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sabato 8 agosto 2026

PFAS in gravidanza, il rischio nei bambini - Mario Fiumene

 

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati dall’industria. Per semplificare si tratta di acidi molto forti, resistenti maggiori processi naturali di degradazione.

Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute. Infatti i PFAS, se non ben monitorati durante i processi di lavorazione industriale, hanno la capacità di filtrare nelle acque sotterranee e di accumularsi nelle piante, incrementando il rischio di ingresso nella catena alimentare.”

Una volta entrati nella catena alimentare gli acidi tendono ad essere assorbiti dal sangue con conseguenze che sono tuttora oggetto di numerosi studi scientifici per il loro impatto sulla salute. Come già accennato i PFAS e i loro derivati sono ampiamente usati nei processi industriali in svariati ambiti.

L’uso diffuso è legato alle loro caratteristiche: stabilità chimica e termica, impermeabilità all’acqua e ai grassi, capacità di rendere i materiali a cui sono applicati repellenti all’acqua, all’olio e resistenti alle alte temperature. Non stupisce quindi che i PFAS vengano impiegati per la produzione di una vasta gamma di prodotti:

Prodotti ad uso domestico: sono utilizzati per rivestire le superfici delle pentole per conferire proprietà antiaderenti. Alcuni PFAS sono utilizzati come emulsionanti, tensioattivi o agenti umettanti in applicazioni come i detergenti, lucidanti per pavimenti e vernici al lattice. Inoltre, alcuni PFAS sono aggiunti in prodotti aftermarket [di aziende terze] (come spray idrorepellenti per abbigliamento e calzature) che sono applicati per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle, al fine di conferire resistenza all’acqua, all’olio, al suolo e alle macchie. ‍

Articoli medicali: Il carattere inerte e non adesivo dei fluoropolimeri li rende materiali adatti per impianti/protesi mediche. I tessuti medicali, come teli e camici chirurgici in tessuto non-tessuto, sono  trattati al  fine di renderli impermeabili ad acqua ed olio e resistenti alle macchie. Questa diffusione nell’ambiente deve essere oggetto di studio per la prevenzione delle persone fin dalle prime fasi di vita: un esempio è uno studio su 107 coppie madre-bambino che ha analizzato il possibile legame tra esposizione ai PFAS in gravidanza e nei primi mesi di vita e infiammazione intestinale nei bambini, aprendo nuovi interrogativi sugli effetti dei forever chemicals.

L’esposizione ai PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne, potrebbe lasciare un’impronta sulla salute intestinale già nelle prime fasi della vita. È quanto emerge da uno studio coordinato dai ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai e pubblicato il 10 luglio 2026 sulla rivista scientifica Clinical Gastroenterology and Hepatology. La ricerca ha coinvolto 107 coppie madre-bambino provenienti da Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di valutare se il contatto con i PFAS durante la gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita fosse associato a segnali di infiammazione intestinale nell’infanzia. Gli studiosi hanno misurato i livelli di esposizione a diversi PFAS nelle madri e nei bambini, per poi analizzare, fino agli 11 anni di età, la presenza di calprotectina fecale, un biomarcatore utilizzato per individuare processi infiammatori a carico dell’intestino. I risultati hanno mostrato che una maggiore esposizione ai PFAS era associata a livelli più elevati di questo indicatore. Lo studio non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto, ma aggiunge nuove evidenze sui possibili effetti dell’esposizione precoce a contaminanti ambientali sulla salute dei bambini.

I ricercatori hanno analizzato la presenza di diversi composti appartenenti alla famiglia dei PFAS durante la gravidanza, al momento della nascita e nei primi mesi di vita. Successivamente hanno confrontato questi dati con i livelli di calprotectina fecale rilevati nei bambini durante il follow-up. L’analisi ha evidenziato che i bambini maggiormente esposti ai PFAS presentavano livelli più elevati di calprotectina fecale, suggerendo un possibile effetto sul sistema immunitario intestinale durante una fase delicata dello sviluppo. Si tratta, secondo gli autori, di uno dei primi studi a evidenziare questa associazione nell’infanzia.

La calprotectina fecale è un indicatore utilizzato nella pratica clinica per rilevare la presenza di infiammazione intestinale. Viene impiegata soprattutto nel percorso diagnostico e nel monitoraggio delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Il risultato dello studio non significa che i bambini esposti ai PFAS svilupperanno necessariamente una patologia intestinale, ma suggerisce che queste sostanze potrebbero influenzare alcuni meccanismi biologici coinvolti nella regolazione dell’infiammazione. Comprendere questi processi potrebbe aiutare, in futuro, a individuare meglio i fattori ambientali che contribuiscono al rischio di malattie intestinali.

Lo studio non introduce al momento nuovi esami o terapie per i bambini esposti ai PFAS, ma offre un elemento in più per comprendere come l’ambiente nei primi anni di vita possa influenzare la salute futura. Se queste associazioni saranno confermate da ulteriori ricerche, potrebbero aprire la strada a nuovi strumenti di prevenzione, con una maggiore attenzione alla protezione delle donne in gravidanza e dei bambini nelle aree dove la contaminazione da PFAS è più elevata. Per le famiglie, oggi il messaggio principale non è la necessità di sottoporre i bambini a controlli specifici, ma l’importanza della prevenzione ambientale e della riduzione dell’esposizione ai contaminanti. Per il Servizio sanitario, invece, il tema riguarda la possibilità di integrare sempre più dati ambientali e sanitari per individuare le popolazioni maggiormente esposte e programmare eventuali interventi di tutela.

Gli autori sottolineano che il lavoro presenta alcuni limiti. Essendo uno studio osservazionale, può evidenziare un’associazione ma non stabilire che siano proprio i PFAS a causare l’infiammazione intestinale. Saranno quindi necessari studi più ampi per confermare il legame osservato, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e capire se questa infiammazione precoce possa avere conseguenze sulla salute intestinale negli anni successivi. Per quanto riguarda l’Italia, per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti. Il provvedimento riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino.

La decisione arriva al termine di uno studio condotto dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, Arpav e le aziende sanitarie. Sono stati esaminati 703 campioni di carne, latte e uova provenienti da 156 aziende delle zone rossa e arancione.

Secondo i dati resi noti, 680 campioni, pari al 97%, sono risultati entro i limiti di legge, mentre 18, il 3%, hanno superato i tenori massimi. Otto aziende hanno presentato superamenti per PFOA o PFOS nel muscolo bovino, nel fegato bovino o in quello suino. Per queste realtà sarebbero state adottate misure dirette a impedire l’immissione sul mercato degli alimenti contaminati e sarebbe stato avviato un monitoraggio continuativo.

Nel frattempo, i risultati richiamano l’attenzione sull’importanza di ridurre l’esposizione ai contaminanti ambientali anche per vegetali, vino, pesci, così proteggere la salute fin dalle prime fasi della vita.

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giovedì 26 marzo 2026

Contro l’allevamento in gabbia in Italia

 

Perché è importante firmare la proposta di legge di iniziativa popolare contro l’allevamento in gabbia in Italia

di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

Mancano pochi giorni alla Pasqua e per molti italiani e italiane il pranzo terminerà con uno dei dolci simbolo di questa festività: la colomba. Nel nostro Paese però è difficile sapere se le uova utilizzate in questi prodotti provengano o meno da allevamenti in cui le galline sono allevate in gabbia: a differenza delle uova fresche infatti, per i prodotti trasformati non è obbligatoria l’indicazione in etichetta. Per far fronte a questo vuoto informativo, Essere Animali ha deciso di analizzare le comunicazioni dei maggiori produttori di colombe disponibili pubblicamente e di fornire una panoramica su chi ha già smesso di impiegare uova in gabbia, chi si è posto questo obiettivo per il futuro e chi invece non ha ancora assunto nessun impegno pubblico.

Da quanto emerge dal report che prende in analisi otto grandi aziende italiane, ad aver implementato politiche pubbliche che prevedono l’impiego di uova di galline allevate a terra sono: Balocco, Galup, Paluani, Tre Marie Ricorrenze e Vergani. Maina ha pubblicato un impegno a eliminare le uova di galline in gabbia entro Pasqua 2026, mentre Bauli e Melegatti sono le sole a non essersi ancora impegnate pubblicamente per tutti i loro prodotti contenenti uova, fatta eccezione per i croissant a marchio, le uniche referenze per cui fanno uso di uova da galline allevate a terra.

In Italia, secondo l’ultimo Eurobarometro sul benessere animale, più di 9 italiani su 10 sono favorevoli al divieto dell’allevamento di animali in gabbia. Eppure il nostro Paese non ha ancora introdotto – come invece hanno fatto altre nazioni europee – un divieto all’utilizzo di ogni tipo di gabbia per le galline ovaiole.

Quelle singole sono già state vietate in tutta l’Unione europea nel 2012, ma altri paesi hanno fatto di più, mettendo al bando anche quelle arricchite. È il caso di Austria e Lussemburgo, mentre in Germania è prevista un’eliminazione completa entro il 2026-2029. La Francia ha vietato la costruzione di nuovi allevamenti in gabbia a partire dal 2018, mentre in Repubblica Ceca e Slovenia entrerà in vigore il divieto rispettivamente nel 2027 e nel 2029. In Svezia infine, pur non essendoci ancora un divieto formale, la transizione al cage-free è già avvenuta per iniziativa del settore produttivo.

E in Italia? Proprio per rispondere alla richieste di cittadini e aziende già impegnate in questa transizione, Essere Animali ha deciso di lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare per vietare l’allevamento in gabbia in Italia per tutte le specie. Per chiedere formalmente al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo su questo tema sarà necessario raggiungere 50.000 firme entro settembre.

