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giovedì 16 dicembre 2021

L’illanguidimento, il tempo e le Cose Che Contano - Annamaria Testa

 

Piove. Fra freddo. Anche oggi il cielo ha l’inconfondibile sfumatura biancoverdastra di una mozzarella andata a male. A metà pomeriggio, cioè praticamente subito, sarà buio. E l’unica cosa che vorrei davvero fare adesso è infilarmi sotto un piumone con una scorta di libri gialli. E riemergere solo dopo aver sciolto ogni enigma e scovato tutti gli assassini. 
Chissà, magari dopo Pasqua. O almeno dopodomani.
Intanto cincischio sul computer. E, cincischiando, mi imbatto nell’illanguidimento e nei suoi correlati. Compreso un video piuttosto pregevole.

L’EMOZIONE DOMINANTE. L’illanguidimento (languishing) è l’emozione dominante del 2021, 
scrive lo psicologo Adam Grant sul New York Times il 19 aprile di quest’anno. Cita gli amici che lamentano di avere difficoltà a concentrarsi, i colleghi che non riescono a entusiasmarsi nemmeno di fronte alle prospettive aperte dal vaccino. E il familiare che tira tardi la notte riguardando per l’ennesima volta un film che conosce a memoria.

Nel suo articolo, Grant sottolinea che non è questione di esaurimento (burnout), perché le persone hanno ancora energie. E non è depressione, perché non si sentono disperate. Insomma, non si tratta di un vero disagio psichico ma, piuttosto, di un – assai diffuso – senso di stagnazione e di fatica.
È, ne più né meno, assenza di benessere: come guardare la propria vita attraverso un parabrezza appannato. Una condizione che rimanda a quel grande piano indistinto che si colloca giusto a metà tra le vette dell’entusiasmo e della focalizzazione e le voragini del malessere. 

CONTRASTARE L’ILLANGUIDIMENTO. Grant dà due suggerimenti per contrastare l’illanguidimento. Il primo riguarda il provare a immergersi nel flusso (flow), cioè in quella speciale condizione di attenzione totale e concentrata che è stata teorizzata da Mihaly Csikszentmihalyi, e che è tipica del lavoro creativo. In sostanza, chi si immerge in un’attività che sa fare bene, e specie in un’attività creativa, può, in certi casi, lasciarsene trasportare, fino a dimenticarsi completamente di se stesso.
È una sensazione non frequentissima, ma entusiasmante.

Il secondo suggerimento riguarda lo scegliere, per potersi concentrare e abbandonare al flow, attività sfidanti ma non impossibili. Quindi: né noiose perché troppo facili, né frustranti perché troppo impegnative. 
Nei mesi seguenti l’articolo viene 
ampiamente ripreso e citato, anche qui in Italia. Ma, forse, i benintenzionati suggerimenti di Grant non bastano a contrastare la pervasività del languore.

LA COSA PIÙ CORAGGIOSA. Il New York Times torna sul tema a ottobre, con un video che esordisce ricordando la rinuncia della ginnasta Simone Biles a competere durante le Olimpiadi. E che subito dopo mette in discussione l’assunto “chi vince non molla e chi molla non vince”, assai radicato in un paese che, come gli Stati Uniti, massimamente valorizza la perseveranza. Il mettercela tutta. E che a lungo ha promosso l’imperativo di essere “vincenti” a ogni costo, stigmatizzando qualsiasi propensione a rinunciare.

Qualche volta, invece, la cosa più coraggiosa che si può fare è esattamente questa: smettere, mollare. E, soprattutto, smettere con le cose che in teoria bisognerebbe amare, ma che (ormai, segretamente) ci risultano insopportabili. 

EQUILIBRI MIGLIORI. È la Great Resignation: quella che negli Stati Uniti sta coinvolgendo lavori e matrimoni, social media e abitazioni urbane. Le persone, semplicemente, ripensano alle proprie carriere, alle proprie condizioni di lavoro, alla propria situazione affettiva, agli obiettivi a lungo termine. E tirano i remi in barca, con l’intenzione di andare alla ricerca di equilibri diversi e migliori. 

Il video del New York Times merita di essere visto per le immagini, per la grafica e il montaggio eccellenti, per la pregevole sintesi. E anche perché suggerisce che il fenomeno della Great Resignation nasca dal superamento collettivo e (complice la pandemia) piuttosto improvviso, di due bias. Cioè di due fallacie cognitive, che di norma disorientano le nostre decisioni in modo assai insidioso. 

COSTI CHE NON SI RECUPERANO. Il primo è il bias dei costi irrecuperabili (sunk cost bias): l’idea che, siccome si è già sostenuto un costo (non necessariamente un costo in danaro, ma anche in tempo, in attenzione, in emozioni) per ottenere qualcosa, quel qualcosa vada preservato anche se non va più bene, o se non è più soddisfacente, proprio perché il costo pregresso non può essere recuperato. 

Per esempio: potrei scegliere di andare a vedere uno spettacolo che non mi interessa solo perché ho già pagato il biglietto. Tuttavia, facendo questo, comunque non recupero il costo del biglietto, e in più spreco malamente il mio tempo. Sarebbe invece molto meglio, e più sano, resistere al bias, non rammaricarsi per il biglietto e concedersi il gran sollievo di fare tutt’altro. 

OPPORTUNITÀ A CUI SI RINUNCIA. Il secondo è il bias, simmetrico, del costo opportunità (opportunity cost bias). La scarsa percezione del fatto che qualsiasi scelta attuata (per esempio, andare in ufficio) implica sempre e in ogni caso anche un costo. Il quale corrisponde al valore (o al beneficio) che potrebbe essere conseguito compiendo una scelta alternativa (per esempio, fare una passeggiata). 

Dunque, se scegliere qualcosa coincide sempre col rinunciare a qualcos’altro, abbandonare quel qualcosa può coincidere con il procurarsi qualcos’altro, che potrebbe anche avere un valore maggiore per noi. Specie se consideriamo che anche il nostro tempo è una risorsa scarsa.
Giusto per fare un esempio: l’immagine che segue mostra il numero di settimane di vita media di un essere umano. Non sono poi così tante, no? Ecco perché la variabile-tempo andrebbe considerata attentamente in tutte le scelte che si compiono.

 

L’immagine è tratta dalla piattaforma British Columbia - Yukon

LE COSE CHE CONTANO. In sostanza: il New York Times sostiene (e come dargli torto?) che la scelta di perseverare va compiuta solo nei confronti delle Cose Che Contano Davvero. 
Non dev’essere, cioè, un automatismo dipendente dall’approvazione sociale. O dall’abitudine. O dal timore di affrontare l’incertezza e la dose di rischio che sono fatalmente connesse con il cambiamento.

