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sabato 8 novembre 2025

Eni diffida e ReCommon risponde «con determinazione»

 

In data 27 ottobre 2025 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una diffida e richiesta di rettifica da parte della Direzione Affari Legali e Negoziati Commerciali di ENI, a firma dell’Avvocato Stefano Speroni, relativa a quanto riportato da ReCommon nella newsletter del 10 ottobre 2025, dal titolo “Tutti gli occhi su Gaza, allarghiamo lo sguardo.”
 
Le precisazioni inviate dalla Direzione Affari Legali e Negoziati Commerciali sulla presunta natura diffamatoria delle affermazioni di ReCommon sono le seguenti:
 
“1. Sull'ottenimento delle licenze di esplorazione nel Mediterraneo in zona economica palestinese.
Nell'estate del 2023, quindi ben prima dei tragici eventi del 7 ottobre 2023, Eni, insieme ad altre compagnie energetiche, ha partecipato ad una gara internazionale indetta legittimamente da Israele nel 2022 per un’area offshore con sei blocchi esplorativi (in acqua di sfruttamento economico situate, in base al diritto internazionale, tra Israele ed Egitto). I risultati di tale gara hanno visto Eni vincitrice.
Tuttavia, nessuna licenza è stata emessa in relazione a tale gara, né tanto meno alcuna attività esplorativa è stata avviata da Eni nell’area fino ad oggi.
 
2. Sull'accordo Eni e Delek nel contesto di Ithaca Energy.
In merito alla business combination con Ithaca Energy, l'operazione è stata negoziata, eseguita e conclusa direttamente tra Eni UK ed Ithaca, gruppo indipendente e quotato a Londra. Si rappresenta che il database Onu nel quale è citata Delek Group non è una “lista nera” e non è un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi, tanto più che non è collegata in nessun modo all'applicazione di alcuna sanzione o misura restrittiva.
Si ribadisce che Eni, in accordo con le policy interne, si impegna al rispetto dei diritti umani.
 
3. Sulla spedizione di 30.000 tonnellate di greggio dal Centro Olio Val D’Agri verso Israele.
Anche questa affermazione è falsa. Eni non ha effettuato alcuna spedizione verso Israele in quanto il greggio Eni prodotto nel Centro Olio in Val D'Agri viene interamente destinato alla raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti”.

 

 

In relazione ai punti sopra riportati, ReCommon precisa e chiarisce la propria posizione:
1. Sull'ottenimento delle licenze di esplorazione nel Mediterraneo in zona economica palestinese.
ReCommon prende atto del fatto che ENI giudica come “legittimamente indetta” da Israele la gara internazionale per l’assegnazione delle licenze di esplorazione nelle acque antistanti Gaza, poiché le acque di sfruttamento economico interessate sarebbero situate, in base al diritto internazionale, tra Israele ed Egitto. In proposito riteniamo grave che, così facendo, Eni trascuri che oltre 150 paesi hanno riconosciuto lo stato di Palestina e, per quel che concerne il diritto internazionale, l'UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) riconosce alla Palestina la sovranità sulle sue acque territoriali e sulla zona economica esclusiva che si estendono fino a 200 miglia nautiche dalla costa di Gaza, per cui il 62% dell’area di esplorazione assegnata al consorzio a guida di ENI ricade nella zona economica esclusiva palestinese.
In secondo luogo, nonostante i reiterati tentativi di rassicurare gli azionisti e il pubblico che “nessuna licenza è stata emessa in relazione a tale gara, né tanto meno alcuna attività esplorativa è stata avviata da Eni nell’area fino ad oggi”, ReCommon prende atto del fatto che ENI non abbia smentito l’aggiudicazione delle licenze e che non abbia comunicato di avervi rinunciato o di volerlo fare. Dunque, dalle precisazioni ricevute da Eni è possibile desumere che l’azienda ha nei piani futuri di portare avanti le attività esplorative in zona economica palestinese.
 
2. Sull'accordo Eni e Delek nel contesto di Ithaca Energy.
In primo luogo, stupisce che la richiesta di rettifica da parte di ENI arrivi a più di un anno dalla pubblicazione del commento sulla business combination tra ENI UK e Ithaca Energy sul sito di ReCommon e dopo il lancio di una petizione firmata da oltre 3.400 persone e sostenuta da realtà della società civile italiana che chiedevano a ENI di annullare l’accordo con la società Ithaca Energy, proprio per i suoi legami con Delek Group.
In secondo luogo, si fa presente che la locuzione “lista nera”, traduzione dall’inglese blacklisted, è una definizione giornalistica di cui ReCommon non è primo utilizzatore. Il termine, riferito al medesimo tema, è stato infatti riportato da: NBC News (“U.N. blacklists 68 more companies for alleged complicity in Israeli rights violations in West Bank”), Middle East Eye (“UN blacklist of firms complicit in Israeli settlement activity jumps by 70 percent”), Associated Press ("UN adds 68 companies to blacklist for alleged complicity in rights violations in Israeli settlements"), solo per citare alcuni autorevoli organi di stampa a diverse latitudini.
Il database a cui fa riferimento ENI è un documento prodotto dall’Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che stila un elenco di tutte le imprese commerciali coinvolte nelle attività descritte nel paragrafo 96 della relazione della missione internazionale indipendente incaricata di indagare le implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese. Se si legge il documento, salta immediatamente all’occhio che la lista di attività non è un esercizio di stile, bensì definisce quelle attività “che hanno sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani” (that raised particular human rights concerns). Ricordiamo che la società Delek Group, azionista di maggioranza di Ithaca Energy, società di cui ENI UK detiene il 36,06% e di cui può nominare il CEO, figura in questa lista perché coinvolta nelle seguenti attività:
(e) La fornitura di beni e servizi che sostengono la manutenzione e l'esistenza degli insediamenti, compresi i trasporti (The provision of services and utilities supporting the maintenance and existence of settlements, including transport);
(g) L'uso delle risorse naturali, in particolare dell'acqua e della terra, per scopi commerciali (The use of natural resources, in particular water and land, for business purposes).
Sull’indipendenza di Ithaca Energy da ENI S.p.A. e da Delek Group, si segnala la mancanza di coordinazione nella comunicazione istituzionale tra ENI S.p.A. e Ithaca circa la relazione dell’azienda italiana con Delek. ENI S.p.A. si concentra, in questa richiesta di rettifica e in risposta ai suoi azionisti, sulla distanza tra le due società, corroborata dall’aver negoziato l’accordo di aggregazione solo con Ithaca; Ithaca, invece, della partnership allineata tra ENI e Delek ne fa un punto di forza, tanto da riportare a pagina 7 del suo report annuale del 2024 che “(...) Mentre il Gruppo entra nella sua prossima era di crescita, è sostenuto da azionisti impegnati a lungo termine e da una partnership allineata tra Delek ed Eni a sostegno della strategia di crescita di Ithaca Energy” (“As the Group enters its Next Era of growth, it is supported by committed long-term shareholders and an aligned partnership between Delek and Eni in support of Ithaca Energy’s growth strategy”).
 
