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venerdì 28 agosto 2026

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso - Riccardo Bocci

Tratto da Altreconomia 288 — Gennaio 2026

 

A novembre 2026 saranno passati trent’anni dalla Conferenza mondiale sull’alimentazione tenutasi a novembre 1996 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) a Roma, voluta dall’allora neo direttore generale, il senegalese Jacques Diouf, primo africano a presiedere l’Agenzia. Dopo più di due decenni dall’ultima Conferenza del 1974, Diouf riteneva inaccettabile “la tragedia umana di 800 milioni di persone senza un adeguato accesso al cibo” e per questo chiedeva un cambio di passo alla sua organizzazione. Purtroppo, come abbiamo visto anche nell’ultima rubrica del 2025 dedicata alla Fao, da allora la situazione non ha registrato molti progressi.

Di quel momento vorrei però ricordare non tanto l’evento ufficiale ma quello parallelo organizzato dalla società civile, con il coordinamento della Via Campesina, presso la stazione Ostiense. Infatti è in questa occasione che viene coniato il concetto di “sovranità alimentare” che dal 1996 ha animato un fecondo dibattito tra organizzazioni del Nord e del Sud globale e marcato la sua presenza nei vari consessi in cui le istituzioni internazionali si incontravano: dai vari G8 o G20 passando dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) fino alle famose Conferenze delle parti (Cop) delle Convenzioni su ambiente e cambiamenti climatici.

Il percorso nazionale, europeo e globale dei movimenti sociali espresso nei social forum di inizio anni Duemila non può essere raccontato senza considerare l’importanza che la sovranità alimentare e i movimenti a essa associati hanno giocato nel muovere le coscienze e mobilitare le persone.

La questione agricola era tornata prepotentemente nell’agenda politica dei movimenti sociali e, con più fatica, si faceva strada anche nella politica. Allora era ancora attivo un canale di comunicazione e reciproco ascolto con una parte della sinistra parlamentare che sosteneva anche economicamente i processi in corso. L’edizione del social forum a Firenze nel 2002 può essere vista come il momento di massimo splendore di questo percorso.

Le persone senza adeguato accesso al cibo nel 1996 erano 800 milioni. Una tragedia umana che dopo trent’anni non si è ancora conclusa

Che cosa resta di quegli anni? Via Campesina ha dedicato tre Forum mondiali alla sovranità alimentare (in Mali, a Nyéléni, nel 2007 e nel 2015 e in Sri Lanka nel 2025) ma questi eventi sono diventati quasi per “addetti ai lavori”, un bel castello arroccato a cui mancano le connessioni vitali con il territorio circostante. I movimenti sociali che la alimentavano e di cui si nutriva sono invecchiati, appassiti nel frattempo.

La sovranità alimentare invece di essere capita, tradotta e praticata dalla sinistra politica, inebriata dalla sbornia neoliberista, è stata sdoganata a destra dando il nome al nuovo ministero dell’Agricoltura coniugata come difesa ideologica, sterile e commerciale di un fantasioso “Made in Italy”.

L’agricoltura è così scomparsa dal dibattito pubblico come tema sociale, animato, vissuto e praticato da chi la crisi agricola, frutto della tensione irrisolta tra tradizione e modernità, la vive tutti i giorni. Non sono scomparsi i conflitti, sono semplicemente diventati invisibili. Le nuove tecnologie, dai droni ai nuovi Ogm, sono diventate l’orizzonte salvifico e mediatico dentro cui è stato incanalato il futuro dell’agricoltura con una saldatura tra mondo sindacale, politico e scientifico. E, ironia della sorte, quasi come una vendetta del capitalismo che tutto mangia e digerisce, la stazione Ostiense che ha dato i natali alla sovranità alimentare oggi è diventata la sede di Eataly, il negozio emblema del “Made in Italy buonista”.

https://altreconomia.it/sulla-sovranita-alimentare-la-sinistra-ha-perso/

venerdì 29 marzo 2024

Sovranità alimentare e Palestina - Verónica Villa

Da molti anni contadine e contadini palestinesi per coltivare devono chiedere un permesso, che molto spesso viene revocato. In un territorio coperto per quasi la metà ulivi, grazie a cui sopravvivevano più di 100 mila famiglie, dal 2000 le forze israeliane hanno sradicato più di tre milioni di alberi. Nello stesso periodo, da quando hanno iniziato a costruire il muro in Cisgiordania, è stato impedito l’accesso alle tradizionali fonti d’acqua al 95 per cento della gente in Palestina. Dal 2008, inoltre, l’occupazione israeliana ha istituito un sistema di “conteggio calorico” progettato per diminuire i consumi alimentari degli abitanti di Gaza a livelli appena sopra il limite della fame. I 32 mila morti sono oggi la superficie di ciò che subiscono i palestinesi da molti anni. Migliaia in questi giorni continuano a morire di fame, sete, mancanza di cure mediche e altre forme di violenza. Ciò che accade in Palestina è tremendamente familiare ai popoli indigeni e contadini di altri angoli del mondo… La liberazione della Palestina è la liberazione del mondo

 

Distruggere la produzione di alimenti è una tattica storicamente utilizzata dai colonizzatori per sradicare culture e creare dipendenza. Alimentazione, territori e libertà vanno di pari passo, lo sa bene il collettivo di comunicazione A Growing CultureAGC fornisce informazione e strumenti al servizio delle resistenze contadine di tutto il mondo. Sanno che l’attenzione delle persone è il nuovo campo di battaglia e si impegnano perché più gente possibile si unisca alla lotta per la sovranità alimentare.

