Visualizzazione post con etichetta Patrizia Cecconi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Patrizia Cecconi. Mostra tutti i post

lunedì 30 dicembre 2019

Abbracci, maqluba e caffè sospeso - Patrizia Cecconi


L’ho pensato tante volte, ma solo l’articolo di Roberto Del Piano sul numero 39 di Vitamine mi ha dato la spinta a condividere questo accostamento, forse azzardato, tra il caffè sospeso e la maqluba. Sono in pochi a sapere cosa significhi realmente “maqluba”. Anche quelli che conoscono la cucina mediorientale, generalmente, traducendo alla lettera ti dicono: “la rovesciata” perché a caratteristica presentazione di questo cibo vuole che si capovolga la pentola su un piano, ottenendo una sorta di sformato cilindrico composto di tanti ingredienti. Sì, certo, in senso letterale è così. E allora che c’entra il caffè sospeso?
Beh, erano pochi anche quelli che sapevano cosa fosse il caffè sospeso, ovviamente al di fuori della capitale partenopea che ne era la culla. Poi, una decina di anni fa, ci pensò  Luciano De Crescenzo a farlo conoscere, usando la locuzione “caffè sospeso” come titolo di un suo libro. Dopo di che il caffè sospeso, preso nel suo aspetto di solidarietà umana,  ha cominciato ad essere fonte di ispirazione per piccole buone azioni ideate cambiandone il sostantivo e mantenendone l’aggettivo.
Ma il caffè sospeso napoletano è unico e non si limita ad essere la buona azione di un animo gentile che, comunque, sarebbe già una bella cosa tanto che Roberto Del Piano propone di portarne l’uso a Lodi, cittadina lombarda che, dice, «di umanità, amore, compassione e comprensione ha davvero un grande bisogno». Vediamo, allora, dov’è quest’origine comune tra la maqluba e il caffè sospeso. Per scoprirla bisogna andare un po’ a fondo, non sulle usanze in sé, ma sulla cultura umana piuttosto simile che è dietro entrambe.
L’una, quella napoletana, per chi non conosce il carattere partenopeo, è facilmente liquidabile come buona e caritatevole azione verso chi non può permettersi un caffè e l’altra, per chi non conosce le origini culturali arabe, rinforzate da un comandamento religioso musulmano, viene liquidata come ricetta gastronomica che origina a sua volta da una prescrizione caritatevole.
In realtà, se le chiudiamo nel cerchio dell’elemosina, o della “zakat” musulmana, abbiamo ridotto queste due usanze a qualcosa che, riportandoci a una riflessione marxista, non sarebbe altro che la dimostrazione della disparità sociale tra chi dà e chi riceve, umiliando il beneficiario il quale, di fatto, è e resta in situazione di inferiorità. A rinforzare questo punto di vista ci sarebbe quel proverbio africano che dice “la mano che dà è sempre sopra alla mano che riceve”.
Di conseguenza, se riduciamo il caffè sospeso o la maqluba a elemosina nel senso comunemente inteso, non possiamo che dar ragione a Marx e al proverbio africano. Ma guardando bene al carattere collettivo delle comunità da cui nascono queste usanze vedremo le cose in altro modo.
Cominciamo col dire che le religioni lasciano tracce culturali anche nei non credenti, comunque cresciuti secondo i valori diffusi nella loro comunità e, quindi, pensiamo che i napoletani vengono da una cultura religiosa prevalentemente cristiana, quella in cui la terza virtù teologale è la carità e gli arabi da una cultura prevalentemente musulmana in cui il terzo pilastro dell’Islam è la zakat.
Ma il termine “carità” non significa sbrigativamente elemosina, bensì amore. Viene dal latino caritas traducibile con “affetto” ed ha come aggettivo “carus” cioè caro, amato. Nel Vangelo greco il termine è agàpè cioè amore grande, disinteressato e fraterno. Quindi l’elemosina è solo la parte finale e concreta di questo amore per l’altro e chi si ritrova nel giusto habitus non si pone il problema della superiorità sociale essendo, la sua azione,  solo una forma immediata e disinteressata di amore cosmico.