3. Sulla spedizione di 30.000 tonnellate di greggio dal Centro Olio Val D’Agri verso Israele.
ReCommon prende atto del fatto che secondo ENI non c’è stata alcuna spedizione del greggio processato dal Centro Olio Val D’Agri (COVA) verso Israele. ReCommon ritiene peculiare che ENI non abbia commentato con la stessa sicumera e fermezza in risposta al Business and Human Rights Resource Centre (BHRRC) nel settembre del 2024, che chiedeva a ENI di rispondere proprio in merito al medesimo evento. La nostra affermazione sul carico di greggio trasferito dal COVA a Taranto e quindi partito da qui via nave verso Israele, così come quella del BHRRC, si basa sull’esito dell’analisi condotta da Oil Change International e Data Desk, contenuta nel report “Behind the Barrell”. Data Desk ha utilizzato il modello Trade Flows di London Stock Exchange Group Data & Analytics, che fornisce una valutazione del commercio marittimo di petrolio greggio e prodotti raffinati sulla base dei dati AIS, dei dati doganali, delle informazioni pubblicate quali gli orari delle navi cisterna e dei porti e dei contributi degli analisti. I dati AIS (Automatic Identification System) sono informazioni scambiate elettronicamente tra le navi per migliorare la sicurezza della navigazione, tra cui posizione, rotta, velocità, nome, dimensioni e identificativi.
La tabella da cui si evince il dato riportato da OCI e Data Desk si trova al link https://docs.datadesk.eco/public/oil-to-israel/#table-of-shipments. 


Con determinazione,
il collettivo di ReCommon

sabato 12 novembre 2022

Non andremo in Egitto - Luca Manes

Un gigantesco ossimoro. Da una parte il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, lancia ogni settimana accorate grida d’allarme per la salute del Pianeta, flagellato dagli effetti di decenni di uso indiscriminato dei combustibili fossili.

Dall’altra la decisione di tenere l’annuale conferenza sul clima, le ormai ben conosciute COP, in Egitto, uno dei Paesi che più sta puntando proprio sugli stessi combustibili fossili, in particolare sul gas.

Come sempre è accaduto in passato e accade tutt’ora – di esempi ce ne sono a bizzeffe – un regime autoritario come quello guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi deve tanto della sua sopravvivenza ai proventi derivanti dai ricchi giacimenti presenti sul suo territorio e dagli affari con le multinazionali occidentali che non si creano scrupoli a trattare con un capo di Stato che reprime con violenza e provvedimenti ultra-liberticidi ogni minima forma di dissenso.

Di che cosa sia capace il sanguinario governo egiziano purtroppo lo sappiamo bene anche noi italiani. La vicenda Regeni è ancora ben impressa nella nostra memoria collettiva, insieme a quella più recente di Patrick Zaki. E le cose stanno addirittura peggiorando.

Poco più di un mese fa, Amnesty International scriveva: “Nonostante abbiano lanciato, un anno fa, la Strategia nazionale sui diritti umani (Sndu), le autorità egiziane non stanno mostrando alcuna sincera intenzione di riconoscere, né tanto meno di affrontare, la profonda crisi dei diritti umani nel paese.

Al contrario, continuano a reprimere le libertà e a commettere crimini di diritto internazionale, proprio mentre si approssima la Conferenza Onu sul cambiamento climatico (Cop 27)”.

Quasi scontato, allora, che la stessa COP27, organizzata nella “fortezza del turismo” di Sharm el-Sheik, non sarà certo all’insegna della tolleranza e del rispetto del diritto di manifestare. Nonostante un appello lanciato da 36 grandi Ong internazionali lo scorso luglio, le autorità egiziane hanno già fatto sapere che limiteranno al massimo ogni tipo di iniziativa della società civile globale nei primissimi giorni del summit, quando saranno presenti i capi di Stato e di governo.

Paradigmatica anche la vicenda dell’attivista Mahienour el-Massry, bloccata all’aeroporto de Il Cairo mentre era in viaggio verso l’Italia per ritirare l’Aurora Prize for Awakening Humanity. In questo periodo di grande visibilità internazionale portata dalla COP27, ogni voce che può “disturbare il manovratore” deve essere silenziata.

Nel frattempo la società civile egiziana ha lanciato una petizione sostenuta anche da Greta Thunberg, ma dubitiamo che le sue richieste di apertura saranno accolte da al-Sisi.

Con questi presupposti, noi di ReCommon già da mesi abbiamo escluso una nostra presenza a Sharm el-Sheik e comprendiamo in pieno il proposito dell’avvocatessa della famiglia Regeni Alessandra Ballerini di boicottare la COP27.

Siamo consci che fin troppo spesso le COP hanno deluso le aspettative o che le tante promesse non sono poi rispettate. Per fare un esempio recente, l’assicuratore italiano SACE alla COP26 di Glasgow si era impegnato a cancellare i finanziamenti internazionali ai combustibili fossili entro il 2022, ma a poche settimane dalla fine dell’anno non si vede nemmeno uno straccio di documento che dia seguito a questo proposito virtuoso.

Ma proprio per queste ragioni sarebbe stato importante protestare in maniera incisiva contro i decisori politici. Un summit in Egitto è solo un assist perfetto per i petrolieri e i loro sodali, che possono distribuire corpose pennellate di greenwashing in lungo e in largo nelle “esclusive” sale di Sharm el-Sheik.

