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domenica 22 febbraio 2026

Anche a Pachino è più protetto il pomodoro Igp che i diritti dei lavoratori migranti - Mauro Armanino

 

Nei primi anni di scuola la geografia mi attraeva solo per i colori delle cartine geografiche affisse nell’aula. Coi compagni si giocava a indovinare senza leggerli i nomi dei Paesi e persino delle capitali. Con gli anni la geografia, quella fatta di strade che si camminano, di un’altra lingua da imparare e soprattutto da gente con cui vivere, mi è entrata dentro. Nell’aria pregna di umidità della regione forestiera in Costa d’Avorio e in Liberia. Nelle quattro stagioni ‘rovesciate’ rispetto all’emisfero nord a Cordoba in Argentina e infine la polvere del Sahel. La storia e la geografia, innestate sull’economia fanno da cornice alla politica. Infine gli anni passati dai transiti delle frontiere mobili che sono i migranti hanno finito per convincermi del peso specifico della geografia per interpretare il mondo.

Dopo la mia partenza dal Niger, il passato mese di agosto, non avrei mai immaginato di trovarmi in Africa, senza saperlo e volerlo. Vero. Durante la breve e intensa visita a Modica e i pochi momenti passati nella piazza principale di Pachino era impossibile non notare il numero importante di stranieri di origine magrebina. Avrei scoperto più tardi che la provincia di Ragusa, situata alla punta estrema orientale della Sicilia, si trova longitudinalmente più a sud della capitale tunisina, Tunisi. Il territorio ragusano si estende in modo provocatorio verso il sud del Mediterraneo, ben dentro la costa africana settentrionale. Molte delle scritte delle insegne dei bar e di altri servizi erano in lingua araba e sulle strade del centro si sentivano mescolanze di lingue, musiche, geografie e volti.

Questi ultimi sono costituiti nella totalità da migranti o in relazione con loro che, com’è noto, lavorano nelle serre di Pachino e del circondario. Si tratta di una zona agricola che nelle epoche passate produceva uve da vino di qualità. Ciò perché in quest’area si combinano un insieme di fattori, terreno, luce, temperatura, qualità dell’acqua. Senza dimenticare però, soprattutto i lavoratori migranti a ‘buon mercato’ che rendono il prodotto saporito, attraente, profumato e resistente. Il vero e unico pomodoro Pachino è quello coltivato nei territori di Pachino, Portopalo di Capo Passero e alcune zone di Noto e Ispica. All’inizio del nuovo millennio è nato un Consorzio per tutelare e garantire il pomodoro Pachino con il marchio IGP, cioè Indicazione Geografica Protetta.

A dire delle numerose testimonianze ricevute, sono senz’altro più ‘protette’ le zone geografiche che i diritti dei lavoratori migranti. In questo mare di serre, infatti, i ritmi di lavoro, l’uso di prodotti chimici e le condizioni di vita sono temibili per la salute di coloro che fanno in modo che l’oro rosso sia conosciuto nel mondo. Le geografie, proprio come l’economia, sono sempre politiche e trovarsi al Sud di Tunisi rende questa parte dell’isola come una frontiera aperta, un ponte tra i due continenti. Ancora la geografia, a conclusione del soggiorno, si è avvalsa della complicità dell’aeroporto Vincenzo Bellini di Catania-Fontanarossa. Nella sala d’attesa per l’imbarco il wifi gratuito funzionava a intermittenza. In cambio, nella sala, svolazzano a loro agio, con vitto e alloggio, alcuni piccioni IGP.

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mercoledì 21 luglio 2021

La pubblicità e la natura, ovvero mostrare solo quel che serve - Fabio Balocco

  

Ci avrete senz’altro fatto caso: quando qualche impresa deve tirare su un palazzo accompagna il rendering con un po’ di verde intorno. Così come capita che addirittura il verde lo azzera proprio e poi richiama nel nuovo progetto il termine “parco” o similare. Insomma, il verde deve esserci, in qualche modo attenua le stronzate che fanno.