Il termine zakat, a sua volta, pur essendo un comandamento coranico, trova difficile traduzione in una semplice parola quale, appunto, elemosina. Il concetto di zakat parte dal principio che tutto appartiene a Dio compresi i beni derivanti dagli affari e dal lavoro, pertanto, chi è ricco deve “purificare” la sua ricchezza offrendone una parte, calcolata in percentuale del suo valore, a chi non ne ha. Ma questo è solo il calcolo dell’elemosina rituale. In realtà la zakat non si limita a una tassa imposta per obbedire a Dio, né soltanto a una forma di solidarietà verso qualcuno, né solo a un’azione nell’interesse della comunità, ma è un po’ di tutto questo e va oltre la somma dei singoli elementi  diventando un principio dell’etica musulmana così come la carità di cui parla il Vangelo rientra nell’etica cristiana.
Ma parlando di etiche musulmana e cristiana che si fanno substrato culturale, parliamo di un aspetto antropologico che trascende la fede e le sue imposizioni. Infatti sarebbe ben triste il caffè sospeso e altrettanto la maqluba se dovessero seguire solo una prescrizione e invece, come spiega De Crescenzo, «quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due. È come offrire un caffè al resto del mondo», un caffè offerto perché si è felici e non per imposizione di qualsiasi natura. E così è per la preparazione della maqluba, piatto della festa, piatto che si faceva cucinando le  varie pietanze in misura volutamente abbondante perché una parte di ognuna andava a finire in una grande pentola che poi veniva rovesciata su un tavolo di legno e messa fuori della porta in modo che chiunque potesse servirsene e condividere il festeggiamento.
E ora volete sapere come si fa la maqluba? Beh, trattandosi di un insieme composito di ingredienti (sarebbe sbagliato considerarla cucina degli avanzi, proprio per quanto scritto sopra) ogni famiglia palestinese ha la sua ricetta con alcune varianti. Oggi non si rovescia più su un tavolo fuori della porta perché il cibo, per fortuna, sebbene in misura e qualità diversa, in Palestina ce l’hanno tutti. Ma resta il piatto del venerdì, cioè il piatto del giorno di festa per i musulmani, perché si tratta di un piatto che trae la sua origine dal terzo pilastro dell’Islam, un principio diventato cultura, ma forse sarebbe meglio dire una filosofia, assolutamente musulmana, diventata poi elemento culturale. E se ci si trova in Palestina di venerdì e si parla con qualcuno per la strada, facilmente si viene invitati a condividere questo grande piatto comunitario e in quel caso, credetemi, è difficile dire di no!
Ciò che non può mancare in una buona maqluba sono le melanzane, il riso, la carne, le mandorle tostate e lo yoghurt, poi si aggiungono le varianti. E non manca mai neanche un momento di allegria, almeno un momento, quando viene rovesciata al centro dei tavolo sotto gli occhi ansiosi dei commensali, grandi e piccini, che in ogni famiglia palestinese sono sempre in numero consistente.
Così come non manca mai, nei bar napoletani in cui si usa il caffè sospeso, il sorriso di chi lo offre e quello di chi lo riceve. È l’applicazione napoletana di quella cultura del dare con allegria, non perché la mano che dà sia sopra la mano che riceve, ma perché è un abbraccio anonimo verso l’umanità. È tutto qui l’accostamento culturale tra caffè sospeso e maqluba, di fatto tra due comunità diverse che però hanno una cosa in comune, cioè hanno quell’offrire allegro e disinteressato di qualcosa che mentre la si porta alle labbra riesce a scaldare anche l’anima. E devo dire che a me non sembra un accostamento azzardato!

Articolo uscito su Vita-mine vaganti, la rivista ufficiale dell’associazione Toponomastica femminile.

da qui

giovedì 19 dicembre 2019

Storia di un tappeto - Patrizia Cecconi



C’era una volta un uomo dagli occhi profondi, di un nero brillante, come spesso hanno i magrebini e a volte gli italiani del sud. Lo sguardo era dolce e anche il sorriso lo era. Era un uomo piuttosto alto, aveva la pelle scura e vellutata come ce l’hanno spesso i magrebini. Era magro e portava sempre un copricapo a calotta, uno di quelli che in Tunisia credo si chiamino shishyà e si sedeva in un punto di via di Donna Olimpia, nella parte più popolare di Monteverde, poco distante dalla zona frequentata da Pasolini molti anni prima.
Accanto a sé stendeva un telo con sopra oggetti artigianali nordafricani belli e qualche cianfrusaglia. Sul muro alle sue spalle fissava delle corde e su quelle esponeva alcuni tappeti. Parlava con voce bassa e dolce e quando qualcuno si fermava lui si alzava e spiegava la fattura dei tappeti o l’origine dei bracciali e degli orecchini.
Era un uomo gentile e mi sarebbe piaciuto chiedergli qualcosa della sua vita ma ho sempre temuto di essere invadente e non l’ho mai fatto. Non so neanche se fosse tunisino o marocchino, ma aveva detto a un bambino che si fermava sempre a parlare con lui, che la sua casa era sul mare Mediterraneo, ma dall’altra parte e che lui un giorno ci sarebbe tornato.
Il bambino, che ora ha più di trent’anni e che allora ne aveva solo tre ma sembrava molto più grande, era affascinato dagli elefanti di uno dei suoi tappeti. Quello che gli piaceva tanto perché, anche girandolo al rovescio, gli elefanti non sparivano ma cambiavano colore.
L’elefante, insieme all’ippopotamo, al rinoceronte e al coccodrillo erano stati i primi animali di gomma che gli erano stati regalati quando non aveva ancora un anno e con i quali giocava immaginandosi nella giungla e chiamandoli con i nomi storpiati che allora riusciva a pronunciare. Il rinoceronte era onne, popommomo era l’ippopotamo e bobe, derivato da proboscide, era l’elefante. Ma dopo due anni i nomi erano ormai pronunciati correttamente e all’amore per gli animali della giungla si era aggiunto quello per i cani, i gatti, i cavalli, le farfalle, le lumache, le coccinelle, i pulcini… una tragedia!
Ricordo di aver passato un’estate in Abruzzo con lui girando per tutte le stalle dell’aquilano affinché potesse accarezzare i vitelli e ridere felice se il vitellino gli si strusciava contro. Non c’era cane che non abbracciasse e papere, pulcini e soprattutto cavalli che non lo incantassero. Ma li voleva vedere tutti liberi.
Poi c’era stata la fase dello zoo e lì era stata dura fargli capire che non potevamo aprire le gabbie e dài a raccontargli la pietosa bugia che le giraffe, gli orsi, gli elefanti e anche le tigri e i leoni stavano da noi solo qualche mese per farsi conoscere e poi sarebbero stati riportati a casa loro e lasciati nuovamente in libertà.
In una delle visite allo zoo un giorno scoprì i cuccioli di elefante e il suo antico amore diventò passione. Lo raccontava al signore dei tappeti che veniva dall’altra parte del Mediterraneo ed era eccitato quando gli diceva che aveva visto l’elefantino stare sotto la pancia della mamma e camminare con lei.
E il signore tunisino (o marocchino) se lo teneva sulle ginocchia e gli sorrideva tanto. Ogni tanto lo accarezzava e gli diceva qualcosa e il bambino parlava, parlava e la cosa andava avanti per una ventina di minuti e poi si salutavano.
Un giorno questo signore mi chiese se gli compravo un tappeto, magari quello con gli elefanti che piaceva tanto al bambino. Io non so perché, forse semplicemente perché allora non mi interessavano i tappeti, dissi di no. Lui non era invadente, rispose solo “va bene”.
Tutti i giorni che passavamo di lì, almeno due o tre volte alla settimana, lui regalava al bambino un braccialino sottile, oppure un gingillo di quelli ammonticchiati nella cianfrusaglia e non voleva mai essere pagato.

