Visualizzazione post con etichetta ONU. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ONU. Mostra tutti i post

sabato 29 novembre 2025

Allora del clima non ve ne frega niente - Andrea Barolini

Ciascuno per sé. Non c’è altro modo di descrivere la trentesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite che si è conclusa sabato 22 novembre a Belém, in Brasile. La Cop30 è stata, diciamolo, surreale e caotica da tanti punti di vista. 

Tentiamo una difficilissima sintesi. Nei primi giorni ci siamo, di fatto, tutti illusi. La presidenza brasiliana aveva infatti pubblicato dei testi provvisori che presentavano anche alcune opzioni decisamente ambiziose, in particolare su quello che era stato declamato come l’obiettivo principale della Cop30: adottare una roadmap per l’uscita dalle fonti fossili. È quell’anche che molti hanno sottovalutato.

Alle Cop30 nessun risultato sulle fonti fossili né sulla deforestazione

A fronte di quelle opzioni ambiziose ce n’erano troppe che non lo erano affatto. E soprattutto troppi ipotesi di «no text», che indicavano che qualche governo chiedeva di saltare a piè pari le questioni. Così, a due giorni dalla fine della conferenza è arrivata la doccia fredda. Qualsivoglia ipotesi di dare corpo dalla locuzione anodina e vaga (ma a due anni di distanza, occorre dire, benedetta) uscita dalla Cop28 di Dubai – transitioning away from fossil fuels – è stata abbandonata. Le parole fossil fuels non figuravano più in nessun passaggio della bozza. 

Raggelante, rispetto ai primi giorni di negoziati, nel corso dei quali il dinamismo della presidenza brasiliana – pronta anche a rompere i protocolli pur di arrivare “a dama” – aveva davvero fatto sperare in un risultato positivo. Leggendo quella bozza così piatta e svuotata di contenuti, molti hanno perfino pensato a una tattica: «Che la presidenza lo abbia fatto per sparigliare?». Tanto è stato lo stupore che si è cercato di leggerci, appunto, una strategia. 

E invece no. La realtà era ed è, semplicemente, che nel mondo non c’è accordo. La necessità di superare la dipendenza da carbone, petrolio e gas non è condivisa da tutti. Soprattutto, non lo è dai Paesi che bruciano la stragrande maggioranza di quelle fonti fossili. Stati Uniti, Cina, India e Russia. E sì, certamente: sulla Cina andrebbe fatto un discorso diverso, poiché la posizione di Pechino non è quella di Washington, non c’è alcun dubbio. Ma di fatto, la realtà che occorre dirsi è che «basterebbe un G2 per risolvere il problema dei cambiamenti climatici» (almeno dal punto di vista della mitigazione), come suggerito a Belém da Tommaso Perrone, uno dei giornalisti più esperti di Cop e di negoziati.

I risultati raggiunti alla Cop30 di cui non possiamo accontentarci

È questo il “ciascuno per sé”. Sul superamento delle fonti fossili a dire di no sono i Paesi che le estraggono, le vendono e/o ne sono fortemente dipendenti. Sui trasferimenti di fondi e tecnologia a favore dei Paesi in via di sviluppo a dire di no sono coloro che hanno prosperato per quasi due secoli devastando il Pianeta. Sugli indennizzi per perdite e danni subiti dalle nazioni più vulnerabili della Terra, idem. 

Neppure sulla deforestazione si è riusciti a raggiungere un risultato, nonostante fosse la prima Cop «alle porte dell’Amazzonia». E di certo non ci si può – di più: non di ci deve! – accontentare del fatto che il testo finale indica una “chiamata” (che non è un imperativo) per triplicare i fondi per l’adattamento al 2035 (cinque anni più tardi rispetto alla bozza precedente). Né del fatto che si lanci un Global Implementation Accelerator (Acceleratore globale per l’implementazione, in italiano), senza spiegare né cosa sia né come funzionerà, ma precisando a chiarissime lettere che sarà a carattere volontario. 

O forse si dovrebbe esultare perché è stato timidamente chiesto ai governi di rivedere le loro promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, perché quelle attuali ci porteranno, se va bene, a 2,3-2,5 gradi di riscaldamento globale? O perché è stata lanciata la “Belém Mission to 1.5°C”, anche qui senza spiegare di cosa si tratterà e indicando che comunque se ne riparlerà alla Cop31? O perché, con fatica, si è accettata l’idea di istituire un Just transition mechanism per rafforzare la cooperazione internazionale per una transizione equa? O che l’Unione europea è stata piuttosto collaborativa sulla mitigazione (meno su altri temi)? Sarebbe come accontentarsi perché a un malato di cancro in stadio avanzato è stato concesso un decimo di ciclo di chemioterapia.

All’ultima plenaria a Belém sono volati stracci

Sinceramente, scherziamo? Per giudicare qualcosa è sempre bene fare un paio di passi indietro e osservare la “big picture”. Alla Cop30 si è perfino dovuto tirare un sospiro di sollievo perché è stato citato l’obiettivo di limitare la crescita della temperatura media globale a un massimo di 1,5 gradi centigradi! Obiettivo che era ormai apparso come assodato in passato, anche dopo che l’Ipcc aveva spiegato (nello Special Report 1.5, nell’ottobre del 2018!) che la differenza tra 1,5 e 2 gradi è passare da una crisi a una catastrofe. 

Ciascuno per sé, dicevamo. Ed è così, di fatto, da un decennio (a partire dalla Cop22 di Marrakech). Un egoismo di fondo che finora era stato – non sempre, ma spesso – mascherato dai compromessi e dal bon ton. Che è mancato clamorosamente durante l’ultima plenaria alla Cop30, con alcune nazioni che hanno letteralmente sbattuto i pugni sul tavolo, con accuse reciproche e dita puntate addosso. Come in una riunione di famiglia obbligata nella quale a un certo punto, improvvisamente, tutti i rancori esplodono in modo dirompente. E sì, anche questo in fondo è multilateralismo. Ma intanto il tempo corre, e a furia di accontentarsi di andare a passo d’uomo ci risveglieremo che è troppo tardi (come se non fosse già troppo tardi).

L’elefante nella stanza alla Cop30 di cui non si parla mai

Ma c’era un elefante nella stanza, in quella plenaria, di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Perché quel “ciascuno per sé” ha una matrice culturale chiara, rintracciabile indiscutibilmente nel nostro modello di sviluppo. La Cop30 non è stata altro se non lo specchio di un sistema predatorio, colonialista, individualista e orientato al solo obiettivo di massimizzare i profitti, i guadagni personali, gli interessi di parte. Interessi diversi, a volte contrapposti, ma ai quali nessuno vuole rinunciare. È l’economia capitalista e ultra-liberista a spingere in quella direzione: ciascuna nazione ha il mandato, di fatto, di fare ciò che credono sia “meglio” per il loro microcosmo di periferia. 

E no, non è massimalismo, non è estremismo additare il sistema economico. Gli estremisti sono quelli che preferiscono distruggere gli equilibri del Pianeta pur di non rinunciare ai propri privilegi. Unica cosa che interessa davvero. Finché non cambieremo questo sistema di valori, non ne usciremo.

È per questo che arrovellarsi su riforme delle Cop per superare le impasse, forse, è un esercizio inutile, senza una riflessione culturale più ampia. Senza la quale non possiamo far altro che accodarci agli stracci che sono volati alla plenaria conclusiva di Belém e dircelo chiaramente, una volta per tutte: del clima, a troppi governi – perdonate il linguaggio rozzo – non frega davvero niente. 

da qui


L’Onu avverte: siamo sulla traiettoria dei 2,5 gradi di riscaldamento climatico - Andrea Barolini

Gli sforzi e le promesse dei governi di tutto il mondo in materia di lotta ai cambiamenti climatici sono ancora insufficienti. A confermarlo è l’ultima edizione dell’Emissions Gap Report, documento pubblicato ogni anno dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). I calcoli degli esperti dell’Onu indicano che, stanti le promesse fin qui avanzate – contenute nelle Nationally determined contributions (Ndc), si prevede una crescita della temperatura media globale compresa tra 2,3 e 2,5 gradi centigradi, alla fine del secolo rispetto ai livelli pre-industriali. 