Mi è venuto alla mente questo concetto quando ho visto senza volerlo le pubblicità che inondano le televisioni e che mostrano la bellezza delle nostre regioni. Fateci caso: tutte, senza eccezione, fanno riferimento alla natura in primis, alla storia, alla cultura. La Sicilia, la Sardegna, il Trentino, le Marche. E sicuramente me ne sono persa qualcuna. Insomma, il verde fa marketing, attira, è l’asso nella manica: non ti faranno mai vedere una nuova lottizzazione o gli scassi di una nuova inutile opera pubblica. Peccato che questo verde, questa natura vengano buoni solo per attirare i gonzi, mentre le politiche che vengono attuate dalle regioni vadano in senso diametralmente opposto. C’è un contrasto stridente fra ciò che i politici fanno apparire e ciò che fanno (o non fanno) nella realtà. Prendiamo come esempio le nostre due isole maggiori: Sicilia e Sardegna, riportando due esempi della loro sensibilità ambientale.

Sicilia, esempio del non fare. In Sicilia ogni benedetto giorno estivo e non, che soffia lo scirocco, si mettono in azione i piromani. Cosa ci sia dietro le devastazioni dolose si può solo intuire, e qui non lo dico, resta il fatto che il governo regionale non fa nulla per prevenirli e per individuare i piromani, al di là delle battute a effetto di Musumeci («Per i piromani ci vorrebbe il carcere a vita»: https://www.palermotoday.it/cronaca/incendi-sicilia-piromani-musumeci.html). Siamo all’inizio di luglio e già decine di incendi si sono sviluppati. Nella sola estate del 2020 sono andati letteralmente in fumo qualcosa come 35.900 ettari di natura. Neppure le aree più pregiate si sono salvate e anche la Riserva dello Zingaro – che attira decine di migliaia di turisti ogni anno – nel mese di agosto 2020 è andata quasi interamente in fumo. Rafforzare la prevenzione, utilizzare droni e telecamere, fissare ricompense per le informazioni utili a identificare i delinquenti sono tutte azioni che potrebbero essere utili per fronteggiare un disastro che, tra l’altro, alimenta la desertificazione dell’isola già in atto per via del riscaldamento globale. Invece si aspetta passivamente che arrivino l’ennesimo scirocco e gli ennesimi incendi.

Sardegna, esempio del fare. Le pubblicità ci mostrano coste integre. Peccato che la giunta attuale abbia varato un Piano casa che consente notevoli ampliamenti dell’esistente anche in barba al Piano Paesaggistico varato a suo tempo da Soru. Il Piano è stato impugnato a marzo dal Governo, ma medio tempore fa già danni (https://www.lanuovasardegna.it/regione/2021/06/05/news/piano-casa-braccio-di-ferro-tra-regione-e-soprintendenze-di-sassari-e-cagliari-1.40355484).

Sono solo due esempi dei tanti che si potrebbero fare dell’uso solo strumentale di quel che resta – sempre meno ogni anno che passa – della natura integra. Della serie: «Mostriamo solo ciò che ci fa comodo».

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giovedì 10 settembre 2020

Cultural washing delle aziende petrolifere: il caso Sicilia – Andrea Turco (*)

 «Mi piacciono le città industriali, depresse. Hanno onore e onestà. Sono reali». A gennaio del 2004, un po’ a sorpresa, allo stabilimento petrolchimico di Gela arriva Paco Ignacio Taibo II. Che risponde così a chi gli chiede che ne pensa della cittadina siciliana che era stata scelta da Enrico Mattei in persona come simbolo del riscatto del Sud. Il grande scrittore messicano tiene un ardente reading alla mensa degli operai. I quali però in gran parte si concentrano sul pasto. «Sono delle bestie, noi gli portiamo la cultura e questi pensano a mangiare» dice un dirigente dell’Eni al mio fianco.

