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martedì 19 aprile 2022

Ma che ci faccio io qui? - Guido Viale

 

L’adolescenza è l’età dell’angoscia: ci si chiede qual è il senso della vita – non tanto della vita in generale, della vita degli altri, ma della propria. Che cosa ci faccio io qui? Una domanda che costituisce il lato creativo dell’esistenza umana, ma una risposta definitiva non c’è. Spesso, quella domanda, si cerca di dimenticarla: le distrazioni non mancano (e alcuni ne hanno più di altri), ma l’angoscia non rinuncia quasi mai a riaffiorare. Bisogna raggiungere una certa età perché i modi con cui la si mette a tacere si consolidino in abitudini che la ottundano. Ma niente mette al sicuro dalla sua ricomparsa, spesso con scompensi drammatici.

Ne ho patito, come credo tutti, e in maniera intensa, nella mia adolescenza, in forma solitaria e individuale e poi di nuovo, in forma collettiva e condivisa, negli anni della mia partecipazione al movimento degli studenti e poi all’incontro con gli operai di Mirafiori e di altre fabbriche sparse per l’Italia, tra la fine degli anni ‘60 e i primi ’70. Sono stati un movimento e un’epoca radicali proprio perché, prima ancora di formulare delle rivendicazioni, o di analizzare i rapporti di forza, la domanda tacita che faceva di noi un vero movimento era quella: che ci facciamo noi qui? L’adolescenza era passata per tutti e tutte, ma la sensazione di ritrovarsi proiettati o “gettati” in un contesto non abituale, non prevedibile, non come “avrebbe dovuto essere”, associava alla meraviglia della scoperta l’angoscia di scelte decisive per le nostre vite, qualsiasi strada si sia poi imboccata.

Oggi Greta Thunberg, con la sua ostentata adolescenza, la sua angoscia per le sorti dell’umanità, ma prima ancora per la sua – a che serve studiare se non ho futuro, se ci rubate il futuro? – è tornata a rendere pubblico quell’insopprimibile sentire dell’adolescenza. I suoi coetanei di tutto il mondo ne hanno colto il senso e ne hanno fatto le basi di un movimento globale. Certo, Greta sa tutto e dà lezioni a tutti sulla crisi climatica, anche se nel mondo adulto pochi la stanno a sentire. L’hanno omaggiata per più di un anno per tacitare la loro cattiva coscienza; adesso, “grazie” al covid e alla guerra, se ne possono dimenticare. Ma per i suoi coetanei, che l’angoscia la frequentano ancora, non è così. La domanda “che ci faccio io qui?” continua a incalzarli e conta più delle verità scientifiche di cui pure sono convinti cultori. Non è (solo) una domanda sul futuro. E’ soprattutto una domanda sul presente, sul proprio posto nel mondo. Per questo anche chi non ha più la loro età, né molto futuro davanti a sé, può sentirsene coinvolto: che ci faccio io qui?

Saperci sull’orlo di una catastrofe irreversibile, documentata da tutti gli scienziati del clima, non basta a far cambiar rotta ai governi: è cinquant’anni che se ne parla, trent’anni che fanno a gara nel sottrarsi agli impegni periodicamente ribaditi nelle loro inutili conferenze sul clima. Se anche solo dieci anni fa avessero presa sul serio la transizione energetica, invece di usare quel tempo per prepararsi alla guerra, oggi non si ritroverebbero a finanziare, pagandogli il gas, la guerra di Putin, e a ricoprire di armi gli ucraini perché lo combattano. E ora la guerra in Ucraina – quelle in altri paesi non le avevano mai nemmeno prese in considerazione – offre loro il destro per fare marcia indietro su tutto quello che avevano finto di accettare: la fine di carbone, petrolio, metano, nucleare, OGM, fertilizzanti e pesticidi sintetici, ecocidio, corsa alle armi, ingiustizie; le vere poste in gioco di questo tornante epocale.

E cercano di coinvolgere tutti, e soprattutto i giovani, in queste loro scelte: il problema è vincere questa guerra, non quello di fermare la crisi climatica, la distruzione dell’ambiente, l’aumento delle diseguaglianze. Quello verrà dopo… Lo strumento principale di questa operazione è l’esibizione delle sofferenze indicibili della guerra, a cui non si può essere indifferenti, ma anche la paura di perdere il poco o il tanto che si ha. La risposta che meritano non può che nascere da un’autentica crisi adolescenziale che faccia riaffiorare tra tutte e tutti l’angoscia di un interrogativo radicale sul nostro posto nel mondo. Perché, mano a mano che i problemi messi al centro del discorso pubblico dai media si succedono e si aggravano – dalle migrazioni al covid, dal covid alla guerra, dalla guerra alla stagnazione – diventa sempre più chiaro che si tratta di altrettante facce – a cui non si può correre dietro una a una – di un problema molto più generale: il fatto che le strutture sociali che nessuno di noi si è dato, ma che siamo tutti e tutte costretti a subire, ci stanno avvicinando al capolinea. Che prima o dopo ci costringerà, quale che sia il genere, l’età o la collocazione sociale, a tornare a chiederci: che ci faccio io qui? Solo una grande crisi adolescenziale del genere ci può portare a mettere al centro del nostro agire l’impegno a perseguire una conversione ecologica radicale.

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sabato 2 ottobre 2021

Greta Thunberg a Milano: “Politiche sul clima solo bla bla bla, dai cosiddetti leader solo bla bla bla” – L’intervento integrale dell’attivista

 

Un intervento duro ma che guarda al cuore del problema: finora tante parole, ma pochi fatti. Greta Thunberg a Milano, all’apertura della conferenza dei giovani sul clima, Youth4Climate, davanti al ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani, al primo cittadino Beppe Sala e a tanti attivisti, ha detto la sua sulla crisi climatica e sulle politiche sul clima. “Il cambiamento climatico non è solo una minaccia, ma soprattutto un’opportunità per creare un pianeta più verde e più sano”, ha esordito la giovane attivista. “Quando parlo di cambiamento climatico cosa vi viene in mente? Io penso ai posti di lavoro, ai lavori verdi, ecologici – ha continuato – dobbiamo trovare una transizione senza traumi, perché non c’è il piano B, non c’è il piano bla bla bla. Qui non stiamo parlando semplicemente di un costoso e politicamente corretto green washing bla bla bla, green economy bla bla bla, net zero al 2050 bla bla bla. Non si può andare avanti con il bla bla bla. È tutto quello che sentiamo dai nostri cosiddetti leader politici. Parole che sembrano bellissime ma per ora non hanno portato ad alcuna azione”. Trent’anni, secondo Greta Thunberg, di parole, “di bla bla bla”. “E dove siamo?”, si chiede l’attivista.

 “La crisi climatica è sintomo di una crisi di più ampio respiro, la crisi sociale della ineguaglianza, che viene dal colonialismo – ha detto ancora Greta -. Una crisi che nasce dall’idea che alcune persone valgono più di altre e quindi hanno diritto di sfruttare e derubare altri della loro terra e risorse”. Secondo la giovane attivista, oggi “andiamo ancora nella direzione sbagliata”. “I nostri leader non agiscono volutamente, e questo è un tradimento – ha attaccato ancora Greta – Non possono dire che lo fanno, perché continuano ad aprire miniere di carbone e a sfruttare giacimenti, senza aumentare i fondi ai paesi vulnerabili”. Poi l’affondo: “Selezionano giovani come noi facendo finta di ascoltarci, ma non è vero. È chiaro che non ci stanno ascoltando, non ci hanno mai ascoltati”. La tendenza però “può essere invertita”, secondo l’attivista “è ancora possibile”. “La speranza non è un qualcosa di passivo, non è un bla bla bla, ma vuol dire verità, vuol dire agire, e la speranza viene sempre dalla gente”.

