro comune. In alcune grandi città sono stati eseguiti due campionamenti (Ancona, Bari, Cagliari, Campobasso, Firenze, Genova, L’Aquila, Milano, Napoli, Palermo, Potenza, Reggio Calabria, Roma, Torino, Trieste, Venezia). L’obiettivo della nostra indagine è fare luce su una delle forme di inquinamento più pericolose che abbia mai colpito il nostro Paese e spingere le istituzioni a mettere in atto misure concrete per proteggere la popolazione contro i PFAS.



CONSULTA LA MAPPA DEI RISULTATI

INDICE

I risultati delle analisi

Le regioni più contaminate

Le città più contaminate

I problemi della futura normativa anti-PFAS

La contaminazione da PFOA nei Comuni

La contaminazione da PFOS nei Comuni

La contaminazione da TFA nei Comuni

Conclusioni

I risultati delle analisi: PFAS presenti nel 79% dei campioni di acqua potabile analizzati

In 206 campioni su 260 analizzati, è stata trovata almeno una delle 58 sostanze PFAS monitorate: ciò significa che il 79% dei campioni di acqua potabile risulta contaminato. 

Solo in 54 campioni (21%), non è stata registrata la presenza di alcun PFAS. 

Consulta il report completo con tutti i risultati delle analisi PFAS divisi per Regione.

 

Chiediamo un’acqua potabile pulita e non contaminata!

Aiutaci a portare avanti le nostre indagini sui PFAS e a fare pressione sul governo

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In ogni Regione almeno 3 campioni di acqua potabile sono contaminati 

Pur essendo stato analizzato un numero di campioni differente, sono almeno 3, in ogni Regione, i campioni risultati contaminati da PFAS, eccezion fatta per la Valle d’Aosta (qui i campioni contaminati erano 2 su un totale di 2 analizzati).

Le Regioni in cui la contaminazione da PFAS è più grave

Al netto del numero differente di campioni analizzati per ogni Regione, è possibile avere un’indicazione della diffusione della contaminazione su scala regionale considerando il numero di campioni contaminati rispetto al totale analizzati. Le situazioni più critiche si registrano in Liguria (8/8), Trentino Alto Adige (4/4), Valle d’Aosta (2/2), Veneto (19/20), Emilia Romagna (18/19), Calabria (12/13), Piemonte (26/29), Sardegna (11/13), Marche (10/12) e Toscana (25/31).

Le Regioni in cui si riscontrano meno campioni contaminati sono, nell’ordine Abruzzo (3/8), l’unica regione con meno della metà dei campioni positivi alla presenza di PFAS, seguita da Sicilia (9/17) e Puglia (7/13)…

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