La stragrande maggioranza degli italiani si è già dichiarata contraria alla sofferenza degli animali in gabbia e a favore di un divieto su scala nazionale, per questo – oltre all’azione virtuosa che possono mettere in atto gli operatori del settore e alle scelte che possono fare i consumatori – è fondamentale che ci sia anche un’azione istituzionale e politica.

Firmare la proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo lanciato è più importante che mai, affinché la politica si faccia carico delle istanze dei cittadini anche quando le aziende le ignorano o i processi sono troppo lenti rispetto alle esigenze e alle richieste dei cittadini e delle cittadine italiane ed europee.

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Uccisioni choc, carcasse nelle gabbie e rischi sanitari: la videoinchiesta in un allevamento intensivo di conigli in Veneto

Animali deboli o malati presi e sbattuti contro le gabbie, o per terra, per ucciderli. Centinaia di esemplari rinchiusi in spazi angusti, sottoposti a stress e che devono convivere con le carcasse. E ancora: le stesse carcasse che, se gettate via, vengono buttate insieme alle deiezioni, provocando rischi sanitariEssere Animali si è infiltrata con una telecamera nascosta in un allevamento intensivo di conigli in provincia di Treviso e ne ha mostrato gli orrori. La struttura alleva circa 30mila animali, tutti destinati alla produzione di carne.

“A essere allevati in gabbia ogni anno in Italia – fa sapere Essere Animali – sono oltre il 90% dei 12 milioni di conigli macellati in totale nel nostro Paese (dati BDN Anagrafe Zootecnica). Il Veneto è la regione dove si concentra la maggior parte dei conigli allevati (28,8%), seguito da Piemonte (21,8%) e Friuli-Venezia Giulia (16,2%). In Europa l’Italia è tra i primi tre paesi per produzione con Spagna e Francia, che insieme rappresentano oltre l’80% dell’attività di produzione di carne di coniglio nell’Ue”.

Nell’allevamento vivono in gabbia anche “le fattrici dei conigli, costantemente sottoposte a inseminazione artificiale. Dopo 15 giorni, le coniglie vengono spostate in gabbie dotate di un vassoio di plastica che funge da nido. Alla nascita, i coniglietti vengono suddivisi in base alla taglia, in modo tale che ogni coniglia allatti animali di dimensioni simili, ma non necessariamente i propri. Già 11 giorni dal parto, mentre stanno ancora allattando, le femmine vengono nuovamente fecondate per mantenere alta la produttività dell’allevamento. Dopo due cicli di fecondazione consecutivi che falliscono, una coniglia viene considerata improduttiva quindi scartata e mandata al macello“.

Il 12 marzo scorso Essere Animali ha depositato una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre a livello nazionale il divieto dell’utilizzo di gabbie per tutte le specie allevate, per chiedere al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo come è già avvenuto in altri paesi membri dell’Ue.

“I consumi di carne di coniglio sono in calo – continua la nota di Essere Animali – anche per il cambiamento di prospettiva nei confronti di questo animale, sempre più considerato un vero e proprio pet. Pur posizionandosi al secondo posto in UE per consumo di carne di coniglio dopo la Francia, in Italia questo fenomeno riguarda prevalentemente over 60 (70%) e il numero di capi macellati è in declino. Secondo i dati ISMEA, negli ultimi dieci anni la produzione nazionale ha registrato una contrazione del 37%, passando da 33,8 mila tonnellate a 23,1 mila tonnellate. Aumenta invece il numero di conigli d’affezione presenti nelle case gli italiani, con i piccoli mammiferi che superano i 3 milioni (dati Assalco) e l’istituzione di un’Anagrafe ufficiale dedicata proprio ai conigli domestici promossa in collaborazione con il Ministero della Salute”.

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sabato 28 febbraio 2026

L’ Auschwitz degli animali

 

Il 27 Aprile 1940, il capo delle SS e della polizia tedesca, Heinrich Himmler, ordino’ la costruzione di quello che sarebbe divenuto il piu’ famoso dei campi di concentramento/sterminio nazisti, situato vicino alla citta’ di Oswiecim, in Polonia. La costruzione consisteva di tre campi principali, suddivisi in 45 unita’.
Si chiamava Auschwiz.

Le camere a gas ed i crematori erano situati ad Auschwiz II (Birkenau).

TRASPORTI

Dal marzo 1942 fino alla liberazione operata dalle truppe sovietiche (27 gennaio 1945), treni contenenti migliaia di ebrei, provenienti dai Paesi occupati in Europa continuarono ad arrivare ogni giorno alla stazione di Auschwitz-Birkenau, chiamata rampa. Rapiti dalle loro case dai soldati nazisti, gli ebrei venivano trasportati, in affollati carri bestiame, spesso senz’acqua ne’ cibo, in viaggi che potevano durare fino a tre settimane. Durante il trasporto, spesso si verificavano incidenti, e in molti giunsero ai campi quasi morti o in condizioni che li rendevano incapaci di lavorare. I nazisti uccidevano queste persone sparandogli.

Per chi non era la’, e’ difficile immaginare le sofferenze fisiche e psicologiche provocate dai lunghi viaggi che portavano ai campi di concentramento. Molti di noi, giustamente, oggi reagiscono con orrore a queste descrizioni. Nonostante cio’, gli US continuano a sottoporre non centinaia, ma 25 milioni di animali senzienti al giorno a trasporti altrettanto barbarici, crudeli e disumani. E’ estremamente frequente e considerato una routine che questi animali muoiano di fame, freddo o a causa di altre forme di maltrattamento. Attualmente non esistono leggi a protezione degli animali che giungono a destinazione in condizioni che li rendano incapaci di camminare; essi vengono generalmente trascinati fuori dai camion usando delle catene, per essere macellati o abbandonati ad agonizzare per ore o giorni prima che sopraggiunga una morte liberatoria.

SELEZIONE

Non appena giungevano a Birkenau, ai prigionieri veniva ordinato di lasciare i propri bagagli sul treno e mettersi in fila sulla banchina. Durate un processo chiamato Selektion, coloro che gli ufficiali delle SS ritenevano abbastanza sani e adatti per i lavori forzati venivano separati da quelli considerati inadatto al lavoro. I sopravvissuti hanno descritto scenari terrificanti: le famiglie venivano separate e i bambini troppo giovani per lavorare venivano strappati urlanti dalle braccia delle madri. Cio’ che di meglio una madre terrorizzata poteva sperare in questa situazione era che le fosse riconosciuto il diritto di morire insieme ai propri figli. I giovani, i vecchi, i malati, i disabili e chi era psicofisicamente esausto, venivano generalmente uccisi entro poche ore dall’arrivo.

Nei mattatoi, gli animali ”inutili” vengono separati da quelli ”utili” e scartati in una maniera altrettanto barbarica ed atroce. I pulcini maschi nati dalle galline da cova (inutili perché non produrranno mai uova) vengono separati dalle loro sorelle per essere gettati ancora vivi in appositi trituratori. Allo stesso modo, i vitelli maschi (inutili per l’industria casearia perché non possono produrre latte) vengono strappati alle madri fin dalla nascita per essere torturati per l’intero corso dellla loro breve esistenza, costretti all’isolamento in gabbie troppo strette anche solo per girare su se stessi. Questi vitelli verranno alimentati intenzionalmente con una dieta carente per provocare in essi l’anemia, impedendo la produzione di emoglobina e privandone i muscoli dell’apporto adeguato di sangue e ossigeno, per produrre una qualita’ più bianca delle loro carni, gradita ai consumatori. L’industria della carne, probabilmente il ramo più crudele dell’allevamento di animali, è strettamente legata all’industria casearia, e perciò all’acquisto e consumo di latte, formaggio ed altri prodotti dei caseifici.

LAVORI FORZATI

Il cancello d’ingresso di Auschwitz era sovrastato da un cartello con scritto “ARBEIT MACHT FREI”: Il lavoro rende liberi.
Non e’ chiaro se Rudolph Höss, il comandante del campo, considerasse questa una beffa o un qualche stupido tipo di messaggio spirituale; in ogni caso, la promessa non veniva mantenuta. L’aspettativa di vita di chi lavorava ad Auschwitz era al massimo di quattro mesi. Diverse fabbriche tedesche ubicate in Polonia utilizzarono un grande numero di operai schiavizzati prelevati dal campo di Auschwitz, che spesso lavoravano per turni della durata di 20 ore al giorno, sette giorni alla settimana, ai quali veniva fornito poco o nessun cibo. Quando questi operai divenivano troppo deboli per mantenersi efficienti, venivano rapidamente uccisi e sostituiti.
Altri erano costretti a lavorare all’interno dei campi. Un’operazione che veniva chiamata kanada consisteva nel pulire i vagoni – raccogliendo i possessi personali rimasti a bordo (per spedirli in Germania) e rimuovendo i resti di coloro che non erano sopravvissuti al viaggio. Sonderkommando era il nome che veniva dato all’operazione di rimozione delle spoglie e d’incenerimento nei crematori delle migliaia di persone quotidianamente assassinate nelle camere a gas. A volte gli incaricati di questo lavoro dovettero cremare i resti dei propri familiari. All’interno dei campi, la Selektion avveniva senza preavviso, eliminando periodicamente i reclusi divenuti troppo deboli per poter essere considerati utili. Inoltre, anche coloro che riuscivano a mantenersi in forze venivano sterminati dopo pochi mesi di prigionia, per evitare che tra i prigionieri circolassero troppe informazioni.