Al termine dell’intervento, Greta ha incitato i giovani presenti: “Cosa vogliamo?”, ha gridato. “Giustizia climatica”, hanno risposto i giovani attivisti”. “E quando la vogliamo?”. “Ora”.

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martedì 27 luglio 2021

La falsa lotta per il clima di politici, finanzieri e grandi industriali - Guido Viale

 

Greta Thumberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice austriaco sul mondo promosso da Arnold Schwarzenegger, con Frau Merkel, Antonio Guterres ed altri. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, ha spiattellato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare esattamente l’opposto: la loro “lotta per il clima” serve solo a mascherare e giustificare la continuazione di una politica fondata sui fossili, cercando nuove occasioni di business.

Questa accusa coglie in pieno anche il PNRR italiano, il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione – e il confronto, dove c’è – intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il PNRR, bensì con un fondo, detto “fondone”, che Draghi ha fatto aggiungere, a debito, ai fondi, anch’essi a debito, del PNRR, per «non lasciare indietro nessuno»: in questo caso le lobby del cemento). D’altronde, non è stato forse il Senato italiano, forte delle sue competenze, a votare, anni fa, che il cambiamento climatico non esiste?

Tra le parole senza fatti o, meglio, con fatti che le contraddicono, di cui parla Greta, spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ora, se transizione ecologica significa – e non può significare altro; se no, verso che cosa mai si transita? – un cambiamento radicale, a partire dall’abbandono del presupposto su cui si basa tutto lo stato di cose attuale, cioè il mito fasullo e letale della “crescita” (che altro non è che accumulazione del capitale), è evidente che essa non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica (e del Governo che ne fa proprie le finalità) avrebbe dovuto essere, quindi, il lancio di una grande campagna di informazione: sul perché di questa svolta, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un confronto generale (non era certo tale la kermesse organizzata a suo tempo dal secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che ci troviamo di fronte: sia a livello planetario che a livello locale; ciascuno a fare i conti nel proprio territorio con la realtà in cui è inserito e in cui può operare. Le dimensioni del problema sono d’altronde tali che non si può sperare di ottenere dei risultati – se si vogliono veramente ottenere – che procedendo così. E se il Governo non lo fa, la prima conseguenza da trarre è che di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra.

Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto) ecc.

Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).

E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il PNRR evita accuratamente), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma da basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord), per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di CO2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la CO2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte?

da qui

giovedì 25 febbraio 2021

Fermiamo il trattato UE-Mercosur!

 

L’Amazzonia chiama, il mondo risponde: fermiamo il trattato UE-Mercosur

 

Indigeni, Sem Terra, Greta con i FFF e i movimenti italiani incassano il supporto di sindacati e Parlamento Ue, rilanciando la mobilitazione contro l’accordo commerciale che minaccia l’Amazzonia e l’agricoltura europea

Domani e il 26-27 febbraio i movimenti indigeni, il Movimento Sem terra, i Fridays for future e tutte le campagne per la giustizia economica, climatica e sociale, come, in Italia, la Campagna Stop TTIP Italia lanciano azioni online per ottenere dalla Commissione europea e dai governi dell’area Mercosur – Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay – di rinunciare al trattato di liberalizzazione commerciale EU-Mercosur che mette a rischio l’esistenza stessa della foresta amazzonica e il suo ruolo insostituibile d polmone verde del pianeta.

Joao Pedro Stedile, leader del Movimento Sem Terra Brasiliano ha chiesto, in un accorato appello ai cittadini di Italia, Spagna e tutta Europa di “unire le forze contro una mossa delle grandi corporation europee e multinazionali, che condanneranno i cittadini d’Europa a mangiare porcherie piene di veleni, e noi popoli dell’America del Sud perderemo le nostre risorse naturali e il lavoro”.

I movimenti indigeni e i Fridays for Future lanceranno con un tweetstorm ripetuto domani 19 febbraio e il 26 febbraio ai capi di Governo dei Paesi Ue e alla Commissione la due giorni di mobilitazioni online “El Grito de la Selva: Voces de la Amazonía”. L’iniziativa è organizzata dall’Asamblea Mundial por la Amazonía con la partecipazione di rappresentanti della Coordinadora de Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica (COICA), la Red Eclesial Panamazónica (REPAM) e il Foro Social Panamazónico (FOSPA) insieme a attivisti, scienziati e alleati a Sud e a Nord nel Mondo[2].

I giovani di Fridays for Future dell’area amazzonica, ma anche in Italia, lanciano l’attività con un video[3] in cui Greta Thumberg interviene, insieme alla leader indigena Sonja Guyara e a giovani attiviste e attivisti delle due sponde dell’oceano, denunciando che “l’Amazzonia brucia di nuovo, dobbiamo proteggerla, impedire che vada in cenere il nostro futuro: questa è una battaglia che dobbiamo vincere, e dobbiamo vincere insieme”.

L’attenzione rispetto al trattato sta crescendo ora dopo ora, e il supporto all’azione della campagna internazionale s fa sempre più rilevante.

I sindacati europei (ETUC) e del Cono Sud (CCSCS) hanno scritto una dichiarazione comune contro il trattato, in cui annunciano la creazione di un “Forum del lavoro” congiunto con il quale chiedono a Commissione Ue e Governi del Mercosur di “rinegoziare da capo l’Accordo perché allo stato non presenta sufficienti garanzie sul rispetto dei lavoratori e del commercio intra-Mercosur, fondamentale volano di sviluppo dell’area”[4].

Anche i gruppi parlamentari europei Verdi e Gue, compresi gli italiani, hanno scritto al Governo Portoghese, presidente di turno dell’Unione, e alla Commissione chiedendo formalmente di riaprire la trattativa: “Importanti preoccupazioni per l’accordo UE-Mercosur provengono non solo da organizzazioni ambientaliste, popolazioni indigene ed esperti, ma anche da molti capi di Stato e parlamenti. Così com’è, l’accordo porterà a un aumento significativo della deforestazione nella regione del Mercosur. Esiste un ampio consenso scientifico e politico sulla necessità di integrare pienamente gli obiettivi ambientali e sociali al centro dell’accordo e il Parlamento europeo ha dichiarato che l’accordo non può essere ratificato nella sua forma attuale”, constatano nella missiva[5].

“In un momento in cui la crisi climatica e sociale è più grave che mai, per noi è del tutto inaccettabile che si propongano ricette economiche e commerciali improntate all’abbattimento di regole e controlli su prodotti e metodi di produzione devastanti per gli ecosistemi e le comunità – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop EU-Mercosur, che in Italia coordina associazioni ambientaliste, sindacati, organizzazioni contadine, produttori e comitati locali – L’Italia, che opera nell’area con oltre 500 aziende[6], deve scegliere se stare dalla parte della distruzione o della cooperazione e della costruzione di un futuro migliore per tutti. Come Paese ospite del G20 dobbiamo dimostrare con i fatti di essere coerenti con gli impegni confermati anche dal nuovo governo verso la transizione ecologica, la protezione sociale e evitare che le imprese che lavorano in qualità e nel rispetto degli standard ambientali e sociali in Europa come nel Mercosur vengano ulteriormente danneggiate da una liberalizzazione non accompagnata da adeguate valutazioni e analisi, anche alla luce del nuovo quadro determinato dalla pandemia. Chiediamo la riapertura di un tavolo sul trattato con i dicasteri competenti per un dialogo costruttivo con la società civile che ascolti anche le voci e le richieste di indigeni e associazioni dell’area Amazzonica”.