Intanto, il cielo è diventato grigio topo, e poi grigio piombo, e poi nerofumo. Se i miei umori sono – lievemente – migliorati è solo perché, cincischiando tra schermo e tastiera, ho avuto la ventura di imbattermi in un paio di idee interessanti, che forse sono perfino riuscita a raccontare. 
Amen. 

Ora, forse mi intratterrò per un po’ con l’idea che raccontare possa essere una fra le non molte Cose Che Contano Davvero.  E che, alla faccia dell’illanguidimento, vanno preservate.
O forse andrò a spiaggiarmi su un divano guardando una serie, da adesso e ancora e ancora, fino a domattina. 

https://nuovoeutile.it/lillanguidimento-tempo-cose-che-contano/

domenica 9 maggio 2021

La forza delle aspettative - Annamaria Testa

Un articolo appena uscito su The Cut mette in relazione sport, percezione del dolore e aspettative, a partire da una ricerca danese intitolata “Il potere delle parole”. I risultati sono molto, molto interessanti.

Ecco, in sintesi, di che si tratta: tutti sappiamo che dopo aver fatto sport ci si sente meglio. È una conseguenza fisiologica, e dimostrata. Facendo attività fisica, infatti, attiviamo una serie di modificazioni chimiche e ormonali, riduciamo la sensibilità allo stress e alla depressione, miglioriamo il tono dell’umore, la memoria, la concentrazione. E possiamo mitigare la percezione del dolore.

Eppure.

Eppure, questi benefici reali e oggettivi (lo ripeto: ampiamente dimostrati, e incontrovertibili) possono ridursi, fino ad azzerarsi, se sono contraddetti dalle aspettative del soggetto che fa sport.

Lo studio ha coinvolto 83 volontari, di cui è stata prima misurata la tolleranza al dolore. Poi, i volontari sono stati divisi in tre gruppi. Al primo, i ricercatori hanno correttamente ricordato che fare esercizio fisico avrebbe significativamente aumentato la soglia (cioè, il livello di tolleranza) del dolore. Al secondo gruppo non hanno detto nulla di specifico. Al terzo, hanno detto (mentendo, ovviamente) che l’esercizio fisico avrebbe diminuito la capacità di sopportare il dolore.

In seguito, ciascun soggetto ha fatto una breve e intensa sessione di squat isometrico.

Infine, il test sul dolore è stato ripetuto. E le percezioni dei diversi gruppi sono risultate allineate – questo è il dato clamoroso – non alla realtà fisiologica, ma alle aspettative generate dalle dichiarazioni dei ricercatori.

Nel dettaglio: il gruppo che si aspettava effetti benefici ha rilevato un incremento di tolleranza al dolore del 22 per cento, comunque lieve rispetto all’incremento registrato nel gruppo di controllo, che non aveva ricevuto informazioni specifiche. Invece, le aspettative negative hanno non solo cancellato del tutto i benefici dell’esercizio, ma hanno addirittura diminuito (del 4 per cento in media) la soglia del dolore rispetto alla misurazione precedente.

Effetti collaterali
Tutto ciò attesta che “non solo la mente può essere più potente del corpo”, commenta The Cut, ma che “i cattivi pensieri possono avere effetti” (non solo mentali, ma fisici!) “superiori a quelli buoni”.

Parlando di interazioni tra corpo e mente, non posso non fare almeno un cenno all’effetto nocebo, simmetrico e contrario all’effetto placebo, e peraltro ben noto nella pratica clinica. Una citatissima ricerca afferma (traduco testualmente) che “la divulgazione di informazioni sui potenziali effetti collaterali” (con il conseguente insorgere di aspettative negative) “può essa stessa contribuire a produrre effetti avversi… è un fenomeno neurobiologico, che può manifestarsi con cambiamenti corporei rilevabili”.

Ma che cos’è, in concreto, una “aspettativa”?

Noi chiamiamo “aspettativa” la convinzione forte (ehi! Forte non significa fondata) che qualcosa di specifico succederà. In questo sta, forse, la maggiore differenza tra “aspettativa” e “speranza”, anche se entrambe riguardano eventi che ancora non si sono verificati.

La speranza ha a che fare con la fiducia e con il desiderio. È un sentimento ottimista ed energico. E affronta positivamente un futuro che, tuttavia, è percepito come incerto.

L’aspettativa, invece, può essere sia ottimistica sia pessimistica, può avere una componente ansiosa, e dà per scontato il verificarsi di ciò che, appunto, ci si aspetta.

Proprio in questo “dare per scontato” stanno le diverse insidie del nutrire aspettative.

Da una parte, nella misura in cui ci si aspetta il verificarsi di un dato risultato o evento, è facile comportarsi da subito come se tutto fosse già accaduto. È la profezia che si autoavvera, un fenomeno teorizzato dal sociologo americano Robert K. Merton. L’esempio classico è questo: Andrea si convince che il suo matrimonio fallirà, quindi si comporta come se fosse già fallito, quindi lo fa effettivamente fallire.

Il medesimo meccanismo funziona (anche questo è notevole) nel meno frequente caso delle aspettative positive. Per esempio, lo psicologo sperimentale Richard Wiseman ha dimostrato che le persone che si ritengono fortunate sono di norma più aperte e più capaci di intercettare opportunità favorevoli e, appunto “fortunate”.

Oppure: ai docenti di una scuola viene detto che alcuni alunni (in realtà scelti a caso) hanno grandi potenzialità. Dunque, i docenti cominciano a seguirli con un’attenzione speciale. Ottenendo, a fine anno, proprio i risultati attesi.

Anche in questi casi, la percezione orienta il comportamento, e i positivi risultati del comportamento rafforzano ulteriormente la percezione.

Eppure, perfino nel nutrire aspettative (eccessivamente) positive c’è una trappola. Si chiama “frustrazione”.

 

Eccesso di aspettative
“Noi valutiamo costantemente i nostri risultati nella vita in base alle nostre aspettative e alle aspettative degli altri”, scrive Sydney Finkelsein, docente di management al Dartmouth College. “Le nostre aspettative orientano il modo in cui percepiamo un film o un libro, il modo in cui valutiamo le prestazioni di un prodotto, o la qualità del nostro posto di lavoro”.