I nazisti riuscirono a costringere i loro prigionieri a fare cose che nessuna persona in nessuna immaginabile condizione potrebbe compiere volontariamente.
Forse la falsa promessa fatta da Rudolph Höss convinse alcuni che, se avessero collaborato, avrebbero avuto risparmiata la vita. Sebbene alcuni prigionieri riuscirono a fuggire dai campi di concentramento (e molti altri morirono nel tentativo di fuggire) e sebbene sollevazioni e rivolte (la piu’ famosa fu quella del Sonderkommando, che porto’ alla distruzione del crematorio) ebbero luogo, la silenziosa obbedienza alle piu’ perverse e terrificanti pretese dei nazisti rappresento’ la norma, piu’ che l’eccezione.
Il terrore, la brutalita’ e la costante minaccia di morte e tortura, le tattiche usate dai nazisti per garantirsi l’obbedienza da parte dei lavoratori schiavizzati, vengono ancor oggi usate allo stesso modo contro gli animali, per costringerli a lavorare nei circhi ed in altri spettacoli.
Alcuni sostengono che gli animali siano felici di esibirsi perche’ desiderano fare contenti i loro proprietari. Naturalmente questo e’ vero; come i prigionieri di Auschwitz, essi sono spinti a questi comportamenti dal costante terrore di cio’ che verrebbe fatto loro qualora disobbedissero. Purtroppo non esiste alcuna forma di ricompensa, neppure per il piu’ alto livello di obbedienza che questi animali schiavizzati possano raggiungere.
Cosi’ come avveniva nelle fabbriche tedesche in Polonia, sostituire con altri gli animali sovraccaricati di lavoro e malnutriti fino alla morte, viene generalmente considerato piu’ economico che garantire la salute ed il benessere delle singole creature.

ESPERIMENTI

Josef Mengele, ricercatore medico, giunse ad Auschwitz nel Maggio del 1943.

Che sia stato assegnato al reparto Selektion o no, Mengele viene ricordato come una presenza ubiqua sulla rampa, alla ricerca costante di gemelli, nani, giganti, e di chiunque altro presentasse tratti ereditari inusuali, sui quale avrebbe potuto condurre esperimenti. Era particolarmente affascinato dai gemelli, e con un’inesauribile disponibilita’ di soggetti (sono stati calcolati 3000 gemelli in 2 anni), l’unico limite per la sua sperimentazione era l’immaginazione. Il sangue veniva prelevato quotidianamente, in quantita’ tali da portare alla morte entrambi i gemelli.
A volte sperimentava massicce trasfusioni di sangue tra gemelli. Iniettava potenti prodotti chimici, che provocavano dolore e cecita’, direttamente negli occhi, nel tentativo di cambiare il loro colore e renderli azzurri. Malattie mortali, come il tifo e la tubercolosi, venivano indotte in uno solo dei gemelli. Quando questi moriva, veniva ucciso anche l’altro e si procedeva all’autopsia per determinare gli effetti della malattia.
Altre volte uccideva i gemelli congelandoli, o sottoponendoli a esperimenti d’isolamento prolungato. Normali gemelli venivano cuciti uno all’altro per creare artificialmente dei siamesi. Da gemelli di sesso opposto, a volte pretendeva una gravidanza incestuosa. Rimozioni sperimentali d’organi, amputazioni e castrazioni non prevedevano anestesia.

JOsef Mengele, secondo solo allo stesso Hitler, e’ probabilmente il gerarca nazista universalmente piu’ disprezzato. Le migliaia di torture che mise in pratica nei suoi esperimenti dimostrano una natura disturbata e un totale disprezzo per il valore sia degli individui che della vita stessa. Era probabilmente consapevole che i suoi esperimenti non avevano alcun valore scientifico e sembra li abbia compiuti solo per divertimento, o a giustificazione del proprio ”lavoro”.
Il mondo accolse con orrore le notizie degli orrori perpetrati da Mengele. Anche se riusci’ a nascondersi per il resto della sua vita in Argentina, Mengele verra’ ricordato per sempre come un criminale di guerra, e le sue atrocita’ condannate come pura malvagita’.

Sfortunatamente, il sadismo e la malvagita’ non sono scomparse dalla scienza medica insieme a Mengele. Nei laboratori di tutto il mondo, centinaia di milioni di animali senzienti (compresi cani, gatti e primati) vengono ancora oggi sottoposti ogni anno a esperimenti ,crudeli e inutili quanto quelli di Mengele. Nonostante la promessa di cure miracolose, i risultati cui e’ giunta fino ad oggi la vivisezione (cioe’ la sperimentazione cruenta su animali vivi) va dal nulla al fuorviante (farmaci che non avevano avuto effetti collaterali sugli animali, ad esempio, hanno causato devastanti difetti alla nascita, nei figli degli umani che ne facevano uso). Nonostante cio’, la ricerca medica continua spesso a portare avanti queste inutili, ridondanti pratiche, ignorando la disponibilita’ di metodi d’indagine piu’ affidabili, evoluti, e di minor spesa, come ad esempio le colture di cellule o i modelli computerizzati. Motivo? La vivisezione garantisce guadagni maggiori.

MATTATOI

Ad Auschwitz, la morte veniva dispensata sotto molte forme.

Numerosi prigionieri venivano fucilati e i loro corpi seppelliti in enormi fosse comuni o semplicemente accatastati all’aperto uno sull’altro.
Nei casi in cui la fucilazione non portava immediatamente alla morte, le vittime sanguinanti sopravvivevano talvolta per ore nelle fosse comuni, fino a quando non soffocavano a causa dei corpi che continuavano ad essere deposti su di loro.
Si dice che Mengele preferisse uccidere iniettando direttamente nel cuore del cloroformio e molte delle sue vittime vennero assassinate in questo modo. Lo strumento piu’ ampiamente utilizzato per uccidere furono le camere a gas.
A Birkenau ne vennero costruite quattro, ciascuna delle quali permetteva di uccidere 6.000 persone al giorno. Queste camere erano state progettate in modo da ricordare delle docce, per ingannare i prigionieri appena giunti alla rampa, dicendo loro che si trattava soltanto di un procedimento necessario per la disinfestazione del campo.
Introdotte le vittime nelle camere, queste venivano riempite con un gas chiamato Zyclon B (originariamente adoperato come insetticida). Per coloro che si trovavano vicini alle ventole dalle quali penetrava il gas, la morte sopraggiungeva rapidamente; quelli piu’ lontani e’ probabile che agonizzassero per diversi minuti prima di morire, pienamente coscienti di cio’ che stavano subendo. Spesso le vittime venivano costrette nelle camere a gas in cosi’ gran numero, che anche dopo la morte i loro corpi rimanevano in piedi, schiacciati uno vicino all’altro.

Alcuni tra coloro che mangiano carne, cercano di giustificare l’industria alimentare ed i macelli sostenendo che ”e’ naturale” che i predatori uccidano le proprie prede. Sebbene sia ovvio che nelle nostre vite, sotto tutti gli altri aspetti – dall’uso degli aerei e dei computer fino al sistema economico ed ai governi – ci siamo parecchio allontanati dalla natura, quest’argomentazione ipotizza che in un solo ed unico aspetto saremmo incapaci di allontanarci dalle abitudini dei nostri piu’ lontani progenitori. Quest’ipotesi dimostra senza dubbio una percezione ingenua dell’umanita’ e della sua capacita’ di superare le costrizioni ‘naturali’.
I metodi di uccisione adottati dagli umani non hanno, tra l’altro, nulla di ”naturale”. In ”natura”, i predatori intraspecifici possono uccidersi tra loro combattendo per il territorio, per l’accoppiamento o per le risorse alimentari. Ben lontani dall’essere un’eccezione, gli umani, nel corso della storia, si sono dimostrati la piu’ assetata di sangue ed assassina tra tutte le speci. L’assassinio, percio’, dovrebbe essere considerato ”naturale”, ma noi non lo assolviamo, ne’ lo accettiamo come una parte necessaria di cio’ che siamo. Nessuna persona sensata definirebbe le camere a gas di Birkenau ”naturali”, inevitabili o accettabili come fatalita’ occasionali risultanti da competizioni intraspecifiche paragonabili a quelle che avvengono in natura.
Non c’e’ maggior logica nel collegare l’efficenza assassina di un predatore selvatico con le catene di montaggio della morte degli allevamenti intensivi e dei moderni mattatoi. Ne’ il genocidio dell’Olocausto ne’ gli allevamenti intensivi, semplicemente, hanno precedenti in natura.
La parola ”allevamento” fa pensare la maggior parte di noi a idilliache immagini di vita in campagna: galline che razzolano nella terra, mucche che ruminano tranquillamente, maiali che si godono un bagno di fango all’ombra di una collina. La morte, in queste piacevoli fantasie, sopraggiunge attraverso un proiettile ben mirato al centro della testa da un contadino gentile; e’ pietosa, veloce ed indolore, e avviene al termine di un’esistenza gioiosa spesa all’aria aperta. In realta’, il 90 percento degli animali allevati per l’industria alimentare negli allevamenti intensivi e’ fortunato se vede la luce del giorno almeno una volta nel corso della propria vita.
La loro esistenza si svolge al chiuso, stipati talmente strettamente da rendere impossibili i loro movimenti normali. E’ impossibile mantenere un livello igienico adeguato in un cosi’ gran numero di animali, ed essi spendono la proprie vite a contatto delle proprie deiezioni.
Ai polli vengono tagliati i becchi, senz’alcuna anestesia, per impedire che si becchino a vicenda fino ad uccidersi, nel futile tentativo di sfuggire ai tormenti che infliggiamo loro.
Nonostante siano nutriti con numerosi antibiotici, le malattie rappresentano circa il 20 percento delle cause di morte. Anche per la minuta percentuale di animali allevati in condizioni meno intensive (”free range”), la macellazione rappresenta una prassi brutale.
Aspettando allineati il proprio turno, gli animali sentono, vedono e odorano la morte di quelli che vengono uccisi prima di loro. Lo stordimento elettrico che dovrebbe garantirne l’anestetizzazione, risulta inefficace circa il 40 percento delle volte. A questi animali viene tagliata quindi la gola mentre sono pienamente coscienti.