Quella che segue è una dichiarazione di AGC approfondita e pungente sul genocidio del popolo palestinese.

Furto di terre

Fin dall’inizio Israele si è accaparrato più dell’85 per cento della terra che storicamente apparteneva agli abitanti della Palestina. Durante la Nakba (l’esodo dei popoli palestinesi causato dalla nascita dello stato di Israele nel 1948) furono distrutte più di 700 mila comunità palestinesi. Da allora Israele ha costruito insediamenti e zone militari separando uomini e donne palestinesi dalla loro terra. Nel 60 per cento del versante occidentale, a noi noto come Cisgiordania, contadini e contadine per coltivare devono chiedere un permesso, che molto spesso viene revocato dalle autorità israeliane.

L’autorità di Israele distorce una legge di epoca ottomana, progettata per promuovere l’agricoltura assegnando le terre a riposo a chi voleva coltivarle. Manipolando questa legge, Israele distrugge campi e boschi palestinesi per confiscare le terre. Questa strategia deriva dallo sfruttamento di circa il 40 per cento della sponda occidentale del fiume Giordano (fonte: Ufficio centrale di statistica palestinese delle Nazioni Unite).

Separare le comunità dalle loro acque

La costruzione del muro in Cisgiordania ha impedito l’accesso alle tradizionali fonti d’acqua al 95 per cento della gente in Palestina, che è costretta a consumare acqua controllata da aziende israeliane. Israele nega ai palestinesi ogni accesso al fiume Giordano e controlla più dell’85 per cento delle riserve idriche del versante occidentale. Gli insediamenti israeliani consumano in media sei volte più acqua delle comunità palestinesi.

Già da prima dell’assedio che ha seguito il 7 ottobre era impossibile bere più del 90 per cento dell’acqua di Gaza, a causa della sistematica distruzione delle infrastrutture per mano di Israele. Più di due milioni di abitanti di Gaza subivano la permanente carenza di acqua prima di Ottobre 2023. L’unica fonte idrica a Gaza è una falda contaminata da acque di scarico, chimiche e marine. L’agricoltura palestinese dipende molto dall’irrigazione, e la crisi idrica aumenta la dipendenza dagli aiuti alimentari e dalle importazioni (fonti: Al Jazeera, Amnesty International e The Guardian).

La distruzione dell’agricoltura

Più del 70 per cento dei palestinesi sussistevano grazie all’agricoltura prima della colonizzazione israeliana. Nel 1967 la produzione agricola della Palestina competeva con quella di Israele. I contadini in Cisgiordania producevano tanto da esportare l’80 per cento della verdura e il 45 per cento della frutta.

Nel 1985 il ministro della difesa israeliano Yitzhak Rabin dichiarò che il governo di Israele non avrebbe favorito lo sviluppo dei territori occupati, né ci sarebbero stati permessi per espandere l’agricoltura o l’industria che avrebbero potuto essere di competenza dello stato israeliano. Come risultato di questa politica, il contributo dell’agricoltura Palestinese al Prodotto Interno Lordo calò del 28 per cento, arrivando al 4.8 nel 1993 e al 2.6 nel 2018. Dal 2007 più del 77 per cento dei residenti di Gaza dipende dagli aiuti alimentari (fonti: McMaster University and Econometric Research Limited, Applied Research Institute di Gerusalemme, OIT, GRAIN).

La dieta della morte

Dal 2008 l’occupazione israeliana ha istituito un sistema di “conteggio calorico” progettato per diminuire i consumi alimentari degli abitanti di Gaza a livelli appena sopra il limite della fame. Dov Weisglass, consigliere dell’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert, ha dichiarato che “l’idea è mettere i palestinesi a dieta senza che muoiano di fame”.

Nel 2022 le Nazioni Unite hanno riferito che più del 64 per cento degli abitanti di Gaza erano in stato di severa o moderata insicurezza alimentare. Molti bambini nati e cresciuti sotto l’occupazione soffrono di ritardo nello sviluppo, insufficienza renale, denutrizione, malnutrizione, anemia e carenza di micronutrienti. Oggi tutta Gaza soffre di severa insicurezza alimentare (fonte: Nazioni Unite).

Estirpare gli alberi alla radice

La produzione di olive è centrale nella cultura e nell’economia della Palestina. Lungo il versante occidentale del Giordano e nella striscia di Gaza, il 45 per cento dei terreni agricoli è coperto da ulivi, grazie a cui sopravvivevano più di 100 mila famiglie. Dall’anno 2000 le forze israeliane hanno sradicato più di tre milioni di alberi. Più del 70 per cento degli alberi estirpati in Cisgiordania erano ulivi.

Israele ha spruzzato quotidianamente erbicidi e pesticidi e gettato rifiuti pericolosi nei territori palestinesi. Si concentra sui frutteti e cerca di degradare i terreni e di contaminare l’acqua, in modo che l’agricoltura sia impossibile da praticare (fonti: Nazioni Unite, Al Jazeera, Reliefweb, +972 Magazine).