Un eccesso di aspettative espone, appunto, alla frustrazione. Per esempio, un’altra ricerca assai citata sui libri candidati o vincitori di premi letterari ci dice che questi, dopo la candidatura, attraggono sì più lettori, ma che i libri effettivamente premiati ricevono dai medesimi lettori (disorientati dall’eccesso di aspettative) valutazioni che “declinano precipitosamente”. Il titolo della ricerca è The paradox of publicity: how awards can negatively affect the evaluation of quality.

In effetti, ho la sensazione che il paradosso dell’eccesso di aspettative si possa verificare in molti altri ambiti, leadership politica compresa.

“Le tue aspettative, più di ogni altra cosa, determinano la tua vita”, scrive Forbes in un articolo intitolato “Otto aspettative irrealistiche che ti rovineranno”. Tra queste: l’idea che la vita “deve essere giusta” e che “le opportunità arriveranno da sole” (e che quindi basti aspettare perché tutto si sistemerà spontaneamente). L’idea che “tutti debbano piacermi”, che “tutti debbano essere d’accordo con me” e che “tutti sappiano quello che voglio dire” (risultato: più spesso del dovuto ci si sente feriti, offesi o incompresi, ma non si fa nulla per rimediare o per ovviare).

E poi: l’idea di poter cambiare anche le persone che non vogliono farlo (questo non succederà, soprattutto se i contesti restano gli stessi). L’idea che “sto per fallire” (e qui siamo in piena profezia che si autoavvera). E l’idea che “gli eventi mi renderanno felice” (difficile che un evento esterno, anche rilevante, modifichi in maniera permanente un’insoddisfazione interiore).

In sintesi: sarebbe meglio affidarsi all’energia positiva e fiduciosa della speranza, coltivare il bene della gratitudine, essere consapevoli dell’impatto delle aspettative ed evitare di coltivarne troppe e irrealistiche, o negative.

Tutto ciò, senza nutrire l’aspettativa, a sua volta irrealistica, che basti leggere un articolo come questo per cambiare tutto quanto in un battibaleno

da qui

giovedì 1 aprile 2021

Tutti presi dalla nostalgia - Annamaria Testa

“La nostalgia è delicata ma potente”, dice Don Draper in una delle scene più intense della memorabile serie Mad men. E aggiunge: è “uno struggimento del cuore, di gran lunga più forte del ricordo… ci porta in un posto dove vogliamo tornare”. Poi, certo, Draper usa la nostalgia per trovare un nome a un nuovo, per l’epoca, attrezzo per guardare diapositive, e per promuoverlo.

Ma questo fa parte del personaggio. Mentre la nostalgia stessa è la cifra espressiva dell’intera serie. Ne vela gli abiti, gli ambienti, i colori, i gesti e le storie. E guida lo sguardo e le emozioni di noi spettatori.

La parola “nostalgia” unisce due concetti, e due parole greche: il ritorno (νόστος) e il dolore (άλγος). Così, noi pensiamo subito all’Odissea, e al suo protagonista che si strugge, e piange per Itaca perfino mentre è in compagnia della bellissima Calipso.

Esuli nel tempo
Tuttavia, anche se l’emozione è antica, il termine specifico che la descrive è recente. A coniarlo alla fine del 1600 è uno studente di medicina alsaziano, Johannes Hofer. Il quale per primo descrive lo specifico stato emozionale provato dai mercenari svizzeri sradicati dalle loro montagne, dislocati al servizio di Luigi XIV, e debilitati, appunto, dalla nostalgia. La sindrome di cui parla Hofer comprende svenimenti e febbre alta, mal di stomaco e morte. Tra le cure suggerite: oppio e sanguisughe.

Si potrebbe dunque pensare che la nostalgia sia un’emozione, per così dire, di nicchia, riguardante solo gli esuli. Che sia essenzialmente negativa e patologica (dopotutto, i mercenari ci morivano). E che dovremmo augurarci di non provarla mai.

Ma niente di tutto ciò è vero.

In primo luogo: altro che nicchia.

Il concetto di nostalgia, a partire dall’ottocento e con il romanticismo, perde ogni connotazione medica e si evolve fino a trascendere la specifica unione di desiderio e rimpianto che deriva dal trovarsi fisicamente e irreparabilmente distanti da casa.

Stiamo parlando di un’emozione intensa, inconfondibile e universale

In sostanza, oggi per noi la nostalgia riguarda tutto ciò che è lontano, anche nel tempo. E che è stato così importante da configurarsi come fondamento della nostra identità e del nostro senso di appartenenza a una comunità, e non solo a un luogo.
Del resto, ciascuno di noi è un esule rispetto al proprio passato. E alle esperienze che ha fatto, alle persone che ha conosciuto, alle passioni che ha vissuto.

Stiamo parlando, insomma, di un’emozione intensa, inconfondibile e universale. Proprio per questo, la nostalgia può avere innumerevoli accezioni e sfumature. E può essere, dunque, tale da dare anche origine a un’impressionante mole di scrittura poetica e narrativa, di cinema, di televisione, di musica.

Giusto per incoraggiarvi a far mente locale, provo a elencare qualche film a tema: non solo gli ovvi Amarcord di Fellini e Nostalghia di Tarkovskij, ma anche Nuovo cinema Paradiso,I ponti di Madison County,Se mi lasci ti cancello,Inception,American graffiti,Il grande freddo,La la landGood bye, Lenin.

Sono certa che vi verranno in mente decine di altri titoli. E la stessa cosa vale per le canzoni, o per la narrativa (e qui sarei curiosa di sapere se il primo titolo che vi viene in mente è Alla ricerca del tempo perduto oppure Il giovane Holden, o qualcos’altro).

Ricadute positive
Ed eccoci al secondo punto rilevante. L’agrodolce, ambivalente nostalgia è così frequentata perché (altro che patologia!) sperimentarla sembra dar luogo a una serie di ricadute positive.

Ad attestarlo c’è una gran mole di ricerche. E anche questo può sembrare strano, a prima vista, perché stiamo parlando di una condizione emotiva che non è nemmeno catalogata tra le sei (o sette, o otto, secondo i diversi autori) emozioni maggiori. E che, essendo appunto agrodolce (o, se preferite, dolceamara) ha una componente di ambivalenza.

Eppure.

La nostalgia favorisce la motivazione intrinseca, dà energia, stimola l’ispirazione, orienta alla crescita personale e accresce la propensione ad aiutare gli altri. Ad affermarlo è una ricerca britannica del 2019.