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martedì 17 febbraio 2026

Al di là del cibo, ciò per cui noi dei Santuari Liberi lottiamo è un vero movimento di liberazione - Lisa Marino

L’anno nuovo è arrivato, e con esso i buoni propositi. E così, da gennaio, siamo bombardati da stimoli e incentivi a pianificare progetti e obiettivi. Tra questi, compare anche quello di mangiare vegetale o “più” vegetale. Certo – ci viene da dire – perché no? Ma quello per cui quotidianamente lottiamo è un vero e proprio movimento di liberazione che, seppur sottendendolo, va ben oltre ciò di cui ci alimentiamo.

Quello in cui crediamo fermamente è la lotta contro ogni discriminazione e oppressione. E i Santuari, o rifugi antispecisti, ne sono campo d’azione. Luoghi al margine, estremamente sovversivi, dove individui di diversa specie esistono e resistono, riappropriandosi dei propri corpi e della propria identità. Individui che al di fuori dei Santuari sono visti come oggetti, ma che grazie all’alleanza con gli umani che attraversano questi luoghi, riacquistano lo status di soggetti aventi diritto alla cura, alla vita e alla solidarietà.

A chi non si è mai avvicinato ai Santuari, sfugge spesso l’istanza politica che li contraddistingue. Istanza che li rende ben lontani dall’essere spazi di svago, fattorie didattiche o luoghi in cui passare del tempo con gli animali per terapia o diletto. I Santuari, infatti, grazie all’alleanza tra non umani e umani e alla politica antispecista, si pongono come avamposti di liberazione totale, dove la testimonianza e la voce stessa degli animali mirano a uno scardinamento delle logiche del profitto che imperano nella società in cui viviamo. Una società capitalista, patriarcale e alla base, appunto, specista.

Insomma, il lavoro quotidiano di cura e solidarietà a fianco di quei corpi e quelle soggettività che portano i segni del sopruso e dell’ingiustizia è una pratica che per noi non si riduce alla scelta di cosa mangiare oggi.

Vediamo meglio alcune delle nostre motivazioni.

1. Mangiare vegetale non è sinonimo di antispecismo. Il veganismo, secondo la definizione data dalla Vegan Society, è “una filosofia e uno stile di vita volto a escludere, per quanto possibile e praticabile, tutte le forme di sfruttamento e crudeltà verso gli animali”. Ciò può essere rafforzato dall’antispecismo, ossia “il movimento filosofico, etico e politico che rifiuta la concezione specista di una presunta superiorità umana, negando che la specie di appartenenza giustifichi lo sfruttamento e la discriminazione degli animali non umani”. E (aggiungiamo noi), in quanto tale, l’antispecismo non può che essere intersezionale ed essere anche anticapitalista, antirazzista, transfemminista e antiabilista. Ridurre tutto ciò a un’alternativa alimentare, rischia di svuotare il movimento del suo significato intrinseco di alternativa politica critica alla società e alla cultura imperante, riducendo il tutto a una questione personale, a un trend o a una fase transitoria.

2. Gli argomenti indiretti hanno valore, ma distolgono dal cuore della questione. Spesso si parla dell’alimentazione vegetale segnalandone i benefici per noi, come possono essere il minore impatto ambientale e una migliore salute. Si tratta di valori certamente importanti. Ma a ben vedere, queste tematiche richiamano vantaggi per l’essere umano e mantengono dunque una connotazione antropocentrica, non contribuendo a costruire la solida consapevolezza che sta alla base dell’atto di alleanza con gli animali di altre specie, che in questa istanza diventano, di fatto, invisibili.

3. Vegetale non fa sempre rima con etico. Non tutti i prodotti “vegan” sono privi di sfruttamento e crudeltà. A cominciare da quelli che finanziano la sperimentazione animale, alle aziende che devastano territori, foreste e animali selvatici, che si fondano su politiche di sfruttamento del lavoro, o sull’oppressione di minoranze o interi popoli. Siamo consapevoli che la ricerca della coerenza al 100% è utopistica, illusoria e, talvolta, controproducente. Quello che teniamo a rimarcare, però, è come la logica capitalista abbia cavalcato l’onda della richiesta vegan facendone merce portatrice di profitto, senza mettere in alcun modo in discussione un sistema che si basa sullo sfruttamento strutturale di esseri viventi.

In conclusione ci teniamo a specificare che quanto esposto non vuole essere una critica alle scelte individuali. Al contrario, è una riflessione su un sistema che fa della normalizzazione della violenza e del mantenimento dei privilegi di pochi il proprio caposaldo. Invitiamo chiunque ci legge ad approfondire e a sovvertire con noi. Da dove cominciare? Per esempio, dall’avvicinarsi ai Santuari di Animali Liberi.

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sabato 14 febbraio 2026

Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali.

Benché Adorno sia noto, insieme a Horkheimer, anche per aver dato un «contributo ineludibile» al «tema dell'oppressione animale e del suo ruolo nelle strutture del dominio sociale» (cfr. Annamaria Rivera), la frase sopra riportata - citata per la prima volta nel libro Un'eterna Treblinka (Eternal Treblinka, 2002) di C. Patterson e ripresa dall'organizzazione animalista PETA in apertura del proprio sito - risulta errata, dato che l'unico passaggio simile negli scritti di Adorno esprime un concetto più ampio. La citazione corretta è la seguente:

Le atrocità sollevano un'indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono "more", "sudice", dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L'affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell'istante in cui l'occhio di un animale ferito a morte colpisce l'uomo. L'ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo - "non è che un animale" - si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il "non è che un animale", a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell'animale.

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giovedì 12 febbraio 2026

I tanti Auschwitz degli animali - Fabio Borlenghi

Nelle giornate della memoria le immagini dell’orrore dell’olocausto occupano pesantemente le nostre menti e questo è necessario, anzi indispensabile, affinché non si dimentichi in quale baratro infernale l’homo sapiens si sia spinto in un passato neanche troppo lontano.

Tuttavia non tutti sanno, o meglio sono consapevoli, che la sorte subita da milioni di ebrei nei campi di concentramento non è molto dissimile da quella di tante specie animali.

Questa non vuole essere una riflessione animalista nell’accezione comune del termine ma un’accusa vera e propria verso comportamenti e situazioni di vera e propria crudeltà perpetrati ogni giorno, nel mondo, a discapito di tantissimi nostri coinquilini di questo travagliato pianeta, spesso per appagare false futili necessità oppure per mero divertimento.

Alcuni esempi?
Dal sito della LAV (Lega Anti Vivisezione) apprendiamo che circa 70 milioni di animali sono allevati nel mondo per ricavarne pellicce.

Si tratta di visoni, cani-procione, conigli, ermellini, volpi e tanti altri compagni di sventura condannati a sopravvivere temporaneamente in anguste gabbiette, loro braccio della morte, in attesa di essere uccisi per poter poi soddisfare la vanità di qualcuno oltre che arricchire qualcun altro.

Questa vergognosa attività industriale riguarda quasi tutto il mondo, Italia compresa. Sempre dal sito della LAV leggiamo testualmente: “Negli allevamenti le condizioni di privazione estreme fanno insorgere negli animali comportamenti stereotipati.

Lo stress li induce perfino a provocarsi automutilazioni. Episodi d’infanticidio, aggressione e cannibalismo sono all’ordine del giorno”.

A questo punto a ogni capo di pelliccia venduto bisognerebbe allegare un cartellino con riportate queste amenità, così come si riporta l’indicazione che il fumo uccide sui pacchetti di sigarette.

Nel 2001 la Commissione UE aveva denunciato questi allevamenti per la produzione di pellicce come gravemente lesivi del benessere animale. Recentemente l’Olanda ha deciso di anticipare la chiusura di tutti gli allevamenti di visone, anticipando così quello che per legge era stato stabilito per il 2024.

La motivazione di ciò è stata il coronavirus che pare si diffonda particolarmente in tali attività.

E così a farne le spese sono stati un milione di visoni ammazzati in massa prima del tempo.

A seguire, in Europa, chiuderanno tantissimi altri allevamenti sempre in conseguenza dei riscontri scientifici della pandemia dai quali si evince che questi lager sono fortemente a rischio per la diffusione dei coronavirus, oltre che eticamente inaccettabili.

Fuori dall’Europa la situazione rimane grave e soprattutto pessima in Cina, dove vige una deregolamentazione in materia da far accapponare la pelle.

Questo è solo un esempio di quello che potremmo chiamare “un sistema Auschwitz” per segmenti di popolazioni animali.

Ma l’elenco è ahimè assai lungo.
Conoscete le fattorie della bile?

Si tratta di strutture lager presenti in Asia, soprattutto in Cina, dove migliaia di orsi neri tibetani, conosciuti come gli orsi della luna, sono tenuti in gabbie di ridotte dimensioni, di fatto una camicia di forza, e sottoposti all’estrazione della loro bile con tecniche invasive e dolorose che equivalgono a una vera tortura fisica.

Quest’orrore serve per produrre medicamenti che nulla hanno a che vedere con la medicina ma che fanno il pari con le credenze sulle proprietà della polvere derivata dai corni dei rinoceronti o dei denti delle tigri.