Bloccare le vite di donne e uomini palestinesi

Nel 2007 Israele ha trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto imponendo il blocco delle esportazioni e importazioni, restringendo l’accesso a cibo, sementi, mezzi di produzione agricoli e combustibili. Allo stesso tempo è aumentato il flusso verso la Palestina di beni israeliani di basso costo, cosa che distrugge la fragile economia dei prodotti locali. Le esportazioni dalla Palestina invece sono diventate costosissime per via dei requisiti commerciali, stabiliti da Israele, alle frontiere e alle dogane. Come effetto di blocco, sanzioni e restrizioni Israele controlla più del 58 per cento delle importazioni palestinesi e l’86 per cento delle esportazioni.

Israele ha anche limitato la pesca a una distanza di 11 chilometri dalla costa, tagliando l’accesso all’acqua migliore per uomini e donne palestinesi, minacciando o assassinando pescatori e confiscando le loro barche e attrezzature (fonte: International Trade Administration, Ufficio centrale di statistica palestinese delle Nazioni Unite e Grassroots International).

L’attuale genocidio dei popoli palestinesi è giustificato come risposta ai fatti del 7 ottobre. Questo discorso nasconde la realtà che gli abitanti della Palestina vivono sotto un brutale colonialismo di Stato da più di 75 anni, spiega A Growing Culture. I 30 mila morti sono solo la superficie della violenza che subiscono. Migliaia di altri continuano a morire di fame, mancanza d’acqua, di cure mediche e altre forme di violenza messa in atto dai tempi della Nakba. La Nakba è un processo continuo che cerca di eliminare il popolo palestinese dalla faccia della terra strappandogli territori, diritti e sovranità.

La distruzione dell’alimentazione e dei sistemi agricoli è una tattica molto usata dai colonizzatori per sterminare popoli e culture. Lo sanno molto bene le comunità di tutto il mondo. Ciò che accade in Palestina è tremendamente familiare per i popoli indigeni e contadini dell’America Latina e per chiunque resista all’oppressione del sistema. La liberazione della Palestina è la liberazione del mondo.


Dalla pagina Instagram e Facebook di A Growing Culture.


Pubblicato su desinformemonos.org con il titolo Soberanía alimentaria, comunicación y Palestina (Verónica Villa fa parte del Grupo ETC)

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venerdì 22 marzo 2024

Dopo i trattori: un “protezionismo intelligente” per l’agricoltura - Sergio Simonazzi

  

Non intendo qui riprendere ciò che è stato scritto fino ad ora, talvolta con grande competenza, sulle proteste degli agricoltori in tutta Europa, ma soffermarmi sul contesto in cui si sono inserite. In particolare voglio ricordare cosa rappresenta per la comunità umana l’attività agro-zootecnica.

L‘agricoltura, anche se poco considerata (e proprio per questo retta in Europa esclusivamente da cospicui e iniqui provvedimenti della Politica Agricola Comunitaria), costituisce il settore primario dell’economia classica, mentre l’industria ne è componente secondaria. Essa è l’unica l’attività che, se gestita secondo i principi della agroecologia, garantisce un’economia eterna. Oltre che produrre derrate alimentari, poi, assicura equilibri territoriali e biodiversità così costituendo uno dei principali ostacoli al diffondersi delle pandemie. Il terreno agricolo assorbe, secondo l’ISPRA, 500 kg/ha/anno di CO₂ e trattiene quasi 4 milioni di litri d’acqua per ettaro sì che l’attività produttiva si intreccia con la riduzione dei disagi prodotti dall’ormai acclarato cambiamento climatico: non a caso le poche figure istituzionali “illuminate”, in Italia e nel mondo, tendono a diminuire la cementificazione del territorio. Di più, in termini di salute, il buon cibo prodotto da un’agricoltura naturale e sana è, insieme all’aria non inquinata, uno dei cardini della “prevenzione primaria”: più della stessa diagnosi precoce delle malattie che, al contrario di ciò che si pensa, è uno strumento di prevenzione secondaria. A ciò consegue anche che adeguati investimenti nel settore agricolo sono ampiamente compensati dai risparmi in spese per costose e dolorose terapie.

Alla luce di queste considerazioni vorrei formulare alcune semplici proposte di intervento nel settore agricolo, da sempre trascurato dalla politica.

Primo. Occorre anzitutto dare concreta applicazione alla proposta di “sovranità alimentare” elaborata nel 1996 dall’associazione sudamericana Via Campesina. Tale proposta afferma il diritto dei popoli a definire le proprie politiche e strategie di produzione, distribuzione e consumo di cibo: tutt’altra cosa, rispetto alla agrozootecnia industriale, che si caratterizza per monocoltura (antitesi della biodiversità) e allevamenti intensivi le cui produzioni sono destinare precipuamente alla esportazione e alla grande distribuzione.

Secondo. Bisogna, poi, annullare gli accordi internazionali che prevedono prezzi fissi per i prodotti agricoli poiché, in agricoltura, le produzioni sono condizionate non solo dalla professionalità degli agricoltori, ma soprattutto da condizioni climatiche differenziate da paese a paese e dalla imprevedibilità delle stesse a causa dei cambiamenti climatici.