Da figlio di un operaio metalmeccanico di quello stesso stabilimento, quel commento sprezzante mi diverte ancora oggi. Da quel giorno ho preso l’abitudine di segnare tutti i finanziamenti del cane a sei zampe verso attività culturali, artistiche, sociali e sportive. In 16 anni Eni, da sola o in partner con altri enti, a Gela ha supportato di tutto. Degli innumerevoli casi se ne citeranno alcuni significativi: 10mila euro nel 2019 al liceo classico Eschilo per la gara di greco Agòn (finanziato sin dal primo anno), 130mila euro nel 2016 per la mostra temporanea di una nave greca al museo archeologico di Gela (che in realtà è stata visibile per poco più di un mese e poi è tornata negli scatoloni), centinaia di IPad e rete wi-fi nelle aule dell’istituto professionale Majorana. Il caso più emblematico però è un altro: a settembre 2013, una settimana dopo uno sversamento di petrolio in mare nel tratto della linea P2 lungo il pontile della raffineria, viene inaugurato il nuovo campo di calcio. Il costo totale del restyling, pagato interamente da Eni, è di 400mila euro. I politici locali si accontentano di un triangolare coi dirigenti a sei zampe e una selezione di vecchie glorie del calcio gelese. Dello sversamento in quell’occasione non parla nessuno. «Così saremo meno antipatici» è l’unico commento che l’allora amministratore delegato della raffineria Bernardo Casa (poi rinviato a giudizio per disastro ambientale) rilascia ai giornalisti presenti. Il campo, manco a dirlo, viene intitolato a Mattei – al quale sono già dedicati l’auditorium dell’istituto industriale Morselli, una scuola media e una succursale in via Picasso, un viale, un busto al centro del quartiere Macchitella, un murales all’esterno dello stadio che rappresenta la storia millenaria della città e nel quale il pezzo centrale è dedicato proprio al fondatore dell’Eni.

«Che tristezza», commenta sconsolato Emilio Giudice, direttore della riserva naturale del Biviere che sorge a pochi passi di distanza dall’ex stabilimento petrolchimico. «Io che ho sempre rifiutato i fondi delle aziende petrolifere, impedendogli così di rifarsi l’immagine,  allora ho sbagliato tutto» aggiunge Giudice, che presiede la riserva per conto della Lipu e da anni partecipa ai tavoli nazionali sulle bonifiche – il territorio della piana di Gela è stato dichiarato Sito di Interesse Nazionale nel 1998. «C’è di peggio. All’interno della riserva esiste un lago, molto importante, che rischia di prosciugarsi perché l’acqua alla fonte ce l’ha Eni, attraverso la gestione della diga Ragoleto. Acqua che tra l’altro non è stata mai affidata neanche al consorzio di bonifica. Quindi alla fine ci si accontenta di briciole, mentre i veri torti restano». Ma a Gela non c’è solo Eni, e non c’è solo la riserva del Biviere. Sulla piana lungo la statale esiste la colonia di cicogna bianca più grande d’Italia, nota perché da tempo ha scelto di nidificare sui tralicci della rete elettrica. La colonia tuttavia è a rischio folgorazione, come certificato da uno studio scientifico, perché Enel non ha ancora messo in sicurezza le strutture. Poi però, nella vicina riserva naturale di Priolo, Enel ed Eni e Lukoil finanziano un progetto di ricostruzione dopo il devastante incendio della scorsa estate. Anche l’oasi naturalistica di Priolo sorge accanto a uno stabilimento industriale, cioè il polo petrolchimico più grande d’Europa che costeggia la costa orientale della Sicilia da Augusta a Siracusa, ed è gestita anch’essa dalla Lipu. Che però in questo caso i doni interessati li accetta eccome. Attenzione, la compensazione ai territori da parte delle grandi industrie è dovuta. Ci vuole però non solo una determinata progettualità ma anche una decisa rivendicazione: ci prendiamo ciò che ci spetta, non quello che ci regalate.

Mentre in Sicilia le multinazionali sono state viste dalla classe politica, dal mondo culturale e del terzo settore unicamente come un bancomat al quale attingere per farsi finanziare microscopici progetti. Spesso con poca attinenza col territorio. Con l’unico risultato di fare da spalla a chi continua a soggiogare intere popolazioni con la propria potenza economica. L’insopportabile dicotomia salute-lavoro si spezza (anche) mostrando e dimostrando che su natura e cultura la Sicilia può farcela da sola. «Si tratta anche di una questione meridionale – converge ancora Giudice – Se sull’Isola le grandi industrie hanno una marcia, in Veneto e in Lombardia ne hanno un’altra. Sugli aspetti ecologici investono molto di più al Nord, nonostante i veri disastri ambientali siano tutti al Sud». 