La nostalgia è una risorsa per la salute psicologica e il benessere. Dà significato alla vita. Contrasta il senso di solitudine e “ricostruisce la sensazione di essere connessi agli altri, che è critica per una condizione psicologica ottimale”. Migliora le prospettive di invecchiamento felice (successful ageing). Ad attestare tutto questo è una meta-analisi (cioè, un’analisi comparativa dei risultati di molte ricerche precedenti) svolta nel 2013 dalle università di Southampton e del North Dakota.

Infine (sintetizzo) la nostalgia migliora l’autostima e aiuta le persone a stare meglio con se stesse. Ha, in generale, una funzione riconciliatrice. Ed è stata anche associata all’apprendimento e al consolidamento della memoria.

Con queste premesse, non è sorprendente che Forbes titoli “Usate la nostalgia per migliorare i vostri risultati di marketing”. E che inviti a far riferimento ai “bei vecchi tempi”, e al gusto agrodolce della nostalgia, per insaporire ogni offerta commerciale, coinvolgendo il pubblico a livello emotivo ed evocando sentimenti di “sicurezza, comfort e fiducia”.

Tra l’altro: la Harvard Business Review inserisce la nostalgia fra i 30 elementi che i consumatori apprezzano davvero.

A proposito di pandemia: “Provare nostalgia aumenta la capacità di auto-tranquillizzarsi durante un periodo di stress”, scrive il New York Times, citando la psicologa Valentina Stoycheva, che aggiunge: “La nostalgia funziona come una specie di pacificatore emotivo”. Con queste premesse, è facile capire come mai in questi ultimi tempi anche il consumo di intrattenimento abbia subìto una pesante sterzata nostalgica: secondo una recentissima ricerca di Nielsen music, tra musica e tv, “oltre metà degli utenti ha cercato conforto in contenuti nostalgici e familiari”.
Dunque, se anche a voi capita di aver voglia di vecchi film e vecchie canzoni, o di rileggere i libri della vostra adolescenza, o di cercare storie che parlino di quel periodo, non preoccupatevi: state attuando una efficace strategia di autoaiuto. E, soprattutto, siete in ottima compagnia.

https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2021/03/16/nostalgia-vantaggi-autoaiuto

giovedì 24 dicembre 2020

Quant’è importante avere immaginazione - Annamaria Testa

In una memorabile, folgorante lezione dedicata a Camillo Benso di Cavour, lo storico Alessandro Barbero ricorda che, a ventotto anni, Camillo scrive: “La mia testa è ragionante e poco inventiva. Cercherei invano di sviluppare in me i talenti dell’immaginazione. Non ne possiedo alcun germe”.

Eppure, aggiunge Barbero, Cavour è capace, nel pieno della restaurazione e in una Torino sommamente bigotta e conservatrice, di immaginare con i suoi coetanei l’Italia del futuro.

Ma non solo. Prima ancora, a ventidue anni (e già si sente adulto) in una lettera alla straricca, influente, aristocratica marchesa di Barolo, Cavour fa una dichiarazione sorprendente: da giovane, dice, avrei creduto del tutto naturale risvegliarmi un bel mattino primo ministro del regno d’Italia. Cosa che, dopo qualche decennio, in effetti succede. Ce l’aveva l’immaginazione, evidentemente, chiosa Barbero. Ma è quell’immaginazione che si traduce poi nella visione politica.

Nuove forme dello stare insieme
Eccovi un primo punto: è falso che l’immaginazione serva solo agli scrittori. O, magari, ai designer, agli architetti. Agli stilisti che inventano la moda delle prossime stagioni. L’immaginazione serve, e alla grande, ai politici. Non per inventarsi false promesse (quella, dai, è fuffa) ma per delineare le nuove forme del nostro stare insieme nel mondo.

“Il cambiamento economico e sociale è guidato”, scrive l’European Journal of Psychology, “da processi immaginativi grazie ai quali la vita collettiva viene sperimentata a livello simbolico, per poi mobilitare questa esperienza allo scopo di raggiungere obiettivi politici”.

Inoltre: c’è un lato luminoso e un lato oscuro dell’immaginazione in politica. E il lato oscuro deriva in buona parte dall’assenza di immaginazione: quella che ha condotto a gestire la crisi greca solo a colpi di tagli del welfare e riforme neoliberiste. Quella che ci impedisce di intravedere alternative possibili, e virtuose, a una crescita economica incessante e senza limiti. Quella che (l’articolo, assai citato, è del 2015) porterà alla Brexit.

Nella scienza
Secondo punto. Gli scienziati, gli inventori, i ricercatori sanno (e devono saper) immaginare. “L’immaginazione è più importante della conoscenza”, dice Albert Einstein in un’intervista del 1929. E aggiunge: “La conoscenza è limitata. L’immaginazione abbraccia il mondo”.

Nella scienza, l’immaginazione ha un ruolo produttivo: aiuta a risolvere problemi, a interpretare dati, a progettare ricerche e a formulare ipotesi, e a conquistare nuove conoscenze. È, quella scientifica, un’immaginazione che si dà dei vincoli più o meno stringenti in relazione agli obiettivi posti. “Ciò che distingue i geni creativi come Nikola Tesla e Temple Grandin da immaginatori più mediocri è che i geni sono più capaci di fissare e vincoli giusti e di rispettarli”, scrive Michael Stuart dell’università di Ginevra.

In sostanza: nulla mai si potrà realizzare o scoprire che non sia stato, prima, immaginato. Magari in una forma diversa, ma comunque, immaginato.

Il Tascabile racconta la deliziosa storia delle Coriandoline di Correggio, il quartiere disegnato dai bambini. È il frutto di un progetto durato cinque anni, che ha coinvolto settecento bambini in età prescolare, a cui è stato chiesto come avrebbe dovuto essere la loro casa. Trasparente, hanno detto. Protetta e dura fuori, ma morbida e accogliente dentro. Colorata. Magica. E con qualche angolo segreto. C’è un dettaglio interessante_: “Le insegnanti hanno provato a giocare con più domande, a scombinare più volte le carte in tavola: ‘Nel momento in cui la risposta era immediata, capivamo che era la più banale e non andava bene. Dovevamo trovare altri interrogativi, che aprissero nuovi scenari’”._

In questa breve considerazione ci sono due ulteriori punti degni di nota. Eccone uno: l’immaginazione può attivarsi a partire da una domanda. Ed eccone un altro: la risposta immediata, quella che per prima viene in mente, è raramente quella buona. Bisogna continuare a cercare e a inseguire le proprie visioni.