Un giorno Alessandro, mentre era accovacciato accanto a lui gli prese la shishyà, se la mise in testa e cominciarono a ridere felici tutti e due, MA IN QUEL MOMENTO PASSÒ UNA PERSONA che ci conosceva e che TROVÒ RIPROVEVOLE che io facessi stare il bambino in tale intimità con un “tappetaro” immigrato.
Io sono una delle persone più buone al mondo, lo ripeto sempre e ne sono convinta, solo mio figlio lo nega, ma i figli, anche questo dico sempre, su queste cose non fanno testo! Ma anche se sono una delle persone più buone sulla faccia della terra, qualche volta il mio alter ego incatenato rompe le catene e viene fuori. Butta giù con una gomitata la mia parte buona, esprime tutto se stesso e poi rientra e si fa chiudere di nuovo a chiave, ma solo a missione compiuta.
Così, in quel momento, il mio alter ego ruppe le catene e spiegò a quella persona che lei era al di sotto del livello minimo raggiungibile da un umanoide decerebrato e che il suo aspetto fisico ne era la prova, quindi non poteva apprezzare ciò che era lontano mille miglia dal suo cervello non ancora evoluto e sostituito dalla parte bassa del suo intestino, e poi aggiunsi qualcos’altro che non ricordo più invitandola a non avvicinarsi mai più a nessuno di noi.
Fin qui niente di strano, solo che a quel punto, il bambino che amava tanto gli animali e in modo particolare, in quel periodo, gli elefanti, mi guardò con uno sguardo diverso dal solito e mi disse: MAMMA, COMPRIAMO IL TAPPETO!

Già, compriamo il tappeto!
Aveva poco più di 3 anni, ma tutti credevano ne avesse almeno 7. Era nato gigante e quando aveva pochi mesi suo padre scherzando diceva che mi somigliava perché eravamo già alti uguali.
In quel momento non aveva 3 anni Alessandro, e neanche 7. In quel momento mio figlio era un bambino adulto.
Aveva capito perfettamente che quella mondezza umana aveva offeso il suo amico tunisino, o forse marocchino, quello con cui parlava degli animali della giungla e del paese lontano da cui venivano i tappeti.
Aveva capito che anche il suo amico aveva capito perché la sua espressione si era fatta più malinconica e ci guardava come a dire “ed ora?” Allora il bambino che non chiedeva mai niente chiese di comprare il tappeto. Non c’era bisogno di parole e poi era così piccolo che forse non avrebbe trovato quelle giuste per spiegare, come quando risolveva le proporzioni ai miei studenti di 5a superiore e quando questi gli chiedevano “come hai fatto” lui rispondeva solo “è così, è facile, no?”
“Sì, signor Ahmad” (o Hamad, la “h” in arabo non ho ancora imparato a pronunciarla e trent’anni fa non riuscivo neanche a sentirla) “allora il bambino vuole proprio il tappeto con gli elefantini, però 90 mila lire mi pare un po’ troppo”. E il signor Ahmad (o Hamad) mi disse “no, non voglio 90 mila lire, quello è il prezzo per gli altri” e io “Va bene, grazie, allora facciamo 70?” Ma Ahmad mi disse no.
Alessandro mi guardava. Io dissi “mi dica lei il prezzo, lo prendiamo comunque”. Ahmad non mi rispose ma disse al bambino “di’ a tua mamma che voglio 30 e quando divento ricco ti regalo uno più grande di questo”.
Allora cominciò la trattativa. “No signor Ahmad, facciamo 50, perché 30 è troppo poco” e Alessandro rideva e accarezzava gli elefantini del suo tappeto. Era la vendetta contro la razzista e al tempo stesso il regalo che desiderava. Ma Ahmad aveva deciso che andava bene 30 e basta, e alla fine vinse lui.
Sono passati circa trent’anni da allora. Il tappeto è stato nella stanza di Ale fino a che non ha lasciato la casa di Roma, ormai 12 anni fa, poi è stato nella casa in campagna che ora è passata ad altri proprietari e adesso è con me nella mia casa di Milano.
Ho chiesto a mio figlio se si ricordava del signore tunisino ma no, si ricorda bene del tappeto ma del signore tunisino ha solo una vaghissima reminiscenza. Però, quando gli ho raccontato tutta la storia e sono arrivata all’episodio della razzista da strapazzo lui ha ghignato e ha detto “ti immagino mentre la tua faccia virava in pitbull e la schiacciavi con quattro frasi a scimitarra”.
Ah ah ah, lui dice sempre che sotto la pelle di gentile signora si nasconde il pitbull, ma non è del tutto vero, i figli esagerano sempre.