L’isolamento del direttore della riserva del Biviere a Gela fa il paio con quella dei fratelli Di Modica ad Augusta. Più di vent’anni fa hanno fondato Area Teatro, una compagnia teatrale indipendente, e recentemente hanno realizzato una raccolta fondi per tornare a far girare in tutta Italia uno dei primi spettacoli sul G8 di Genova. Dopo l’articolo sul greenwashing di Eni, pubblicato sempre su Jacobin Italia, sono stato contattato direttamente da Alessio che mi ha proposto di analizzare il «cultural washing», una definizione che ho trovato particolarmente azzeccata. 

«Ci troviamo un po’ alieni e un po’ anomali – racconta Ivano Di Modica –, non solo per il territorio ma proprio per l’approccio. Dopo il Covid la situazione peggiorerà. Le fondazioni e le multinazionali avranno sempre più potere. Ne abbiamo visto un assaggio al teatro greco di Siracusa, che dopo il lockdown ha da poco organizzato una nuova stagione, rinunciando alle classiche e celebri tragedie greche e affidandosi invece a una serie di monologhi, da parte di attori come Luigi Lo Cascio, e con una platea ridotta. Main partner dell’evento la compagnia petrolifera Erg». Nel polo industriale siracusano l’influenza diretta delle grandi industrie è ancora molto netta, soprattutto dovuta al fatto che col passaggio di tre raffinerie dalle italiane Erg ed Esso alle straniere Sonatrach e Lukoil anche i nuovi arrivati cercano di catturare le simpatie della popolazione. Così l’algerina Sonatrach da una parte regala al Comune di Augusta un pullman per disabili (perché quello Esso era guasto), dall’altra finanzia il cinema in piazza, la sagra di tradizioni popolari «Pititti, pittiteddi» a Melilli, le pubblicazioni locali sulla storia patria e altro ancora. «Le industrie non stanno lasciando più un metro libero, hanno occupato tutti gli spazi – afferma ancora Di Modica – Prima bisognava fare la fila e avere i giusti agganci per ottenere i contributi, ora che invece le aziende dell’energia hanno gli occhi puntati addosso per via della rinnovata sensibilità ambientale sono esse stesse a cercare interlocutori. Questo avviene chiaramente anche a livello nazionale, basti vedere il teatro della cooperativa (a detta di tutti gli operatori il teatro più riconosciuto a livello di impegno civile) che ha Eni come main partner della stagione teatrale e dei laboratori per ragazzi». 

Un capitolo a parte poi lo meriterebbe il ruolo delle fondazioni che aziende come Eni ed Erg sfruttano da tempo per promuovere sé stesse come buone e attente ai fermenti che provengono dal territorio. Intanto, rimanendo ai contributi diretti da parte delle major energetiche, anche a Milazzo – il vertice  a Nord del triangolo industriale isolano – le cose non vanno meglio. Nel 2016 la rassegna di cinema e teatro della legalità «Se si insegnasse la bellezza» – una citazione erroneamente attribuita a Peppino Impastato – aveva tra i finanziatori la raffineria di Milazzo (al 50% di Eni e al 50% di Kuwait), mentre ciò non avveniva nell’edizione del 2020, prima che venisse sospesa in seguito al recente lockdown. Gli eventi promossi dalla raffineria di Milazzo vanno dai tornei di basket ai festival jazz fino agli scambi culturali promossi da un’associazione studentesca che si definisce «apolitica» ma che intende «promuovere l’Europa agli europei» (e questa non è politica?). Il 27 luglio intanto lo stabilimento industriale messinese ha vinto una battaglia certamente politica, con il Tar che ha accolto molte obiezioni presentate dalla raffineria di Milazzo e ha bocciato il Piano di Tutela di Qualità dell’Aria, promosso dalla Regione due anni fa e che nelle intenzioni avrebbe dovuto limitare le emissioni degli impianti industriali e costringerle ad adottare le migliori tecnologie disponibili.