Per approfondire

La deregolamentazione degli scambi fra i due blocchi ha l’intento di creare la più grande area di libero commercio del mondo, che riguarderà 800 milioni di persone. In un momento in cui la crisi climatica e sociale è più grave che mai, per noi è del tutto inaccettabile che si propongano ricette economiche e commerciali improntate all’abbattimento di regole e controlli su prodotti e metodi di produzione devastanti per gli ecosistemi e le comunità. Il trattato UE-Mercosur promuove un aumento delle importazioni europee di carne bovina, soia e biocarburanti, in cambio di maggiori esportazioni di automobili nei Paesi sudamericani. Uno scambio fra agroindustria e automotive le cui pesanti esternalità ricadranno sulle condizioni della foresta amazzonica, già gravemente colpita da incendi e deforestazione guidata dai grandi allevatori e agricoltori con l’appoggio del governo brasiliano, in prima linea nella cancellazione dei vincoli ambientali.

Ad oggi, infatti, è virtualmente impossibile tracciare le importazioni provenienti dall’area del Mercosur, e in particolare dal Brasile. Il sistema di controlli europeo non pone sanzioni sostanziali sulle importazioni di materie prime collegate alla deforestazione, mentre la scarsa trasparenza delle imprese che operano nella zona rende difficile anche solo individuarle. Le stime dicono che l’80% della distruzione dell’Amazzonia è collegato al settore della carne bovina. L’Unione europea è il primo partner commerciale del in questa filiera, e l’Italia il primo mercato di sbocco: stringendo un accordo che indebolisce ulteriormente ispezioni e controlli, l’UE e i paesi membri rischiano di rendersi complici della definitiva distruzione di un bioma fondamentale per la vita sul pianeta, una foresta in grado di assorbire il 9% del carbonio globale. Non solo: accanto al disastro ambientale e climatico, ci sono le crescenti violazioni dei diritti umani: violenze e minacce nei confronti delle comunità native abitano la foresta stanno aumentando, con persone espulse e famiglie decimate da paramilitari al soldo delle imprese.


[1] Il videomessaggio di Joao Pedro Stedile https://bit.ly/3shjNg7

[2] I dettagli dell’iniziativa http://bit.ly/ElGritoDeLaSelva

[3] Il video di Greta Thunberg, dei Fridays For Future e dei movimenti indigeni https://bit.ly/3dohWSr

[4] La lettera dei sindacati https://bit.ly/37j1cYU

[5] La lettera degli eurodeputati https://bit.ly/3diHOPm

[6] Le elenchiamo nel report “Colpevoli di ecocidio” https://bit.ly/3qsQQNw

 

da qui


CA: Alla Commissione Europea e ai governi degli Stati membri della UE

Gentili Signore, Egregi Signori,

La UE vuole firmare un accordo di libero scambio con gli stati del Mercosur. L'accordo mira a facilitare le esportazioni, in particolare di carni bovine e pollame, zucchero ed etanolo verso l’ Europa. Questo accordo comporta l'intensificazione dell'agricoltura con ripercussioni negative sulla natura e sulla popolazione indigena e rurale.

Conosciamo bene i possibili rischi:

- Le quote più elevate di carni bovine porteranno ad un aumento della produzione di carne bovina in Sud America, all'aumento dell’estensione dei pascoli e quindi alla sostituzione delle foreste e delle savane. Allo stesso tempo, la pressione sugli agricoltori europei porterà ad intensificare la loro produzione, a scapito del benessere degli animali.

- Un'agricoltura sempre più intensiva in Sud America spesso si associa a conflitti territoriali e violazioni dei diritti umani che possono persino portare allo sfruttamento del lavoro in schiavitù. L'uso su larga scala di prodotti tossici come il glifosato mette in pericolo la salute di molte persone, avvelenenando i terreni e le falde acquifere.

- I regolamenti sulle barriere non tariffarie minacciano le norme ambientali europee nonché i diritti dei lavoratori e dei consumatori. Il principio di precauzione definito nella UE è minacciato, i principi democratici sono indeboliti.

Nel condurre negoziati a porte chiuse, la Commissione Europea seguirebbe la stessa strategia stabilita per gli accordi TTIP e CETA, contro i quali milioni di cittadini hanno protestato. La UE non sembra prendere sul serio queste critiche e continua, con l'FTA (Free Trade Agreement) del Mercosur, una politica commerciale altrettanto dannosa, a scapito delle persone e dell'ambiente su entrambe le sponde dell'Atlantico.

Vi chiediamo di porre fine a questo accordo.

Cordiali saluti

da qui




lunedì 14 dicembre 2020

Greta Thunberg: la giovane attivista riflette sulla crisi ambientale ai tempi del coronavirus

(intervista di Oliver Whang)

 

Fin dal suo primo sit-in davanti al Parlamento svedese oltre due anni fa, il messaggio fondamentale di Greta Thunberg è stato chiaro e coerente: la crisi climatica è la principale minaccia all’esistenza del genere umano e dobbiamo affrontarla in quanto tale. Questo messaggio ha ispirato milioni di giovani attivisti a protestare a favore del cambiamento e ha portato a una serie di interventi diventati virali che hanno contribuito a rendere Grata Thunberg celebre a livello mondiale. È stata scelta come “Persona dell’anno” dalla rivista Time nel 2019 ed è stata candidata al Premio Nobel per la pace due anni di seguito.

Nel pieno della pandemia di COVID-19, una crisi globale di natura ben diversa, e con il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, l’attivista 17enne è tornata a scuola in Svezia. National Geographic ha analizzato con lei via Zoom come è cambiato il suo essere attivista nel corso dell’ultimo anno e la sopravvivenza del suo messaggio in un mondo sempre più complesso (questa intervista è stata parzialmente adattata per ragioni di lunghezza e chiarezza).

Oliver Whang: Negli ultimi sette mesi circa sono successe molte cose. Come è cambiato il tuo lavoro da quando è scoppiata la pandemia di coronavirus?

Greta Thunberg: Siamo passati dal fare molte azioni in presenza, incontri e scioperi e così via, alle azioni virtuali. Ma, in realtà, visto che siamo un movimento di persone che non prende l’aereo a causa dell’impatto ambientale, il nostro modo di lavorare non è cambiato poi molto. E poi ogni Paese, ogni gruppo locale, è diverso. Perché siamo un movimento molto decentralizzato. Non siamo strutturati in modo gerarchico, ogni gruppo locale decide autonomamente cosa fare. Quindi è stato diverso da città a città, da Paese a Paese.

Oliver Whang: Qualcuno di questi Paesi o città si è adattato in modo particolarmente efficace?

Greta Thunberg: Sì. Alcuni hanno fatto scioperi digitali ogni settimana e hanno avuto successo. E molti hanno fatto azioni simboliche. Alcuni hanno appeso cartelli o scarpe fuori dagli edifici parlamentari per simboleggiare che dovremmo essere lì, ma invece stiamo a casa. La gente ha trovato molti modi creativi per adattarsi.

Oliver Whang: Ti sembra che la crisi legata al cambiamento climatico sia stata in qualche modo dimenticata nel caos di questa situazione?