Si tratta di una stima che appare migliorata soltanto di poco rispetto a quella di un anno fa, quando lo stesso Unep aveva ipotizzato una forchetta compresa tra 2,6 e 2,8 gradi. Soprattutto, parliamo di una quota di riscaldamento climatico nettamente al di là delle soglie ipotizzate dalla comunità internazionale nell’Accordo di Parigi. Quest’ultimo, infatti, indica che occorre limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, e rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi. 

Mezzo grado rappresenta la differenza tra crisi e catastrofe climatica

Nel corso del tempo, le stesse Nazioni Unite hanno d’altra parte spiegato che quel mezzo grado può rappresentare la differenza tra una situazione di crisi e una di catastrofe climatica.

Non solo: le stime dell’Unep si basano come detto sulle Ndc. Ovvero su impegni assunti dai singoli governi, che non è detto vengano rispettati (in tutto o in parte). L’esempio più evidente arriva dagli Stati Uniti, che hanno avanzato in passato delle (timide) promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, ma hanno per due volte sconfessato loro stessi, uscendo dapprima nel 2017 dall’Accordo di Parigi, quindi ripetendo la stessa decisione all’inizio di quest’anno (in entrambi i casi le decisioni sono arrivate da Donald Trump).

Le promesse dei governi sono insufficienti

La politica ha dunque un peso enorme sull’azione concreta di contrasto al riscaldamento climatico. «Gli scienziati ci indicano che un superamento temporaneo di 1,5 gradi è ormai inevitabile, a partire, al più tardi, dai primi anni Trenta. E il percorso verso un futuro vivibile diventa ogni giorno più difficile», ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. «Ciò non rappresenta un motivo per arrendersi. È un motivo per intensificare e accelerare gli sforzi. L’obiettivo di 1,5 gradi entro la fine del secolo rimane la nostra stella polare. E la scienza è chiara: è ancora alla nostra portata. Ma solo se aumentiamo in modo significativo le nostre ambizioni».

Commentando invece le nuove Ndc presentate dai governi, Inter Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep, ha ricordato che «le nazioni hanno sprecato tre tentativi per mantenere le promesse fatte nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Sebbene i piani climatici nazionali abbiano portato alcuni progressi, questi non sono affatto sufficienti. Esistono soluzioni comprovate: dalla rapida crescita delle energie rinnovabili a basso costo alla lotta alle emissioni di metano. Sappiamo cosa bisogna fare. Ora è il momento che i Paesi si impegnino a fondo e investano nel loro futuro con azioni climatiche ambiziose, che garantiscano una crescita economica più rapida, tutelino la salute umana, creino più posti di lavoro, sicurezza energetica e resilienza».

da qui


domenica 17 agosto 2025

Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile: un necrologio - Paolo Cacciari

 

Ricorre un decennale che nessuno vuole ricordare. Il 25 settembre 2015 a New York l’Assemblea generale dell’Onu approvava solennemente l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. 169 stati ratificarono l’accordo e le figurine colorate dei 17 Sustainable Development Goals (SDGs) invasero il mondo, la stampa e le televisioni, i programmi scolastici e i siti governativi portando il loro messaggio di riscossa e di speranza: «Un futuro migliore e più sostenibile per tutti». In Italia il di lì a poco ministro Giovannini avviò persino una campagna per inserire in Costituzione lo “sviluppo sostenibile”. Le discriminazioni economiche, di genere, di luogo di nascita, di accesso alle risorse e le crisi ambientali sarebbero state finalmente affrontate con determinazione dagli stati e dalle imprese. Un mondo di pace e di cooperazione sembrava essere a portata dell’umanità. Due mesi prima era stata emanata la enciclica Laudato si’ e, poco dopo, il 12 dicembre, a Parigi fu firmato l’Accordo per la riduzione delle emissioni dei gas serra nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Poi sono arrivati: Trump (il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi è avvenuto una prima volta nel 2020), la pandemia Covid del 2019, la guerra in Ucraina, l’avanzata delle destre “sovraniste” e il più generare disfacimento della cooperazione interstatale con la fine della “globalizzazione”. Si sono così perdute le tracce dei 17 obiettivi, dei 169 sotto-obbiettivi e dei 240 indicatori da raggiungere entro il 2030 (dalla lotta alla povertà e alla fame, all’istruzione di qualità, alla parità di genere, alla lotta al cambiamento climatico e al degrado delle risorse naturali). Non danno segni di vita nemmeno il Foro politico di Alto Livello (High Level Political Forum) previsto per monitorare, valutare e orientare l’attuazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, né la commissione dell’Inter Agency Expert Group on SDGs (IAEG-SDGs) con il compito di monitorare l’avanzamento. Le ultime informazioni pervenute dalle NU sono quelle di un disperato segretario generale, Antònio Guterres, dello scorso anno. Solo il 17% degli obiettivi degli SDG è in linea con le previsioni, mentre 23 milioni di persone in più sono in uno stato di estrema povertà; 100 milioni in più soffrono la fame; 120 milioni sono gli sfollati per le guerre. A tutto ciò aggiungiamoci Gaza.

Nel Rapporto che il nostro Istituto di statistica redige ogni anno (Istat 2025) certifica che: «A distanza di dieci anni dal varo dell’Agenda 2030 e di cinque dalla scadenza temporale individuata per la sua realizzazione, i progressi verso gli SDGs, pur rilevanti in molti casi, non risultano nel complesso dei paesi avanzati e in via di sviluppo all’altezza delle aspettative (…) Lo scenario più probabile nei prossimi cinque anni è il fallimento su larga scala degli SDGs. Il percorso dell’ultimo decennio è stato infatti segnato da shock esogeni – la crisi pandemica, l’aumento delle tensioni geopolitiche, la spirale inflazionistica innescata dall’incremento dei prezzi dei prodotti energetici – che hanno condizionato negativamente i percorsi di avanzamento e recupero a livello globale, nazionale e territoriale, sottraendo rilevanti risorse alla promozione dello sviluppo sostenibile». Amen.

Più circostanziato e preciso lo staff del professor Jeffrey D. Sachs, presidente del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite (SDSN), che ha redatto il Sustainable Development Report 2025. Il Report rivela che nessuno dei 17 Obiettivi globali potrà essere raggiunto tra cinque anni, data di scadenza, e conferma che solo il 17% dei target specifici è sulla buona strada.

Sulla crisi della cooperazione internazionale in capo all’Onu pesa il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dall’Unesco e la loro dichiarata opposizione agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e all’Agenda 2030.

Nemmeno da noi le cose vanno bene, rileva l’Istat. «L’andamento nel tempo verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile in Italia – analizzato a partire dalle 240 misure statistiche che presentano sufficienti informazioni in serie storica – restituisce un quadro variegato che sottolinea, nel complesso, l’esigenza di un’accelerazione. Nonostante una quota maggioritaria di misure risulti in miglioramento, sia nell’ultimo anno (oltre il 50%) sia nel decennio (oltre il 60%), oltre il 20% delle misure sono caratterizzate da stagnazione sia nel breve sia nel lungo periodo, e peggioramenti si evidenziano soprattutto nel breve periodo (più di una misura su quattro), ma anche nel lungo (oltre il 15% nell’arco del decennio)».

Non potrebbe essere diversamente. Ora le priorità dei governi sono cambiate e l’interesse si è spostato sulla “sicurezza” da raggiungere con altri mezzi: la deterrenza e la “prontezza” dell’intervento militare (come stabilito dal piano ReArm di Ursula von der Leyen approvato dal Parlamento europeo).

Abbiamo provato a fare uno schemino semplice per capire la dimensione del problema. Con i denari già spesi in armamenti e militari nel 2023 si sarebbero raggiunti i primi principali Obiettivi dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile dell’Onu.

 

Secondo altre stime più aggiornate, il fabbisogno finanziario sarebbe superiore: 1.500 Mld all’anno per debellare la povertà; 300 Mld per la fame; 370 per la salute; 114 per l’acqua; 200 per l’istruzione; 1500 per il clima. Arriveremo così a 2.984 Mld per i 6 obiettivi considerati e un fabbisogno totale di circa 5-7 trilioni di dollari all’anno per raggiungere tutti gli OSS entro il 2030. Ma anche le spese militari lo scorso anno hanno già raggiunto 2.700 Mld. Cifra destinata a crescere ancora di molto se la Nato riuscirà a imporre agli stati membri una spesa militare pari al 5% del Pil.