Un lume di speranza per questi poveri e sfortunati animali è riposto nell’Animal Asia Foundation che dal 1998 si batte contro questa pratica crudele, avendo salvato finora circa 600 orsi attraverso una riabilitazione in apposite riserve dove sono curati e accuditi.

Anche l’impiego di animali vivi nei laboratori di ricerca farmaceutica di tutto il mondo andrebbe ridotto al minimo nel più breve tempo possibile attraverso un percorso volto a eliminarlo del tutto, sfruttando al massimo le tecnologie a disposizione.

E dei circhi che impiegano animali selvatici ne vogliamo parlare?

La condizione degli animali nei circhi è assimilabile a una vera e propria detenzione carceraria che induce negli animali stessi un forte livello di stress dovuto all’addestramento continuo spesso aggravato da maltrattamenti, all’isolamento, alla ristrettezza e inadeguatezza dei ricoveri e ai frequenti spostamenti di viaggio fra una località e la successiva.

In Italia il fronte di contrasto verso questo spinoso problema è guidato dall’instancabile LAV che stima in circa 2000 gli animali detenuti in poco più di 100 circhi italiani e rileva il fatto grave che un numero elevatissimo di questi animali appartenga a specie in via di estinzione quali elefanti, tigri, leoni, ippopotami, rinoceronti e altri.

Le associazioni circensi si difendono sostenendo che i loro animali o sono nati in cattività o possiedono regolare certificato CITES che sarebbe il documento che attesta la provenienza di un animale in accordo alla normativa internazionale (Convenzione di Washington del 1975) che sovrintende la tutela delle specie minacciate di estinzione.

Qui però il problema non è di osservanza alle norme vigenti ma ETICO: nessun animale può essere sfruttato per farci divertire!

Purtroppo la legislazione vigente in merito è insufficiente. Infatti, la Legge del Codice dello Spettacolo N. 4652 del settembre 2017 riguardo a questo tema prevede il “graduale superamento dell’utilizzo degli animali…” ma, scritta così, è semplicemente acqua fresca perché non pone scadenze temporali né tantomeno definisce le modalità per arrivare in concreto a questo superamento.

Nell’UE in molti paesi è vietato l’esercizio dei circhi con gli animali. A quando l’Italia?
L’elenco delle situazioni lager che investono gli animali è ancora lungo, purtroppo, e non si esaurisce negli esempi riportati.

L’uomo deve capire fino in fondo che non è il padrone del pianeta ma un semplice abitante o essere vivente come lo sono le piante e gli animali, e se proprio si vuole elevare lo faccia sul piano etico sfruttando le indubbie doti di conoscenza che possiede dandosi come obiettivo la conservazione della biodiversità, che include anche se stesso.

In finale se la lettura di quest’articolo ha creato disagio o, meglio, ha sortito l’effetto di un pugno allo stomaco, allora l’obiettivo è stato raggiunto: risvegliare la coscienza.

“La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali” - M. K. “Mahatma” Gandhi

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lunedì 22 dicembre 2025

Il rispetto di ogni vita passa anche dalla tavola: a Natale facciamo scelte consapevoli - Roberta Marchi


(Rete dei Santuari

Network di rifugi per animali scampati all'industria zootecnica)


Celebrare la vita mentre altre vite vengono sacrificate per imbandire le tavole è una contraddizione che non possiamo più ignorare. Il veganismo, in questo senso, non è una rinuncia ma un atto di coerenza

 

Il Natale è da sempre associato a parole come amore, famiglia, condivisione, pace. È un tempo dell’anno in cui si celebra la nascita, la speranza, la possibilità di un mondo migliore. Eppure, proprio durante le feste natalizie, milioni di animali vengono uccisi per diventare “tradizione”, “piatto tipico”, “consuetudine”. Durante le feste la richiesta di carne cresce e di conseguenza cresce il numero degli animali uccisi. Come Rete dei Santuari di Animali Liberi sentiamo la necessità di fermarci, ancora una volta, a riflettere sul significato profondo di questo periodo e su quanto sia urgente estendere il messaggio del Natale a ogni forma di vita.

L’antispecismo ci invita a mettere in discussione un’idea radicata: quella secondo cui alcune vite valgano più di altre solo in base alla specie di appartenenza. È una prospettiva che ribalta completamente il modo in cui siamo stati educati a guardare il mondo e che ci chiede di riconoscere gli animali non umani come individui senzienti, capaci di provare paura, gioia, dolore, desiderio di libertà. Nei santuari, ogni giorno, viviamo questa esperienza: incontriamo sguardi, conosciamo storie e scopriamo personalità che rendono impossibile continuare a pensare agli animali come a risorse o prodotti.

Il Natale, se davvero vuole essere una festa di amore universale, non può escludere proprio chi paga il prezzo più alto della nostra incoerenza. Celebrare la vita mentre altre vite vengono sacrificate per imbandire le tavole è una contraddizione che non possiamo più ignorare. Il veganismo, in questo senso, non è una rinuncia, ma un atto di coerenza e responsabilità. È una scelta che trasforma il Natale in un momento di rispetto reale e concreto, in una giornata dal vero sapore di pace e amore.

Mangiare veg durante le feste non significa rinunciare alla convivialità o alla tradizione, ma riscriverle in chiave etica. Significa scegliere piatti che non portano con sé sofferenza, che non implicano la separazione forzata di madri e figli, che non sono il risultato di allevamenti intensivi e violenza sistemica, che non prevedono la prigionia e l’agonia di altri individui. Oggi esistono infinite alternative vegetali capaci di raccontare nuovi sapori e nuove storie, senza tradire lo spirito di condivisione che dovrebbe caratterizzare il Natale: condividere una ricetta veg natalizia, sperimentarla e provarla con le persone con cui si condivide il pranzo di Natale. E’ così che si compie un gesto politico e affettivo allo stesso tempo.


Nei santuari, il giorno di Natale è spesso un momento silenzioso ma potentissimo. È il tempo in cui guardiamo animali che hanno conosciuto lo sfruttamento finalmente al sicuro, liberi di esprimere se stessi. E’ un giorno dove si celebra la vita ma dove c’è una grande sofferenza pensando a tutti coloro che non ce l’hanno fatta. Ogni animale salvato è la dimostrazione vivente che un altro mondo è possibile, che la compassione non è utopia ma pratica quotidiana e nei Santuari si lavora e si lotta ogni giorno per realizzare questo mondo. Visitare un santuario, soprattutto durante le feste, significa incontrare da vicino queste storie, dare un volto e un nome a chi solitamente resta invisibile, trasformare l’empatia in consapevolezza.

Per questo il nostro invito è semplice ma profondo: venite a conoscere i santuari dove gli animali sono finalmente liberi. Guardateli negli occhi. Ascoltate le loro storie. Sosteneteli con una donazione, fondamentale per garantire cure, cibo e protezione durante tutto l’anno. Valutate l’adozione a distanza di un animale libero: un gesto simbolico che crea un legame e rende concreta la responsabilità verso chi dipende interamente dalla solidarietà umana. E portate il cambiamento anche nelle vostre case, condividendo ricette vegane natalizie, sperimentando nuovi piatti, dimostrando che un Natale senza sfruttamento non solo è possibile, ma è anche più giusto.

Vivere un Natale antispecista significa allargare il cerchio dell’empatia, riconoscere che la pace non può essere selettiva e che l’amore non può fermarsi davanti al piatto. Significa accettare che le tradizioni non sono immutabili, ma evolvono insieme alla nostra coscienza. Se il Natale è davvero il momento in cui celebriamo la vita, allora è il momento perfetto per scegliere di non toglierla a nessuno. Come Rete dei Santuari, continueremo a ricordarlo: il Natale può essere davvero di tutti solo se non esclude nessuno.

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venerdì 7 novembre 2025

“Un assegno di mantenimento per i gatti rimasti all’ex moglie, verserà 240 euro ogni tre mesi per 10 anni”: la storica sentenza di divorzio in Turchia

Un uomo di Istanbul pagherà 10.000 lire ogni tre mesi per dieci anni per il mantenimento dei due felini di famiglia, che restano con la ex moglie

Un accordo di divorzio “consensuale” che, però, contiene una clausola senza precedenti che sta facendo il giro del mondo. Un tribunale della famiglia di Istanbul ha approvato un protocollo di separazione in cui l’ex marito non solo verserà un risarcimento alla moglie, ma si impegna a pagare un vero e proprio assegno di mantenimento periodico per i due gatti di famiglia. Una decisione che in Turchia, Paese noto per il suo amore viscerale per i felini, ha un forte valore simbolico e giuridico, tanto da essere definita dagli avvocati una “svolta che potrebbe ispirare futuri accordi simili”.

La coppia, Buğra B. ed Ezgi B., ha deciso di separarsi dopo due anni di matrimonio per “l’irreversibile compromissione dell’unione coniugale”. Non avendo figli, come riportato dai media turchi, tra cui Bianet e Turkiye Today, l’accordo prevede che l’uomo paghi alla ex moglie una cifra di 550.000 lire turche (circa 13.000 euro). Ma è sulla gestione degli animali domestici che l’atto di divorzio diventa storico. Nel documento infatti si legge: “Le parti hanno concordato che i due gatti […] resteranno con Ezgi B.”. E, soprattutto: “Buğra B. si impegna a versare 10.000 lire turche [circa 240 euro] ogni tre mesi per le spese di mantenimento dei due gatti, per un periodo di dieci anni”. La somma, inoltre, non è fissa, ma sarà rivalutata annualmente in base agli indici dei prezzi al consumo pubblicati dall’istituto di statistica turco, esattamente come un assegno di mantenimento per un figlio.