Greta Thunberg: Beh, si tratta di un discorso molto spinoso perché, sì, naturalmente, è successa la stessa cosa con tutti gli altri problemi. In un’emergenza come questa, è prevedibile che tutto il resto venga messo in sospeso, e così è stato.

Oliver Whang: Una cosa che mi ha colpito della risposta mondiale alla pandemia di coronavirus è che molti Paesi e aziende hanno messo in atto azioni significative. Sono state approvate leggi di stimolo all’economia e le aziende stanno sviluppando i vaccini rapidamente. Pensi che questo tipo di risposta possa essere d’ispirazione per le possibili azioni da realizzare per affrontare la crisi climatica?

Greta Thunberg: In realtà non dovremmo mettere a confronto due crisi diverse, ma questo dimostra che siamo in grado di gestire una crisi come tale. E tutto questo probabilmente cambierà il modo in cui percepiremo le crisi e la risposta alle crisi stesse. E dimostra chiaramente che la crisi climatica non è mai stata trattata come una crisi. Viene trattata come una questione pubblica e importante, come un argomento politico. Ma non è così, perché è una crisi esistenziale.

Oliver Whang: Ma la risposta al coronavirus ti ha dato più speranza? Intendo dire, ti ha fatto pensare che possiamo ottenere una risposta simile anche per la crisi climatica?

Greta Thunberg: Conferma quello che sapevo già. Che quando tratteremo la crisi climatica come una vera crisi, potremo cambiare le cose e ottenere risultati.

Oliver Whang: Gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Accordo di Parigi. E ci sono molte persone, non la maggior parte degli americani, ma molti di loro, che sono d’accordo con questa decisione. Cosa diresti a quelle persone?

Greta Thunberg: Niente. Solo quello che dico sempre, di fare riferimento alla scienza. Perché alcuni hanno già provato a far cambiare idea a quelle persone per tanto tempo, e non ci sono riusciti. Quindi perché dovrei riuscirci io? Perché io dovrei essere diversa? Se non ascoltano, comprendono e accettano la scienza, allora non c’è niente altro che posso fare. C’è qualcosa di molto più profondo che deve cambiarli.

Oliver Whang: E cosa potrebbe essere questo aspetto più profondo?

Greta Thunberg: Che oggi viviamo in una società della post-verità e che non ci importa di aver perso l’empatia. Abbiamo smesso di prenderci cura gli uni degli altri, in un certo senso. Abbiamo smesso di pensare a lungo termine e in modo sostenibile. E questo è qualcosa di molto più profondo del negazionismo della crisi climatica.

Oliver Whang: Quindi pensi che per affrontare la crisi climatica potremmo aver bisogno di un cambiamento culturale o di paradigma e non solo di approvare tasse e leggi sul carbonio, convincere i leader e sviluppare tecnologie?

Greta Thunberg: Se dicessi una cosa del genere, le persone prenderebbero quella frase estrapolandola dal contesto e direbbero che voglio una rivoluzione o qualcosa del genere. Ma io intendo dire che la crisi climatica non è l’unico nostro problema. È solo un sintomo di una crisi più ampia. Come la perdita di biodiversità, l’acidificazione degli oceani, la perdita di terreno fertile e così via. E queste cose non si risolveranno semplicemente bloccando le nostre emissioni di gas serra. La Terra è un sistema estremamente complesso. Se prendi un aspetto e alteri il suo equilibrio, questo avrà un impatto in contesti molto al di là della nostra comprensione. E questo vale anche per l’uguaglianza. Gli uomini fanno parte della natura e se noi non stiamo bene, allora la natura non sta bene, perché noi siamo la natura.

Oliver Whang: Ti preoccupa il fatto che potresti perdere tutte quelle persone che forse accettano l’idea che il cambiamento climatico è una realtà ed è una crisi, ma danno la priorità a disoccupazione, accesso al cibo o altri problemi nazionali invece che alla crisi climatica? 

Greta Thunberg: No, non mi preoccupa. Non siamo stati resi consapevoli della crisi del clima; la crisi climatica non è mai stata trattata come una crisi, quindi come possiamo aspettarci che le persone se ne preoccupino? Non siamo consapevoli neppure dei fatti fondamentali, come possiamo aspettarci che le persone promuovano azioni a favore del clima? Ecco, questo è un aspetto che deve essere cambiato. Dobbiamo capire che non stiamo lottando per cause separate. Stiamo lottando per un’unica e sola causa, anche se può non sembrare. È la lotta per la giustizia climatica, la giustizia sociale. Qualunque sia il problema, è la lotta per la giustizia.

Oliver Whang: Pensi che abbiamo fatto qualche progresso significativo nell’affrontare la crisi climatica da quando hai iniziato a protestare, oltre due anni fa?

Greta Thunberg: Dipende dal punto di vista. In un certo senso, sì. Sembra che il dibattito si sia evoluto e pian piano sempre più persone stanno iniziando a capire meglio la crisi climatica e ad attribuirle la giusta priorità. Ma d’altra parte, non è ancora mai stata trattata come una vera crisi. E le emissioni stanno aumentando. Quindi dipende da come consideri la cosa.

Certo, non possiamo aspettarci che questo movimento da solo cambi il mondo. Se lo pensiamo allora non abbiamo capito la crisi climatica. La gente dice “Il tuo movimento ha fallito visto che non hai raggiunto i tuoi obiettivi?” Ma quali sono i nostri obiettivi? Noi non abbiamo nessun obiettivo. Il nostro obiettivo è fare il più possibile per essere una piccola parte di un cambiamento molto più grande. Essere uno di tanti attivisti che spingono nella stessa direzione da prospettive diverse. È questo il nostro obiettivo. Non possiamo aspettarci che un movimento o un’iniziativa, una soluzione possano cambiare tutto, o che ci spingano nella direzione giusta. Perché la crisi climatica è molto complessa. Non è così semplice.

Oliver Whang: C’è stato qualcosa che hai fatto tu, o che hanno fatto altri giovani attivisti, che pensi abbia avuto particolare successo? O un qualche tipo di manifestazione nei confronti della politica o dell’economia che ritieni possa rappresentare un tuo successo?

Greta Thunberg: Sì, ce ne sono molti. Specialmente esempi locali. Ma penso che la cosa più grande che abbiamo realizzato è mettere la scienza al centro di tutto. Noi ci limitiamo a dire: “Non vogliamo che ascoltiate noi, vogliamo che ascoltiate la scienza”. Questa non è una questione che riguarda la politica, non è la nostra opinione. Non siamo noi a volere la riduzione delle emissioni, è la scienza a sostenere che ne abbiamo bisogno se vogliamo mantenere i nostri impegni. Non siamo noi a volere che le cose stiano in questo modo, ma purtroppo così è. E continueremo a spingere affinché le persone ascoltino la scienza.

Oliver Whang: Hai mai dubbi sul tuo lavoro? Hai mai dubbi su te stessa o su quello che hai fatto?

Greta Thunberg: No, perché so che è la cosa giusta da fare. In questo momento ci troviamo a un punto per cui dobbiamo per forza uscire dalle nostre zone di comfort. Sento di avere il dovere morale di fare ciò che posso, in quanto cittadina. E questo mi rende parte di qualcosa ed è mio dovere, mio dovere morale, mia responsabilità morale, fare tutto ciò che posso.

Oliver Whang: E non hai mai messo in dubbio tutto questo?