Sarebbe utile aprire un confronto pubblico sulle ragioni del fallimento dell’Agenda 2030. Temo che lo “sviluppo sostenibile” – con le sue varie declinazioni operative: green economy, smart city, clean tecnology … – nasconda un errore di fondo: pensare di poterlo realizzare facendo affidamento ai meccanismi di mercato e alla crescita economica. La falla che affonda tutta l’impalcatura dell’Agenda è nel 17° obiettivo in cui si confida nel «partenariato pubblico privato» per recuperare investimenti «reperibili in qualsiasi modo» per sviluppare «scambi commerciali aperti, incrementando l’esportazione dei paesi meno sviluppati e la realizzazione per questi di un mercato libero da dazi e restrizioni». Ci avevano visto proprio giusto!


Leopoldo Nascia e Paola Ungaro (a cura di), Rapporto SDGS 2025, Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia, Istituto Nazionale di Statistica, 2025.

European Think Tanks Group, Finanziare l’Agenda 2030: Un quadro di allineamento agli SDG per le banche pubbliche di sviluppo https://ettg.eu/financing-the-2030-agenda-an-sdg-alignment-framework-for-public-development-banks/

Jeffrey D. Sachs, Guillaume Lafortune, Grayson Fuller and Guilherme Iablonovski, Sustainable Development Report 2025. Financing Sustainable Development to 2030 and Mid-Century. https://www.socialimpactagenda.it/2025/07/01/lsdsn-presenta-il-sustainable-development-report-2025/

da qui

venerdì 11 ottobre 2024

Diritto alla casa in Italia, il rapporto all’Onu rileva violazioni - Massimo Pasquini

  

L’esame periodico universale, da parte dell’Onu, EPU / Universal Periodic Review, UPR è uno dei principali strumenti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU (CDH) e permette di stilare un bilancio della situazione dei diritti umani in tutti i Paesi membri, secondo un calendario fisso. Il 4° CICLO – 48a SESSIONE UPR, si terrà a gennaio-febbraio 2025.

In quell’occasione sarà verificato lo stato di attuazione dei diritti umani in Italia. A novembre 2024 sono previste a Ginevra una serie di audizioni che riguarderanno il Governo italiano ma anche associazioni di abitanti.

In vista di tale occasione l’Alleanza internazionale degli Abitanti e l’Unione Inquilini hanno già inviato un Rapporto e saranno chiamati in audizione a novembre 2024 a Ginevra. Il Rapporto si riferisce alle violazioni dell’Italia sul diritto alla casa recato dall’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Pidesc).

Il Rapporto presenta una analisi dettagliata delle violazioni ai Trattati e alle Convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese e ratificate dal Parlamento e si riferiscono, in particolare:

All’articolo 11 del PIDESC, che afferma “il diritto a un livello di vita adeguato per sé e la propria famiglia che includa un alloggio adeguato e il diritto al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita.”; e all’art. 2 PIDESC che impegna l’Italia ad operare con il massimo delle risorse di cui dispone al fine di assicurare progressivamente con tutti i mezzi appropriati, compresa l’adozione di misure legislative, la piena attuazione dei diritti riconosciuti dal PIDESC.

Il quadro che delinea il Rapporto si riferisce a un ciclo lungo di governo del Paese, che investe gli ultimi 40 anni e che ha accumulato una serie di violazioni e inadempienza che hanno determinato la condizione di sofferenza abitativa strutturale. A

llo stesso tempo, il Rapporto mette in luce gli aspetti fortemente peggiorativi messi in atto dall’attuale governo e conseguiti nella presente XIX Legislatura, con un concetto di sicurezza che mostra l’obiettivo di assumere come paradigma della sicurezza la repressione delle forme della protesta e della solidarietà sociali e la criminalizzazione della povertà, invece di nuove politiche pubbliche che ne affrontino le radici strutturali.

Il Rapporto delle due associazioni per quanto riguarda il mercato locativo evidenzia come pur in una condizione di recessione e/o stagnazione, non ha dato segnali di raffreddamento, anzi di ulteriori incrementi (+ 14,6% solo tra gennaio 2023 e gennaio 2024).

Tale tendenza è determinata da due fattori: la scarsità relativa delle case messe sul mercato delle locazioni da parte dei proprietari (a fronte di oltre 700.000 richieste di locazione, l’11% delle abitazioni disponibili non viene concesso in locazione); il crescente peso degli affitti brevi e in clamorosa espansione a causa dell’aspettativa di maggiore redditività e dall’assenza di efficaci misure di regolamentazione.

Questi fattori, sottolinea il Rapporto, causano la diffusa morosità, dovuta alla crisi economica e sociale e alla dinamica inflazionistica: quasi un terzo dei locatori ha dichiarato di non aver percepito alcuni canoni mentre il 13% degli inquilini ha affermato di aver saltato almeno una rata.

Questo in un contesto in cui aumenta la povertà assoluta certificata dall’ISTAT in maniera molto netta. Le famiglie in affitto in condizione di povertà assoluta sono 983.000, circa 100.000 in più rispetto alle 889.000 del 2021. Una famiglia con minori su quattro, che vive in affitto, è in una condizione di povertà assoluta a fronte di 1 su 14 nel complesso della popolazione residente.

 

Per quanto riguarda l’abbandono dell’edilizia residenziale pubblica Federcasa ha fornito i seguenti dati rispetto all’ERP, riferiti al 2024: Totale alloggi ERP: 769.745, Alloggi ERP sfitti: 60.217 sfitti. Nel 2016, Federcasa affermava di contare in 806.000 alloggi in assegnazione A fine degli anni 80, il patrimonio ERP in assegnazione effettiva era intorno a un milione di alloggi.

Il Rapporto si riferisce anche alla condizione dei senza tetto e delle politiche discriminatorie. Con dati parziali e sottostimati, si segnala negli ultimi 10 anni un raddoppio del fenomeno, giungendo a circa 100 mila persone.

Secondo una indagine della Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD): il 62% dei senzatetto ha infatti un reddito mensile proveniente da attività lavorativa (anche informale e saltuaria) con un guadagno medio mensile tra le 100 e le 499 euro, mentre il 30 % vive di espedienti e collette. Il 17% non ha alcuna fonte di reddito. Permangono politiche discriminatorie nei confronti delle popolazioni Rom, Sinti e Camminanti d) Sfratti, pignoramenti.

Dopo la pausa della pandemia è ripresa la corsa pazza degli sfratti: nel 2022 sono state emesse quasi 42 mila nuove sentenze di sfratto, di cui 33.522 per morosità. Nel 2022 si è assistito anche alll’esplosione, con una crescita del 199,07% delle richieste di esecuzione con l’Ufficiale Giudiziario, e del numero degli sfratti eseguiti con la forza pubblica, aumentati di ben il 218,60%.

A fronte di questa drammatica situazione, la normativa dell’Italia non ha stabilito in nessun caso il passaggio da casa a casa, cioè ad “abitazione alternativa adeguata” per le persone non in grado di provvedere autonomamente, come precisato dai Commenti generali del Comitato ONU sui diritti N. 4 (1991) on the right to adequate housing e N. 7 (1997) on forced evictions.

Questi dati dimostrano da parte dell’Italia non solo una sottovalutazione se non indifferenza rispetto alla questione abitativa ma anche le continue e strutturali violazioni del diritto alla casa.

Passaggi interessanti del Rapporto riguardano l’impatto dell’intelligenza artificiale sul comparto abitativo e della turistificazione.

In ultimo ma non di minore importanza il Rapporto segnala come ulteriore e gravissimo elemento di violazione incrementale del diritto alla casa, il provvedimento ancora in corso di esame al Senato, dopo il passaggio alla Camera, definito “DDL Sicurezza”.

Secondo il Rapporto il governo italiano, invece di affrontare i nodi della sofferenza abitativa strutturale e i guasti provocati dalle leggi approvate in questa legislatura, agisce nella direzione di criminalizzare la povertà e di reprimere le organizzazioni sindacali, le associazioni e i movimenti che offrano qualsiasi forma di “utilità”, quindi anche forme di solidarietà e di aiuto, per resistere fino al passaggio da casa a casa, come trattati e convenzioni internazionali obbligano.

Il Rapporto si conclude invitando le istituzioni e agli organismi internazionali, nonché alla comunità internazionale e agli Stati che partecipano alla sessione UPR, affinché appoggino le 19 raccomandazioni che il Rapporto pone alla attenzione dell’UPR, rivolte al Governo italiano, al Parlamento, alle Regioni e alle Amministrazioni locali, ciascuno nell’ambito della propria giurisdizione, che prevedono un profondo cambiamento rispetto a quanto (non) fatto fino ad oggi in materia di politiche abitative.