«Le raffinerie vincono, al momento, su tutta la linea – è il commento a caldo dei comitati locali che si battono per la difesa del territorio – Dopo la sentenza, non sono obbligate a investire un euro in più nel rinnovamento degli impianti. Ovvero, nessun posto di lavoro nuovo verrà creato, nessuno di quelli esistenti è più sicuro […] Un solco sempre più grande si scava tra territorio e fabbrica, e quando manager e azionisti decideranno di andare, senza preavviso come fatto a Gela, saranno in molti a girarsi dall’altro lato, forse sollevati da una presenza che per decenni ha annerito la loro quotidianità». Un interessante spunto di riflessione per chi vorrà farsi finanziare in futuro sagre, feste, libri, concorsi, rassegne. Avviene anche con A2A, che a San Filippo del Mela gestisce una centrale termoelettrica in attesa di riconversione, e che qui ha sponsorizzato concerti, come quello della Dark Polo Gang a Milazzo lo scorso agosto, l’immancabile festa patronale di san Martino e l’ecoforum di Legambiente «Sicilia munnizza free», per liberare l’Isola dai rifiuti. Strana idea quella di liberarsi affidandosi a chi ti tiene in scacco. 

 

(*) Andrea Turco, giornalista siciliano, scrive di ambiente e temi sociali. Questo articolo è ripreso da jacobinitalia.it dove vale segnalare anche jacobinitalia.it/eni-il-greenwashing-e-servito ma anche jacobinitalia.it/linquinamento-non-ha-prezzo/


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martedì 9 giugno 2020

Conte e il fantasma del ponte - Marco Revelli



C’era da scommetterci. È bastato che si sentisse il profumo dei soldi, solo il profumo per ora – che dall’Europa si profilasse un bel pacco di miliardi – perché il solito fantasma ritornasse ad aggirarsi nel sottobosco della nostra politica: il fantasma del ponte. Il sogno di tutti gli scialacquatori del pubblico denaro e l’incubo di tutti i cittadini ben informati. Il Ponte sullo stretto, s’intende, quel gigantesco maelstrom che finora ha divorato, rimanendo sempre nel suo stato fantasmatico, visibile solo come rendering, un miliardo di euro. Gemello, in questo, di quell’altra Grande Opera Criminale che è il TAV Torino-Lione.
Inopinatamente, presenza surreale in un’Italia segnata dai lutti del Covid-19 e angosciata dalle ombre del proprio futuro economico, quello spettro è rientrato nel dolente scenario politico nostrano per la porta principale, da palazzo Chigi addirittura, in un’esternazione del Presidente del Consiglio Conte. Per la verità si è trattato appena di un sussurro. Giusto un impercettibile movimento dell’aria come quelli che annunciano i fantasmi allo stato embrionale: quattro parole appena, “Lo valuterò senza pregiudizi”, in risposta a una domanda diretta. Ma tanto è bastato a Repubblica – che non sogna altro che vederlo morto quel governo – per lasciarsi andare a un trionfante “Benvenuto tra gli innamorati!” e sparare a tutta pagina il titolone Anche Conte sedotto dal ponte sullo stretto.
Sul Fatto – solo sul sito del Fatto – abbiamo potuto leggere e ascoltare l’intera frase pronunciata in quella sede dal Presidente del Consiglio, che suona in realtà così: “Non voglio declamare opere immaginifiche. Non a caso ho parlato di una rete infrastrutturale-viaria che è inaccettabile. C’è tanto da fare (i collegamenti sulla costa Ionica della Basilicata, il binario unico tra Roma-Pescara-Lecce, l’Alta Velocità a Venezia, per non parlare della Sicilia) e quando avremo la possibilità di programmare e realizzare i progetti che ho citato) mi sederò a un tavolo e senza pregiudizi valuterò anche il ponte sullo Stretto“. Difficile leggervi un colpo di fulmine da innamorato. Ma tant’è. Il guaio era fatto, con lo sdoganamento del mostro che ha potuto così fare ritorno impunemente tra le pieghe dell’Agenda politica.