Terzo. La razionalità indica che l’ortofrutta, prodotto ad alto contenuto di acqua (che – come noto è il maggior attivatore di fermentazione…), deve essere consumata quanto più possibile vicino al luogo di produzione al fine di permetterne la raccolta a maturazione adeguata e, conseguentemente, al massimo delle qualità organolettiche. Al contrario, se questo alimento viene prodotto a migliaia di km di distanza, si impongono alcuni procedimenti impropri: raccolta prematura, trattamenti chimici per impedirne la decomposizione, confezioni più complesse per la conservazione etc. Senza contare l’utilizzo di energia fossile per il trasporto, alla faccia della prevenzione primaria e delle sostenibilità! Questa forma di autarchia avrebbe anche l’effetto di consentire, nei paesi più poveri, l’orientamento delle produzioni alimentari verso i consumi interni e non verso il bulimico e ricco mondo occidentale.

Quarto. Occorre, infine, diminuire il consumo di carne, come indicato dall’OMS, a 4-500 grammi pro capite alla settimana (ovvero circa 20 kg annui). Vi sono attualmente nazioni in cui se ne consumano oltre 100 kg all’anno (USA e Australia: dati 2020); in Italia se ne consumano 60-70 kg annui (dati Slow Food). Una minore ingestione di carne garantirebbe infatti, oltre a un miglioramento della salute umana, una migliore gestione del territorio: basti considerare che la diminuzione del carico di bestiame (bovini in primis) per ettaro comporta minori deiezioni, con conseguente rispetto della “Direttiva nitrati” al fine di non inquinare le falde acquifere.

In sintesi, occorre affidarsi, in agricoltura, a un “protezionismo intelligente”. Lo impongono, come si è visto, il mantenimento di una buona salute e il risparmio energetico da combustibili fossili. Ciò non vuol dire negare la possibilità di scambi internazionali. Ma devono essere ragionevoli


P.S. A supporto di quanto esposto ricordo un articolo di una grande femminista, saggista ed ecologista, Carla Ravaioli, dal titolo Keynes e l’arte della vita, risalente a 20 anni fa, che cita la seguente frase dello stesso Keynes: «Ho simpatia per coloro che vogliono minimizzare piuttosto che massimizzare l’intreccio economico tra le nazioni. Le idee, la conoscenza, l’arte, l’ospitalità, i viaggi, sono tutte cose che per natura sono internazionali. Ma le merci dovrebbero essere di fabbricazione nazionale ogni volta che ciò è possibile e comodo».

da qui

lunedì 7 novembre 2022

La sovranità è dei contadini - Monica Di Sisto

 

Il 75% delle persone che abitano questo pianeta viene sfamato dai lavoratori delle campagne. Le loro competenze, voci, corpi, vite, diventino politiche.

Bando degli ananas, penuria di sushi, dazi sul poké: l’annuncio da parte del governo Meloni di voler istituire il ministero per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare ha suscitato tra stampa e parte della comunità istituzionale ilarità e preoccupazioni su eventuali prospettive autarchiche per il settore agroalimentare nazionale. Quanto questo sia frutto di ignoranza e scarsa conoscenza del settore è presto spiegato. Quanto un cambio di denominazione non compia da solo il cambiamento di modello che pure oggi è necessario all’agroalimentare a livello globale, è anch’esso oggetto di questa riflessione.

 

Le rassicurazioni del ministro

Il neoministro all’agricoltura Francesco Lollobrigida[i], allo scoppio delle polemiche, si è affrettato a spiegare che la dicitura era mutuata dal governo del presidente Macron, e che il cuore di questa auspicata nuova centralità nazionale nelle politiche agroalimentari si concentrava, essenzialmente, nell’espandere le coltivazioni nei terreni oggi incolti, secondo quanto prescrive la politica agricola comunitaria, per limitare le emissioni climalteranti, recuperando fino a un milione di ettari coltivabili. Poi il rinnovo di contratti di filiera più chiari per aiutare i produttori di materie prime agricole, l’istituzione di nuovi fondi per le aziende in crisi. Infine la lotta all’etichetta Nutri-Score, che classifica il cibo in base alle calorie bollando come insalubri alcuni “pezzi forti” dell’export italiano come parmigiano e prosciutto, oltre alla lotta ai cibi contraffatti con nomi che scimmiottano quelli tricolori, cioè l’“Italian sounding”.

 

Il cibo nel mercato globale

Una “vera” sovranità alimentare, però, è tutt’altra cosa. Alle origini del mercato globale, quando all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale i vincitori si proposero di far ripartire l’economia nel mondo, grazie all’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT) si lanciò un sistema di regole valide per tutti che stabilivano le condizioni secondo le quali le merci potevano essere scambiate tra i Paesi che vi aderivano. L’obiettivo era di rendere questi passaggi progressivamente più veloci e meno costosi, abbattendo nel tempo dazi e quote. L’agricoltura però, in considerazione della sua strategicità e criticità per la sopravvivenza di vincitori e vinti, era stata eccettuata da questo processo di progressiva globalizzazione e sottoposta a un negoziato di lungo periodo.

Dopo la caduta del muro di Berlino, e la creazione, nel 1995, dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) con l’obiettivo di istituzionalizzare, e quindi di rendere politico, il processo in corso di liberalizzazione e integrazione progressiva dei mercati, l’agricoltura entrò tra i temi di liberalizzazione commerciale con uno specifico Accordo Agricolo[ii]. Il cibo cominciò ad essere utilizzato come merce di scambio, al pari di tutte le altre merci, nel quadro della negoziazione generale, come se fosse un tubo o una scarpa, e con esso anche le regole con le quali i diversi Paesi ne assicurano prezzi, salubrità per l’ambiente, sicurezza per chi lo produce e per chi lo consuma.