Non a caso il governo di Il Cairo ha omaggiato il settore fossile affidando un ruolo di prim’ordine alla COP27 alla Hill+Knowlton Strategies, società di pubbliche relazioni che più vicina al settore fossile non si può, senza contare la sponsorizzazione di Siemens Energy, attivissima nei progetti di gas fossile.

Tutto ciò detto, ci teniamo a sottolineare che sì, non andremo in Egitto, ma non siamo certo rimasti con le mani in mano. Nei giorni della COP seguiteci sul sito e sui nostri canali social.

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

da qui

mercoledì 9 novembre 2022

Nuovo rapporto di ReCommon sulle relazioni pericolose tra Italia ed Egitto

 

“La campagna d’Egitto – Gli affari dei ‘campioni’ italiani con il regime di al-Sisi” è il rapporto che ReCommon lancia oggi in concomitanza con l’inizio della COP27 a Sharm el-Sheik. Nella pubblicazione, l’associazione esamina il rapporto fin troppo stretto e proficuo delle due big del settore fossile, Eni e Snam, della principale banca italiana, Intesa Sanpaolo, e dell’assicuratore pubblico nostrano, SACE, con il sanguinario e liberticida regime di Abdel Fattah al-Sisi. In carica dal 2014, al-Sisi è responsabile della detenzione arbitraria di migliaia di persone, di innumerevoli condanne a morte in seguito a processi viziati e di una vasta discriminazione di genere per legge. Eppure, tra i paesi dell’Unione europea, l’Italia è il primo partner commerciale dell’Egitto e il quinto a livello globale, oltre a essere il secondo Paese di destinazione delle merci egiziane.


La campagna d'Egitto

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Non a caso l’Egitto è il singolo Paese nel quale si trova il volume maggiore delle riserve di gas di Eni, oltre il 20% del totale. La produzione nel Paese della principale multinazionale energetica italiana, partecipata dallo Stato, rappresenta il 60% del totale nazionale. Solo inizialmente l’Eni ha fatto sentire la sua voce in merito alla barbara uccisione di Giulio Regeni, per poi tornare senza troppe remore al business as usual, in quel momento rappresentato dalla scoperta dell’ingente giacimento di Zohr. Grazie soprattutto ai progetti di Eni, il regime di al-Sisi ha conquistato un ruolo di primo piano sullo scacchiere energetico internazionale.

Di recente Snam, il più grande operatore del sistema di trasporto del gas in Europa, società anch’essa partecipata dallo Stato italiano, ha acquistato il 25% della East Mediterranean Gas Company (EMG), proprietaria del gasdotto Arish-Ashkelon tra Israele ed Egitto, anche noto come “Gasdotto della pace”. Infrastruttura sicuramente strategica per gli scambi energetici tra i due paesi e nodale per le mire del Generale al-Sisi, ma anche opaca nella sua composizione societaria, su cui pendono ombre pericolose.

Tutti questi investimenti infrastrutturali vengono attuati grazie agli istituti di credito e alle istituzioni finanziarie. In prima fila c’è Bank of Alexandria, la sussidiaria locale del primo gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo. Partecipata anche dallo Stato egiziano, Bank of Alexandria si vanta di essere il canale privilegiato per gli investimenti italiani nei settori strategici per l’Egitto, in primis il comparto oil&gas e quello dell’acquisto di armi, tanto ‘caro’ al regime.

A garanzia di queste relazioni troviamo SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, la cui esposizione storica nei confronti del regime egiziano supera i 4 miliardi di euro. L’importanza rivestita dall’Egitto nel portafoglio di SACE si evince da due operazioni di garanzia: quella per la raffineria di MIDOR e quella per la raffineria di Assiut, avvenuta a febbraio 2022. Entrambe risultano le più grandi mai emesse da SACE nel settore oil&gas. Per l’ultima, sullo sfondo del caso Regeni, ci sono state poche remore, nonostante la titubanza di altri attori finanziari italiani coinvolti, come Cassa Depositi e Prestiti.

Perché Snam non pubblica l’elenco completo degli azionisti della EMG, suoi soci in affari in Egitto, e i beneficiari ultimi di ciascuna delle società che controllano proprio insieme a Snam il gasdotto Arish-Ashkelon? Perché Eni ha continuato a incrementare i propri investimenti in Egitto persino dopo che sono emersi possibili legami tra l’assassinio di Giulio Regeni e il regime di al-Sisi? Qual è stata la destinazione finale degli ingenti finanziamenti che Intesa Sanpaolo ha concesso al ministero della Difesa e al ministero delle Finanze egiziani? Perché SACE non ha avuto alcuna remora nel garantire la raffineria di Assiut, nonostante altri attori finanziari fossero preoccupati per le implicazioni reputazionali derivanti dal caso Regeni?

Queste le domande che pone ReCommon ai diretti interessati. “Sarebbe a dir poco auspicabile fare finalmente chiarezza sui troppi aspetti oscuri delle relazioni tra Italia ed Egitto, portate avanti dai ‘campioni’ industriali e finanziari nostrani”, l’auspicio dell’organizzazione. “Se ciò non dovesse avvenire, sarà l’ennesima prova che gli interessi economici hanno sempre la meglio rispetto alla tutela dei diritti delle persone”, conclude.

da qui

giovedì 5 novembre 2020

animalisti d’Egitto - bortocal

nelle prossime settimane in tutti o quasi i siti archeologici dell’Egitto saranno vietate le visite dei turisti con cammelli, cavalli e asini: si useranno soltanto auto elettriche; lo ha deciso il ministro del turismo egiziano, dopo una petizione firmata da quasi 500mila animalisti compassionevoli.

naturalmente cammelli, cavalli e asini diventati improvvisamente improduttivi verranno abbattuti.

questo non impedisce a Peta Asia, organizzazione internazionale no profit a sostegno degli animali, di emettere un comunicato grottesco: Questo annuncio è un’enorme vittoria per tutti i cammelli e i cavalli che sono costretti a trasportare i visitatori sulla schiena o in carrozza nei principali siti turistici dell’Egitto nel caldo torrido, senza accesso a cibo, acqua o ombra. Dopo che la nostra organizzazione ha svelato l’immensa sofferenza di questi animali da lavoro – ad esempio, gli animali scivolavano e cadevano a terra e gli operai venivano ripresi dalla telecamera mentre frustava senza pietà un cavallo dopo che era crollato per l’esaurimento, i nostri rappresentanti si sono incontrati con funzionari governativi per discutere la fine di questo abuso vietando l’uso di animali in questi siti.

comunicato ripreso con entusiasmo interessato dalla Stampa, il quotidiano animalista degli Agnelli.