Greta Thunberg: No. Intendo dire, io non voglio essere un’attivista. Penso che nessun attivista per il clima lo faccia perché vuole esserlo. Lo facciamo solo perché nessun altro sta facendo niente e perché dobbiamo fare qualcosa. Qualcuno deve fare qualcosa e noi siamo quel qualcuno.

Oliver Whang: I tuoi doveri morali o le tue responsabilità sono cambiati da quando sei diventata celebre?

Greta Thunberg: Beh, sì. Certamente ciascuno di noi ha una responsabilità, ma maggiore è la tua visibilità, maggiore è la tua responsabilità. E più grande è il tuo potere, maggiore è la tua responsabilità. Più grande è la tua impronta di carbonio, maggiore è il tuo dovere morale. Quindi, certo, visto che ho raggiunto un pubblico molto vasto, di conseguenza ho anche maggiori responsabilità. Devo usare questi canali, o comunque vogliate chiamarli, per educare, diffondere la consapevolezza.

E tutte le cose, tutte le risorse che ho, spariranno un giorno. Voglio dire, non rimarrò così per molto tempo. Presto la gente perderà interesse in me e non sarò più, diciamo, “famosa”. E a quel punto dovrò fare altro. Quindi sto provando, finché ho questa visibilità, a utilizzarla.

Oliver Whang: Come vedi il tuo futuro? Vuoi andare all’università? Hai qualche piano?

Greta Thunberg: A dire il vero non saprei. Faccio semplicemente quello che voglio fare al momento. Recentemente ho appena iniziato il ginnasio (l’equivalente svedese del liceo [nota dell’Editor]). E ci rimarrò per i prossimi tre anni. A meno che non decida di fare qualcos’altro, insomma, vedremo. Il mondo cambia da un giorno all’altro. Quindi credo che l’unica cosa sia adattarsi.

Oliver Whang: Come pensi di sostenere questo movimento? Ci sono cose specifiche che dobbiamo fare che sono diverse rispetto a due anni fa, a un anno fa oppure a otto mesi fa?

Greta Thunberg: Penso che sia una questione complessa. Ma adesso abbiamo toccato il fondo, in un certo senso. Non ci sono più ragionamenti da fare. Non ci sono più scuse. Adesso o state provando a minimizzare la crisi o a negarla del tutto, oppure volete distogliere l’attenzione. Dobbiamo solo iniziare a trattare la crisi come tale e continuare a mettere al centro la scienza, ma adesso tutti danno la colpa agli altri e siamo bloccati in un circolo vizioso. Non andremo da nessuna parte a meno che qualcuno spezzi questa catena, per così dire. Qualcuno deve fare qualcosa. Cioè, ovviamente molte persone devono fare diverse cose, ma a meno che qualcuno con un grande seguito o grandi responsabilità faccia qualcosa per iniziare a trattare la crisi come merita -- ad esempio i media -- non saremo in grado di fare passi avanti.