Qui il testo integrale del Rapporto inviato da Alleanza Internazionale degli Abitanti e Unione Inquilini

da qui

lunedì 17 luglio 2023

Migranti climatici, cresce il numero ma manca una tutela giuridica - Gaia Santone

 


Il 28 luglio 1951 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione di Ginevra sullo Status dei Rifugiati, strumento molto importante per la gestione dei flussi migratori. Tuttavia, l’imminente anniversario di tale strumento ci ricorda quanto, dalla sua adozione, i passi avanti siano stati ben pochi. Infatti, a parte il Protocollo Addizionale del 1967, con il quale sono state eliminate la clausola geografica e quella temporale, che limitavano l’applicazione della Convenzione a fatti avvenuti in Europa prima del gennaio 1951, non è avvenuto altro cambiamento nell’ambito di applicazione di tale strumento.

Eppure, con la crescita dei disastri ambientali imputabili al cambiamento climatico, sempre più individui sono soggetti a gravi danni alla loro persona e ai loro beni, e spesso sono costretti a migrare. Migliaia rimangono all’interno del proprio Paese, andando ad ingrandire la già enorme categoria degli sfollati interni, che, peraltro, non è protetta dalla suddetta Convenzione. Altre migliaia invece, abbandonano il proprio Paese per cercare rifugio in altri.

Eppure, la figura del migrante climatico non è riconosciuta a livello internazionale, e questi individui non ricevono adeguata protezione.

Infatti, ai sensi della Convenzione del 1951, il rifugiato è colui che

nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.

È evidente come i migranti climatici non ricadano sotto tale definizione. Ciò è anche dovuto al momento di stesura e adozione della Convenzione. Risulta comunque inaccettabile come tale strumento non sia stato modificato per permetterne una maggiore applicazione. Ciò è maggiormente problematico in quanto difficilmente gli Stati aprono le proprie frontiere ai migranti climatici.

La crisi climatica: un fenomeno in aumento

La grande necessità di agire nei confronti del cambiamento climatico è enfatizzata anche dai dati scientifici, che mostrano quante persone abbiano subito conseguenze a causa di disastri ambientali. Non tutti sono colpiti in egual modo: i più poveri e socialmente fragili sono maggiormente a rischio di subire le conseguenze del cambiamento climatico.

Un grande problema però, è quello legato alla difficoltà di calcolo del numero di persone che effettivamente migrano per problemi legati al mutamento climatico. Questa difficoltà sorge anche perché le migrazioni non avvengono mai per una ragione univoca.

Spesso un disastro ambientale può essere l’ultima spinta verso tale soluzione, ma alla base della decisione di abbandonare tutto ciò che si conosce e che si possiede, è una fitta rete di ragioni economiche, sociali e politiche. Inoltre, i disastri ambientali non sono tutti dello stesso tipo: alcuni sono immediati, come incendi e alluvioni, ma altri impiegano anni per formarsi e creare problemi, come la siccità e l’aumento delle temperature.

Eppure, nonostante la grande incertezza, i numeri indicano come le migrazioni e i disastri ambientali stiano continuando ad aumentare. I dati presentati dall’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC), mostrano come nel 2020, dei 40 milioni e mezzo di nuovi sfollati interni, 30 milioni e 700 mila persone sono fuggite a causa dei disastri ambientali. Nel 2022 il numero degli sfollati interni che si è mosso a causa di disastri ambientali è cresciuto del 45% rispetto ai dati del 2021, mentre quello di coloro che si sono mossi a causa dei conflitti è cresciuto del 17%.

Risulta molto difficile anche fare previsioni in merito ai numeri futuri di migranti climatici, con stime che vanno da 25 milioni a un miliardo di persone che si sposteranno entro il 2050.

La Banca Mondiale ha provato ad evidenziare tre differenti scenari di quella che potrebbe essere la situazione entro il 2050. Il primo vede il movimento di 143 milioni di persone se non ci saranno misure significative per ridurre l’emissione di gas serra e percorsi di sviluppo migliori. Il secondo, solo con percorsi di sviluppo migliori, vede il movimento di un numero tra 65 e 105 milioni di persone. Infine, il terzo scenario vede un numero di migranti climatici tra i 31 e i 72 milioni di persone nel caso in cui si intraprenda una strada significativa in modo tale che il riscaldamento globale non oltrepassi 1.6 gradi centigradi.

Come riportato dal Global Risk Report, per la prima volta nel 2020 i rischi globali in cima alla lista in termini di probabilità erano tutti riconducibili al cambiamento climatico. Il 90% dei disastri avvenuti tra il 1995 e il 2015 sono dovuti al cambiamento climatico. Nonostante l’aspetto naturale di tali disastri, è evidente il contributo dell’uomo attraverso le sue azioni, quali l’eccessiva emissione di anidride carbonica e l’estensiva deforestazione.

Il caso Teitiota v. Nuova Zelanda: un’opportunità mancata

Purtroppo, i migranti climatici non ricevono l’aiuto e il sostegno necessari, come evidenziato dal caso Teitiota contro Nuova ZelandaEsso è considerato da molti studiosi come una grande opportunità (mancata) per riconoscere maggiore protezione ai migranti climatici. Tuttavia, la decisione del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha segnato un grande limite, demarcando soglie di rischio e sofferenza troppo alte perché qualcuno ottenga l’aiuto necessario in quanto migrante climatico.

Il signor Teitiota, cittadino della Repubblica di Kiribati, lasciò il Paese in seguito ai disastri ambientali che portarono al declino della qualità di vita. Nel 2007 si trasferì con la moglie in Nuova Zelanda, dove restarono anche dopo la scadenza del loro visto nel 2010. Due anni dopo, l’uomo fece richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato, affermando di aver lasciato il proprio Paese a causa delle precarie condizioni di vita dovute al cambiamento climatico.

Una volta esauriti i ricorsi interni, poiché tale status non gli era stato riconosciuto, il signor Teitiota si rivolse al Comitato per i Diritti Umani. Tale organo si espresse mediante lo strumento delle Osservazioni nel 2019, negando di poter affermare che il diritto alla vita del ricorrente fosse stato violato. Tuttavia, alcuni suoi membri allegarono alle Osservazioni delle opinioni individuali dissenzienti, evidenziando come non fossero d’accordo con la decisione del Comitato.

In particolare, risultano importanti quelle del signor Muhumuza, il quale sottolineò come l’approccio adottato dal Comitato avrebbe dovuto essere più sensibile. Egli ritenne che l’organo avesse posto una soglia troppo alta per constatare la presenza di una violazione dei diritti umani. Inoltre, aggiunse come questo fosse controproducente allo scopo della protezione della vita.

In effetti, tale posizione del Comitato risulta particolarmente dibattuta, soprattutto per via delle varie prove fornite dal Signor Teitiota in merito alle gravi condizioni di vita nella Repubblica di Kiribati. Tra queste, la difficoltà di ottenere acqua potabile e le conseguenti malattie, come l’avvelenamento del sangue cui uno dei figli del ricorrente fu esposto.

Nonostante ci siano ancora molti passi avanti da fare, si possono evidenziare alcune note positive. In alcuni Stati, come la Svezia e la Finlandia, è stato formalizzato il riconoscimento del diritto di asilo ai migranti ambientali nella normativa nazionale. Piccoli passi che potrebbero spianare la strada per una maggiore protezione a livello internazionale.

da qui

venerdì 14 luglio 2023

Bandiera dell’Onu per le navi umanitarie. Continua la campagna

 

Rilanciamo l’appello e le ragioni di una scelta necessaria, per la quale Atlante delle guerre e Unimondo figurano tra le associazioni promotrici.


Lo abbiamo scritto e detto molte volte: le navi della flotta civile messe in mare dalle Ong sono isole che danno speranza di sopravvivenza a chi è costretto ad attraversare il Mediterraneo rischiando la pelle. A questa convinzione, questa certezza, abbiamo dato concretezza quando, un paio di anni fa, abbiamo aderito al progetto ResQ, la nave civile messa in mare per salvare vite umane. Poi, l’abbiamo ribadito l’autunno scorso, aderendo al progetto messo in campo dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Oggi siamo ancora qui, all’indomani di una nuova strage, ad ascoltare e leggere idiozie che non vorremmo sentire.