***

Perché ho raccontato questa storia? Beh, prima di tutto perché amo raccontare e poi, ma solo poi, per dire che non si educano i bambini con le chiacchiere e le sciocchezze del tipo siamo tutti uguali. Che poi non è vero, non siamo tutti uguali, e neanche serve dirlo. L’unica forma di diversità alla quale non si può concedere asilo è quella dell’ignoranza razzista che spesso, anche se non sempre, fa rima con fascista.
Chissà dove sarà ora il signor Ahmad!
Dopo circa un anno dall’acquisto del tappeto non lo abbiamo più visto.
Forse è diventato “un po’ ricco – come diceva Alessandro quando non lo vedevamo più – ed è tornato nella sua terra a giocare con i suoi nipotini”. O forse il razzismo crescente lo avrà costretto ad andare altrove. Ma ormai avrebbe circa 90 anni e magari sarà sepolto da qualche parte.

A me è rimasto il tappeto e il ricordo dell’uomo dolce che faceva il “TAPPETARO” CON DIGNITA’ e manteneva l’animo gentile nonostante il disprezzo di qualche esemplare di feccia umana.
A mio figlio, sentendo il racconto, è rimasta la convinzione che in sua madre alberga un pitbull, dormiente e silenzioso ma pronto a venir fuori di fronte alla minima manifestazione di razzismo o di qualunque infamia.
E va bene così.
C’era una volta un uomo… al quale proprio oggi mi va di dire: grazie signor Ahmad, questo racconto è per te. Spero che tu stia bene ovunque ti trovi!