Possiamo anche immaginare le ragioni tattiche che hanno dettato quella “diplomatica” ammissione. La necessità di alleggerire la pressione renziana dall’interno della coalizione, col Bullo di Rignano sempre pronto a cercarsi col lanternino le peggiori cause su cui condurre la propria personale guerriglia. L’illusione di placare la furia del mastino di Baskerville che da neo-presidente confindustriale, non pago dei disastri prodotti nella sua regione con i diktat sulle riaperture, aveva da poco lanciato il suo anatema contro un governo che “ha fatto peggio del virus”, sperando di accaparrarsi tutto il tesoretto in arrivo da Bruxelles con una nuova coalizione di “amici”. Forse anche un ballon d’essai lanciato a Berlusconi, come possibile ruotino di scorta di una maggioranza risicata… Tutto possibile: questo è oggi la politica… Resta tuttavia il fatto che Giuseppe Conte ha fatto male, malissimo, a lasciare aperto anche solo uno spiraglio. Quello spiraglio. Che finisce per avvicinare pericolosamente l’”avvocato del popolo” ai tanti avvocati dei “nemici del popolo”, che da anni, decenni, brigano con carte bollate, manovre sotterranee, campagne di stampa, manovre parlamentari sotterranee, occultamento di conti e bilanci, per tenere in vita quel cadavere che ormai da 35 anni ci ammorba.
La cosa era incominciata nell’altro secolo, nel 1981 (!), con la nascita della “Società Stretto di Messina” di cui la Corte dei Conti ha sancito lo scioglimento avviandone la procedura di liquidazione e, nel contempo, calcolandone i costi sostenuti: una cifra enorme, costituita da un costante esborso di 10 milioni di euro all’anno per sole spese amministrative e gestionali (gettoni di presenza, personale di segreteria, emolumenti di rappresentanza), oltre all’interminabile lista di spese per studi di fattibilità, consulenze milionarie, progettazione, monitoraggio del nulla, analisi geognostiche (una lista che chi ha seguito la vergognosa vicenda del TAV in Val di Susa conosce bene). Nel ventennio che va dal 1981 al 2001, dice la Corte, sono stati spesi 74milioni e 443mila euro “per studi di fattibilità, ricerca e progetto di massima”. Nel biennio successivo (2002-2003) altri 91milioni e 246mila euro se ne sono andati ancora per “il progetto preliminare e gli atti di convenzione”. In un solo biennio (2004-2006) sono stati buttati ben 147 milioni “per la gara di appalto, il piano finanziario, i sistemi informativi e gestionali”. Poi l’attività è stata sospesa per due anni, tra il 2007 e il 2008, ma i costi paradossalmente sono saliti a un ritmo ancora maggiore: 160 milioni e 662mila euro!!! L’anno successivo si è messo mano alle “attività per gli accordi con i contraenti”, all’aggiornamento delle convenzioni e si è avviato il piano finanziario terminate l’anno successivo, con una spesa di 172milioni e 637mila euro. In ultimo – in fine velocior – tra il 2010 e il 2013, sono stati gettati, tra Scilla e Cariddi, oltre 312 milioni per “la stesura del progetto definitivo, il monitoraggio ambientale, l’aggiornamento del piano finanziario e la stipula dell’atto aggiuntivo”. Tutte cose INUTILI, perché nello stesso anno, nel 2013, si è proceduto d’ufficio allo scioglimento della società, che non è stato, neppure quello, privo di oneri, anzi è costato 5 milioni e mezzo di euro finiti nelle tasche dei soliti avvocati dei “nemici del popolo”. La somma finale a tutto il 2017 ammontava a 958 milioni e 292mila euro…