da qui

lunedì 9 marzo 2020

Maestre e maestri di lungimiranza - Franco Lorenzoni



Mercoledì 26 febbraio si sono incontrate a Oxford Greta Thunberg e Malala Yousafazai. In questi giorni (22 febbraio) ricorre anche il compleanno di Alexander Langer. Greta ha 17 anni, Malala 22 e Alex di anni ne avrebbe compiuti 74. Ripubblico qui un articolo dedicato ad Alexander Langer, l’amico di cui più sento la mancanza, ricordando l’impegno inflessibile di queste due straordinarie ragazze, perché in comune hanno la “malattia” della lungimiranza, cioè il sentire e l’incarnare pienamente temi e problemi che noialtri percepiamo appena. Sono certo che Alex avrebbe amato e sostenuto la battaglia di Malala per l’istruzione di bambine e ragazze di ogni parte del mondo contro ogni fanatismo, così come la cocciuta mobilitazione di Greta per la salvaguardia del pianeta. “Fare pace tra gli uomini e fare pace con il creato” è stato, per Alexander Langer, l’impegno di tutta la sua vita. Cerchiamo di capire cosa ciascuno di noi può fare, facendo tesoro di lezioni da non dimenticare.
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Nelle nostre società “deve essere possibile una realtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di famiglie miste, le persone di formazione più pluralista e cosmopolita” (…) “La convivenza pluri-etnica, pluri-culturale, pluri-religiosa, pluri-lingue, pluri-nazionale appartiene e sempre più apparterrà, alla normalità, non all’eccezione”. (…) “In simili società è molto importante che qualcuno si dedichi all’esplorazione e al superamento dei confini, attività che magari in situazioni di conflitto somiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’integrazione”.
Così scriveva Alexander Langer nel 1994, nel Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica, uno dei suoi testi più profondi e generativi che, fosse per me, lo ripubblicherei di continuo e lo consiglierei per le antologie scolastiche. In uno dei punti del decalogo sottolineava “l’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”.
In quegli anni si era nel pieno del conflitto che stava insanguinando le regioni dell’ex-Jugoslavia e Alex fu tra i pochi politici italiani ed europei che si impegnò, con tutto se stesso, per tentare una soluzione pacifica e tenere aperta la comunicazione tra coloro che si opponevano al conflitto, dando vita con altri al Verona Forum per la pace e la riconciliazione nei territori dell’ex Jugoslavia, che fu un luogo dove si riunirono gli oppositori alla guerra provenienti delle diverse regioni in conflitto.
Langer sentiva la violenza interetnica nella sua carne perché era nato nel 1946 a Vipiteno, nel Südtirol di lingua tedesca. Suo padre, nato a Vienna, era ebreo non praticante e sua madre era convintamente laica. Vissuto in una famiglia aperta al dialogo, scelse di frequentare il liceo italiano dei francescani a Bolzano, città dove con altri ragazzi fondò la sua prima rivista, chiamata Offenes Wort, Parola aperta e, più tardi, la rivista Il ponte, Die Brücke: un simbolo che avrebbe incarnato per tutta la vita, sia nell’audacia del segno capace di collegare due sponde distanti, sia nella fatica concreta del cercare e trovare e trasportare le pietre che possano incastrarsi tra loro per tenere su l’arco.
Il modo originale con cui Alex ha vissuto la difficile convivenza nell’Alto Adige – Südtirol, lo ha portato a ragionare intorno alle contraddizioni interetniche in modo non ideologico, rifiutando ogni semplificazione.
Alex era perfettamente bilingue per scelta e il plurilinguismo in lui, che passava continuamente nei suoi ragionamenti dal tedesco all’italiano, era un piccolo allenamento quotidiano di immedesimazione nei pensieri e nelle ragioni dell’altro perché – come scrisse citando Ivan Illich – aiuta a
“ripristinare, nelle nostre menti prima di tutto, con una solida base storica di quel che è stato e non di quel che potrebbe essere, la multiforme varietà del mondo”.
Quando studiava nella Firenze di La Pira e della Comunità del dissenso cattolico dell’Isolotto, tradusse in tedesco Lettera a una professoressa, scritta dai ragazzi della Scuola di Barbiana di don Milani. La sua velocità di traduttore era proverbiale, tanto che riuscì a rendere in simultanea in tedesco, sulla scena, il rapido affabulare e i molteplici dialetti portati in teatro da Dario Fo nel suo Mistero Buffo, al tempo della sua tournée in Germania.
Alex era profondamente convinto che una “Storia” unica e condivisa da tutti non esista. Che esistano sempre tante storie legate ai corpi delle persone, al loro sentire, al loro vivere, al loro pensarsi. L’essere nato in una regione plurilingue lo aveva infatti vaccinato per sempre dall’illusione dell’unicità.
Del resto il suo spirito profondamente libero e ribelle gli ha sempre reso insopportabili tutti i confini, a partire da quelli che delimitavano il proprio campo. Nel 1977 a Roma, durante una manifestazione sfociata in violenti scontri, Alex non esitò a passare dall’altra parte per soccorrere un poliziotto ferito perché era evidente, per lui, che ogni vittima va soccorsa al di là di ogni schieramento, perché il suo imperativo morale lo portava a stare sempre a fianco di chi era più fragile e vulnerabile.
Tenere sempre presente il punto di vista dell’altro è stato lo sforzo umano e intellettuale che ha dato forma alla sua vita. Ascoltate ad esempio il modo in cui racconta dei rom e dei sinti,
“popolo mite e nomade, che non rivendica sovranità, territorio, zecca, divise, timbri, bolli e confini, ma semplicemente il diritto di continuare ad essere quel popolo sottilmente “altro” e “trascendente” rispetto a tutti quelli che si contendono territori, bandiere e palazzi. Un popolo che, un po’ come gli ebrei, fa parte della storia e dell’identità europea. (…) A differenza di tutti gli altri, rom e sinti hanno imparato a essere leggeri, compresenti, capaci di passare sopra e sotto i confini, di vivere in mezzo a tutti gli altri, senza perdere se stessi, e di conservare la propria identità anche senza costruirci uno stato intorno. La distruzione inesorabile di un mondo conviviale (…) ha tolto agli zingari il loro mondo naturale: non si può togliere l’acqua ai pesci e poi stupirsi se i pesci non riescono più ad essere agili, gentili e autosufficienti come una volta. Eppure bisogna che l’Europa con quella sua stragrande maggioranza di “sedentari” accolga, anche nel proprio interesse, la sfida gitana e faccia posto a un modo di vivere che decisamente non si inquadra negli schemi degli stati nazionali, fiscali, industriali e computerizzati”.
Pensare che scelte di vita radicalmente altre possano essere di nutrimento per tutti è stata una delle convinzioni visionarie che Alex non ha mai abbandonato. Ma in queste sue parole riconosciamo anche dei tratti del suo carattere, perché Alex ha sempre desiderato passare “sopra e sotto i confini” di ogni genere, da incessante viaggiatore e tessitore di relazioni qual’era.
Provando a condensare in affermazioni icastiche il suo pensiero, a volte Alex formulava quelle che chiamava “regolette”. Eccone una: “Ciascuno di noi non dovrebbe consumare nulla di più di quanto non possano consumare tutti i 6 miliardi di abitanti del pianeta”. Questa regoletta limpidamente kantiana è, al tempo stesso, evidentemente necessaria eppure difficilmente attuabile, perché chi vive nel nord opulento del mondo difficilmente rinuncerebbe ai suoi privilegi. Eppure,
“perché ci sia un futuro ecologicamente compatibile – spiega Langer in un altro suo scritto – è necessaria una conversione ecologica della produzione, dei consumi, dell’organizzazione sociale, del territorio e della vita quotidiana. (…) Bisogna riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo) attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero “regresso” rispetto al motto olimpico del più veloce, più alto, più forte”, da trasformare in “più lentamente, più profondamente, più dolcemente e soavemente”.
Alex, grazie alle sue frequentazioni tedesche, fu tra i primi in Italia a cercare di dare vita a un movimento verde che avesse anche rappresentanza istituzionale. Ma per indole, pur costruendo di continuo luoghi concreti di scambio, non si è mai accontentato di coltivare qualche piccolo orto o consolidare posizioni di potere stando nelle istituzioni. Pur essendo stato molto apprezzato per il suo lavoro nel Parlamento europeo, in quel luogo sentiva di essere testimone di passaggio, rilanciando sempre in avanti il suo impegno, attento a ciò che sentiva più urgente e necessario.
Quando ideò nel 1988, insieme ad altri, la Fiera delle Utopie Concrete a Città di Castello, volle che in quell’appuntamento internazionale fossero presenti rappresentanti dell’Europa dell’est ben prima della caduta del muro di Berlino. E poiché il tema della conversione ecologica riguardava tutti, gli sarebbe piaciuto che Città di Castello si trasformasse in una sorta di moderna Santiago di Compostela, cioè un luogo di pellegrinaggio laico europeo, dove recarsi per ascoltare e mostrare e condividere progetti concreti di conversione ecologica nei campi più diversi. L’immagine di Santiago mostrava bene come ad Alex premeva l’idea del lungo cammino, insieme individuale e collettivo, necessario a che le idee di trasformazioni radicali sentite come necessarie avessero il tempo di prendere corpo in individui concreti e in piccole comunità capaci di sperimentare concretamente le trasformazioni auspicate.
Il desiderio di essere “più lento” è condizione che negli ultimi anni è sempre meno riuscito a vivere, perché incapace di sottrarsi a impegni e urgenze sempre più pressanti. Ma quando uno si rende disponibile all’apertura all’altro senza remore, come Alex ha cercato di fare tutta la vita, la sua vulnerabilità diventa assoluta.
Il pomeriggio del 3 luglio 1995, a 49 anni, Alex si è tolto volontariamente la vita impiccandosi a un albicocco a Pian dei Giullari, alle porte di Firenze. Eppure, anche in quel momento di massima disperazione, ha sentito il bisogno di rassicurare gli amici, scrivendo nell’ultimo dei suoi tanti bigliettini: “Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.
Tre anni prima, quando si era tolta la vita la leader verde tedesca Petra Kelly, Alex l’aveva ricordata con queste parole:
“Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande l’amore di umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”.
Quest’anno il premio Alexander Langer è stato assegnato ad Adopt Sebrenica, un gruppo di giovani di diversa nazionalità impegnati a tessere un dialogo nel paese dove nel luglio del 1995 si è consumato il più violento episodio di pulizia etnica dell’Europa del dopoguerra, con il genocidio di 8372 musulmani di Bosnia da parte delle truppe di Ratko Mladić. Venticinque anni fa Alexander Langer, il più lungimirante tra i nostri politici, ci ha lasciato “più disperato che mai”. Ma i suoi pensieri e il suo esempio credo abbiano ancora molto da insegnare a chi non voglia accettare che il mondo viva sotto il ricatto dell’etnocentrismo, che Alex definì “l’ego-mania collettiva più diffusa oggi”.
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Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale.it. Per chi voglia sapere di più su Langer, molti suoi testi sono stati pubblicati dopo la sua morte in Alexander Langer, Il viaggiatore leggero edito da Sellerio. Altri materiali e una ricca documentazione la si può trovare nel sito http://www.alexanderlanger.org/it