. . .

se gli animali verranno eliminati a favore delle auto elettriche con un danno ecologico evidente, che cosa succederà dei loro conducenti che si vedono rubare il posto di lavoro e di sopravvivenza da investitori forniti di ben maggiori capitali?

e non parlo del danno di immagine: vedere in futuro le piramidi circondate da auto elettriche significa trasformarne del tutto il senso e farne un fenomeno contemporaneo di baraccone, come del resto sta già avvenendo, ad esempio con i restauri scellerati alla Sfinge che hanno irrimediabilmente compromesso la sua autenticità.

ma il ministro del turismo che proibisce i cammelli attorno alle Piramidi è lo stesso che non trova obiezioni da fare alla costruzione di una autostrada che sfiorerà le Priamidi: meglio, così magari ci faranno anche un casello e i turisti potranno arrivarci direttamente dalla capitale circostante.

I turisti potranno utilizzare auto e autobus elettrici, come raccomandato da PETA Asia.

. . .

già nel 2005 nella Valle dei Re di Luxor, quando ci andai, i turisti che non volevano camminare erano trasportati in trenini disneyani che trasformavano i siti millenari in una specie di Gardaland per minorati mentali.

e mi venne voglia di fuggire a piedi risalendo le alture che circondavano il sito, ma già allora era proibito di farlo: dovetti violare la legge per conquistare quelle vedute indimenticabili ed incontrare dei pastori con le loro capre.

il cammello lo usai attorno ad Assuan, per raggiungere un antico convento bizantino, attraverso 5 chilometri di deserto; non mi sono accorto che l’animale soffrisse, anzi il cammelliere era molto simpatico e, siccome durante l’andata avevo perso la macchina fotografica, caduta nella sabbia (nessuno dei lettori delle mie cronache di viaggio rida, per favore), compì perfino l’incredibile impresa di ritrovarmela, ripercorrendo esattamente lo stesso percorso a rovescio, seguendo le nostre orme nella sabbia senza mai confondersi.

. . .

e se adesso qualcuno mi chiede se non trovo niente di meglio di cui occuparmi, con l’aria che tira, rispondo che anzi trovo incredibilmente significativo questo episodio che potrebbe apparire marginale, ma non lo è poi tanto: da tempo mi sto occupando delle mistificazioni mediatamente propagandate che si possono raccogliere sotto la sigla del politically correct.

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e che cosa vi è di politicamente più corretto della pietà per quei poveri esseri indifesi dalle prepotenze umane che sono gli animali?

naturalmente non sto dicendo che non è giusto farlo, con senso della misura adeguato; però se gli animali che trasportano i turisti sono trattati male, meglio sarebbe punire i loro maltrattamenti che liquidare loro e i poveracci che sopravvivevano grazie a loro.

quindi, se qualcuno voleva qualche altra dimostrazione di come il perbenismo umanitario sta diventando la perfetta e disumana ideologia del capitalismo globalizzato, prego, si accomodi.

PS: è perfino inutile sottolineare che tutto questo avviene nell’Egitto di Al-Sisi, una delle più feroci dittature militari del mondo, ma tanto cara all’Occidente: l’Egitto di Regeni o di Zaky, due vittime di cui sappiamo qualcosa solo perché l’uno italiano e l’altro comunque vissuto in Italia.

https://corpus2020.wordpress.com/2020/10/25/animalisti-degitto-431/

mercoledì 5 agosto 2020

Egitto - Addio al dottore dei poveri

Gli egiziani piangono la morte di Mohammed Mashal, noto nel Paese (ma anche fuori dai confini) come «il dottore dei poveri». È morto a casa a causa di un problema con la circolazione sanguigna, riferisce Sky News Arabia.

Era nato 76 anni fa nel villaggio egiziano di Dhahr Al Temsah, prima di trasferirsi insieme al padre insegnante nel governatorato di Gharbia, a nord del Cairo. Laureato in Medicina nel 1967, specializzato in Pediatria, nel 1975 Mashally ha aperto le porte della sua clinica privata ai poveri di tutta la regione, curando a meno di un dollaro (o spesso anche gratis) decine di migliaia di bambini che altrimenti non avrebbero avuto accesso alle più elementari cure mediche. Ad alcuni di loro ha anche acquistato a sue spese le medicine. Per quasi mezzo secolo è andato avanti a lavorare dieci ore al giorno, senza macchina né telefono cellulare, in stato di semi-povertà, spostandosi a piedi tra la casa e la clinica.

Un giorno un ricco sceicco arabo, venuto a conoscenza della sua storia, gli offrí una ricca donazione e una macchina. Accettò solo i soldi, che spese interamente per acquistare materiali e strumenti medici per i suoi pazienti. Nonostante fosse da tempo in pensione, non ha mai smesso di mettere a disposizione le sue conoscenze in favore degli ultimi, di qualunque etnia o religione. Fino all’ultimo giorno.

Molti i messaggi a lui indirizzati attraverso i social media – non solo in Egitto ma in tutto il mondo. Si celebra la vita di un uomo visto come simbolo di integrità e altruismo in un momento in cui i suoi colleghi operatori sanitari si battono contro il coronavirus.

da qui

giovedì 30 luglio 2020

Acque pericolose?