Per questo, di quel Ponte sul nulla non bisognerebbe proprio più parlare. Decenza vorrebbe che non venisse neppur più nominato. Anche perché – bisognerebbe dirlo al premier – porta sgarro. Una breve occhiata alla storia ci dice che chiunque l’abbia evocato o rievocato, è finito male (politicamente parlando, s’intende). L’aveva varato Bettino Craxi, al culmine della sua potenza, nel 1985 quando nella sala delle Repubbliche marinare di Palazzo Chigi, siglò “in forma solenne la convenzione per la realizzazione dell’opera, davanti a numerosi ministri e alla nomenklatura siciliana” dichiarando: “Entro il 1994 il ponte sarà ultimato”. Poco dopo incominciò il suo declino. Nel 2001 sarà Berlusconi, con un “Pronti, via!” gridato dagli scogli davanti al mare, a sponsorizzare l’opera inserendola tra le prime opere della famigerata legge-obiettivo e assicurando che nel 2012 sarebbe entrata in funzione (è uscito da ogni funzione pubblica prima lui). Ci aveva riprovato nel 2016 Matteo Renzi, su assist dell’allora suo ministro dell’interno Alfano, con un impegnativo “Se siete pronti noi ci siamo”. Prima il ministro, poi il premier non ci sono più stati (nelle stanze dei bottoni).
Scherzi a parte. Ci sono molte buone ragioni per cancellare dal nostro orizzonte un’opera che, esattamente come il TAV in Val di Susa, è costosa (il suo costo era già valutato dieci anni fa intorno agli 8-9 miliardi di euro, quasi un punto di Pil), inutile (gli studi più accreditati dicono che il traffico prevedibile non supererebbe l’11% della portata), dannosa (come denuncia il WWF “va ad incidere su un’area ampiamente vincolata per gli straordinari valori paesaggistici e severamente tutelata dall’Unione Europea”). La sua riesumazione, anche solo in via ipotetica, come possibile voce di una possibile agenda politica, sarebbe un pessimo segnale su quanto ci aspetta nella fase che segue la tragedia del Covid-19. Una dichiarazione tombale che “cambiare non si può”.

lunedì 9 ottobre 2017

Vino doc e olio d’oliva. Il sangue dei migranti nei campi di Trapani - Antonello Mangano