Non vorremmo sentire un Ministro della nostra Repubblica dire: se non c’è certezza di vita per i propri figli non si può iniziare un viaggio pericoloso. Non dovrebbe dirlo, perché mostra l’arroganza del privilegiato – senza alcun merito, se non la fortuna di essere nato in un certo luogo – di chi non capisce cosa significa vedere i propri figli morire di fame, di guerra o di assenza di assistenza sanitaria, di lavoro, di futuro. Non dovrebbe dirlo, poi, perché finge di non sapere che quel modo di viaggiare, ai migranti, lo abbiamo imposto noi, sigillando le nostre frontiere, negando in ogni modo il permesso di entrare. Il lungo cammino nel deserto in balia della criminalità organizzata, fino alle coste libiche, ai campi di detenzione, ai barconi fatiscenti, sono una nostra invenzione.

Siamo governati da personaggi falsi, cinici e umanamente pericolosi. Per questa ragione, rilanciamo con forza la campagna “Una bandiera dell’Onu per le navi umanitarie”. Quelle navi sono l’unica speranza per migliaia di persone. Vengono criminalizzate da chi, criminale, crea in modo cinico le condizioni per uccidere. Mettere al sicuro quelle navi e quelle Ong, che consideriamo sorelle, parte di noi e di ciò che ogni giorno facciamo, non significa risolvere le questioni dei migranti. Significa semplicemente fare ciò che ogni essere umano dovrebbe fare: salvare vite. Noi ci crediamo, con la certezza di essere nel giusto.

BANDIERA DELL’ONU PER LE NAVI UMANITARIE 

Occorre dotare le navi che fanno soccorso in mare della bandiera dell’Onu. Le Nazioni Unite possono farlo. Occorre cancellare la cosiddetta zona Sar libica, e anche questo può essere fatto dall’International Maritime Organization (IMO).

Il Mediterraneo centrale è la rotta più letale del mondo: dal 2014 oltre 25mila vittime, più di 1.400 quelle del solo 2022. E sono più di 30mila, sempre lo scorso anno, gli uomini, le donne e i bambini profughi e migranti riportati nell’inferno libico da cui avevano tentato di fuggire mettendosi in mare.

Nonostante questa strage silenziosa di vite umane l’Europa e l’Italia continuano a fare muro contro i migranti, anziché fare ciò che il diritto internazionale prevede: mettere in atto ogni sforzo per salvare chi rischia di morire in mare. Non solo. L’Europa e l’Italia continuano anche a criminalizzare e ad ostacolare in tutti i modi chi cerca di soccorrerli, ossia le navi della flotta civile, le uniche presenze impegnate a salvaguardare quegli esseri umani lasciati a sé stessi.

Stiamo, per questo, assistendo a un processo di “criminalizzazione della solidarietà” che espone gli equipaggi, nel caso delle navi umanitarie che operano salvataggi in mare, a vere e proprie persecuzioni con possibili conseguenze giudiziarie.

Per questo, i sottoscrittori di questo appello, coordinati dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, hanno deciso di rivolgersi all’Organizzazione delle Nazioni Unite perché la vita e la dignità degli equipaggi delle navi umanitarie e dei migranti strappati ad una morte sicura in mare, siano tutelati attraverso due azioni da attuare nel più breve tempo possibile.

Leggete, diffondete, firmate e fate firmare l’appello che segue, esteso a tutti i Paesi europei, proposto in forma integrale, che verrà inviato agli organismi competenti dell’ONU (Segretario Generale e Alto Commissariato dei Diritti Umani).

Questo il link per firmare la petizione, aderire, sapere chi ha aderito (associazioni e individui)

da qui

mercoledì 28 luglio 2021

Il Vertice dei padroni del cibo - Silvia Ribeiro

Non possiamo vivere senza mangiare. Il cibo e tutto ciò che lo circonda sono alla base della vita di ogni persona. Il controllo di questo mercato è quindi un obiettivo fondamentale delle imprese transnazionali. Oggi, quattro o cinque grandi aziende agroalimentari controllano più della metà del mercato globale in ogni anello di quella catena industriale. Con la pandemia, è aumentato in modo esplosivo l’afflusso dei giganti della tecnologia e del commercio online, un fatto che ha cambiato le strutture di produzione e i soggetti che controllano produttori e consumatori. Per legittimare questo attacco digitale e biotecnologico al nostro cibo e stabilire nuove normative internazionali (leggi evitare normative e controlli pubblici), è stato concepito il cosiddetto Food Systems Summit, che si terrà a settembre 2021.


Sebbene sia presentato come un vertice delle Nazioni Unite, è stata un’iniziativa del World Economic Forum (detto comunemente Forum di Davos, in cui convergono le più grandi società transnazionali). António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha annunciato nel 2019 la sua realizzazione prima che gli organismi delle Nazioni Unite relativi all’agricoltura e all’alimentazione – come la FAO e il Comitato per la sicurezza alimentare mondiale – ne fossero a conoscenza. Nonostante sia ufficiale, questo vertice sarà un evento pubblico-privato, in cui il settore privato ha più partecipazione e influenza dei co-organizzatori delle Nazioni Unite (si veda: “Nuovo assalto al cibo”).


L’alimentazione non è solo nutrizione, ma è anche un pilastro essenziale dell’organizzazione delle società e delle culture. Per oltre il 99,9% della storia dell’alimentazione umana, il modo in cui il cibo viene ottenuto, prodotto e trasformato è stato diverso e decentralizzato a seconda delle aree geografiche e delle culture, basato su sistemi locali e, per la maggior parte, socialmente ed ecologicamente sostenibile.

Il capitalismo e la sua Rivoluzione Verde (pacchetto tecnologico di semi ibridi e transgenici, macchinari pesanti, agrotossici e fertilizzanti sintetici) insieme alla globalizzazione imposta, sono riusciti a danneggiare in pochi decenni parte di quella realtà millenaria, con un’industria alimentare basata sul profitto, sull’uniformità genetica di piante e animali, con pesanti interventi chimici (agrotossici, conservanti, aromi, addensanti, coloranti, ecc.), e con sempre più elementi sintetici e artificiali. Un’industria che è anche uno dei maggiori fattori di inquinamento dei suoli, dell’acqua e del terreno e che è una causa del cambiamento climatico. Inoltre, è perfino il più grande fattore di produzione di epidemie e pandemie (si veda: “Gestando la próxima pandemia”).


Si tratta di uno dei 10 maggiori mercati industriali globali, un elenco in cui ha occupato tra il primo e il settimo posto nell’ultimo decennio, nonostante questa contabilità tenga conto solo dell’industria e consideri solo parzialmente il cibo che proviene dalle reti contadine, dalla pesca artigianale, dagli orti urbani e dalla raccolta tradizionale, che sono quelli che forniscono cibo al 70% della popolazione mondiale (si veda: “Chi ci nutrirà?. La Rete alimentare contadina a confronto con la Catena alimentare agroindustriale”).


Da alcuni anni, i giganti della tecnologia digitale e le piattaforme di vendita online (come Google, Facebook, Amazon, Microsoft, ecc.) sono entrati nell’agroalimentare. Hanno introdotto programmi di controllo digitale per l’agricoltura (offerti da imprese agroalimentari e produttrici di macchinari, in collaborazione con le imprese tecnologiche) e vari strumenti per questo, come droni e sensori, espandendo e controllando le vendite online, sia tra le aziende che tra i consumatori (si veda: “La insostenible agricultura 4.0” e “Agricoltura 4.0”).

Per queste ragioni, al di là della retorica, gli obiettivi principali di questo Food Systems Summit sono: a) La promozione e il progresso su larga scala dell’industria agroalimentare digitale o agricoltura 4.0, con nuove biotecnologie, sistemi informatici, estrazione e massiccio accumulo di dati relativi alle attività agricole, agli ecosistemi e ai nostri comportamenti alimentari; b) la costruzione di sistemi alternativi di governo in materia agroalimentare, in cui le imprese abbiano il ruolo principale insieme ad alcuni governi: creare sistemi pubblico-privati, emarginando le stesse Nazioni Unite e cercando di eliminare le organizzazioni contadine, indigene, delle donne e dei lavoratori che non si riesce a co-optare; c) stabilire nuovi concetti come quello di “produzione positiva per la natura”, allo scopo di ottenere sovvenzioni e co-optare la produzione biologica qualora se ne possa ricavare profitto, e altri concetti come quello di “soluzioni basate sulla natura” che costituiscono una copertura per aprire nuovi mercati del carbonio in agricoltura e mercati di compensazione per la distruzione della biodiversità.