La grande diga (sul Nilo) della discordia - Angelo Ravasi

Più che una diga della rinascita rischia di diventare, non solo della discordia – quella è un dato di fatto – ma il detonatore di una crisi regionale dagli effetti imprevedibili.
Nemmeno i negoziati di settimana scorsa tra Etiopia, Egitto e Sudan, hanno sciolto i nodi. Tutte e tre i paesi rimangono sulle loro posizioni, senza che vi siano segnali, concreti, che si possa arrivare a un accordo in tempi brevi. Ma ciò che potrebbe aver messo una pietra tombale sulle negoziazioni trilaterali è la decisione di inviare la questione all’Onu. La mossa, annunciata dal ministero degli Esteri del Cairo, invita il Consiglio di sicurezza a intervenire “al fine di affermare l’importanza del proseguimento dei negoziati tra Egitto, Etiopia e Sudan, in attuazione degli obblighi previsti dalle norme di diritto internazionale, con l’obiettivo di raggiungere una risoluzione equa ed equilibrata della questione e di impedire l’adozione di misure unilaterali che potrebbero incidere sulle possibilità di raggiungere un accordo”. L’annuncio non è stato ancora commentato ufficialmente dal governo di Addis Abeba che in precedenza, per voce del ministro degli Esteri Gedu Andargachew, aveva dichiarato che l’Etiopia potrebbe abbandonare il tavolo dei negoziati in corso con Egitto e Sudan nel caso in cui le autorità de Il Cairo lo avessero a loro volta lasciato. Il ministro aveva anche accusato le autorità egiziane di aver cercato di ostacolare i colloqui rimettendo il contenzioso al giudizio del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Mentre li invitiamo a negoziare con mentalità aperta ed a discutere questioni basate su principi, gli egiziani stanno pensando in modo diverso e per interrompere la negoziazione”, aveva detto Andargachew. Il capo della diplomazia etiope è nuovamente intervenuto sulla vicenda domenica scorsa, ribadendo in un’intervista all’agenzia di stampa Ena che l’Etiopia non accetterà mai alcun accordo che limiti i suoi diritti idrici sul Nilo Azzurro. “L’Etiopia sta discutendo con i due paesi solo del processo di costruzione della diga e non di questioni relative ai suoi diritti di utilizzare il fiume”, ha osservato il ministro, tornando ad accusare l”Egitto di voler limitare i diritti idrici dell’Etiopia.

L’Onu, dal canto suo, ha invitato le parti a “lavorare insieme” per risolvere la questione. Il Consiglio di sicurezza ha tenuto, sul tema, solo una videoconferenza informale, rimandando, di fatto, la palla nel campo dei contendenti. Il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha ribadito “l’importanza della Dichiarazione dei principi sulla diga del 2015” che “sottolinea la necessità di una cooperazione basata sulla buona fede, il diritto internazionale e il beneficio comune”. In una lettera inviata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il ministro degli Esteri etiope Gedu Andargachew ha ribadito l’intenzione di proseguire negoziati tripartiti sulla Grande diga della rinascita etiope (Gerd) e ha accusando l’Egitto di voler internazionalizzare i colloqui nonostante i progressi compiuti. Ma, su questa spinosa questione, sono intervenuti anche altri paesi. I governi di Gibuti, Somalia e Qatar, infatti, hanno respinto la risoluzione della Lega araba che sostiene l’Egitto nella disputa che riguarda il negoziato.

La partita è dunque delicatissima e sia l’Egitto sia l’Etiopia hanno tutti i motivi per difendere le loro posizioni. Dall’acqua del Nilo dipende tutto. Il Nilo è l’Egitto. Il paese delle piramidi potrebbe perdere fino a 300 milioni di dollari di elettricità e un miliardo e mezzo di dollari in agricoltura. Il Cairo, inoltre, dovrebbe aumentare le sue importazioni alimentari fino a poco meno di 600 milioni di dollari, con una perdita di circa un milione di posti di lavoro. L’Egitto consuma circa 80 miliardi di metri cubi di acqua all’anno, di cui 50 provengono dal Nilo. L’Etiopia, invece, potrebbe perdere lo slancio economico che sta mettendo in campo il primo ministro Abyi Ahmed. Il balzo del Pil – attualmente la crescita sfiora le due cifre, ma occorre fare i conti con la pandemia di coronavirus – potrebbe rimane una chimera e deludere l’opinione pubblica interna, con conseguenze imprevedibili, vista l’attuale fragilità del tessuto sociale, spesso squassata da rivalità etniche e religiose. Un Pil , tuttavia, che non si riflette sull’economia reale, sul benessere della popolazione. Addis Abeba ha un gran bisogno di questa diga che, non a caso è stata definita “diga della rinascita etiope” e, come ha affermato di recente il premier etiope, la costruzione terminerà tra poche settimane. I lavori sono iniziati nel 2011 e affidati all’italiana Salini. L’invaso, inoltre, potrà immagazzinare fino a 74 miliardi di metri cubi di acqua e il riempimento dovrebbe cominciare, almeno secondo le intenzioni di Addis Abeba, a luglio. L’oggetto del contendere è, infatti, sul riempimento che l’Egitto vorrebbe avvenisse in cinque anni mentre l’Etiopia in tre.
Sulla vicenda, inoltre, ci sono contratti milionari. La Cina, infatti, ha annunciato una mega partecipazione proprio in questa infrastruttura. La compagnia Ethiopian Electric Power (Eep) ha firmato un contratto del valore di 40 milioni di dollari con la China Gezhouba Group per la gestione delle attività relative alla diga. Si spiega, dunque, l’asprezza del negoziato che, tutti si augurano, non sfoci nella Prima guerra dell’Acqua del terzo millennio.
da qui


La diga che avvelena le relazioni tra Egitto ed Etiopia - Francesca Sibani

La settimana scorsa gli egiziani hanno temuto che si materializzasse una delle loro peggiori paure: vedere il Nilo prosciugarsi. Pochi giorni dopo la chiusura senza un accordo dell’ultima tornata di negoziati tra Egitto, Sudan ed Etiopia sul funzionamento della diga Grand ethiopian renaissance (Gerd), in costruzione sul Nilo Azzurro, la tv etiope Ebc ha dato la notizia che il riempimento del bacino idroelettrico era cominciato, come dimostravano alcune immagini satellitari che circolavano in rete, e ha citato il ministro delle risorse idriche etiope Seleshi Bekele, secondo cui “la costruzione della diga e il riempimento del bacino erano due processi che andavano avanti di pari passo”.
Dal Cairo, che pretende di stabilire le modalità di riempimento prima che l’Etiopia passi all’opera, è arrivata subito la richiesta di “urgenti chiarimenti”. Come se non bastasse, il Sudan ha fatto sapere di aver registrato un calo della portata del fiume in corrispondenza di Al Deim, vicino al confine con l’Etiopia, a poche decine di chilometri dalla Gerd.
Poche ore dopo, la smentita di Seleshi su Twitter: “La costruzione della diga ha raggiunto il livello di 560 metri, contro i 525 di questo periodo dell’anno scorso. Il riempimento del bacino è dovuto alle forti piogge, l’afflusso supera il deflusso e si è creato naturalmente un ristagno. Resterà finché non comincerà il deflusso”.
Che sia stato intenzionale o no, la diga ha cominciato a riempirsi e questo ha fatto schizzare alle stelle le tensioni tra l’Etiopia, da una parte, e l’Egitto e il Sudan, dall’altra. “Cosa succederà quando gli etiopi cominceranno a immagazzinare miliardi di metri cubi d’acqua, privando l’Egitto di una parte delle sue risorse?”, si chiedeva l’esperto di Medio Oriente Alain Gresh in un articolo su Orient XXI (ripubblicato da Internazionale). Oggi la domanda è più pressante che mai e molti evocano lo spettro di una guerra per l’acqua.