Pensiero visivo
A proposito di visioni: una consistente dose di immaginazione è indispensabile per innovare, e costruire nuove imprese sostenibili. Purtroppo, scrive FastCompany, non è una capacità che si sviluppa a scuola. Ma possiamo addestrarci a pensare per metafore e a impiegare il pensiero visivo. Possiamo trasferire elementi, strategie, metodi da un campo all’altro (Ford ha immaginato la catena di montaggio osservando il modo in cui venivano movimentati i quarti di bue in un mattatoio di Chicago). Possiamo provare a ragionare per paradossi.

L’immaginazione è centrale in ogni processo creativo. Si sviluppa in noi esseri umani attorno ai quindici mesi di età e, se non viene repressa e legata coi fili stretti della razionalità a ogni costo e del conformismo, ci può accompagnare per una vita intera, migliorandola. Immaginazioni guidate sono al centro di molte pratiche di meditazione e di mindfulness, e possono ridurre lo stress e l’ansia.

Se vi chiedo che cos’è l’immaginazione, sapreste dire di che si tratta? Su, pensateci un momento.

L’immaginazione è qualcosa che succede nella nostra mente, e che non ha corrispondenza con quanto i nostri sensi percepiscono del mondo esterno, anche se usa, rimescola e ricombina memorie e cognizioni che sono tratte dal mondo esterno. È un processo cognitivo che riguarda il possibile, e consiste proprio nella capacità di rappresentarsi qualcosa che non c’è. O che non c’è ancora. E, poiché nella nostra mente molto è possibile, l’immaginazione riguarda… il molto che ciascuno di noi è in grado, appunto, di figurarsi.

Si tratta, per esempio, di vedere con “l’occhio della mente”. Sembra che il primo a usare questa definizione sia stato Cicerone, nel De oratore, sconsigliando l’uso di similitudini che possono evocare, appunto, davanti all’occhio della mente degli uditori, immagini inappropriate e imbarazzanti.

Ed eccoci a un altro punto rilevante: possiamo attivare la nostra immaginazione in modo volontario. Ed eccoci a un altro punto rilevante: possiamo attivare la nostra immaginazione in modo volontario, “vedendo” cose che non ci sono ancora ma potrebbero esistere (un tavolo di plastica gialla nel salotto di casa, per esempio. Come starebbe?), oppure cose che non ci sono ancora e che non possono esistere (un tavolo fatto d’acqua frizzante), e lavorando su queste ultime per renderle possibili (un tavolo fatto di ghiaccio, in un salotto al polo nord. Oppure l’illustrazione di un tavolo fatto d’acqua frizzante. O una storia ambientata in un mondo in cui tutti i mobili sono fatti d’acqua. Riuscite a concepirla? A vederla? E poi, che cosa succede? E prima, che cosa è successo?).

Ma nulla ci vieta di attivare la nostra immaginazione attorno a idee astratte. Potremmo, allora, vedere schemi, strutture, configurazioni, relazioni che si dispongono nel nostro spazio mentale. O, ancora, immagini: “Che cosa succederebbe se cavalcassi un raggio di luce?”, si chiede Einstein sedicenne.

Possiamo, infine, cercare stimoli che attivino la nostra immaginazione: è quanto ci succede, per esempio, quando leggiamo un romanzo e davanti agli occhi ci appaiono i personaggi e i loro gesti, gli ambienti, e ci sembra perfino di sentire voci e rumori (a proposito: l’immaginazione non riguarda solo il vedere, ma anche il sentire). Questo, fra l’altro, è uno dei motivi per cui leggere romanzi stimola il nostro cervello. E sì, anche ascoltare buona musica. Sono due ottimi motivi per portarci in vacanza (dovunque sia la nostra vacanza in questo anno così strano e complicato, casa compresa) una playlist che merita di essere ascoltata, e riascoltata, e qualche romanzo che merita di essere letto.

https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2020/07/27/importanza-immaginazione

martedì 22 dicembre 2020

Fare una buona riunione - Annamaria Testa

“Programmiamo una riunione” è diventata la risposta automatica universale alla maggior parte dei problemi di lavoro, scrive l’Harvard Business Review. “Non sai come portare avanti un progetto? Facciamo una riunione. Hai poche idee da condividere? Facciamo una riunione. Non sai come procedere? Facciamo una riunione”.

E invece no: in questi tre casi, per esempio, una riunione serve solo a dilazionare la soluzione del problema. Bisogna mettersi alla scrivania. Attivare il pensiero strategico. Assumersi la responsabilità di riesaminare i dati e i processi, di chiarirsi le idee o di farsene venire in mente di migliori. Insomma, bisogna lavorare, e non chiacchierare.

Di norma, una riunione serve a esaminare una situazione, a confrontare esigenze e punti di vista, a esprimere orientamenti, e infine a prendere decisioni condivise.

“Ci vediamo online”
Un 
recente e assai ampio studio svolto dai ricercatori dell’Harvard Business School dimostra che la pandemia non ha certo cancellato le riunioni di lavoro. Le ha semplicemente spostate online. In realtà, il numero medio di riunioni a cui le persone assistono è cresciuto del 12,9 per cento. La quantità di partecipanti coinvolti nelle riunioni è cresciuta del 13,5 per cento.

In compenso, è diminuita del 20,1 per cento la lunghezza media delle riunioni, e quindi è anche diminuito dell’11,5 per cento il tempo che le persone passano ogni giorno in riunione. E questo è di sicuro un bene. Meno positivo, invece, il fatto che la lunghezza media del giorno di lavoro sia cresciuta dell’8,2 per cento.

La ricerca può essere ritenuta significativa perché ha preso in considerazione i comportamenti di oltre tre milioni di persone in 16 grandi aree metropolitane tra Stati Uniti, Europa e Medio Oriente. In Italia, sono state valutate le aree di Milano e di Roma.

Ecco qualche fatto ulteriore. Anche se non è vero (l’ha ammesso l’azienda stessa) che Zoom ha toccato i 300 milioni di fruitori al giorno, sta di fatto che l’utenza di tutte le piattaforme per riunioni è cresciuta enormemente negli ultimi mesi, e che l’incremento di Zoom resta impressionante. Ho il fondato sospetto che, una volta fatta l’abitudine alle riunioni online, e ad alcuni oggettivi vantaggi in termini di riduzione di tempi e di costi per gli spostamenti, si continuerà a usare le piattaforme in modo intensivo anche a pandemia terminata.

Anzi, se il telelavoro dovesse, come sembra quasi certo, subire un incremento permanente (qui un ottimo articolo uscito su Il Tascabile) è più che probabile che crescerebbe ulteriormente la tendenza a organizzare riunioni. E a farlo non solo per confrontarsi e decidere, ma anche per mitigare il senso di isolamento che può affliggere chi lavora in solitudine. E per alimentare lo spirito di squadra.