La Via Campesina e la grande maggioranza dei movimenti contadini, ambientali, agroecologici, delle donne e delle popolazioni indigene di tutto il mondo respingono questo vertice e hanno deciso di svelare le bugie e le manovre connesse (si veda il documento di La Via Campesina: “Un Summit sotto assedio”). Ancora più grave è il fatto che, mentre il mondo è ancora in una situazione di pandemia, il sistema agroalimentare industriale che il Vertice intende portare avanti è uno dei fattori chiave nella generazione di epidemie. Pertanto, si terrà un contro-vertice alla fine di luglio, in cui una grande varietà di organizzazioni e comunità presenterà le realtà e le proposte di cui abbiamo bisogno per nutrire tutti, con giustizia e cura per l’ambiente.

******

Fonte: “Cumbre de los dueños de la alimentación”, in La Jornada, 03/07/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando

da qui

lunedì 23 novembre 2020

Documentare e divulgare i danni ambientali causati dai conflitti armati - Elena Camino

 

Del Conflict and Environment Observatory (CEOBS) – Osservatorio su Conflitto e Ambiente –  ho già fatto cenno in un recente articolo  a proposito del degrado ambientale nei territori palestinesi.

Questo Osservatorio è nato nel 2018 (dopo alcuni anni di esperienze e ricerche con il Progetto Toxic Remnants of War Project, che intendeva mettere in luce i danni ambientali causati da guerre e le loro conseguenze sulle comunità umane.) con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e la comprensione delle conseguenze umane e ambientali dei conflitti e delle attività militari, e con l’intenzione di contestare l’idea che l’ambiente sia una ‘vittima silenziosa’ dei conflitti armati.  Il sito di CEOBS mette a disposizione i risultati delle sue ricerche perché diventino una risorsa per studiosi, politici, attivisti, giornalisti interessati alle dimensioni ambientali dei conflitti armati.  CEOBS collabora con istituzioni internazionali, società civili, università ecc. non solo per documentare e diffondere dati sui danni ambientali, ma per contribuire all’istituzione di leggi che possano contribuire a ridurre i danni umani e ambientali conseguenti ai conflitti e a promuovere forme di assistenza alle comunità colpite.

Dichiarazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Il 13 ottobre scorso durante una riunione della Prima Commissione dell’Assemblea Generale dell’ONU, il Direttore del CEOBS, Doug Weir, rilasciò una dichiarazione che riassumo qui di seguito.

L’ambiente globale – egli affermò – sta vivendo molteplici crisi: climatica, di biodiversità, di inquinamento. è responsabilità dei cittadini, degli stati, delle istituzioni agire per affrontare questa situazione. La Prima Commissione dell’ONU non fa eccezione. I conflitti armati non solo provocano danni persistenti all’ambiente, ma creano e sostengono condizioni in cui il danno ambientale prosegue inavvertito: danno che contribuisce a peggiorare le crisi globali, mettendo a rischio salute, sussistenza, sicurezza. In altri settori del sistema ONU l’attenzione all’ambiente, alla pace e alla sicurezza è elevata: non altrettanto in questa Commissione.

Molti di voi menzionano gli ordigni nucleari, qualcuno cita anche i danni ambientali, ma non è chiarito in dettaglio in che modo l’uso di tali armi scardinerebbe il clima, la disponibilità di acqua, la sicurezza alimentare, creando sofferenze a milioni di persone.

E mentre continuano gli sforzi politici per dichiarare fuori legge le armi esplosive, quanti addurrebbero come motivo valido per abolirle i rischi ambientali acuti e cronici causati da tali armi, che colpendo impianti industriali e civili produrrebbero milioni di tonnellate di rifiuti tossici per l’ambiente?

Qualcuno collega forse la proliferazione di armi leggere con la biodiversità in declino? Eppure la facilità con cui ci si può procurare armi nelle aree di conflitto, e la loro diffusione altrove, è tra le cause della decimazione dei grandi mammiferi, e dell’aumento del bracconaggio contro la vita selvatica.

Sarà possibile un cambio di prospettiva tra i donatori e gli stati che subiscono gli effetti dei residuati bellici esplosiviancora presenti?  Migliaia di metri quadri di terra vengono bonificati ogni anno, e restituiti alle comunità locali perché possano nuovamente utilizzarli:  non si potrebbero abbinare le opere di sminamento con progetti di gestione delle terre indirizzati a proteggere il clima e la biodiversità?

Le crisi ecologiche che stiamo vivendo rendono sempre più cruciale la necessità di prevenire i danni ambientali durante i conflitti. Le delegazioni dei vari paesi accoglieranno di buon grado le nuove linee guida per i militari messe a punto dal Comitato Internazionale della Croce Rossa? Per quanto le leggi internazionali siano ancora inadeguate, le linee guida costituiscono una buona base di partenza per un corretto comportamento dei militari.

Infine – conclude Doug Weir – è importante mettersi in relazione con altri settori, e rendere esplicite le connessioni: per esempio, tra la Convenzione sulla Diversità Biologica e il Trattato sul commercio delle Armi; tra la Convenzione per combattere la Desertificazione e il Trattato per il Bando delle Mine.

Difficoltà e pericoli per l’agricoltura in Yemen

Una ricerca svolta dai membri del CEOBS e pubblicata a ottobre 2020 fornisce dati significativi sull’effetto devastante che hanno le guerre nella vita produttiva di un Paese, di una popolazione. 275.000 ettari di terreni agricoli in Yemen presentano segni di  sofferenza, con raccolti perduti e ridotta sicurezza alimentare: si tratta di una superficie circa equivalente all’estensione totale di terreni agricoli disponibili in Giordania o in Libano. Sono colpite soprattutto le aree meridionali e gli altipiani nel Nord.

Le cause sono complesse, ma molte sono riconducibili alla presenza di conflitti: attacchi diretti alle fattorie e alle infrastrutture, spostamenti di popolazioni  causate dall’insicurezza, ridotto accesso all’acqua e alle sementi  causato dalla guerra; eventi climatici estremi  e conseguente impossibilità delle agenzie a frenare le invasioni di parassiti. Si pensi  per esempio ai danni inferti dagli sciami di locuste in tutta la zona del Corno d’Africa e dell’Asia occidentale, sciami che non sono stati adeguatamente controllati proprio in Yemen perché inaccessibili a causa della guerra. 

La mappa illustra la situazione dei vari distretti del Paese, in cui si segnalano perdite e danni dal 37% al 57% dei territori agricoli.

 

Analisi delle cause

L’agricultura costituisce la base dell’economia e della cultura Yemenita. Le valutazioni eseguite sui cambiamenti ambientali evidenziano che la maggior parte dei fattori di sofferenza  e degrado sono legati alla presenza di conflitti armati, che in molti casi amplificano situazioni critiche già preesistenti (per esempio sugli accessi all’acqua).

Nello Yemen non c’è sicurezza alimentare, e molti yemeniti si trovano in condizioni critiche e soffrono la fame. è quindi essenziale che vengano prese misure urgenti per frenare il degrado del settore agricolo. Inoltre la pandemia da COVID-19 ha ridotto l’assistenza umanitaria, impedendo l’accesso e riducendo le donazioni. Proteggere e ripristinare il settore agricolo in Yemen in modo che sia economicamente, ambientamente e culturalmente sostenibile è cruciale. Nel Report pubblicato sono indicate in dettaglio le aree agricole in difficoltà, e sono messe in relazione con la presenza del conflitto armato.

In questo momento la situazione appare particolarmente difficile per il sovrapporsi di vari elementi negativi: oltre alla guerra in corso, ci sono ancora gli effetti degli sciami di locuste, delle alluvioni, danni cumulativi,  e la mancata assistenza umanitaria, bloccata dalla presenza del virus.