Ricapitolando
La costruzione della diga Gerd, opera dell’azienda italiana Salini Impregilo (Webuild), è cominciata nel 2011. Al termine dei lavori, che sono stati completati per due terzi e sono costati finora oltre quattro miliardi di dollari, sarà la diga più grande dell’Africa, con la capacità di generare 6.450 megawatt di energia, più del doppio di quanto faccia oggi l’Etiopia (dove 65 milioni su 110 milioni di abitanti non hanno la corrente elettrica). In questo modo Addis Abeba spera di sostenere i suoi progetti di sviluppo economico e di industrializzazione, e proporsi come esportatore di energia elettrica nel resto della regione.
L’Egitto, invece, trae dal Nilo il 90 per cento del suo approvvigionamento idrico, che è già inferiore ai suoi bisogni. Se la portata del fiume dovesse ridursi per colpa di un afflusso ridotto dal Nilo Azzurro, per l’Egitto sarebbe la crisi. Simili sono le preoccupazioni del Sudan, che nel corso degli anni – anche in ragione dei cambiamenti politici interni – ha sostenuto prima le ragioni di Addis Abeba e poi quelle del Cairo.


L’Egitto, il Sudan e il Regno Unito ignorarono completamente l’Etiopia e altri paesi africani nei negoziati che portarono all’accordo del 1959 sulla spartizione delle acque del Nilo. In base all’intesa, la portata annuale del fiume era divisa nella misura di 55,5 miliardi di metri cubi per l’Egitto e 18,5 miliardi per il Sudan. Il Cairo continua a sostenere la validità dell’accordo, sostenendo che i paesi africani del bacino del Nilo (che oltre i tre paesi già citati comprende anche Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Uganda, e l’Eritrea come osservatrice) beneficiano di precipitazioni piovose ben più abbondanti. Ma i paesi africani ribattono che con il riscaldamento globale le piogge sono diventate meno regolari.
Nel 2015, riassume Equal Times, i leader dei tre paesi firmarono una dichiarazione di princìpi per risolvere la disputa, ma il documento era vago e ognuno l’ha interpretato in modo diverso. Uno dei punti più discussi è stato quanti anni debba metterci l’Etiopia a riempire il bacino per non lasciare all’asciutto i paesi a valle e cosa debba succedere in caso di uno o più anni di siccità, un evento reso più probabile dai cambiamenti climatici.
Gli ultimi colloqui, all’inizio di luglio, patrocinati dall’Unione africana rappresentata dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, dovevano concludersi il 13 luglio ma ufficialmente sono ancora aperti e devono riprendere oggi, 21 luglio.

Negoziati complicati
A ostacolare l’accordo, come spesso succede, sono le questioni di politica interna e di orgoglio nazionale. Sui mezzi d’informazione etiopi e nei discorsi dei politici la diga assume un grande valore simbolico. Oltre a evocare nel nome l’idea di “rinascimento” e quindi di una nuova epoca di sviluppo e benessere, il progetto è presentato dall’attuale governo di Abiy Ahmed – ma era così anche per quello precedente – come una “diga etiope per gli etiopi”, scrive Thembisa Fakude su Middle East Monitor.
“Gli etiopi sono orgogliosi di aver raccolto da soli la maggior parte dei fondi per la Gerd e la diga è diventata un vessillo dei nazionalisti. Ogni ostacolo al progetto potrebbe scatenare reazioni distruttive e instabilità regionale”. Non bisogna dimenticare che il paese sta vivendo grandi cambiamenti, anche al livello istituzionale, e che a volte le tensioni tra i vari gruppi etnici hanno dato origine a scontri violenti tra le comunità o tra gruppi di potere rivali all’interno della stessa etnia, com’è successo dopo la morte del musicista e attivista oromo Hachalu Hundessa.

I tentativi di regolamentare con un accordo il funzionamento della diga hanno sollevato critiche sui mezzi d’informazione etiopi contro gli organismi internazionali e i paesi (per esempio, gli Stati Uniti) che di volta in volta hanno cercato di mediare, accusati di intromettersi in affari di competenza interna.
Infine, come spiega la rivista scientifica Nature, l’Etiopia ha fretta: ha solo un’occasione all’anno per riempire la diga e vuole sfruttare le piogge stagionali di luglio e agosto per farlo. In caso contrario, dovrebbe aspettare l’anno prossimo.

Minaccia esistenziale
L’Egitto, invece, che si oppone al progetto fin dall’inizio, considera la diga una “minaccia alla sua stessa esistenza”. Come osservava Gresh su Orient XXI, fu Erodoto nel quinto secolo avanti Cristo a scrivere che “l’Egitto è un dono del Nilo” e ancora oggi il paese conta su questo “bene millenario” per il suo approvvigionamento d’acqua. Ma, al completamento della Gerd, sarà qualcun altro a controllare il flusso delle acque e questa prospettiva non è tollerabile dal regime egiziano di Abdel Fattah al Sisi che, neanche troppo velatamente, ha minacciato di usare la forza per difendere gli interessi del suo paese. Intanto il 20 luglio il parlamento egiziano ha approvato l’invio di truppe in Libia per sostenere l’alleato Khalifa Haftar, l’uomo forte di Bengasi, e contenere l’avanzata delle forze sostenute dalla Turchia.
Questa retorica bellicosa porterà a un conflitto sulle acque del Nilo? All’invio di aerei da guerra egiziani per bombardare la diga, che innescheranno la risposta della contraerea etiope? In realtà molti analisti concordano nel considerare la guerra tra i due paesi un’eventualità molto remota.
Anche se l’Etiopia ha cominciato a riempire la diga, “c’è un unico modo costruttivo di procedere: continuare i colloqui”, scrive su Twitter William Davison, esperto di Etiopia dell’International Crisis Group. Perché, nonostante non sia stato firmato un accordo definitivo, i progressi sulle singole questioni tecniche sono stati notevoli e sarebbe un peccato sprecare il lavoro fatto finora.
Ashok Swain, ricercatore in studi sulla pace dell’università di Uppsala in Svezia, suggerisce una strategia dei piccoli passi. Innanzitutto i tre paesi dovrebbero provare a firmare un accordo a breve termine. “Ci sono stati vari esempi in passato di intese valide un anno come quella del 1975 tra India e Bangladesh sulla spartizione delle acque del Gange”, ha dichiarato a Nature. “I due paesi non riuscivano ad accordarsi su come far funzionare la diga, così hanno cominciato con un primo accordo della durata di un anno, che è stato esteso a tre, a cinque e infine a trent’anni. Almeno si guadagnerà un po’ di tempo”.
da qui