martedì 30 maggio 2017

Quando l’infestante è un inno alla gioia - Patrizia Cecconi


Parlando di terra e identità, data la recente ricorrenza della Nakba, voglio prendere in considerazione un’erba modesta, un’erba spontanea, un’erba che però, ricordando le parole che mi disse Umm Ibrahim a Gaza, richiama quei tragici giorni del ’48.
Quei giorni in cui circa l’80% della popolazione palestinese venne cacciata, o terrorizzata e indotta a fuggire, a seguito dell’occupazione o della distruzione delle proprie case e dei propri villaggi ad opera degli occupanti che il 14 maggio di quell’anno proclamarono la nascita dello stato di Israele.
Ma perché la portulaca, di cui parliamo oggi, ha a che fare con Umm Ibrahim? Perché questa vecchia donna palestinese mi raccontò di aver camminato con la sua famiglia per tre giorni e tre notti, fuggendo dalle violenze che aveva visto compiere nel suo villaggio, vicino ad Haifa, fino a raggiungere la Striscia di Gaza dove poi sarebbe rimasta, in uno degli otto campi profughi, senza più riuscire a far ritorno in quella che un giorno era la sua terra.
Per tre giorni e tre notti Umm Ibrahim ricorda di aver nutrito sé e i suoi figli con le erbe che trovava tra i cespugli in cui si nascondevano per passare la notte e proprio la “baqla” era l’erba che dava più nutrimento.
Umm Ibrahim non sapeva che la portulaca è ricca di proteine, di sali minerali – tra cui in particolare potassio, ferro e magnesio – di vitamine A e C e di vitamine del gruppo B. Inoltre ha un’importante riserva d’acqua nelle sue foglie e non sapeva, quindi, che questa povera pianta, oggi in Europa considerata infestante, aveva tutto il necessario per garantire la sopravvivenza per alcuni giorni senza cibo né acqua. Lei però ne conosceva l’uso alimentare perché la portulaca, originaria del Medio Oriente, nella sua terra era usata da sempre, infatti furono gli arabi, nel medioevo, a diffonderla in Europa. Inoltre la baqla aveva un passato importante come erba curativa, oltre che alimentare, già nell’antica medicina egizia. Infatti, oltre ad essere utile per la circolazione a causa del contenuto di omega-3 scoperto recentemente e capace di contrastare colesterolo e trigliceridi, è anche utilizzabile contro dissenterie ed emorragie post-partum. E’ anti-diabetica, depurativa e diuretica.
Mi sono chiesta come mai viene chiamata anche farfahina, che in arabo significa “che dà gioia” e non ho avuto risposta perché, si sa, a volte i nomi prendono una strada autonoma da coloro che li hanno pronunciati per primi e così, a volte, camminano su un proprio binario e se ne perde l’origine. La risposta che cercavo non è venuta, né interrogando uomini o donne di età diverse, né chiedendo, con l’aiuto di un amico interprete, alle signore che accovacciate lungo i suq la vendono a mazzetti insieme a salvia e menta, altre erbe immancabili nella tradizione palestinese, ma di cui parlerò in un altro momento.
Alla mia domanda la risposta era un’espressione del viso ed una posizione delle mani che nel linguaggio gestuale che varca i confini delle lingue significa “boh! se ne è persa la memoria”. Allora la risposta ho deciso di darmela da sola mettendo insieme il racconto di Umm Ibrahim, le proprietà officinali di quest’erba e il fatto che nel medioevo veniva considerata “apotropaica”, cioè capace di tenere lontani gli spiriti maligni.
Ecco perché “dà gioia”. Allontana le energie negative e fornisce nutrienti e sali minerali tra cui il magnesio, elemento naturale antidepressivo per eccellenza! In Palestina viene regolarmente raccolta e venduta, mentre dalle nostre parti, oggi è generalmente considerata infestante e quindi estirpata. Il giorno in cui da bene comune, generosamente a disposizione di tutti, diventasse bene economico con un suo prezzo di vendita, anche da noi verrebbe rivalutata, ma questa è un’altra storia.
Ma come la usano i palestinesi la farfahina? In tutti i modi. Cruda, nell’insalata, ma anche cotta. Cotta perde un po’ delle sue proprietà, per esempio la vitamina C, ma ne acquista una che pur se non si vede è indiscutibilmente una proprietà importante: il sapore di un cibo cotto in casa e servito a tutta la famiglia, un sapore che come tutti i sapori specifici di un luogo amato, torna nel ricordo anche quando si è lontani da quel luogo. E’ così che anche un’erbetta qualunque riesce ad evocare quell’identità tutta interna alla sacralità della terra, tanto che Darwish, in un suo scritto, la cita come metafora del diffondersi sparpagliato ed esteso di un’idea, appunto, come un cespuglio di baqla hamqa palestinese.
Siccome la portulaca oleracea cresce anche dove nessuno la vorrebbe vedere, i consigli per sterminarla sono molteplici, vanno dal terribile uso dei diserbanti, paragonabili, per fare un esempio, al tentativo di sterminio di una popolazione con bombardamenti e fosforo bianco, fino a sistemi più ecologici, quali la sterilizzazione del terreno eliminando le migliaia di semi che questa pianta produce durante la sua vita fertile che più o meno va da giugno a novembre. Ma va detto che i semini della baqla restano dormienti ma vitali anche per molti anni e se ne sfugge qualcuno lei, con le sue foglioline polpute e i suoi minuscoli fiorellini gialli, torna!
E oggi, a 69 anni da quella cacciata ricordata all’inizio, un omaggio ad Umm Ibrahim e a tutti i profughi che ancora aspettano giustizia, mi sembrava carino farlo con l’erba “che dà gioia” e che si espande liberamente. Nonostante tutto.