Ha fatto il giro del mondo la notizia dell’autorevole analista legale del New Yorker che, in piena videoconferenza si concede una parentesi di sesso autogestito immaginando di aver spento la funzione video. La rete è piena di racconti di incidenti analoghi, anche se non tutti così estremi. Ma a poco a poco impareremo a evitare le gaffe, ad avvertire i parenti perché non appaiano in mutande sullo sfondo, a chiudere il gatto in un’altra stanza. Perfino a inquadrarci meglio, al centro dello schermo e non nella metà inferiore. Riuscirci è facile: basta inclinare il monitor (nel quale è integrata la webcam) nel modo giusto.

Anche meno
Eppure, nonostante le apparenze, riunirsi non è sempre necessario, e non è sempre virtuoso.

L’Harvard Business Review invita, letteralmente, a fermare “la follia delle riunioni”, e segnala che, dagli anni sessanta a oggi, si è passati da meno di dieci a oltre 23 ore di riunione alla settimana, ed è un’enormità. E riferisce che, di 182 senior manager intervistati, il 65 per cento dichiara che a causa dell’eccesso di riunioni non riesce a completare il proprio lavoro. Il 71 per cento le considera generalmente inefficienti e improduttive. Il 64 per cento dice che le riunioni vanno a discapito del pensiero profondo (deep thinking). E il 62 per cento afferma che falliscono l’obiettivo di incentivare la cooperazione e avvicinare le persone.

In effetti, le cose che possono andare storte sono molte.

Di fatto, molte riunioni risultano improduttive perché gli obiettivi non sono chiari. Perché nessuno si è preoccupato di scrivere un ordine del giorno e la discussione procede in modo ondivago. O perché nessuno prende buoni appunti, e alla fine della riunione, specie se è stata lunga e si è molto discusso, riesce difficile ricostruire il senso stesso della discussione e i suoi risultati, che finiscono per perdersi come lacrime nella pioggia.

Alcune riunioni sono addirittura dannose perché inquinate da comportamenti disfunzionali: divagazioni non pertinenti, critiche distruttive, protagonismo eccessivo di alcuni, che si prendono l’intera scena relegando il resto dei partecipanti al ruolo di puri spettatori.

Non dobbiamo inoltre dimenticarci delle persone introverse: spesso sono creative. Possono essere molto produttive. Saprebbero anche prendere buone decisioni su temi complessi. Ma ahimè, in riunione tendono a zittirsi.

Online trovate pagine e pagine su “persone introverse e riunioni” (qui un esempio). Di sicuro è un segno che il problema esiste, ma francamente non so quanto siano buone le contromisure suggerite.

Accorciare i tempi
Le riunioni sono tanto più produttive quanto più sono brevi, 
scrive Forbes. Il motivo è semplice: nessuno riesce a stare attento per ore e ore. Alcune aziende, per accorciare i tempi, sono arrivate a obbligare le persone a fare riunioni restando in piedi. Devo dire che mi sembra una soluzione pessima. In una situazione di disagio fisico, infatti, buona parte dell’attenzione di cui i partecipanti dispongono finisce per focalizzarsi su quello, e tutto il resto si sfuoca.

Molto meglio accorciare i tempi convocando solo le persone che devono effettivamente esserci, e che possono partecipare in modo attivo. La regola del sette (rule of seven) afferma che sette è il numero massimo di partecipanti per una riunione che funziona, e che per ogni partecipante ulteriore si perde un 10 per cento di efficacia, fino ad arrivare a risultati pari a zero con riunioni di 17 o più persone. È un principio da tenere a mente.

Naturalmente, la regola non si applica se le persone vengono messe insieme non per esaminare una situazione e prendere decisioni, ma per affrontare un compito che riguarda il produrre qualcosa, il cui svolgimento può protrarsi nel tempo. Quella, però, non è una riunione, ma un lavoro di gruppo. Che può efficacemente, e specie se ci si divide in sottogruppi, coinvolgere anche una ventina di persone (qui la differenza tra lavoro di gruppo e lavoro di squadra).

Non è una riunione ma un incontro di aggiornamento, un convegno o una convention, il classico raduno che si organizza con il solo scopo di trasmettere informazioni, o di presentare qualcosa di nuovo. In quel caso pochissime persone, o a un singolo oratore (pensate a Steve Jobs che lancia l’iPad) si rivolgono a una platea che può essere ampia quanto si vuole, fino comprendere mille o più invitati. Grandi applausi in conclusione, e poi tutti a sgomitare per rimpinzarsi al buffet.

A proposito di riunioni produttive. L’ho scritto molte volte e lo ripeto anche qui: il brainstorming non funziona e non serve. Ci sono molte evidenze che lo dimostrano. L’unica cosa interessante del brainstorming è il nome, “tempesta di cervelli”. Se è quello a sembrarvi promettente e seduttivo, fatevelo stampare su una maglietta.

da qui

domenica 13 dicembre 2020

Essere autentici in tempi complicati - Annamaria Testa


Ho deciso di prendermi un’ulteriore settimana di vacanza dai temi riguardanti la pandemia. E lo faccio ponendomi, e ponendovi, una domanda in apparenza peregrina: che cosa vuol dire “essere autentici”?

Cercando risposte, alla fin fine torneremo a parlare anche di pandemia. Ma, magari, avendo raccolto un paio di idee in più lungo il percorso.

Dunque. Viviamo per la maggior parte del tempo in ambienti artificiali. Frequentiamo mondi virtuali. Ci sforziamo di corrispondere a una quantità di attese riguardanti la forma fisica, il successo e il gradimento sociale. Proviamo ad accordarci a una mole ugualmente grande di strampalati imperativi, espliciti o impliciti – da “dimostra meno anni di quelli che hai” a “guadagnati più like su Facebook”. Siamo bersagliati dalle notizie false e facciamo fatica a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.

Gerarchie ripensate
E magari ogni tanto ci capita di pensare che niente di tutto ciò ha davvero a che fare con noi. Con quello che siamo. Magari ci capita di pensarci più spesso, in questo periodo strano in cui molti dei nostri comportamenti abituali, e anche molti dei nostri automatismi più consolidati, hanno dovuto subire drastici cambiamenti. E in cui le gerarchie di priorità che abbiamo date per scontate, e alle quali ci siamo adeguati senza troppo pensarci, non appaiono più così granitiche e inconfutabili.