Produrre, infatti, cibo “buono, pulito e giusto” [iii], come recita lo slogan di Slow food, per chi lo produce e per chi lo consuma, ha costi decisamente più elevati per chi lo commercia. La compressione dei costi di produzione, oltre alla noncuranza anche da parte degli Stati membri della Wto per gli impatti ambientali e sociali negativi e visibili della intensificazione dei sistemi e degli scambi già in corso nel settore, sono state le preoccupazioni immediate dei movimenti dei contadini che in tutto il mondo già pagavano sulla propria pelle il prezzo di questa deriva dai tempi della rivoluzione verde e delle piantagioni coloniali.

 

La prospettiva e le lotte dei contadini

È con questa visione che nel 1996, quando la Fao lanciava a Roma il primo World food summit [iv], si riunì a Roma una rete di movimenti sociali, Ong e reti di piccoli produttori di cibo da tutto il mondo. Il “Forum delle Ong sulla sicurezza alimentare”, presieduto e organizzato dalla Ong italiana Crocevia insieme alla neonata rete internazionale che promuoveva la prospettiva dei contadini rispetto all’agroalimentare, La Via Campesina, lanciò il concetto di sovranità alimentare.

Sovranità alimentare significa, innanzitutto, riconoscere che il 75% delle persone che abitano questo pianeta lo sfamano i contadini, non le multinazionali e i supermercati. E che per questo le regole che riguardano campi e cibo dovrebbero essere pensate non per facilitare forniture e profitti di queste ultime, ma per promuovere una produzione di cibo che, sulla base dei saperi e di una scienza basati sull’agricoltura contadina, abbia come obiettivi principali quelli di combattere la fame e la povertà sviluppando e rafforzando economie locali, la democrazia e la promozione dei diritti umani.

Con questa verità in tasca, e con una lotta serrata che si è svolta in tutte le istituzioni nazionali e internazionali, i contadini hanno ottenuto che, ad esempio, la Fao riconoscesse nell’agricoltura contadina e nell’agroecologia la strategia maestra, non residuale e folcloristica, per alleggerire il pianeta dalle emissioni del settore agroalimentare che, sempre secondo la Fao, rappresentano circa un terzo delle emissioni climalteranti globali[v]. Un riconoscimento che si è accompagnato anche ad un cambiamento nella struttura decisionale dell’agenzia delle Nazioni Unite per il cibo, che ha visto i contadini e le proprie rappresentanze essere poste sullo stesso piano degli Stati e del settore privato[vi].

 

Quelle parole di Giorgia Meloni

La premier Giorgia Meloni, nel suo discorso d’insediamento al Parlamento[vii], ha chiarito che a suo giudizio “l’Italia deve tornare ad avere una politica industriale, puntando su quei settori nei quali può contare su un vantaggio competitivo. Penso al marchio, fatto di moda, lusso, design, fino all’alta tecnologia. Fatto di prodotti di assoluta eccellenza in campo agroalimentare, che devono essere difesi in sede europea e con una maggiore integrazione della filiera a livello nazionale, anche per ambire a una piena sovranità alimentare non più rinviabile”. Ovviamente, dice lei, ma lo avevamo capito anche noi, questo non significa “mettere fuori commercio l’ananas, come qualcuno ha detto, ma più banalmente garantire che non dipenderemo da nazioni distanti da noi per dare da mangiare ai nostri figli”. E qui, però, c’è il nodo della contraddizione che né Meloni né i suoi predecessori sembrano voler sciogliere.

 

Il prezzo salato del Made in Italy

Perché l’Italia, in realtà, da troppi anni non è autosufficiente non perché non potrebbe esserlo, ma perché ha scelto di schiacciare il proprio agroalimentare proprio sulle esportazioni. Che l’autosufficienza sia una priorità importante lo ha dimostrato la pandemia, come tutti gli altri disastri provocati dai cambiamenti climatici: quando i cargo, le navi, i camion non partono, o i prezzi del cibo globalizzato schizzano alle stelle per colpa delle speculazioni, i supermercati si svuotano. Se i sistemi locali di produzione e distribuzione del cibo, a partire dai mercati, non funzionano, o si basano sulle stesse filiere, banalmente le persone non mangiano. In tempi incerti come questi devi avere soluzioni alternative solide ai supermercati globalizzati. E per questo il Made in Italy cui la premier fa riferimento può davvero poco.

Gli ultimi dati[viii] confermano che l’Italia esporta sempre di più in valore, nonostante la crisi e l’inflazione, ma è un artificio algebrico: questo, infatti, non significa che un numero maggiore di prodotti italiani lasciano il nostro Paese per mete esotiche, ma che vengono venduti a prezzi più alti, anche per la crescita dei costi. Questi prodotti “Made in Italy” a prezzi alti per il 69% vengono venduti in Europa, ma negli anni sono sempre meno accessibili a lavoratrici e lavoratori del nostro Paese, tra i quali gli stessi contadini, che da trent’anni, pecore nere dell’Unione, vedono i propri salari calare[ix].