lunedì 18 novembre 2019

Dubbi - Gigi Anataloni


Nel mese di ottobre c’è stato il Sinodo sull’Amazzonia, un avvenimento atteso tra grandi speranze e pesanti critiche sia dentro la Chiesa che nel mondo politico ed economico.
Il Sinodo è stato celebrato in un periodo nel quale i segnali d’allarme lanciati dalla natura sono davanti agli occhi di tutti e stanno provocando una vasta mobilitazione, bellissima, benché non priva di dogmatismi, equivoci e manipolazioni. Nessuno è autorizzato a restare neutrale o a fare lo spettatore, è necessario però dar voce ai dubbi e fare emergere interrogativi.
Il primo riguarda la prospettiva dalla quale guardiamo il problema. Quando sento Greta all’Onu gridare tra le lacrime «avete rubato i miei sogni, la mia infanzia con le vostre vuote parole», penso che è coraggiosa nel suo appello ai grandi – ci voleva -, ma allo stesso tempo rimango perplesso di fronte al suo «my». Lo trovo poco inclusivo, anche se credo che Greta sia ben cosciente di non parlare solo per sé, ma anche per i suoi coetanei nel mondo. Mi sarebbe piaciuto che quel «my» fosse stato piuttosto un «our». Un «nostri», detto per dare voce ai milioni di ragazzi e ragazze dell’età di Greta che non possono andare a New York, che fanno fatica a fare un pasto al giorno, lavorano nei cunicoli del coltan, frugano nei rifiuti nelle discariche delle grandi città, vedono scuola e vacanze e cure mediche come chimere, sono trafficati e sfruttati in condizioni impossibili con paghe irrisorie, sono costretti a imbracciare armi o annegano nel «nostro» mare. Un mondo di invisibili che quando fanno notizia disturbano la nostra pace.
Sarebbe bello se fossimo capaci di guardare oltre le nostre mura e smettessimo di ritenerci il centro del mondo. Se soffriamo noi per i disastri ambientali, tanto più sono danneggiati coloro che vivono al di fuori del nostro centro di benessere, dal quale guardiamo con i nostri satelliti i fumi dei fuochi dell’Amazzonia (ma non solo) senza vedere chi dai quei fuochi fugge o viene bruciato.
Non ho dubbi invece su quanto sono ripugnanti certe analisi o racconti che enfatizzano i cellulari dei migranti o i televisori satellitari nelle baraccopoli e in certi villaggi indigeni, come se fossero il segno qualificante di una vita bella, pacifica e ricca e non invece gli indicatori della disintegrazione di società e gruppi umani a cui è stato impedito di vivere la propria cultura e tradizioni, a cui è stata tolta la libertà. È indegno presentare come segno di benessere quello in realtà che è indice di alienazione e disgregazione sociale.
Tornando ai dubbi, ne ho molti anche sulle soluzioni proposte per salvare il pianeta. Si parla di energia pulita e si costruiscono enormi wind farm, come quella che occupa 162 km2 nei pressi del Lago Turkana in Kenya, o le grandi dighe per produrre energia pulita sul rio delle Amazzoni o sul fiume Omo in Etiopia, senza tenere conto delle popolazioni che lì vivevano da millenni, costrette a lasciare le loro terre. Pulita per chi allora? Si parla di case a impatto zero, per le quali il legno gioca una parte fondamentale. Ma gran parte di quel legname viene dal disboscamento abusivo di foreste equatoriali. Si vogliono le automobili elettriche, e tutte le industrie del settore si lanciano a produrle. Ma qual è il costo ambientale e umano del coltan e di altri minerali usati per le nuove batterie? Si promuove lo stile di vita vegetariano e vegano. Ci si domanda chi paga il prezzo dell’espansione di monocolture (per lo più in paesi del Sud del mondo) per la produzione dei prodotti di base per quelle diete? Si attaccano gli allevatori intensivi di bovini o maiali, ma quanto si fa per ridurre davvero il consumo di carne sulle nostre tavole? Siamo disposti a pagare di più per avere carne da allevamenti che trattino meglio gli animali?
E i biocarburanti? Sicuri che la loro produzione che esige grandi monocolture sia davvero amica dell’ambiente? Non parliamo poi del nostro rapporto con le automobili. Se la produzione diminuisce e calano le vendite si parla subito di crisi nazionale. Ma anche, dall’altra parte, vedi la promozione dell’uso della bici. «Bici è bello», vero. Ma certe politiche di fare piste ciclabili a tutti i costi, anche a quello di causare lunghissime code su strade dove prima il traffico passava sciolto, sono scelte che davvero rispettano l’ambiente? O forzature ideologiche?
Credo che il rispetto dell’ambiente e delle persone, la pratica di politiche ambientali che tengano conto di tutto l’uomo e di ogni uomo, soprattutto di chi è socialmente più debole e marginale, e la condivisione paritaria dei benefici tra ricchi e poveri, siano condizioni indispensabili per curare questo giardino che Dio ci ha affidato per il bene di chi lo abita, l’uomo e tutte le creature.

martedì 29 ottobre 2019

Ripensare il venerdì - Franco Lorenzoni


Gli studenti scesi in piazza che chiedono di capire e cambiare, confrontandosi con un problema urgente e drammatico, offrono un dono a noi insegnanti che non possiamo non cogliere, perché la loro rivolta ci interpella. 
Con i loro cortei, giovani e giovanissimi si rivolgono alla politica perché pretendono risposte immediate. La scuola non ha risposte da offrire, ma è il luogo dove moltiplicare le domande e renderci conto che il surriscaldamento globale può essere affrontato solo educandoci tutti al paradigma della complessità. E, soprattutto, come ci ricorda con lucida insistenza Greta Thunberg, che capire è cambiare. Se non cambiamo, vuol dire che non abbiamo capito. 
Ci sono giganteschi interessi economici in gioco, insieme ai rapporti di forza tra gli stati e alle leggi spesso inique del mercato. Per comprendere le dinamiche in campo c’è dunque bisogno di storia, tanta storia, anche quella trascurata che riguarda lo sfruttamento dell’energia e i contraddittori processi di decolonizzazione. Se vogliamo giocare con le discipline, è evidente che abbiamo bisogno di chimica e fisica e matematica e statistica. Abbiamo bisogno di ripensare radicalmente l’insegnamento della geografia, materia sotto attacco negli ultimi anni eppure fondamentale, insieme alla demografia, se vogliamo leggere le sfide del futuro in un mondo in cui si moltiplicano i “profughi eterni”.
La scuola è strutturalmente diacronica e credo non debba mai appiattirsi sul presente, inseguendo modi e mode dell’oggi, ma offrire piuttosto la possibilità di incontro con altre epoche e sguardi sul mondo inusitati, che ci arrivano dalla scienza, dall’arte e da espressioni culturali di ogni luogo e tempo. Ma oggi, insieme al passato, gli studenti ci implorano di studiare il futuro, argomento che sembra interessare ad assai pochi nel paese più anziano del mondo. 
Ragazze e ragazzi ci pongono domande legittime, cioè domande alle quali nessuno ha risposte certe da dare, e questa sfida sta cominciando a coinvolgere centinaia di docenti. Si moltiplicano appelli e siti a livello internazionale e locale di Teacher for future e, in Italia, il tavolo Saltamuri, che riunisce 133 associazioni impegnate in campo educativo, propone di dedicare almeno un venerdì al mese alla questione perché gli aneliti dei più sensibili diventino argomento urgente per tutti. Dobbiamo metterci a studiare noi docenti per primi e provare a capire come si può affrontare insieme la questione dei cambiamenti climatici: con quali strumenti e consultando quali materiali, utilizzando quali saperi e con quale metodo di ricerca.
Non basta solo il ricorso alle discipline scientifiche, perché in ballo ci sono i nostri comportamenti, dunque il nostro immaginario, insieme al necessario confronto tra opinioni diverse. Dovremo dunque interrogarci sull’etica, praticare il dialogo, incrociare la filosofia. 
Le idee in campo vanno da chi nega il problema, come i potenti Trump e Bolsonaro, a chi afferma che “l’ambientalismo, senza una critica radicale del capitalismo, è solo giardinaggio”, come sosteneva Chico Mendes, ucciso perché difendeva alberi e popoli dell’Amazonia. Un’ottima occasione, dunque, per metterci in gioco davvero e discutere, con dati alla mano, se lo sviluppo sostenibile sia solo un ossimoro e cosa intenda fare chi parla di green new deal. Nella manifestazione di Roma del 27 settembre un cartello sintetizzava in modo icastico il vasto programma che attende i ragazzi e tutti noi: – EGO + ECO. 
Contrastare decenni di narcisismo di massa richiede a ciascuno trasformazioni profonde. Trent’anni fa Alexander Langer propose il tema della conversione ecologica, evocando una trasformazione che doveva intrecciare la necessaria riconversione energetica, agricola, urbanistica e industriale con una più profonda trasformazione delle nostre relazioni con la natura, il pianeta e l’iniqua distribuzione delle ricchezze. Nel cercare di individuare un’etica all’altezza di una sfida ecologica che sentiva ineludibile, proponeva di applicare una “regoletta kantiana” così formulata: ciascuno di noi dovrebbe limitare il suo consumo di risorse ed energia, adeguandolo alla possibilità che i sei miliardi di abitanti del pianeta possano consumare altrettanto. Siamo arrivati a essere oltre 7,7 miliardi noi inquilini della Terra e calcolare quali cambiamenti nei consumi e nel nostro stile di vita comporterebbe il prendere sul serio quella “regoletta”, potrebbe costituire un ottimo esercizio per avvicinare al nostro sentire le condizioni di vita materiali di miliardi di nostri coinquilini, comprendendo che già oggi, oltre la metà delle migrazioni forzate di intere popolazioni, sono dovute a fattori climatici e ambientali.
È a scuola che Greta ha visto il documentario con l’isola di plastica più vasta del Messico galleggiare nel Pacifico e non se l’è più tolta dalla testa. È a partire da quella ferita che ha affinato la sua particolare sensibilità che la rende capace – a detta di suo padre – “di vedere l’anidride carbonica a occhio nudo”.
Ma poiché per trasformarci abbiamo bisogno di scienza e statistica, ma anche di simboli e immaginario, dunque di poesia, musica, teatro e letteratura, potremmo ricordare le profetiche parole dal dottor Astrov nello zio Vania, che Anton Čecov fece risuonare in un teatro di Mosca centoventi anni fa: “Le foreste si fanno sempre più rade, i fiumi si seccano, la selvaggina si è estinta, il clima è guastato, e di giorno in giorno la terra diventa sempre più povera e più brutta. Tu mi guardi con ironia (…) ma quando passo vicino alle foreste contadine che ho salvato dal taglio fraudolento, quando sento stormire la mia giovane foresta piantata dalle mie mani, io mi accorgo che il clima è un poco anche in mio potere e che se fra mille anni l’uomo sarà felice, ne avrò un poco anch’io il merito”.