giovedì 11 luglio 2019

‘Guerra del Nilo’ Egitto-Etiopia, l’acqua per vivere - Piero Orteca



‘Guerra del Nilo’ Egitto-Etiopia, l’acqua per vivere
Le rogne in Medio Oriente sono come gli esami di Eduardo De Filippo: non finiscono mai. Oggi parliamo di una “crisetta”, quella (guarda tu!) tra il “faraone” egiziano El-Sisi e lo scorbutico premier israeliano “Bibi” Netanyahu. Per la verità, la faccenduola, ancora “trattabile”, potrebbe trasformarsi in motivo di scontri ben più ponderosi tra i due ex nemici. Anche perché l’Egitto proprio sull’oggetto del contendere non fa sconti a nessuno. Si parla di acqua, che dalle parti del Cairo vuol dire “ossigeno”, nel senso che è preziosa quanto l’aria che i figli delle Piramidi respirano. E se l’Egitto, diceva Erotodo, “è un dono del Nilo”, chi briga per prosciugarlo merita tutte le maledizioni di Tutankhamon.

Le armi israeliane
Di cosa parliamo? Presto detto. Esiste e sta crescendo una “Guerra del Nilo” tra l’Etiopia e il Cairo. Il governo di Addis Abeba sta costruendo una ‘Renaissance Dam’ sul Nilo Azzurro, il maggior affluente del ramo principale del fiume (il Nilo Bianco). Così facendo rischia di ridurre drasticamente il volume delle acque che arrivano in Egitto dopo avere attraversato tutto il Sudan. Ma Israele che c’entra? C’entra, c’entra. Perché le sue supertecnologiche industrie degli armamenti hanno venduto agli etiopi un avanzatissimo sistema anti-missile, da piazzare proprio sulla diga, contro eventuali attacchi di ipotetici nemici. Che, in questo caso e visti i chiari di luna, non sarebbero tanto ipotetici. Un nome a caso? Gli egiziani, se lo scontro titanico per dissetarsi dovesse proprio andare male.

L’acqua strategica
E qui, attenzione, non parliamo di abbeverare i cammelli, ma di minima disponibilità di risorse idriche per quasi 100 milioni di assetatissimi egiziani. Che già stavano per rivoltarsi sei mesi fa, quando El Sisi, vista la penuria del prezioso liquido, aumentò le bollette… del 150%. Così, ieri gli israeliani hanno tagliato il nastro del loro luccicante “Spyder-Mr air defense system”, accoccolato in cima alla grande “Ethiopian Renaissance Dam”, orgoglio del popolo abissino. A questo punto, dicono spifferi di corridoio, pare che El Sisi sia uscito dai gangheri: secondo calcoli fati dai suoi esperti, infatti, il gigantesco tappo idroelettrico creerà un invaso di ben 74 miliardi di metri cubi d’acqua, pari al doppio della portata annuale del Nilo Azzurro al confine tra Etiopia e Sudan.

Ethiopian Renaissance Dam
Ma ad Addis Abeba le lamentazioni egiziane fanno il classico baffo. Con 15 mastodontiche turbine e tutto quel ben di dio d’acqua a disposizione, gli etiopi sono convinti di far decollare la loro gracile economia. Sia per quanto riguarda il settore energetico che per l’agroalimentare. Per cui, trattare (a chiacchiere) va bene, ma piazzare i missili sulla diga va ancora meglio. Fonti israeliane, intanto, fanno sapere che Addis Abeba ha scelto il sistema d’arma di Gerusalemme dopo le mirabilie dimostrate sul teatro di guerra indo-pakistano. Il sistema è in grado di lanciare due tipi diversi di missili: il Python-5 a corto raggio e il Derby-6. Con una portata di oltre 50 chilometri. El Sisi aveva supplicato Netanyahu di soprassedere. Ma si sa, business is business.
Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

(Nei commenti:
orteca si è scordato di dire che la diga in questione è di costruzione italiana, ma sia mai che le patrimoniali le si chiedano alle aziende che sconquassano l'africa con questi scempi, nè che si scriva le parole salini o impregilo, qualcuno potrebbe offendersi)
  