Questi prodotti indebitano il Paese, perché il dettaglio merceologico delle importazioni, che trascinano la nostra bilancia commerciale in deficit aggravando il buco del Pil, rivela che esse sono costituite in larga parte da materie prime non trasformate e prodotti semilavorati che parlano tutte le lingue del mondo e che noi utilizziamo per fare quel Made in Italy agroalimentare che esportiamo a caro prezzo. Il resto è prodotto a qualità e costi molto più bassi, che sono la base alimentare della classe media e dei poveri di questo Paese.

Queste materie prime, infine, le otteniamo a prezzi bassi perché le importiamo sempre di più da Paesi con i quali stringiamo accordi commerciali che ci permettono di concordare standard di qualità e di produzione, presenza di pesticidi, di tossine, di ogm, peso sull’ambiente e emissioni, intensità e numero di controlli sempre più deregolati. Il tutto a vantaggio di pochissimi gruppi e portatori d’interesse nazionali e internazionali, che negli anni stanno trascinando verso il basso anche il quadro delle regole europee e nazionali. Tutte le regole: perché quando si parla di cibo si parla di sopravvivenza, ambiente, lavoro, diritti umani. Le basi del contratto sociale.

Per questo la sovranità alimentare senza i contadini non si può che enunciare: per compierla c’è bisogno che le loro competenze, voci, corpi, vite, diventino politiche. Una pratica democratica che nessuno dei governi istituiti dalla sua dichiarazione nel 1996 ha mai voluto percorrere fino in fondo in questo Paese. Le reti de La via campesina o l’Associazione rurale italiana, le organizzazioni come Crocevia, le campagne come “Cambiamo agricoltura”[x] che chiedono passi concreti contro i cambiamenti climatici, le esperienze come la Food Policy milanese e romana, dove insieme, organizzazioni come la mia e istituzioni cittadine, si stringono intorno a una pratica partecipata delle politiche del cibo. Non basta dichiarare, serve riconoscere e fare sul serio. I governi passano, i cittadini votano.

Monica Di Sisto, giornalista dell’Osservatorio italiano su clima e commercio Fairwatch

 

[i] https://quifinanza.it/editoriali/video/francesco-lollobrigida-cognato-meloni-sovranita-alimentare/673125/

[ii] https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/111/wto-agreement-on-agriculture

[iii] https://www.slowfood.it/comunicati-stampa/ministro-sovranita-alimentare/

[iv] https://www.croceviaterra.it/sovranita-alimentare/cos-e-sovranita-alimentare/

[v] https://www.fao.org/news/story/en/item/1379373/icode/

[vi] https://www.csm4cfs.org/

[vii] https://formiche.net/2022/10/discorso-completo-giorgia-meloni-camera/

[viii] https://www.ismeamercati.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/12292

[ix] https://www.milanofinanza.it/news/italia-30-anni-di-salari-in-calo-202205171511219124

[x] https://www.cambiamoagricoltura.it/

 

Articolo pubblicato anche sul Blog Collettiva


da qui

lunedì 31 ottobre 2022

La sovranità alimentare: ennesimo fallimento della sinistra rosé - Antonio Di Siena

 

“Siamo in grado di provvedere al nostro fabbisogno alimentare. Secondo alcune organizzazioni internazionali invece dovremmo vivere per sempre grazie ai loro aiuti alimentari, ma questi aiuti ci bloccano e indeboliscono le nostre volontà, e senza che nemmeno ce ne accorgiamo, piano piano, ci abituiamo così ad essere degli assistiti, dei poveracci. Questa abitudine va messa da parte, dobbiamo darci da fare, dobbiamo produrre, produrre di più, e il perchè mi sembra evidente: chi ti impone gli aiuti ti impone i suoi interessi [..] Dobbiamo far capire a tutti che i mercati africani sono i mercati degli africani. Dobbiamo produrre qui, trasformare le nostre materie prime qui e consumarle qui. Dobbiamo produrre ciò di cui abbiamo bisogno e consumare ciò che produciamo, non solo ciò che importiamo. Io e la mia squadra oggi vestiamo tessuti tutti prodotti da noi, col nostro cotone, dai nostri uomini e donne. Intendiamoci, non miro a presentare sfilate di moda, sto semplicemente dicendo che dobbiamo accettare di vivere all’africana, perchè è il solo modo che abbiamo per vivere liberi e con dignità”.

Thomas Sankara.

Quanto sta accadendo da ieri riguardo il tema della sovranità alimentare è la prova maestra di tutta la bestiale, irrimediabile ignoranza che da anni appesta il campo del centro sinistra italiano.

Un branco di minus habentes che ha scambiato un pilastro ideologico di tutti i movimenti terzomondisti, ecologisti e di emancipazione dei lavoratori dei sud del mondo per l’ennesimo pericolo fascista. Quindi, visto che la cantonata è davvero gigantesca, famo a capisse.

La prima volta che ho sentito parlare di sovranità alimentare è stato a Genova nel 2001 quando, poco meno che ventenne, incontrai una parola allora considerata fortemente di “sinistra” e il pensiero di una delle sue principali sostenitrici: Vandana Shiva. E per me, nipote di braccianti e coltivatori diretti del meridione, fu amore a prima vista. Al punto da scriverci, qualche anno dopo, addirittura la tesi di laurea in diritto agrario.

Ma cos’è la sovranità alimentare?