sabato 26 marzo 2016

L’amore mio non può morire - Patrizia Cecconi



Lui è il contadino Salah Abu Ali di Al Walaja. Si presenta così, semplicemente.
Al Walaja è un villaggio con una storia tormentata. Si trova pochi chilometri a sud di Gerusalemme e questo, da molti decenni, non è un buon segno per la sua tranquillità. Nel 1948 venne raso al suolo e i suoi abitanti, cacciati, lo ricostruirono poco distante. Ma circa venti anni dopo venne nuovamente occupato e stavolta venne diviso in due. Una parte annessa da Israele, ma solo come territorio perché agli abitanti neanche venne dato diritto di cittadinanza, l’altra parte restò territorio palestinese, ma comunque sotto occupazione.
La storia d’amore è nata molti anni fa ed è una storia strana. E’ l’amore tra Salah Abu Ali e Umm Zeitun che qualcuno chiama anche Khetiara o Arusa Filastin.
Umm Zeitun, per il contadino di Al Walaja, è molto più di una donna, e dice sorridendo che sua moglie ne è gelosa. Ma il suo è un amore spirituale ed è così radicato, in senso proprio, che lui ne è stato catturato a 13 anni e resterà per la vita il compagno di questo straordinario essere vivente e il suo protettore.
Umm Zeitun, spiega Salah mentre camminiamo per i viottoli della campagna fiorita di Al Walaja, non è una donna, è un albero. Ma non è un albero normale. Non lo è già per la sua forma e per la sua età, pare abbia 3.500 anni. Ma soprattutto non lo è per quel che racconta il suo amante, cioè colui che lo ama e che se ne sente corrisposto.
Salah Abu Ali è convinto che Umm Zeitun abbia un’anima e che ci sia un sentire comune tra lui e questo incredibile, grandissimo e vecchissimo albero, testimone oculare – come lui lo definisce – di amori e dolori, di battaglie, di conquiste e di sconfitte.
Salah si considera suo compagno e protettore come già lo era stato suo padre e prima ancora suo nonno e come poi lo sarà uno dei suoi figli.Protettore di un albero di olivo come io non ne ho visti mai. Quello che appare davanti a me è una specie di piccolo bosco con al centro l’albero madre,con un tronco enorme ma non rotondo. Sembra una porta e tutt’intorno i suoi figli, alcuni centenari, altri più giovani, ma tutti nati dallo stesso ceppo ed ancora strettamente legati all’albero madre.
Salah si appoggia a uno dei tronchi e comincia a parlare. Parla del suo rapporto con l’albero cui dedica diverse ore al giorno, come un uomo innamorato parlerebbe della sua donna. Capisco perché sua moglie ne è gelosa!
Ho visto alcuni rari esemplari di olivi millenari in Italia, in Grecia, in Palestina, ma non ho mai visto un albero come questo. Se non fosse per le foglie non lo riconoscerei come olivo, né per la forma del suo tronco, né per la corteccia. Mi dice che è una specie rara, si chiama “hawari” e dice che è nato qui e, che lui sappia, non ci sono altri esemplari in Palestina. Pare non sia mai stato attaccato da nessun parassita al contrario di tutti gli altri olivi, compresi quelli che si trovano a poche decine di metri.
Salah Abu Ali, mentre parla, ha un atteggiamento a metà tra l’ascetico e l’innamorato e dice che secondo lui quest’albero è sopravvissuto a tutto perché così vuole Dio. Non ha dubbi che sopravvivrà anche al maledetto muro che vuole strozzare Al Walaja per unire le due illegali appropriazioni di terra, dette colonie di Gilo e Har Gilo che servono a Israele per espandersi su terra palestinese realizzando il suo progetto originario.Il muro, se nessuno fermerà Israele, passerà a 20 metri da Umm Zeitun le cui radici hanno un’estensione di 25 metri. Quindi le danneggerà, forse le farà morire.
Salah ignora con un sorriso il mio pessimismo perché è convinto che non sarà così. Mi ricorda che siamo a 900 metri di altezza e che tutti gli inverni nevica e che nel corso dei secoli ci sono state molte gelate e mi ricorda che gli olivi temono il gelo, ma non Umm Zeitun che, secondo lui, ha una sorta di spirito protettivo che non ne ha mai consentito la morte, e sarà ancora così.
Poi parla di un rituale, al aqiqah, che si fa quando nasce un bambino. Al aqiqahè una sorta di festa in cui si consuma un pasto tutti insieme ed ha la funzione di allontanare il male dal neonato. Pare che l’ombra protettiva di questo immenso albero sia il posto prescelto per al aqiqah perché la sua energia positiva sarebbe in grado di trasmettersi al nuovo nato.
Devo dire che i racconti di Salah fanno a pugni con la mia razionalità, ma il piacere di ascoltare quest’uomo, innamorato di questo strano e straordinario figlio della sua terra, e il tono con cui ne parla mi ipnotizzano un po’, e resto a sentire. Mi chiedo come mai Israele, che ha estirpato migliaia di olivi, questo non l’abbia scoperto. Immagino che ne avrebbe fatto un proprio luogo di attrazione come già successo in altri casi. Espongo il mio pensiero e Salah semplicemente sorride. Il suo sorriso mi contagia e penso alle sue parole di poco fa: “quest’albero ha un suo proprio spirito e mai nessun parassita lo ha attaccato”. Questo è vero ed è incredibile. Io lo trovo incredibile sul piano scientifico, ma lui non si fa problemi di scienza, dice che semplicemente così vuole Dio e mi ricorda che l’olivo è albero sacro per il Corano.
In realtà l’olivo è sacro per tutte le culture del Mediterraneo, e tutte le culture mediterranee antiche hanno finito per confondersi con le religioni, a partire dall’antica Grecia dove l’olivo veniva considerato il dono della dea Atena agli umani.
Salah Abu Ali dice che Umm Zeitun produce olive grandi, circa 6 quintali negli anni buoni, e olio ottimo che, soprattutto in passato, veniva usato anche come medicinale. Mi dice che le sue foglie vengono usate in tisana per abbassare gli zuccheri nel sangue e che ogni cura che lui, Salah, offre a questo oggetto del suo strano amore viene ricompensata dai regali offerti dall’albero.
Ormai si sta facendo sera e come ogni contadino mediterraneo, di entrambe le sponde, Salah non ci lascia andare senza averci ospitato in casa dove i regali di Umm Zeitun arriveranno su un vassoio per un assaggio che è un piacere per gli occhi prima di esserlo per il palato.
Questa è la Palestina.
Salah Abu Ali, contadino di Al Walaja, villaggio costantemente minacciato da Israele, ci ha offerto nella sua semplicità l’immagine più spirituale della sacralità della terra attraverso un suo figlio speciale: l’olivo che ha resistito ad ogni attacco per 3500 anni e che secondo lui resisterà ancora alla tracotanza israeliana, perché non è un semplice albero, ma un essere vivente che ha assorbito in sé lo spirito della natura e la memoria del tempo.