Sembra che, per gli psicologi e per diversi filosofi del novecento, l’essere “autentici” abbia a che fare con il mantenere uno stretto contatto con i propri valori, con le proprie esperienze, con la propria storia personale, con i propri desideri. E nel comportarsi di conseguenza, a prescindere da quanto forte sia la pressione sociale a conformarsi. In sostanza, e per dirla in modo molto, molto sbrigativo, tra autentico e inautentico correrebbe lo stesso discrimine che c’è tra profondo e superficiale, tra interiore ed esteriore, originale/creativo e artefatto/stereotipato. E tra sincero e insincero.

Eppure l’autenticità continua ad apparire come un concetto elusivo. Per provare a delineare un po’ meglio la questione, Michael H. Kernis e Brian M. Goldman, due ricercatori dell’università della Georgia, pubblicano nel 2006 una ricerca ampia e citatissima, intitolata _A multicomponent conceptualization of autenthicity__, theory and research._

Partono da Socrate e Aristotele per arrivare a Nietzsche e a Kierkegaard, a Heidegger e a Sartre, e devo dire che raramente in un lavoro di tema psicologico ho visto citati tanti filosofi. E poi suggeriscono che ciò che chiamiamo autenticità non sia un costrutto unitario, ma il risultato dell’interazione di quattro componenti: consapevolezza di sé, elaborazione obiettiva (unbiased processing), comportamento, orientamento relazionale.

Tutto ciò, in estrema sintesi, significa conoscere se stessi, anche nei lati meno luminosi (è la precondizione per riuscire a lavorarci sopra). E poi: saper ragionare su se stessi in modo obiettivo, senza farsi illusioni e senza attivare meccanismi di autodifesa che distorcono la realtà. E ancora: scegliere di comportarsi in modo onesto e naturale, in accordo con i propri sentimenti e le proprie inclinazioni (attenzione: autenticità non significa cercare il proprio vero sé in modo compulsivo) e senza sentirsi obbligati a compiacere gli altri per ottenere ricompense di qualsiasi tipo. Infine, essere aperti, sinceri, affidabili nelle relazioni e capaci di intimità nelle relazioni più strette.

Imparare a raccontarcela giusta
Dopo aver verificato l’efficacia di questo modello, Kernis e Goldman vanno a indagare i vantaggi dell’”essere autentici”. E verificano che c’è una buona correlazione positiva con una maggior resistenza allo stress, con una migliore capacità di pianificare e affrontare problemi, con una minore competitività, con una maggiore indipendenza e una più consistente autostima. In generale, con un maggior benessere psicologico, e con una maggior sensazione soggettiva di benessere.

Due dettagli interessanti: le persone più autentiche tendono anche a interpretare in modo più benevolo o a minimizzare comportamenti del partner che potrebbero essere letti anche in chiave negativa. E sono di norma genitori più autorevoli e meno autoritari.

L’idea di “vivere una vita autentica” sta davvero diventando popolare, se anche il Sole24 Ore, che di solito si occupa di questioni assai diverse, dedica un lungo articolo, che merita di essere letto, a “uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano: la comprensione profonda del proprio ‘io’ e del suo posto nel mondo”. E sottolinea “che il valore di sé è, prima di tutto, valore nei confronti della nostra stessa coscienza”. Insomma: dovremmo imparare a raccontarcela giusta, a proposito di noi stessi e del nostro stare nel mondo.

Per chi volesse misurarsi direttamente con la questione dell’essere autentici, Huffington Post propone, a partire da un’altra ricerca prodotta da tre università (Harvard, Columbia, Northwestern), un elenco di dieci abitudini inconfondibili delle persone autentiche. Può valere la pena di dare un’occhiata.

Il punto più interessante, credo, è il numero 8, e riguarda la qualità della motivazione. Cioè dell’energia che ci anima in quello che facciamo.

Ci sono due tipi di motivazione: quella esterna, o estrinseca, è attivata dal desiderio di ottenere premi (soldi, riconoscimenti) o di evitare punizioni. Quella interna, o intrinseca, è attivata dalla sensazione che ciò che facciamo va bene, è giusto e ha un senso per noi. La motivazione intrinseca, molto più potente, sembra appartenere alle persone autentiche.

Esercizio radicale
Sull’essere autentici, tuttavia, restano moltissime questioni aperte. Scientific American ne elenca alcune. Per esempio: siamo più autentici quando nel comportamento seguiamo le nostre emozioni, o quando ci accordiamo ai nostri valori? Ed è possibile che ci consideriamo più “autentici” semplicemente quando ci sentiamo più calmi, liberi, amorevoli ed entusiasti?

In sostanza, le persone sarebbero troppo complicate, sfaccettate e spesso conflittuali per poter valutare l’autenticità di qualcuno alla luce di un suo (forse inafferrabile) “vero sé”. D’altra parte, perseguire una condizione in cui ci sentiamo calmi, amorevoli, liberi ed entusiasti non sembra poi così male.

A chi volesse sciogliere velocemente ogni dubbio, Psychology Today propone un esercizio radicale di autenticità e consapevolezza (e anche un buon rito scaramantico): “Scrivi il tuo necrologio. Che cosa ci metti dentro?”.

L’articolo è recentissimo, e si può pensare che la bizzarria della proposta rifletta anche lo spirito del tempo, e l’esperienza che tutti stiamo vivendo.

Di fatto, la pandemia ci mette a stretto confronto con la nostra fragilità e con la nostra finitezza. Potremmo trovare un esito fertile e produttivo, però, nella misura in cui tutto questo ci invita anche a ragionare su qual è la nostra parte più vera, a capire dove sta, e che cosa vorrebbe.

da qui

lunedì 26 ottobre 2020

Navigare in un oceano di incertezza - Annamaria Testa

In quest’ultimo periodo sono usciti, e la cosa non è per nulla sorprendente, diversi articoli che parlano di incertezza. E dicono, mi sembra, cose interessanti.

È un ottimo motivo per tornare sul tema.

Dico “tornare” perché ne avevo già scritto nel bel mezzo del picco della pandemia, ricordando (in estrema sintesi) che a partire dal secondo dopoguerra abbiamo cercato di spingere l’incertezza ai margini più remoti della nostra esperienza quotidiana. E che siamo arrivati a pretendere sempre risposte e soluzioni tempestive, rassicuranti e certe, anche quando ottenerle è oggettivamente impossibile.