Sebbene il codice civile turco classifichi ancora formalmente gli animali come “beni mobili” (alla stregua di un divano o di un’automobile), recenti modifiche alla Legge sulla Protezione degli Animali hanno permesso ai giudici di adottare nuove interpretazioni. In passato, si erano già visti accordi per coprire spese veterinarie o l’acquisto di cibo, ma mai un impegno finanziario così strutturato, duraturo e indicizzato all’inflazione. Questo caso segna un passo fondamentale verso il riconoscimento degli animali domestici come esseri senzienti e parte integrante del nucleo affettivo familiare, e non come semplici proprietà da dividere.

La sentenza turca riflette un cambiamento di atteggiamento globale, con sempre più persone che vedono i propri animali come figli. Negli Stati Uniti, ad esempio, una recente ricerca di Kinship ha rilevato che il 35% dei proprietari di animali della Generazione Z ha già stipulato un “pet-nup” (un accordo prematrimoniale specifico per la gestione degli animali). In quest’ottica, in un Paese come la Turchia, dove vivono milioni di gatti domestici e ci sono dei randagi quasi “venerati” (basti pensare alla fama mondiale di Gli, la gatta di Santa Sofia, o di Tombili, il gatto a cui è stata dedicata una statua), questa sentenza non appare come un’esagerazione ma come il riflesso dei tempi moderni.

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lunedì 22 settembre 2025

L’ambigua fascinazione della caccia - Annamaria Manzoni

  

È sempre più necessario un contrasto netto alla violenza ma in tutte le sue forme, intrecciate le une alle altre in una consequenzialità spesso indiretta, eppure ricostruibile, se solo lo si voglia. Di sicuro, all’interno di un discorso sulla violenza – la sua genesi, le sue manifestazioni, i modi per contrastarla – non è più possibile prescindere da considerazioni che riguardino la pratica crudele della caccia

 

“Il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose”1

La critica alla caccia non si limita oggi a particolari modi o tempi, ma è globale nel senso che ne mette in discussione la stessa essenza, la sua liceità, tanto che alcune associazioni hanno promosso una raccolta firme, grazie a cui verrà portata in senato una Proposta di Legge per la sua abolizione. Abolizione, non limitazione nel tempo e nello spazio, nel rilascio di autorizzazioni o nel numero delle specie cacciabili. Abolizione, perché nulla di ciò che questa attività comporta può essere considerato accettabile. Proprio come nulla di accettabile può essere rintracciato nelle guerre, quelle alle quali ci eravamo illusi, nel mondo occidentale, di avere posto fine: le avevamo in realtà solo spostate un po’ più in là, in tutti quei paesi da cui è stato semplice fare filtrare solo rare informazioni, facilmente stipabili nel grande magazzino del rimosso. Per poi risvegliarci un giorno dal torpore e prendere atto che i governi, il nostro e gli altri, non avevano mai interrotto una smisurata produzione di armi. Perché, oggi si sentenzia, si vis pacem para bellum: ignorando la replica all’antico enunciato, secondo cui, invece, se vuoi la pace è la pace che devi preparare. Elementare Watson.

E se la pace la vuoi preparare, è necessario un contrasto netto e preciso alla violenza in tutte le sue forme, intrecciate le une alle altre in una consequenzialità spesso indiretta, ma ricostruibile, se solo lo si voglia. È lo psicologo Stephen Pinker ad affermare che, se la si vuole combattere, bisogna prima di tutto riconoscerla, al di là delle mistificazioni a cui è sottoposta, e poi avversarla in tutte le sue manifestazioni “dalle sculacciate educative date ai bambini alle dichiarazioni di guerra tra le nazioni2 . Innegabile che la necessità dell’abolizione della caccia, che è regno assoluto di crudeltà e disumanità, occupi un posto d’onore nella ricerca, visionaria o meno che sia, di un mondo pacificato.

La caccia: la migliore educazione alle pratiche di guerra3

Per altro esiste un particolare puntuale parallelismo colto in ogni epoca tra caccia e guerra: ”La guerra è la continuazione della caccia”, diceva Lev Tolstoj, e la caccia è sempre stata considerata una raffigurazione ritualizzata della guerra, un suo sostituto ugualmente sanguinario, ma molto più rassicurante vista la mancata controffensiva del nemico immaginario.

Se in tempi molto lontani la sua crudezza poteva trovare giustificazione nella lotta per la sopravvivenza umana, oggi neppure i suoi cultori si sognerebbero mai di sostenerlo; se comportava coraggio, audacia, forza fisica, oggi comporta se mai esercizio di pusillanimità, data la smisurata sproporzione di forze in campo e la non belligeranza degli animali che, nemici inconsapevoli di esserlo, hanno nella fuga l’unica disperata possibilità di salvezza. E, per gli occidentali, si risolve tutta in attività di svago e ricerca di piacere, alternativa ad una partita a tennis o a calcetto, per intenderci.

Le vittime di tanto accanimento sono a volte uccellini di pochi centimetri di lunghezza e pochi grammi di peso, letteralmente disintegrati dai pallini, ma anche quelli che piace considerare feroci non hanno scampo davanti alle armi in dotazione del moderno cacciatore, novello Rambo, che si avvia alla guerra unilateralmente dichiarata con fucile in spalla e portamunizioni in vista, invaso da grande fascinazione anche per tuta, cinturoni stretti, stivali o scarponi, per attraversare terreni un po’ umidi manco fossero le paludi del Vietnam. Così bardato, trasforma la propria identità in un’altra fittizia, definita dall’abbigliamento e dai temibili accessori, grazie a cui anche un fisico più adatto alla tranquillità di uno sportello postale, così travestito, può ambire ad una sua rivincita macha, pronta allo sterminio, al servizio di virile quanto farlocco autocompiacimento.

Spara, spara, spara qui…

È indiscutibile che il vero motore della caccia si scalda e rimbomba là dove albergano forme di aggressività e violenza, tanto virulente da lasciare sul terreno vere e proprie carneficine, frutto di un crescendo di esaltazione e delirio fuori controllo, che, nei territori di caccia, porta a non saturare mai la pulsione a uccidere. Pulsione di cui non ci si vergogna, ma che è anzi fonte di vanto, a giudicare da tante foto di fine battuta che, sui social, immortalano stuoli di vittime stese intorno al sedicente eroe tronfio e soddisfatto.

Sanno bene i legislatori che questa passione è talmente travolgente da non poter essere controllata da chi la sperimenta e da richiedere di conseguenza un controllo esterno, quello delle leggi appunto, le quali, per quanto permissive, non possono astenersi dal porre freni a quello che altrimenti sarebbe uno sterminio ancora più smisurato di quelli attualmente tollerati. Lo fanno, stabilendo limiti ai giorni e agli orari consentiti, nonché al numero di individui e alle specie da bersagliare. Limiti, come si evince dalla lettura dei siti venatori, vissuti con insofferenza, con rabbiosa inquietudine, perché il divieto di sparare, come succede in amari tempi di caccia chiusa, provoca malessere, una sorta di crisi di astinenza, tenuta a bada dalla certezza che l’attesa impaziente avrà presto fine: il momento in cui, finalmente, la caccia si riaprirà si avvicina giorno dopo giorno, ponendo fine all’inquieto count down: “Mi manca l’inebriante profumo, quell’aroma di polvere da sparo torrefatta che si sprigiona dalle canne della doppietta quando la si apre, e nell’aria volano ancora le piume del fagiano”4.

Il numero dei cacciatori, in caduta libera in Italia tanto che oggi rappresenta circa lo 0,7% della popolazione, vede una netta prevalenza di persone anziane, tra i 65 e i 78 anni, che preoccupa non poco le associazioni, incapaci di capire, anche se non dovrebbe essere così difficile riuscirci, le ragioni di un tale disamore da parte delle nuove generazioni, quelle colpevolmente impregnate di ecologismo, di animalismo, a volte addirittura di antispecismo. Al momento, cercano di contrastare l’assottigliarsi delle loro fila, dilatando l’attivismo degli irriducibili, anche quelli un po’ ammaccati dalle ingiurie della vita. Tra loro, i più ricchi suppliscono alle inefficienze senili andando in terre lontane, dove sarà sempre possibile, dai rassicuranti sedili di un elicottero, affidare il compito ambito a un giovane del luogo, dalla mira precisa, che colpirà in subappalto l’animale in fuga, elefante, tigre o leone che sia. L’attempato ma non domato cacciatore, scambiando con un po’ di malafede il potere del denaro con quello dell’efficienza personale, mira precisa e braccio fermo, trarrà ancora grandi soddisfazioni, proprio come se lo avesse colpito lui, nel vederlo accasciarsi e poi morire, emozioni tanto più travolgenti quanto più la vittima sarà raro o addirittura in estinzione: è un vezzo da classe sociale particolarmente elevata uccidere qualcuno (loro sembrano pensare qualcosa) di unico o pregiato.

Non è, questo approccio critico all’essenza stessa della caccia, frutto di un’analisi artefatta, di una interpretazione prevenuta: è anzi totalmente in sintonia con il pensiero dei cacciatori stessi, quale emerge persino negli stralci di conoscenza di sé che loro stessi offrono, nei loro siti5 quando si confrontano con entusiasmo, cuore in mano, su tutto ciò che l’attività che li affratella smuove in loro: eccoli allora a celebrare la “magia della caccia”, a pregustare “una palpitante avventura”, a esaltare la “passione”, a crogiolarsi nell’”euforia”, ad abbandonarsi all’ebbrezza”: stati d’animo emotivamente alterati, che anticipano il piacere di trovarsi davanti al sangue degli animali colpiti, alle urla di quelli solo feriti, alla fuga impazzita di quelli che ancora sperano. Se non altro si deve dar loro atto di ottime competenze introspettive, nell’auto riconoscimento di emozioni e stati d’animo, già preannunciati da titoli di articoli quali Il sapore della caccia che sono tutto un pregustare, un sentire sensorialmente il gusto stuzzicante della morte cruenta, che infliggeranno alle povere bestie.