martedì 7 aprile 2015

Storia millenaria del seme di pistacchio - Patrizia Cecconi

La regina di Saba ne aveva una piantagione riservata soltanto a lei e ai suoi cortigiani, Nabucodonosor II, re dei Caldei, li faceva coltivare nei giardini pensili di Babilonia. In Grecia sono arrivati con Alessandro Magno. In Spagna e Italia con Tiberio. Gli alberi di pistacchio hanno radici profonde, nobili e millenarie nella storia delle antiche civiltà. Tra i semi oggi considerati di maggior pregio, quelli raccolti alle falde dell’Etna. Terre aride, segnate dalla siccità e da una storia, più recente, di massacri, economia coloniale e interessi britannici. Per certi versi simile a quella della Palestina, dove il pistacchio, amato da tempo immemorabile, cresce quasi senz’acqua ma regala un gusto straordinario a moltissimi dolci e si trova anche nel suq del più povero dei villaggi

Cugino “nobile” di lentisco e terebinto, appartenente alla stessa famiglia delle anacardiacee e al genere Pistacia, il pistacchio è uno dei più antichi alberi coltivati dall’uomo. È originario dell’antica Persia dove pare venisse coltivato già in età preistorica, così almeno risulterebbe dal trattato del sofista greco Ateneo di Naucrati che ne parla nel “Banchetto dei sapienti”.
In Palestina, e in genere nel Medio Oriente, si dice sia usato da oltre 10mila anni, ma di certo da almeno 3 o 4 mila lo è, stando a quanto scritto nella Bibbia circa i pistacchi che Giacobbe usò come dono pregiato (Genesi 43,11); o al fatto che la regina di Saba ne avesse una piantagione ad uso esclusivo suo e della sua corte; o ancora a quel che se ne racconta circa Nabucodonosor che li faceva coltivare negli splendidi giardini pensili di Babilonia per sua moglie Amytis.
Questi semi, oggi presenti nella maggior parte dei dolci che si possono acquistare in ogni suq o che vengono preparati nelle occasioni rituali anche nei villaggi più poveri di tutta la Palestina, arrivarono in Grecia nel IV a.C. con Alessandro Magno. Qualche secolo più tardi, sotto l’imperatore Tiberio, i pistacchi varcarono il Mediterraneo ed approdarono in Italia e Spagna, ma fu solo a metà 800, quando gli arabi conquistarono la Sicilia sottraendola ai bizantini, che il pistacchio trovò il suo angolo particolare, alle falde dell’Etna, nel territorio di Bronte dove tuttora rappresenta il fulcro dell’economia dell’intera area.
Questa pianta cresce in zone collinari, esposte a sud e sopporta quasi tutto, dalla siccità estiva al gelo invernale, ma non regge le gelate in tarda primavera, quelle che rappresentano il tradimento della natura quando ormai i fiori sono usciti rispondendo al richiamo della luce.
Il suo frutto è una drupa, di cui si consuma il seme chiamato appunto pistacchio come l’albero che lo produce e che difficilmente supera i 7-8 metri di altezza, ma che arriva a vivere fino a 300 anni. E’ una specie dioica ad impollinazione anemofila, vale a dire che il passaggio del polline dal fiore maschile a quello femminile è affidato al vento. Fruttifica ogni due anni, e l’anno che gli agronomi chiamano di “scarica” serve a dare più vigore all’esplosione vitale di fiori e frutti nella stagione successiva.
Ha una strana caratteristica il pistacchio, infatti il fiore femminile accetta l’impollinazione anche dal terebinto ed i frutti che ne derivano sono esattamente come gli altri. Il legame col terebinto è realmente consociativo, non solo per il suo polline, ma perché la straordinaria forza delle sue radici, capaci di fendere e di aggirare le rocce riuscendo a nutrirsi anche di pochi grani di terra arsa, è messa a disposizione del suo più raffinato cugino, e le piantagioni che fruttificano splendidamente su rocce aride godono sempre del terebinto come portainnesto di ogni rigoglioso pistacchio.
Tra i pistacchi che crescono a Bronte e gli alberi che crescono in Palestina ho notato qualche particolare consonanza. In entrambi i luoghi gli alberi non si concimano né si irrigano: l’acqua non c’è. Ma loro ne fanno a meno e il pistacchio che, sostenuto dal suo rustico cugino, cresce laddove poche altre piante riuscirebbero a vivere, diventa un simbolo di resistenza alle condizioni avverse.
Ma c’è qualcos’altro che accomuna il pistacchio di Bronte al pistacchio palestinese. Qualcosa che cozza con la bontà di questo seme, ma che ha a che fare con la storia. Anche quella che non è facile raccontare. Tanto a Bronte che in Palestina, infatti, nei due secoli scorsi la presenza e gli interessi inglesi, in modo diverso, sono stati responsabili di ingiustizie e di massacri. Alla causa di interminabile durata che i brontesi, civilmente e ingenuamente rispettosi del diritto, hanno portato avanti contro l’esproprio delle proprie terre, prima a favore di un’istituzione religiosa e poi di Horatio Nelson e suoi eredi, fa da specchio, oltre il mare, una “causa” tuttora in corso che vede i palestinesi chiedere al vento il riconoscimento dei propri diritti sulla propria terra!
Se nella seconda metà del 1800 Garibaldi e Bixio, proteggendo gli inglesi usurpatori di terre di Bronte, hanno macchiato di vergogna e di sangue il Risorgimento italiano, di cui pure erano eroi, nella prima metà del 1900 gli inglesi, con la dichiarazione di Balfour, hanno aperto la strada al tentato annientamento dei palestinesi tuttora in atto. Anche gli inglesi di Bronte avevano chiuso le strade ai contadini, esattamente come oggi Israele, figlio anche di quella dichiarazione di Balfour, chiude le strade ai palestinesi. Allora come ora, farseschi tribunali decretavano colpe agli incolpevoli e assolvevano gli aguzzini. Allora fu a Bronte, a eterna vergogna dell’eroica spedizione dei Mille che in Sicilia pagava il favore – e gli interessi – degli inglesi, e ora è in Palestina, a eterna vergogna delle istituzioni internazionali, in primis l’ONU, che si vedono surclassare dal potere fuori legge di Israele.
Lasciando Bronte dove i contadini, costretti a coltivare l’arida sciara, hanno fatto dell’unico albero che potesse resistere il gioiello di questo territorio, viene spontanea una metafora che sa di speranza e che affido alla fantasia di chi mi legge e passo alle proprietà del pistacchio.