lunedì 14 maggio 2018

Da idolo del calcio a “terrorista”: al-Sisi contro Abutrika





Da idolo sportivo a presunto terrorista: è quanto ieri ha appreso la leggenda calcistica egiziana Mohammed Abutrika. Ieri una corte penale del Cairo ha reinserito l’ex calciatore in una lista di oltre 1.500 persone accusate di terrorismo perché avrebbe finanziato i Fratelli Musulmani (organizzazione terroristica in Egitto dal 2013) e ne ha pertanto congelato i suoi beni.
La decisione del tribunale non avrà colto di sorpreso l’ex centrocampista dell’al-Ahly e della nazionale: i suoi problemi con le autorità egiziane risalgono già al maggio del 2015quando una commissione di inchiesta che indagava su alcuni membri della Fratellanza confiscò i beni della compagnia turistica Ashad Tours che era stata co-fondata da lui due anni prima. Nel gennaio del 2017 il suo nome fu poi inserito in una lista di terroristi (decisione a cui poi si è appellato con successo). Che i suoi rapporti con il regime di al-Sisi non siano affatto buoni (è un eufemismo) è dimostrato dal fatto che vive ormai da alcuni anni in esilio nel Qatar consapevole che in patria rischia di essere arrestato.
“Per la seconda volta siamo sorpresi che il mio assistito venga inserito in una lista del terrorismo – ha dichiarato il suo avvocato Mohammed Osman assicurando che farà ricorso in appello. “ Siamo venuti a conoscenza della notizia tramite i media e procederemo con tutte le azioni legali necessarie per far implementare due precedenti sentenze che rimuovono il suo nome da quella lista” . Una lista che vede nomi importanti: tra questi i figli del deposto presidente islamista Morsi, Osama e sua sorella Shaimaa, ma anche l’ex presidente del parlamento Saad al-Katani ed ex ministeri del governo.
Il 39enne Abutrika è stata una vera e propria leggenda del calcio in Egitto: basti pensare che erano soprannominato lo “Zidane egiziano” perché ricordava in certe movenze il fuoriclasse franco-algerino. Non solo: con lui la nazionale ha vinto 2 Coppe d’Africa (2006 e 2008) ed è stato eletto miglior giocatore del continente africano 4 volte (2006, 2008, 2012 e 2013). Un idolo anche per il connazionale ed “eroe nazionale” Mohammed Salah, stella del Liverpool finalista di Champion’s League e serio candidato alla conquista del prossimo Pallone D’Oro. Salah, che quest’anno ha vinto anche lui il premio di miglior giocatore d’Africa, ha spesso detto che Abutrika ha influenzato profondamente la sua vita e la sua carriera. In un post di cinque anni fa, l’attaccante del Reds scrisse “Sono stato fortunato a giocare con te, ho imparato così tanto che ora non possono immaginare di giocare senza di te. Ti auguro il meglio per la tua prossima tappa”.
Ma “nemici” di al-Sisi sono tutte le voci che sono contrarie alla narrazione ufficiale. A pagare un prezzo salato della repressione del regime sono anche i giornalisti. Intervistata da al-Jazeera, Sophie Anmuth, ricercatrice per il Medio Oriente per Reporter senza frontiere, ha detto che l’attacco del governo ai media sta diventando sempre peggiore: “Se confrontata con l’anno scorso, la censura è aumentata, il controllo delle informazioni si fa maggiore”. Secondo quanto ha riferito Anumuth ad al-Jazeera, soltanto nei sei mesi che hanno preceduto le presidenziali di marzo sono stati arrestati 20 giornalisti. L’obiettivo, denunciano le organizzazioni dei diritti umani, era chiaro: silenziare il dissenso in vista delle elezioni.
Del resto a febbraio un ufficiale giudiziario egiziano aveva esortato pubblicamente ad intervenire contro i media che “danneggiano gli interessi nazionali diffondendo false notizie”. Lo stesso al-Sisi aveva annunciato che gli operatori dell’informazione che parlano contro l’esercito o la polizia compiono “alto tradimento”. Le minacce in Egitto non sono solo parole: tra maggio del 2017 e febbraio 2018 almeno 496 siti web sono stati chiusi(dati della Freedom of Thought and Expression Law Firm – Afte). Secondo i dati di Reporter senza Frontiere al momento almeno 32 giornalisti sono detenuti in Egitto. Di questi, 22 sono in carcere senza che sia stata presentata alcuna accusa formale.

sabato 2 dicembre 2017

In Egitto riemerge un’epica città greca sprofondata in mare 1200 anni fa - Noemi Penna

Sepolta sotto la sabbia per 1200 anni. Dai fondali egiziani è riemersa una intera città avvolta nel mistero, inghiottita dal Mediterraneo probabilmente a causa di un terremoto. Si tratta dell’epica città di Heracleion (per i greci) o Thonis (per gli antichi egizi), che ora può essere esplorata grazie alla mappa interattiva creata dall’European Institute for Underwater Acheology con i dati archeologici raccolti in questi anni di scavi.  

Le statue, i relitti delle navi, così come gli edifici, i templi e i pontili che sono riemersi dai fondali sono stati segnati sulla mappa interattiva e possono essere «visitati» attraverso foto e video.  

I primi resti sono stati trovati a trenta metri di profondità nel 2000 al largo di Abukir, vicino ad Alessandria d’Egitto. 
E grande è stata la sorpresa quando a riemergere dalle acque sono stati reperti ben conservati, in grado di raccontare tanto su quell’antica città, considerata il centro nevralgico del commercio internazionale fra il Mediterraneo e il Nilo tra il VI ed il IV secolo avanti Cristo…


qui la mappa interattiva

lunedì 8 giugno 2015

W Sama e Lola

Sama sembra un faraone, insieme a Lola (il Sudan era Egitto, no?) - francesco


Lola, poco meno di un anno, è la prima gattina nella storia dell'immigrazione dall'Africa alle coste italiane a raggiungere Lampedusa. Ha fatto il viaggio insieme alla sua padroncina Sama, 24 anni, dal Sudan, fino alla Libia e poi si è imbarcata con altre 200 persone che sono state soccorse dal pattugliatore britannico "Protection" che ieri notte li ha sbarcati, sani e salvi, nel porto di Lampedusa.  Sama ha vissuto con Lola sin dalla partenza dal suo paese in Sudan, è sfuggita ai controlli dei doganieri di vari paesi ed anche ai trafficanti di essere umani in Libia dove Sama e Lola hanno vissuto per oltre due mesi prima di essere trasferiti sul barcone che li avrebbe portati in Sicilia. L'ha tenuta nascosta in una borsa da viaggio dove Sama aveva praticato dei fori per farla respirare e quando ieri notte sono sbarcati a Lampedusa i militari inglesi e quelli italiani hanno scoperto che assieme agli altri migranti c'era anche Lola.
Tutto è venuto alla luce quando dal pattugliatore Protection sono cominciati a scendere sulla banchina di Lampedusa i primi migranti, prima le donne ed i bambini e poi gli uomini. Ed una volta a terra molti hanno ringraziato il cielo di essere arrivati in Italia, erano stanchi ma felici, tranne Sama che ha cominciato a gridare ed a disperarsi perché non voleva scendere dalla nave. "Voglio Lola, voglio Lola" gridava mentre alcuni suoi parenti cercavano di farla sbarcare. Ma Sama non voleva saperne e quasi a forza ha toccato terra dove ha continuato ad invocare il nome della sua gattina che era rimasta a bordo della nave per motivi sanitari…