mercoledì 16 ottobre 2019

La svolta etica del capitalismo – Paolo Cacciari



Propongo un gioco. Indovinate chi ha scritto queste parole: “Sono, i nostri, tempi difficili e controversi. Di crisi di meccanismi e modelli di produzione e consumo. E di necessità di un vero e proprio ‘cambio di paradigma’. L’orizzonte di riferimento è appunto la sostenibilità ambientale e sociale: green economy e solidarietà, cura attenta per l’ambiente e rispetto delle persone”. Non Greta Thumberg, non papa Francesco, nemmeno Legambiente. Ma il vicepresidente della Confindustria lombarda, Antonio Calabrò, su Buonenotizie del Corriere della Sera di martedì 8 ottobre. È partita la grande rincorsa agli adolescenti di Fridey For Future. Come è sempre accaduto, il sistema dominante prima nega, poi reprime, infine tenta di sussumere le contraddizioni che genera.
Guardate le paginate di pubblicità dell’Eni: volti di ragazze sorridenti e “Bioeconomia ai primi posti”. Non c’è banca che non proponga ai risparmiatori fondi etici garantiti. La Nestlè ha da tempo una linea di cioccolato e caffè equo e solidale. Il bio è diventato industriale e lo trovate sugli scaffali dei peggiori supermercati. Lo storico marchio Fair Trade è distribuito da Amazon. La Amministratrice Delegata di Coop Italia, Maura Latini, racconta ad Affari e Finanza di Repubblica il “rinnovato posizionamento del modello comunicativo” della sua azienda. Scrive il giornale (titolo a pag.39: “Dialoghiamo con i giovani su valori, etica e ambiente”, lunedì 7 ottobre): “Una sfida ambiziosa: perché si rivolge principalmente ai consumatori di domani, la Generazione Z. Un target di persone che vanno dai dieci ai venti anni che, oltre a chiedere cose importanti – in questo senso il messaggio di Greta è stato dirompente – ha già attuato dei cambiamenti radicali nei comportamenti”. La risposta della Coop è una serie di spot con lo slogan: “Una buona spesa può cambiare il mondo”. Se trovate qualche affinità con lo slogan “Vota con il portafoglio”, lanciato dall’economista Leonardo Becchetti della NeXt (Nuova economia per tutti), avete visto giusto.
In queste nuove grandi conglomerate che si battono per la green economy, l’economia circolare, il Green New Deal, ecc. (penso alla Alleanza per lo sviluppo sostenibile dell’ex ministro Enrico Giovannini, alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile di un altro ex ministro, Edo Ronchi, alla Symbola di Ermete Realacci che ministro non è riuscito a diventare) c’è di tutto: dalle associazioni ambientaliste, alla grande distribuzione organizzata, dalle grandi imprese alle Fondazioni bancarie. Nulla in comune con i vecchi movimenti del consumo critico e consapevole degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, protagonisti di campagne di boicottaggio, denuncia delle sofisticazioni alimentari, richiesta di etichette trasparenti, giornata del non acquisto, ecc.
Ma temo che la presunta “svolta etica del capitalismo” – come l’ha chiamata The Wall Street Journal – non sia solo una operazione di marketing. Pensano di poter cambiare cavallo in corsa. Scendere da quello “estrattivista” e salire su quello “immateriale”, etereo ed angelico, pulito e compassionevole, tecnologico e intelligente. Ovviamente: “senza rinunciare al benessere acquisito”, come ha detto Eddo Ronchi, presidente della Federazione per lo sviluppo sostenibile” (Cosera 27 settembre) illustrando un piano di trasferimento di investimenti in rinnovabili ed efficienza per 240 miliardi di nuovo valore aggiunto. Il green – insomma – conviene.
L’unica speranza è che le nuove generazioni non ci caschino. Tutte le versioni di “sviluppo sostenibile” fin qui conosciute (da quelle più soft della “crescita verde”, dell’“economia circolare” ed altre, a quelle più socialmente caratterizzate che oggi prendono il nome del Green New Deal) si basano sull’ipotesi di fondo del “decoupling” – la separazione della curva dell’aumento del Pil dalla curva delle pressioni ambientali. Vale a dire, sulla possibilità di continuare a perseguire un aumento della crescita economica e, contestualmente, ottenere una diminuzione degli impatti antropogenici sui cicli naturali, sul “consumo di natura”. Peccato che tale ipotesi, in un contesto economico di tipo capitalistico, non abbia mai funzionato e non possa mai funzionare. Ad affermarlo – da ultimo – è una fonte non sospetta, l’European Environmental Bureau (composto da 143 organizzazioni di trenta paesi) con il rapporto Decoupling Debunked. Evidence and arguments against green growth as sole strategy for sustainability, luglio 2019. Vale la pena leggerlo.