Il filosofo e medico islamico Avicenna nel suo “Canone della medicina” lo definiva ottimo rimedio contro le malattie del fegato. Ricco di vitamine A, B ed E, di ferro e di fosforo, è utile contro il colesterolo cosiddetto cattivo favorendo, grazie ai fitosteroli, la produzione del colesterolo HDL, quello cosiddetto buono, divenendo un valido cardioprotettore; la presenza di fosforo aumenta la tolleranza al glucosio e quindi è utile a prevenire il diabete di tipo 2; inoltre, grazie a due particolari carotenoidi protegge la vista dalla degenerazione maculare.   Infine alcuni studi recenti tendono a dimostrare che il consumo di 20 semi al giorno ridurrebbe il rischio di tumore al polmone. Ha solo un difetto questo meraviglioso seme: troppo calorico per chi ha problemi di linea. Ma la perfezione non è di questo mondo!

martedì 25 novembre 2014

Il melograno, il frutto che unisce la vita e la morte - Patrizia Cecconi

Rumman, Punica granatum,  Malum punicum, Pomo saraceno, Melograno. Tanti nomi per un alberello della famiglia delle Lythracee che per bellezza, simbologia e proprietà li merita tutti. Il nome Rumman, con cui è conosciuto in Palestina viene dall’antico egiziano “Rmn” e dato che la pianta ha la sua origine nell’area compresa tra l’Africa settentrionale e l’Asia occidentale, questo  dovrebbe essere il nome originario. I romani invece lo chiamarono Punica granatum, che oggi è anche il suo nome scientifico: Punica perché arrivato da Cartagine,  e  granatum per i tanti grani che lo compongono.
Di miti intorno al melograno ne sono fioriti tanti, sia per la bellezza dei suoi fiori, sia per la particolarità dei suoi frutti. Anche le religioni lo hanno fatto proprio: per il Corano è un albero del paradiso; per la Bibbia è importante  il frutto per il numero dei suoi  grani (o arilli)  613 come i 613 precetti della Torah che, secondo la tradizione ebraica,  dovrebbero rappresentare l’agire corretto di ogni ebreo. Un ruolo, giocato solo sulla sua bellezza,  viene assegnato a questo frutto nel Cantico di Salomone in un crescendo di sensualità rendendo chiaro che l’amore cantato è inteso anche come amore fisico. La donna amata è paragonata a un intero giardino di melograni che si offriranno all’amore durante la fioritura. Immagine, questa, che nobilita tanto il melograno quanto il piacere di amare come essenza della vita.
E infatti questo frutto si presta da sempre a interpretazioni legate alla sfera della sensualità e della fertilità, basti pensare che tra i suoi simboli più antichi c’è quello dell’erotismo e dell’invincibilità attribuitogli già dai babilonesi tramite la figura di Ishtar,  dea dell’amore e della fertilità ma anche della guerra. Simbolo  riproposto nel legame vita-morte-vita dalla mitologia  greca. Leggende che hanno in comune il simbolo dell’abbondanza, del dolore e dell’amore, della vita e della morte che si riallacciano in energia vitale...