Premono il grilletto. E la natura scompare6

Per altro è un grande scrittore, Lev Tolstoj, cultore della caccia prima di diventarne acerrimo nemico, a ricordare, in una sorta di racconto catartico, di avere tante volte sperimentato quelle che lui stesso definiva la delizia e la voluttà davanti alle bestie agonizzanti, la soddisfazione nell’essere stato artefice di tanto dolore 7.

C’è di che rimanere basiti davanti a ciò che può albergare nella psiche umana: e allora, alla ricerca dell’origine di quel vuoto etico che è il brodo di cultura della passione venatoria, bisogna addentrarsi ancora di più nelle emozioni e nei pensieri dei suoi cultori; si viene allora a contatto con elementi che dovrebbero essere fonte di grande preoccupazione: perché nei loro comportamenti prepotenti e brutali la fa da padrona quella assenza di empatia che esonda in  psicopatia nel piacere dichiarato di essere artefici della sofferenza e della morte di esseri senzienti. Soprattutto appare virulenta una forma grave di sadismo, nell’accezione psicologicamente corretta del termine, che lo definisce quale “tratto del carattere proprio di chi si compiace della crudeltà”8,  tratto a volte innato, spesso collegato a risposte culturalmente apprese; sadismo che si crogiola nel piacere generato dal provocare dolore o dal senso di potenza personale che deriva dalla capacità di sopraffare l’altro. Nulla di nuovo sotto il sole, visto che già lo psichiatra Karl Manninger (1893-1990) affermava che il sadismo potesse assumere una forma socialmente accettabile nella caccia, rappresentante delle energie distruttive e crudeli dell’uomo verso le creature più indifese9.

Mentre altri studiosi si spingono ad ipotizzare una particolare forma di questa componente del carattere, strettamente connessa alla sessualità10. Dice la psicologa Margaret Brooke-Williams: “Si tratta di una riscoperta della virilità e del senso di potenza maschile sopito dalla vita urbana. Questo sentimento di potenza offre temporaneo sollievo al disagio psicologico dei cacciatori”. Teoria suffragata dallo psicologo sociale Rob Alpha secondo cui nella pulsione sessuale e nella compulsione a cacciare e uccidere vengono attivate le stesse aree cerebrali. Per altro lo stesso Sigmund Freud si riferiva a volte al sadismo per indicare la fusione di sessualità e violenza.

È possibile trovare ispirazione per altri approfondimenti in resoconti quali un’illuminante intervista su l’Adige.it (02.09.2012) a un’esponente femminile del mondo venatorio, tale contessa Maria Luisa Pompeati, della stirpe dei von Ferrari Kellerhof: sulla scia dei suoi colleghi maschi, definisce la caccia un atto d’amore, una passione intensissima che l’ha accompagnata nella crescita. Riferisce della sensazione meravigliosa del momento dell’uccisione, in cui l’animale diventa tuo per sempre. Perché, dice, la caccia è il momento culminante di una passione intensissima che la lega all’animale, che lei vuole possedere: dopo averlo centrato, corre da lui, prende la sua testa tra le mani, l’accarezza e lo bacia. Mangiarlo è, in seguito, l’ultimo atto del possesso. È lecito ipotizzare che alcuni gesti quali l’accarezzare e il baciare la vittima appartengano piuttosto a particolari vezzi della femminilità della contessa e non siano particolarmente diffusi tra i cultori della caccia, ma di certo vi risuona l’eco delle convinzioni di Rob Alpha. A parte ciò, tutto il resto è normale cronaca emotiva di una battuta di caccia.

Dalla parte delle vittime

In tutto questo, non emergono pensieri per gli animali, che pagheranno il prezzo di quelle battute di caccia, che definire arte (per venatoria che sia) è quanto meno un azzardo linguistico. Sono loro i grandi assenti, gli invitati di pietra alla grande kermesse venatoria, al delirio dell’uccidi più che puoi: assenti sono il cervo senza scampo che chiede grazia con le sue lacrime, nelle parole di Montaigne; la cerva che assiste il maschio ferito, con la testa levata al cielo e l’espressione piena di cordoglio, in quelle di Tolstoj; quelli che sentiamo ansimare nei filmati dai luoghi della carneficina: volpi stanate da buche profonde, rifugio vano da cani che le estraggono strappando loro la pelle, e aprono la strada al cacciatore di turno, appostato nei dintorni, armato del suo fucile e della sua viltà. 

È un guardiacaccia, Giancarlo Ferron 11, che racconta di caprioli in fuga, inseguiti per giorni,  che corrono con la schiuma alla bocca, senza più fiato, tremanti e sfiniti con la bocca spalancata per la fame d’aria; racconta di cacciatori che hanno due o tre mute di cani, per sostituire quella sfiancata nell’inseguimento di un capriolo, che lui però di sostituti non ne ha; ancora racconta di animali che si suicidano buttandosi dalle rocce, pur di sottrarsi allo sbranamento annunciato dai latrati che si fanno più vicini.

Che nessun animale possa sottrarsi alla furia omicida dei cacciatori, elefanti o uccellini di pochi grammi lo dice bene un bambino nel colorito spirito napoletano quando constata che “sparerebbero pure alla colomba dello Spirito santo”12 compendiando così l’incontenibile impulso ad andare ad ammazzare esseri di ogni genere e taglia, giovani o vecchi, che volino o corrano: purchÉ respirino.

La caccia. Un vero suicidio morale13

Descrizioni tormentate sono anche quelle di Lev Tolstoj, quando, da cacciatore da molto tempo pentito, ricorda con tormento lo spasimo pieno di terrore delle sue vittime in agonia, la sopraffazione del più forte sul più debole, l’assalto di molti a uno solo, del forte contro il debole, della sottrazione dei piccoli alle madri e viceversa: un universo di azioni tanto orribili da indurlo a definire la caccia un vero suicidio morale.

Parlando di conseguenze nefaste dell’attività venatoria si può continuare con i morti e feriti di ogni stagione, di cui mantiene un accurato conteggio l’Associazione Vittime della Caccia14 vittime che sfilano a passi felpati nei trafiletti dei giornali, così da poco disturbare governi e partiti, sempre in tutt’altre faccende affaccendati e magari un po’ imbarazzati. Perché si tratta non di malasorte, ma delle inevitabili conseguenze di un’attività che comporta l’uso continuo di armi, per moltissimi giorni all’anno, e svariate ore quotidiane, in uno stato d’animo in continua tensione. Quando imperizia, imprudenza, mancato controllo emotivo, deliri di onnipotenza, possono contare sul possesso di un fucile caricato a pallettoni, che l’esito possa essere mortifero non può certo meravigliare.

L’uomo e il cane: un’amicizia unilaterale

E che dire delle altre vittime oscurate, i cani, trasformati in aiutanti killer mediante un addestramento vigoroso, notoriamente trattati come oggetti d’uso, tenuti normalmente in gabbie da cui escono solo per andare a servire il loro padrone, maltrattati, crudelmente puniti? Le cronache raccontano dell’abbandono e della soppressione dei “soggetti” non idonei e di quelli da annoverare tra le vittime accidentali di colpi sparati a casaccio.

A completamento, è una novella cacciatrice, Catia, a fornire nella sua intervista15 on line un grazioso particolare, quello tanto diffuso da meritare un termine ad hoc, la frustata, vale a dire una fucilata che abitualmente i cacciatori sparano nel sedere di cani disobbedienti o lenti nell’apprendimento (“la famosa frustata” dice), metodo di addestramento da cui lei però si vanta di smarcarsi.

I bambini ci guardano16

Caccia che allunga le sue ombre lunghe anche in un campo colpevolmente trascurato, quello delle ricadute su bambini e ragazzi, che certo per legge a caccia non ci possono andare, almeno in Italia dove l’età minima è di 18 anni, ma che, sempre dalla lettura delle chat dei cacciatori, risulta che non raramente “accompagnino”, perché questo è permesso, i grandi, senza sparare, fin da età davvero improbabili: nove, dieci, undici anni, con qualche eccezione, udite udite, per bambini (accidentalmente anche bambine) di quattro anni. Grandi che non stanno più nella pelle per insegnare alla discendenza il mestiere e, impazienti, vogliono nell’attesa condividere le dilaganti emozioni. Potrebbe sembrare roba da marziani, ma non è necessario espatriare su un altro pianeta, perché è sufficiente oltrepassare la Manica: là, tutta la famiglia reale, generazione dopo generazione, ha goduto di un tirocinio precocissimo a quello che ritengono sport of the kings. Ahimè, non solo dei re. Il problema è che neppure il velocissimo srotolamento dei tempi, con tutti i cambiamenti che si succedono alla velocità della luce, pare intaccare la loro idolatria per la tradizione, per mortifera che sia: l’ultima vittima è l’ancora innocente (?) principe George, che risulta avere partecipato alla caccia al gallo cedrone a sette anni (con papà) e pare si appresti ad uccidere il suo primo cervo ora che ne ha compiuti dodici.