Volendo semplificare il concetto è il diritto di ogni popolo della terra ad alimenti e produzioni sane, nate da metodi e filiere sostenibili e legate alla tradizione, nonché il loro diritto a organizzare (e normare giuridicamente) il proprio sistema agricolo e alimentare nel rispetto degli ecosistemi, della cultura agroalimentare autoctona e della sostenibilità. È pertanto un concetto fortemente anti liberista perché al modello fatto di mercati, merci, multinazionali, ogm, sfruttamento del suolo e dei lavoratori ne contrappone un altro rispettoso dell’ambiente, dei cicli stagionali e dei coltivatori. Punta cioè a costruire un modello di produzione di filiera corta, equo, sostenibile e che consenta remunerazioni adeguate per produttori e lavoratori. È praticamente l’esatto contrario di ciò che accade oggi. E “grazie” a cui assistiamo inermi a disboscamenti massicci, sfruttamento intensivo, dissesti idrogeologici, carestie, fame e malattie. Fino ad arrivare ai nostri coltivatori costretti a svendere i loro prodotti di eccellenza - quando non a lasciarli direttamente marcire - perché strozzati dal meccanismo perverso della grande distribuzione.

La sovranità alimentare quindi è un tema ecologico, economico e socialista al tempo stesso. Perché ribaltare lo schema neoliberista delle produzioni votate all’export significa prediligere la domanda e il mercato interno. E quindi, per forza di cose, far crescere i consumi e quindi i salari. Per consentire ai lavoratori di acquistare costosi generi alimentari d’eccellenza (San Daniele, Parmigiano, pomodori Pachino ecc) compensando il mancato guadagno del produttore derivante dalla impossibilità di esportarli e venderli a peso d’oro sul mercato estero. Prodotti che gli italiani non si possono più permettere, dovendo accontentarsi di surrogati di importazione a basso costo e di dubbissima qualità. Gli unici in grado di stare in un mercato a salari bassissimi e domanda interna compromessa senza scatenare rivolte. Significa, per fare un esempio comprensibile, consentire a tutti di fare la spesa da Eataly e non alla Lidl. Almeno in teoria. Significa mettere in discussione il globalismo, il libero mercato e la moneta unica perché senza sovranità monetaria non può esserci sovranità alimentare. Significa, in altre parole, un nuovo e radicale modello di sviluppo.

E il fatto che ne parli la Meloni è solo l’ennesimo colossale fallimento di un movimento “de sinistra” che nella sua parte consapevole è incapace di parlare - e farsi capire - dalle masse. E nella sua parte inconsapevole, semicolta e antifascista di maniera che l’ha scambiata per autarchia.

Sovranità alimentare infatti non significa autosufficienza ma consumo equo e sostenibile e commercio solidale con altri paesi. Coincide con la messa in discussione dei processi di sfruttamento e con la decolonizzazione produttiva concausa, tra le altre cose, anche delle migrazioni di massa. Sovranità alimentare quindi è internazionalismo in purezza. E questo ve lo dovete ficcare bene in testa.

Beninteso, non sto dicendo che il nuovo governo declinerà il tutto nei termini sopra esposti (anche perché la mia opinione su di loro la conoscete già). Anzi.

Molto probabilmente si limiterà a campagne slogan sul Made in Italy e a qualche dazio ai paesi ostili (Cina in primis), perché la destra atlantista non può essere anti liberista giacché la NATO è da sempre il braccio armato del libero mercato. Il cannone che precede il mercante. Ma fare entrare prepotentemente il concetto di sovranità alimentare nel dibattito politico è un fatto storico di importanza capitale. Ci offre un tema di lotta dirompente in un paese che sopravvive solo grazie all’agroalimentare. Il problema è che chi questa opportunità avrebbe dovuto coglierla all’istante, appena sentita la parolina al tiggì, sta ancora una volta dando la caccia al fascismo immaginario. Unica occupazione possibile per dissimulare un abisso di ignoranza profondo come la fosse della marianne. E il proprio essere inconsapevolmente e irrimediabilmente degli stramaledetti liberisti. Tacete per una buona volta, e mettetevi a studiare sul serio. Ne avete seriamente bisogno.

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venerdì 28 ottobre 2022

La sovranità dell’agrobusiness - Crocevia


Era il 1996 quando in contemporanea al World Food Summit indetto dalla FAO, si riunì a Roma una rete di movimenti sociali, ONG e reti di piccoli produttori di cibo da tutto il mondo.

Durante questo Forum delle ONG sulla sicurezza alimentare, presieduto e organizzato da Crocevia insieme a una rete di organizzazioni, La Via Campesina lanciò il concetto di sovranità alimentare. Un termine che sfida da oltre 25 anni il modello di produzione e distribuzione alimentare globalizzata, dominato dalle multinazionali e guidato da un approccio liberista.

La sovranità alimentare offre infatti un nuovo paradigma per combattere la fame e la povertà sviluppando e rafforzando economie locali, la democrazia e la promozione dei diritti umani

Da quel giorno, la sovranità alimentare è entrata nell’immaginario di tante e tanti attivisti e di centinaia di milioni di piccoli produttori, diventando un grido di battaglia per coloro che si impegnano per la giustizia sociale, ambientale, economica e politica.

Anche molti governi hanno cominciato a guardare al termine, ma spesso – almeno in Occidente – in modo strumentale e distorto. Dalla Francia di Emmanuel Macron all’Italia di Giorgia Meloni, l’appellativo della sovranità alimentare accostato al Ministero dell’Agricoltura è pretestuoso e fuorviante. Spieghiamo perché.