Non appena sarà garantito un minimo di sicurezza, chi realizzerà i programmi di recupero agricolo dovrà garantire che siano sostenibili dal punto di vista ambientale, e che possano fornire maggiore produttività, sicurezza alimentare e mezzi di sussistenza sicuri.

da qui

giovedì 10 ottobre 2019

Clima non significa meteo - Christian Rocca



Siamo in quel momento dell’anno in cui quelli che fino a ieri negavano i cambiamenti climatici perché sentivano insolitamente freddo, acrobaticamente si apprestano a sfottere quelli che si lamentano dell’arrivo del caldo torrido con la motivazione scientifica «è estate, è ovvio che faccia caldo». Sono gli stessi che confondono il meteo con il clima, ma in realtà ormai sappiamo quasi tutto dei cambiamenti climatici causati dal surriscaldamento terrestre e dei rischi che corre il pianeta, nonostante i negazionisti e i fatalisti alla Casa Bianca e su Twitter non facciano mancare all’opinione pubblica la versione meno catastrofista, con argomentazioni che confinano con quelle dei NoVax e degli appassionati di ufologia.
Da una parte ci sono gli scienziati, i rapporti delle Nazioni Unite, l’ultimo dei quali sostiene che il mondo è sempre più a rischio di un “apartheid climatico” dove i ricchi pagano per fuggire da caldo e fame causati dal surriscaldamento terrestre mentre il resto del mondo soccombe al punto che, si legge, «i diritti umani potrebbero non sopravvivere al prossimo sconvolgimento radicale». Ci sono anche gli accordi internazionali per limitare le emissioni di carbone, l’industria automobilistica che si ripensa, la mobilitazione globale dei ragazzi guidati dalla svedese Greta Thunberg, i successi dei partiti ecologisti alle elezioni europee e la consapevolezza delle nuove generazioni che considerano il climate change la sfida urgente del nostro tempo. Sul fronte opposto, invece, ci sono le relazioni di altri scienziati o presunti tali, il girarsi dall’altra parte dei Paesi in via di sviluppo e dei regimi autoritari e ora anche la rumorosa leadership di Donald Trump e dei governi populisti.

Il settimanale britannico Economist, una delle voci più ascoltate nel mondo del business e dei mercati azionari, un’istituzione giornalistica non sospettabile di seguire mode e tantomeno ideologie anticapitaliste, ha introdotto un altro tema: secondo il magazine inglese, i cambiamenti climatici causano guerre e aumentano la possibilità che si verifichino rivolte e massacri. L’Economist non arriva a dire che la guerra in Siria o il genocidio in Darfur siano una diretta conseguenza del surriscaldamento terrestre, perché nessun conflitto armato può scoppiare senza qualcuno in carne e ossa che dia ordini ai generali e alle truppe, e certamente i fattori scatenanti i conflitti sono molteplici, dalla povertà alle differenze etniche, dal fondamentalismo religioso all’approvvigionamento delle materie prime, ma il magazine sostiene che gli storici saranno in grado di stabilire che i cambiamenti climatici avranno reso le guerre più probabili di quanto sarebbero state senza il global warming.
La tesi del settimanale è che «i cambiamenti climatici causano sconvolgimenti ambientali che destabilizzano intere regione e aumentano il rischio di spargimento di sangue». Quello che è successo durante il Consiglio Artico del 6 maggio ha destato la preoccupazione anche di un altro organo di stampa serio e non sospettabile di anticapitalismo come Bloomberg Businessweek. Entrambi i settimanali anglosassoni hanno letto il rifiuto americano, esplicitato dal Segretario di Stato Mike Pompeo, di firmare una dichiarazione comune per il solo fatto che conteneva un riferimento agli effetti del surriscaldamento terrestre, come un momento simbolico del rischio che stiamo correndo: mentre le calotte polari si restringono, la Russia e i Paesi Nato stanno rinforzando la loro presenza militare, così come la Cina sta costruendo una rompighiaccio nucleare. Pompeo, a nome degli Stati Uniti, ha denunciato il comportamento aggressivo dei russi e la questione, spiega l’Economist, diventerà sempre più pericolosa nel momento in cui il mitico Passaggio a Nord-Ovest, per effetto dello scioglimento dei ghiacciai, si aprirà ancora di più alle flotte commerciali e magari quando nelle sue acque saranno scoperti giacimenti di minerali di valore che apriranno una sicura contesa internazionale dagli esiti inimmaginabili.
Ma se tra le grandi potenze prevale ancora l’idea che nessuno può permettersi di far scoppiare una guerra nucleare globale, poiché non ci sarebbero vincitori ma solo l’inevitabile distruzione collettiva, il rischio vero dei cambiamenti climatici si può valutare nel sud del mondo, nelle zone desertiche già infestate da carestie, siccità e guerre civili. «Alcune cose sono chiare – scrive l’Economist – l’effetto serra aumenta in alcune regioni la frequenza e l’intensità di siccità e alluvioni. Le piogge stagionali e i monsoni stanno diventando più variabili e meno prevedibili, mentre alcune aree diventano aride, gli abitanti sconfinano in terre tradizionalmente coltivate o usate per pascolo da altri. Scoppiano conflitti, alcuni dei quali sono già diventati violenti, specialmente nel Sahel, una grande striscia d’Africa sotto il Sahara».
Le tensioni causate dai problemi ambientali hanno già un impatto sugli storici e violenti conflitti in Burkina Faso, Chad, Camerun, Mali, Niger, Nigeria e Sudan del sud e più aumenta la temperatura terrestre più queste dispute rischiano di diventare comuni. La storia racconta molti esempi di caos civile provocato dai cambiamenti climatici ma, restando nell’attualità, secondo alcuni rapporti accademici degli ultimi anni anche il conflitto siriano, tra il 2012 e il 2015, ha avuto come catalizzatore il surriscaldamento terrestre. Sarebbero state le emissioni umane nell’atmosfera a peggiorare la siccità nella regione che, di conseguenza, ha causato la migrazione di massa dalle campagne alle città e che poi ha portato alle tensioni e alla guerra civile e, infine, all’esodo di massa dei migranti siriani verso l’Europa.
Il problema è serio, ma l’urgenza di intervenire è avvertita solo dalle nuove generazioni, non dai leader attuali, figuriamoci dall’inquilino della Casa Bianca, e non si vedono all’orizzonte soluzioni serie e all’altezza della sfida. Il rischio è che si entri nella spirale tragica di un numero maggiore di conflitti provocati dai cambiamenti climatici, di conseguenti guerre che rendono le regioni poco sviluppate ancora più povere e di una povertà diffusa che rende più probabile ulteriori guerre. Meglio occuparsi di previsioni del tempo, no?


sabato 7 gennaio 2017

Per le vittime del colera ad Haiti le scuse dell’Onu non bastano - Marina Forti


 