Che dire? Quasi meglio tornare alle cose di casa nostra: e provare a riflettere che figli o nipoti di cacciatori crescono alla presenza costante di una, ma più spesso più armi, presenza che, nella sua normalità, non provoca inquietudine, ma assuefazione: tutto normale, un po’ come il portaombrelli o le piante da arredamento. Normale sarà anche l’attenzione di cui le vedranno oggetto da parte del cacciatore di famiglia, che le maneggerà con cura (almeno si spera), quali oggetti di culto, preziosi ferri del mestiere, capaci di trasformare in realtà il sogno sognato del prossimo trofeo. E normali, nella loro ripetitività, saranno i comportamenti, i rituali di accompagnamento: levatacce antesignane, rientri appagati se con accettabile numero di vittime, o malcelati malumori per uno scarso bottino. E si conosceranno gli stati d’animo: l’ansia dell’attesa, i racconti grondanti eccitazione per l’avvistamento dell’animale da colpire, il non dargli tregua fissandolo nell’occhio del mirino o inseguendolo insieme ai cani godendo del suo terror panico. E finalmente colpirlo.

Ora, banale ricordare che i bambini imparano ciò che viene loro insegnato, che il giusto e lo sbagliato, il bene e il male sono concetti che prendono forma in funzione delle convinzioni e dell’accezione che i grandi di riferimento danno alle situazioni. E i primi anni di vita sono fondamentali per creare le proprie rappresentazioni del mondo e dei valori della vita, frutto del modellamento educativo, basilare nella strutturazione del carattere e della personalità. Anche l’empatia, vale a dire la capacità di identificarsi con le emozioni e gli stati d’animo dell’altro e di sentirli riverberare su di sé, condizionando il proprio comportamento, dipenderà in grande parte dalla possibilità di apprenderla se presente come modello a cui affidarsi. Se tale modello è strutturato sulla crudeltà verso creature deboli, sul piacere nel provocare loro dolore e morte, il piano educativo produrrà speculari contraccolpi psicologici nei più giovani.

In estrema sintesi, non esiste dubbio che la violenza contro gli animali vada nella direzione dell’introiezione di modelli aggressivi e prevaricatori, basati sul diritto della forza. Vale la pena ricordare che, dal 2005 la Violenza Assistita, quella quindi non subita in prima persona, ma come testimone di quella agita su altri o percepita o anche solo sentita raccontare è ufficialmente entrata nel novero delle violenze sfavorevoli infantili, sfavorevoli rispetto a un sano ed armonico sviluppo della personalità. E quella agita sugli animali è a tutti gli effetti inserita tra le forme prese in considerazione: al di là delle teorizzazioni, emerge in modo drammatico dai racconti di adulti che mai hanno potuto dimenticare lo strazio vissuto da piccoli assistendo allo scempio su un animale, spesso ad opera dello stesso padre. Non basta tutta una vita per dimenticare, ma neppure per sfoltire un dolore che, nel momento del racconto, esplode con tutta la virulenza di un dramma appena accaduto.

La caccia come tarlo sociale

Insomma: ce ne è davvero abbastanza per riflettere seriamente sulla caccia come tarlo sociale e agire di conseguenza: perché la sua struttura portante è, in estrema sintesi, il piacere di praticare violenza contro individui inermi.

“Quando capiremo, a fatti e non a parole, che le scelte esercitate contro gli animali sono anche scelte contro di noi?”17.

Viviamo in tempi cupissimi, dove anche noi, abitanti di un mondo occidentale che in molti pensavamo in costante crescita verso l’estensione dei diritti, ci siamo ritrovati davanti al baratro di un’umanità disumanizzata. Siamo qui a chiederci come tutto quello che sta succedendo stia davvero succedendo: troppo per essere anche solo pensato, perché il pensiero stesso si ribella al farsi contaminare dal regno dell’odio, dal dilagare dell’indecenza e di una crudeltà che nessuna specie vivente potrebbe mai ideare. Nessuna tranne la nostra, che è la più devastante, crudele e pericolosa. Che mai, nemmeno in nessun periodo di pace, ha smesso di sentirsi in diritto di praticare alla luce del sole le più orrende forme di supplizio sugli altri animali e, in modo variamente occulto, sugli altri esseri umani.

Oggi il mondo tutto sembra allargarsi a normalizzare ogni forma di indecente prepotenza, contro chiunque, senza neppure più vergognarsene; il mondo venatorio, in contemporanea, pretende un po’ di spazio in più: molti più uccellini da accecare per richiamare i loro conspecifici davanti al cacciatore lì pronto ad impallinarne quanti potrà; licenza di sparare agli uccelli migratori, esausti per viaggi interminabili; ribaltamento di sentenze del TAR per consentire il massacro anche nei valichi di montagna. E poi orsi, lupi, nutrie: tutti trasformati in bersagli, con la benedizione delle autorità, in una moderna riedizione di quel Far West dove era la colt ad accogliere ogni estraneo sgradito.

Ci si aspetterebbe che i cacciatori, numericamente in dissesto, le loro straricche lobbies, quei politici afasici e indifferenti a un volere popolare dichiaratamente contrario, prendessero consapevolezza dell’insostenibilità morale dell’attività venatoria.

A tutti noi il compito di riconoscere le mistificazioni in atto, implicitamente sostenute in modi diversi: per esempio con la vendita stessa delle armi  accanto agli sci o ai costumi da bagno nei negozi sportivi, giusto per sdoganare l’idea che farsi una nuotata o massacrare un cinghiale è solo una questione di gusti individuali. Mistificazioni sorrette anche attraverso richieste dei cacciatori per entrare nelle scuole nella veste di testimonial della natura e, udite udite, difensori degli animali. Che vanno ad uccidere perché li amano. Doveroso interrogarsi sulla confusione cognitiva generata nei più giovani nel momento in cui viene loro proposta l’equazione amore-uccisione, che oggi più che mai è il mantra giustificativo di tanti femminicidi.

“Stiamo causando la distruzione. Dei nostri compagni animali… Ricercando null’altro che il nostro benessere E il nostro divertimento”18.

Insomma, all’interno di un discorso sulla violenza, la sua genesi, le sue manifestazioni, i modi per contrastarla, non è più possibile prescindere da considerazioni che riguardino la pratica della caccia. Se si ritiene fondamentale che l’educazione abbia come obiettivo primario l’insegnamento del rispetto per l’altro, la presa in carico dei diritti di ognuno, la convinzione che il senso di giustizia sia fondamentale nella gestione di relazioni positive, è davvero impensabile proteggere, difendere, connotare positivamente comportamenti sadici, violenti e crudeli a danno di esseri indifesi.

Non è superfluo ricordare la posizione di Albert Scheiwtzer, Nobel per la pace 1953, che sosteneva che la compassione, sulla quale si devono basare tutte le filosofie morali, può raggiungere la massima estensione e profondità solo se riguarda tutti gli esseri viventi e non solo gli esseri umani.

Gandhi, uno dei massimi esponenti del pacifismo, non pensò in nessun momento che la grandiosità degli obiettivi che andava perseguendo lo autorizzasse a mettere in secondo piano il dovere del rispetto per gli altri animali, da praticare costantemente anche attraverso scelte alimentari, avanzatissime per i suoi tempi.

Aldo Capitini, filosofo della non violenza, sosteneva che se si fosse imparato a non uccidere gli animali, a maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini: e lo diceva all’alba della seconda guerra mondiale, facendo tutto ciò che era in suo potere per provare a scongiurare il delirio di violenza che di lì a poco si sarebbe comunque scatenato.

Insomma e per concludere: l’attività venatoria è indiscutibilmente territorio di crudeltà. Riconoscere questa elementare verità, è passo doveroso. Che dovrebbe condurre alla strada che Freud, nel carteggio del 1932 con Einstein, indicava per agire contro la guerra, con parole che si attagliano perfettamente anche alla caccia. Le forze che esistono, dice Freud, che vanno costruite e riconosciute, sono le relazioni d’amore e i legami emotivi che si stabiliscono grazie anche a meccanismi di identificazione con l’altro. È necessario indignarsi contro la guerra (e contro la caccia, aggiungo) perché ogni uomo, ogni essere senziente ha diritto alla vita, perché la guerra (come la caccia) “annienta vite piene di promesse, pone i singoli individui in posizioni che li disonorano”. Per ricercare uno stato di pace, fra le persone, i popoli, le specie, che forse è esistito, che forse è desiderio di qualcosa di mai interamente vissuto, ma di cui vi è infinita nostalgia perché, dice Anna Maria Ortesei, da quel bene assoluto ci siamo allontanati “per deviazione, errore, stranezza o forse malattia” .


Sull’argomento ho scritto nei miei libri i capitoli:

Bang…bang…: io sparo a te. In “Noi abbiamo un sogno”. Bompiani 2006

Finchè non lo vedrai esangue, In “In direzione contraria” Sonda 2009

Ai cacciatori il posto d’onore. In “Sulla cattiva strada, Sonda 2014


1 Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere;

2 Stephen Pinker, Il declino della violenza

3 Senofonte, Il Cinegetico

4 https://brotture.net/tag/caccia

5 www.bighunter.net

6 Marcello D’Orta , Nessun porco è signorina

7 Lev Tolstoj, Contro la caccia e il mangiar carne

8 Umberto Galimberti, Nuovo Dizionario di Psicologia

9 Www.feelguide.com/2016/11/07/hunting-linked-to=psychosexual-inadequancy-the=5-phases-of-sexual-frustration

10 www.animals24-7.org

11 Giancarlo Ferron, Il suicidio del capriolo

12 Nessun porco è signorina, Op. cit.

13 Lev Tolstoj, Op. cit.

14 https://www.vittimedellacaccia.org

15 http://www.sabinemiddelhaufeshundundnatur.net/ale/caccia_intervista.htm

16 Titolo del film di Vittorio De Sica, I bambini ci guardano

17 Danilo Mainardi

18 Yuval Noah Harari, Da animali a dei

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