Eppure, al crescere della complessità si accompagna fatalmente il crescere dell’incertezza, e dovremmo imparare a gestirla. Senza negarla, senza farcene travolgere, senza pretendere di governarla, ma mantenendoci flessibili e aperti. E facendo leva sull’adattabilità, che è il principale fattore di successo della nostra specie.

Aprire la porta dell’ignoto
Il novantanovenne filosofo Edgar Morin, in una bella intervista su Repubblica, parla del cambiamento che una condizione di incertezza può favorire: “Oggi”, dice Morin, “la globalizzazione ‘tecno-economica’ è più egemonica che mai. Con la sua sete insaziabile di profitto, è stato il motore del degrado della biosfera e dell’antroposfera, ha provocato chiusure nazionaliste, etniche e religiose. Cambiare strada può sembrare impossibile. Ma tutte le nuove vie che la storia umana ha conosciuto erano impreviste, figlie di deviazioni che hanno potuto mettere radici, divenire forze storiche”.

E, poeticamente, aggiunge che “la vita è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso isole di certezze”.

L’obiettivo, dunque, sarebbe imparare a navigare, traendo il massimo vantaggio dalle isole, anche se diventano via via più rare, affrontando l’incerto oceano senza lasciarsene travolgere.

Qualche indicazione in questo senso si può ricavare da Aeon, che pubblica un lunghissimo articolo intitolato The value of uncertainty.

L’esordio è una folgorante citazione del premio Nobel Richard Feynman, tratta dal testo di una conferenza del 1963 intitolata (ci risiamo) L’incertezza della scienza. “Penso”, dice Feynman, “che sia molto più interessante vivere non sapendo, che avere risposte che possono essere sbagliate. Per progredire bisogna lasciare socchiusa la porta dell’ignoto”.

L’intero articolo di Aeon ruota attorno alla storia di Max Hawkins, ingegnere di Google che, sentendosi intrappolato nella sua vita, troppo prevedibile proprio perché perfettamente rispondente alle sue attese, si trasforma in artista. E comincia a vivere secondo le indicazioni di algoritmi che lui stesso ha progettato.

Questi algoritmi, in modo del tutto casuale, gli dicono che cosa mangiare, dove andare a stabilirsi per i due mesi seguenti (lo spediscono, per esempio, a Mumbai e in Slovenia), quale musica ascoltare, a quali eventi assistere, e perfino quale disegno scegliere per un tatuaggio.

Qui, se volete replicare l’esperienza – che lui sostiene essere assai appagante – c’è il suo sito.

La scelta di Hawkins appare paradossale, ma ha un suo perché. Il nostro cervello si dà continuamente da fare, tra aspettative e proiezioni, per anticipare il futuro, e mettersi in grado di affrontarlo al meglio. Ma i tempi che viviamo sono sommamente imprevedibili, e il cervello non ha abbastanza elementi utili per costruirsi un quadro plausibile di quello che verrà.

Dunque, tanto vale allenarlo ad accogliere l’entropia.

Tre tipi d’interessi
La parte secondo me più interessante dell’articolo di Aeon, che compie anche un’ampia digressione nell’universo delle sostanze psicotrope, è quella che distingue fra tre tipi di incertezza.

C’è un’incertezza attesa, che possiamo mitigare recuperando informazioni dall’ambiente, o facendo simulazioni. È quella che sperimentiamo quando, per esempio, sbagliamo strada e non sappiamo più in che direzione andare. Allora chiediamo informazioni, o ricorriamo al navigatore satellitare, o torniamo sui nostri passi fino a ritrovare un luogo conosciuto. E tutto torna a posto.

C’è l’incertezza inattesa, che non riusciamo a contenere ricorrendo alle strategie consuete, e che possiamo affrontare solo alzando il nostro tasso di apprendimento, esplorando nuove opportunità, e imparando a fare delle stime di probabilità. È, per così dire, un’incertezza di secondo livello. Può essere produttiva e creativa perché forza le nostre abitudini di pensiero e di comportamento. Ed è quella con cui si confronta Hawkins.

E poi c’è la volatilità: un susseguirsi di cambiamenti così repentini e disordinati che fare stime è impossibile e non c’è nemmeno il tempo per imparare qualcosa di nuovo. È un’incertezza di terzo livello. Una situazione in cui simulazioni e stime sono impossibili, e in cui gli esiti di qualsiasi azione sono aleatori. Risultato: frustrazione, senso di impotenza, apatia, fino alla paralisi.

Isole di certezza
Hawkins trae il massimo profitto creativo dalla sua situazione perché è sì molto incerta, ma non volatile. Lui stesso ha progettato gli algoritmi, quindi lui stesso ha determinato la situazione in cui si trova. E comunque gli algoritmi presentano delle regolarità: per esempio, lo spediranno ad abitare in un luogo casuale, ma lo faranno regolarmente ogni due mesi. La prevedibilità temporale è dunque, per così dire, un’isola di certezza.

Costruire isole di certezza per ricondurre l’insopportabile condizione di volatilità a una più sopportabile (e potenzialmente fertile) situazione di incertezza inattesa è quanto facciamo noi quando, nel bel mezzo del caos, ci ricostruiamo frammenti di nuova normalità, per esempio cuocendoci a casa il pane. O imponendoci di fare regolarmente esercizio. Ma è anche quanto, a pensarci bene, facciamo appena arrivati nella stanza sconosciuta di un albergo, in un posto sconosciuto: disponiamo subito in ordine, attorno a noi, le nostre cose. Minuscole isole di certezza.


Di odierna paralisi da incertezza selvaggia parla anche un brillante articolo di Axios. Il quale segnala che una strategia utile è pianificare sulla base non di un possibile futuro, ma di molti possibili futuri alternativi: un esercizio che ci rende, oltre che più preparati, più adattabili.

In sostanza, si tratta di tracciare molte rotte possibili, per potersi di volta in volta accordare al vento, ma senza perdete di vista la meta.

Per riuscirci bene, però, dobbiamo abbandonare ogni illusione che tutto possa tornare come prima, e accettare il fatto che disponiamo di poche risposte alle infinite domande che ci stiamo ponendo.

Dobbiamo anche considerare che una dose d’ansia, in una situazione come questa, non è patologica, ma legittima e umana.

In sostanza: dobbiamo sperare per il meglio, pianificare per il peggio (per tutti i possibili peggio), e restare focalizzati sulle priorità reali (questa à la cosa più difficile), senza perderci nei dettagli o farci travolgere dalle chiacchiere. Conservando la capacità di guardare attraverso e oltre l’emergenza.

E sì: ricordiamoci di indossare la mascherina.

da qui