Nel mondo è passato inosservato il discorso pronunciato il 1 dicembre dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ormai alla fine del suo mandato. Non così a Haiti: quel giorno un centinaio di persone si è raccolto davanti alla sede di una piccola organizzazione per i diritti umani per ascoltarlo in diretta streaming, e molti hanno festeggiato. Quello che hanno sentito era un raro discorso di scuse per l’epidemia di colera scoppiata nell’isola caraibica nel 2010.
“Non abbiamo fatto abbastanza riguardo al colera e alla sua diffusione a Haiti”, ha detto Ban Ki-moon davanti all’assemblea generale dell’Onu, parlando prima in creolo haitiano, poi in francese e infine in inglese. “Siamo profondamente dispiaciuti del nostro ruolo”, ha affermato.
Per la prima volta l’Onu, per bocca del suo massimo rappresentante, ammette di aver avuto un ruolo nell’epidemia che ha ucciso quasi diecimila haitiani in pochi anni (ma forse sono molti di più), e questa è in sé una notizia: per ben sei anni l’Onu aveva negato ogni responsabilità. Ban Ki-moon ha voluto pronunciare queste scuse prima di concludere il suo mandato, come per ripulire la sua reputazione (dal primo gennaio è formalmente insediato il suo successore, il portoghese Antonio Guterres, già alto commissario dell’Onu per i profughi). Nel suo discorso ha però sorvolato su chi o cosa abbia provocato quell’epidemia. Eppure a Haiti, uno dei paesi più poveri dei Caraibi, il colera è arrivato proprio con le Nazioni Unite.
Sul momento nessuno capì cosa l’aveva ucciso, e tutti continuarono a lavarsi i denti e a fare il bucato nel fiumiciattolo contaminato
I fatti sono ormai accertati. Il primo caso di colera a Haiti si è manifestato nell’ottobre del 2010 presso Mirebalais, sulle colline centrali, in una borgata vicina all’accampamento che ospitava 454 caschi blu appena arrivati dal Nepal. Haiti stava cercando di riprendersi dal disastroso terremoto di alcuni mesi prima, e la già debole infrastruttura sanitaria era al collasso. Dall’accampamento dell’Onu l’acqua di scarico defluiva nel vicino fiume Meille, che l’intera borgata usava per lavarsi.
Un giorno un uomo di 38 anni è stato colto da un attacco di diarrea fulminante, e nel giro di poche ore è morto. Sul momento nessuno capì cosa l’aveva ucciso, e tutti continuarono a lavarsi i denti e a fare il bucato nel fiumiciattolo contaminato. In Nepal allora era in corso un episodio di colera, che del resto è endemico nel paese himalayano: ma questo gli abitanti delle colline centrali di Haiti non lo potevano sapere. Gli operatori sanitari sanno che il contagio del colera passa attraverso le feci e l’acqua, ma i caschi blu non devono averci pensato.
Il contagio è stato rapido e virulento. Nel giro di 17 mesi oltre mezzo milione di haitiani si sono ammalati e oltre settemila sono morti di colera. Passata la fase acuta dell’epidemia la mortalità è calata; il colera però non è mai stato debellato e il conto ufficiale si attesta ora su 9.200 morti. Su una popolazione totale di dieci milioni di persone è impressionante. E poi tutto lascia pensare che il bilancio sia più alto. I conteggi ufficiali si basano sui registri degli ospedali pubblici, ma molte vittime non ci sono mai arrivate. In seguito Medici senza frontiere ha rifatto i calcoli e suggerisce che almeno per i primi sei mesi dell’epidemia il conto dei morti sia da moltiplicare per tre (lo studio di Msf è stato pubblicato nel marzo del 2016 sul giornale del Center for disease control and prevention degli Stati Uniti, considerato tra i massimi centri di controllo delle malattie infettive).
Amara ironia. Haiti è passata negli ultimi vent’anni attraverso rivolgimenti politici violenti e disastri più o meno naturali, sconta una devastazione ecologica senza pari e una povertà schiacciante. Già prima del terremoto solo una piccola parte della popolazione aveva accesso ad acqua corrente e fognature. Ma almeno un flagello era assente: da almeno mezzo secolo non c’era notizia di colera. Paradossale che sia arrivato proprio con i caschi blu, mandati dall’Onu nel 2004 per pacificare il paese, e rimasti da allora nel paese.
Eppure, quando nel 2011 un gruppo di cittadini haitiani ha chiesto risarcimenti, la delegazione dell’Onu ha semplicemente definito “irricevibile” la richiesta. Includere il colera nei programmi di assistenza umanitaria, sì. Ammettere una responsabilità, no.
Critiche e proteste
Cosa ha spinto il segretario generale Ban Ki-moon, dopo ben sei anni, a presentare le sue scuse agli haitiani? Forse che la sua posizione era ormai insostenibile. A Haiti le proteste si susseguono da anni, manifestazioni davanti agli uffici locali dell’Onu, dimostrazioni agli accampamenti dei caschi blu. Un gruppo di avvocati haitiani per i diritti umani, il Bureau des avocats internationaux, ha organizzato cause legali per far valere il diritto delle vittime a risarcimenti materiali.
Le critiche circolano ormai anche all’interno all’organizzazione internazionale. L’8 agosto 2016 uno dei consulenti legali delle Nazioni Unite ha consegnato a Ban Ki-moon un rapporto che definiva “una vergogna” l’operato dell’organizzazione a Haiti (il documento è poi trapelato al New York Times). Il giurista Philip Alston, special rapporteur sulla povertà estrema, in quel documento affermava che l’atteggiamento dell’Onu sul colera a Haiti è “moralmente inconcepibile, legalmente indifendibile e politicamente controproducente”. L’epidemia “non sarebbe scoppiata senza l’azione delle Nazioni Unite”, che però hanno rifiutato di riconoscere l’evidenza, cioè che il contagio ha avuto origine dallo scarico del campo dei caschi blu.
L’Onu non ha neppure dato seguito alle sue promesse di assistenza, constatava Alston nel suo rapporto. Nessun progetto di infrastrutture idriche, acquedotti o fognature è stato completato negli anni successivi, due impianti di depurazione delle acque costruiti in tutta fretta dopo l’inizio dell’epidemia hanno smesso di funzionare molto presto per mancanza di fondi. (Da un altro rapporto interno all’Onu, citato dal New York Times, risulta addirittura che nel 2014, due anni dopo l’inizio dell’epidemia, gli accampamenti dei caschi blu continuavano a riversare gli scarichi nei corsi d’acqua).
Il giurista concludeva che un tale atteggiamento “mina sia la credibilità dell’Onu in generale, sia l’integrità dell’ufficio del segretario generale”.
Di fronte a tante pressioni, nell’agosto del 2016 per la prima volta l’ufficio di Ban Ki-moon ha parlato di “coinvolgimento” nella faccenda del colera. “L’Onu ha maturato la convinzione che deve fare molto di più circa il suo coinvolgimento nell’epidemia e nella sofferenza di quanti sono stati contagiati”, ha dichiarato il portavoce del segretario generale, Farhat Haq.
Infine sono arrivate le scuse: ci sono voluti sei anni. Per questo festeggiavano, nell’ufficio della piccola organizzazione per i diritti umani: “Per molte vittime del colera, le parole di Ban Ki-moon sono suonate come un primo passo verso un po’ di giustizia”, dice Beatrice Lindstrom, avvocata presso l’Institute for justice and democracy in Haiti (Ijdh), che ha sede a Boston e lavora insieme al gruppo di giuristi haitiani. “La prima richiesta delle vittime, ripetuta in tante proteste e petizioni, era proprio questa: delle scuse formali. Ora però restano le altre due richieste, assistenza materiale alla popolazione colpita, e serie misure per debellare il colera”.
Ora è il momento di dare seguito concreto alle promesse di assistenza materiale alle vittime
In effetti, per recuperare il suo ritardo l’Onu ha presentato in settembre un nuovo piano per affrontare il colera a Haiti, un “pacchetto” in due fasi da finanziare ciascuna con 200 milioni di dollari. La prima include opere di infrastrutture sanitarie e di “eradicazione” del colera, la seconda parla di “assistenza materiale” alle persone toccate dall’epidemia. Questa seconda fase resta in realtà molto vaga, Ban ha parlato di istruzione e piccoli progetti sociali, da definire in consultazione con “le comunità, le vittime e le loro famiglie”.
“Se funzionasse, un piano simile sarebbe sicuramente una riparazione materiale alle vittime e a tutta la società haitiana”, osserva Lindstrom (che ho raggiunto al telefono). “Ma bisogna che venga davvero finanziato”. E questo è il punto debole: il piano di “assistenza materiale” alle vittime del colera non ha ancora trovato finanziatori. Piani di carattere straordinario come questo dipendono dai paesi “donatori” (a meno che gli stati accettino di farlo rientrare nei contributi ordinari, quelli obbligatori).
D’altra parte, Ban Ki-moon ha scelto con molta cura le sue parole in quel discorso di scuse: responsabilità morale, “coinvolgimento”, “non abbiamo fatto abbastanza”. Ma non ha ammesso che l’epidemia è stata provocata dai caschi blu. Nulla che possa rinviare a una responsabilità tangibile, tanto meno a un danno da riparare: mai usato la parola “risarcimenti”.
“È vero, il segretario generale non ha ancora ammesso che l’Onu ha portato il colera a Haiti. Però ha dato segno di un’assunzione di responsabilità che finora mancava”, osserva Beatrice Lindstrom. “Ora è il momento di dare seguito concreto alle promesse di assistenza materiale alle vittime”.
Questo però resta molto ipotetico. Nel 2011 l’Onu aveva annunciato alcune riparazioni, poi aveva rifiutato di dar seguito alla promessa “senza neppure dare una spiegazione”, spiega l’avvocata. È allora che gli avvocati haitiani e i colleghi di Boston hanno cominciato a rivolgersi ai tribunali degli Stati Uniti a nome di cinquemila cittadini haitiani che chiedono risarcimenti: ma in agosto la magistratura statunitense non ha accettato di considerare la causa, dichiarando che l’Onu gode di immunità legale. “Noi accettiamo il fatto che l’Onu abbia immunità rispetto ai tribunali nazionali. Ma nei suoi regolamenti contempla accordi extragiudiziari per concordare eventuali riparazioni, e nel caso di Haiti è venuta meno a questo suo obbligo”.
Nel suo documento, Alston scriveva che bisogna riconoscere risarcimenti alle vittime del colera, non semplici aiuti umanitari. Ma è proprio quello che l’Onu cerca di evitare.