 

La definizione di sovranità alimentare

Dopo aver coniato il termine nel 1996, il movimento contadino si è ritrovato nel 2007 al Forum di Nyéléni, tenutosi nel villaggio di Sélingué, in Mali, dove ha formalizzato la defininizione di sovranità alimentare che oggi conosciamo:

La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a un cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi socialmente giusti, ecologicamente sani e sostenibili, e il loro diritto collettivo di definire le proprie politiche, strategie e sistemi per la produzione, distribuzione e consumo di cibo.

Un concetto rivoluzionario, radicalmente democratico e molto lontano dal significato che le istituzioni occidentali tendono ad affibbiargli. La sovranità alimentare, come definita dai movimenti contadini, consente alle comunità di controllare il modo in cui il cibo viene prodotto, scambiato e consumato

Se fosse implementata per come è scritta, la sovranità alimentare permetterebbe di creare un sistema alimentare volto a sostenere le persone e l’ambiente piuttosto che realizzare profitti per poche grandi imprese.

Garantire la sovranità alimentare significa garantire i diritti collettivi dei piccoli produttori, creando le condizioni per un concreto accesso ai mezzi di produzione e alle risorse naturali, trasformandoli così da price taker a price maker.

Nel concreto, è la richiesta creare un contesto politico ed economico favorevole all’agricoltura di piccola scala, a una produzione di cibo legata alle culture di riferimento e alla partecipazione pubblica nella definizione delle politiche del cibo, contrastando allo stesso tempo la liberalizzazione del commercio, la concentrazione del potere nelle filiere e il colonialismo alimentare.

 

Sovranità alimentare è agroecologia

Non per nulla la sovranità alimentare è connessa con l’agroecologia – altro termine abusato e oggetto di tentativi di distorsione da parte dell’agribusiness. La produzione alimentare agroecologica si basa in gran parte sulle risorse rinnovabili disponibili nell’azienda, sul controllo naturale di parassiti e infestanti, sulla produzione di piccola scala per il mercato locale. Non c’è agroecologia nelle produzioni di monocolture industriali basate su input esterni e orientate al mercato internazionale.

E non è vero che la produzione di piccola scala è una pia illusione, nutrita da persone naif che non sanno che dobbiamo aumentare la produzione e la produttività per nutrire una popolazione mondiale crescente.

Come è stato ribadito più volte (vedi qui e qui), oggi si produce abbastanza cibo per sfamare tutti sul pianeta. Il problema è l’accesso e la disponibilità di cibo nutriente, sempre più ostacolati da pandemie, guerre, diseguaglianze, cambiamento climatico, speculazione finanziaria sulle materie prime. Tutte spie di una crisi del sistema globalizzato, incapace di rispondere ai bisogni reali delle comunità.

 

La falsa sovranità alimentare di Giorgia Meloni

Ora che abbiamo tutte le coordinate, possiamo guardare con occhio critico all’appellativo che il governo guidato da Giorgia Meloni ha impresso all’ex Ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali. Oggi si chiama Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, ma è ben lontano dall’interpretare il concetto coniato e promosso dai movimenti contadini. Si rifà invece ad una idea regressiva di patria e di nazione “produttrice”, che gli stessi movimenti per la sovranità alimentare rigettano completamente.

Il Ministro che lo guida, Francesco Lollobrigida, ha infatti rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera in cui declina la sua idea di sovranità alimentare in modo paurosamente concorde con quello delle principali organizzazioni di categoria, che per sovranità intendono:

§  tutela delle produzioni agroindustriali Made in Italy destinate all’export sul mercato internazionale;

§  rinvio, o meglio ancora abolizione, delle restrizioni ambientali previste dalle strategie europee Farm to Fork e Biodiversità 2030;

§  introduzione dei nuovi OGM senza più valutazione del rischio ed etichettatura.

Tradotto: non cambia nulla rispetto a ciò che hanno fatto tutti gli ultimi governi per l’agricoltura locale di piccola scala.

L’agenda è completamente schiacciata sulle richieste delle grandi lobby agricole e agroindustriali, che fingono di rappresentare l’agricoltura familiare ma che ormai hanno sempre meno di locale, tipico e biodiverso.

Vogliono solo vedere garantiti i loro interessi offensivi nei negoziati commerciali, per evitare di essere messe in competizione con la moltitudine di prodotti esteri a più basso costo etichettati come “italian sounding”.

 

Tocca a noi lottare per la vera sovranità alimentare

Mentre i governi tecnici e quelli di centrosinistra hanno adottato un approccio più globalista, esponendo l’agroindustria italiana alla concorrenza sleale degli altri paesi per poi compensarla con sussidi a pioggia, il nuovo corso di destra vedrà una più marcata protezione dei poteri agricoli nostrani.

Ma sempre di produzioni intensive, industriali e insostenibili parliamo.

L’orientamento “sovranista” del governo Meloni, che riscuote tanto successo in questa fase, certifica dunque il fallimento delle politiche neoliberiste, ma non illudiamoci che le cose cambino in meglio. Invece del grande capitale internazionale, assisteremo a una difesa del grande capitale italiano. Scordiamoci che questo porti benessere sui territori, una transizione ecologica dell’agricoltura o una promozione dei mercati locali.

Toccherà ancora una volta a noi, movimenti per la vera sovranità alimentare, lottare per imporre un’agenda veramente nuova e giusta.

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