I vini di Alcamo, le olive di Campobello. Dietro i prodotti d’eccellenza della provincia di Trapani ci sono ancora le storie estreme di chi dorme in piazza o in una baracca di cartone. E lotta per pochi euro al giorno
Uno taglia a cubetti l’agnello, l’altro prepara la padella, il terzo accende il fornello da campo. Il tè alla menta bolle in un angolo. Piazza Renda, pieno centro di Alcamo. Un gruppo di tunisini si attrezza per la cena. Quel quadrato di asfalto è la loro casa: cucina e camera da letto. L’armadio è una specie di gabbia metallica dove i vestiti sono stesi ad asciugare.
I migranti che dormono sull’asfalto sono la parte meno presentabile della catena di produzione dei vini bianchi Doc. I prodotti che hanno reso famosa quest’area e creato lavoratori usa e getta per la vendemmia.
Più in là ci sono gruppi di subsahariani. E coperte, sacchi a pelo e materassi appesi agli alberi. Li stanno recuperando in vista della notte. Al centro della piazza, intorno a un tavolino, un gruppo di vecchietti del paese gioca a carte come se nulla fosse.
Alcamo
La doccia”, chiedono tutti. “È vero che si può fare la doccia senza pagare? “A qualche chilometro di distanza c’è effettivamente un centro di accoglienza che ha stabilito regole rigide. Si entra documenti alla mano, che vengono fotocopiati e spediti alle autorità. Molti hanno il permesso di soggiorno e potrebbero almeno lavarsi. Ma l’ostacolo sono i due euro per cena, doccia e letto.
Tutti sono qui per lo stesso motivo: mettere soldi da parte. Meglio dormire all’aperto che cedere due monete preziose.
Ci sono arabi ormai coi capelli grigi e giovani richiedenti asilo in attesa dei documenti. E c’è anche una terza categoria: africani da tempo in Italia impegnati nella “transumanza”, si spostano seguendo il ritmo delle raccolte e delle stagioni. Sono sempre di meno, decimati dai dolori alle ossa e da un lavoro che ti invecchia a vent’anni. Stanchi di essere braccia senza diritti. Stanchi della fatica bestiale per rinnovare il permesso di soggiorno e racimolare qualche euro. Stanchi di sognare diritti come la disoccupazione agricola. Distrutti dalla sensazione – uguale ogni anno – di ricominciare sempre da zero.
Al centro di accoglienza – forse anche per l’ora tarda – gli operatori non hanno molta voglia di parlare. Intervista in piedi e durata record di sessanta secondi. I due euro sono un rimborso spese, dicono. Tra tende e tavoli di plastica, si respira la solita aria dell’emergenza. Ancora una volta, raccolte di frutta e vendemmie sono gestiti dalle istituzioni come epidemie e terremoti. Ambulanze, tendoni, pasti precotti.
L’alba sorprende i lavoratori che dormono in piazza. È tempo di svegliarsi in fretta e correre al bar. Non per colazione, per vendersi. In breve arrivano i furgoncini con i padroni dei campi e li portano a vendemmiare. “È una situazione che dura da 17 anni”, dice un cronista del luogo.
Campobello di Mazara
A un’ora di distanza, dall’altro versante della provincia, ancora lavoratori in condizioni estreme. Campobello di Mazara. Oltre cento persone sono in attesa di una essere scelti per raccogliere le olive. Ne arriveranno 1500.
La baraccopoli è in piena costruzione. Un’anima di pallet, uno strato di cartone e una protezione di plastica per impermeabilizzare. Ecco pronta un’altra baracca. Intorno due asini, cumuli di spazzatura, auto scassate, macerie e residui di un tetto in amianto. “Is it poison?”, chiede un carpentiere ai medici che gli dicono di stare lontano.
Ahmed è tunisino, vive in Italia dal 2009. Documenti in regola tramite contratto agricolo e rinnovo alla Questura di Trapani (“mai un problema”). Vive a Barcellona ed è impiegato nei vivai nella zona di Milazzo. Ma lì c’è poco lavoro, quindi cerca di fare la stagione delle olive. La sua casa? Una baracca di legno. L’arredamento? Un materasso sul pavimento.
Nel 2013 Ousmane Dialle, un giovane senegalese, morì per l’esplosione di una bombola a gas. Un anno più tardi l’ex oleificio Fontane fu attrezzato a centro di accoglienza e intitolato alla sua memoria. Si tratta di un bene confiscato ai clan locali: pare che da lì siano passati i pizzini per Messina Denaro, il boss fantasma che nessuno riesce ancora a catturare. Anche quest’anno il centro dovrebbe riaprire, ma solo per chi è in regola con il permesso di soggiorno.
Buona fortuna
In un angolo estremo c’è il locale di Goodluck. È una donna nigeriana che vive in paese, a Campobello, ma qui ha “creato il suo business”. Vende aranciate ghiacciate, burro d’arachidi e cucina per chi non ha tempo. La ricetta migliore? Riso e montone.
Nel bar di Goodluck incontriamo Santiago, viene dal Gambia e ha un nome spagnolo perché il padre ha vissuto 25 anni a Barcelona. “Sono contento di vedere dei bianchi, che si siedono qui dentro e parlano con noi”, dice. “Non succede mai”.
Nessuna presa elettrica, per caricare i telefoni si va al centro di fronte; una sola fontana a intermittenza, ma l’acqua la comprano al supermercato perché questa non è potabile.
Incontriamo altri migranti. “In paese c’è chi ci insulta, tornate in Africa, ragazzi con lo scooter che urlano e scappano”. I gambiani parlano inglese, vivono nei Cas, sono in attesa dei documenti o (più frequentemente) dell’esito del ricorso. “I’m waiting for my chance”, dice un ragazzo che faceva il pescatore. Lavora saltuariamente con uva e olive ma non rivela alla famiglia dove sta vivendo: “Siamo in contatto ma non voglio che sappiano in che condizioni sono”.
Un giorno arriverà il suo momento. Molto probabilmente lontano da qui. Qui sei solo braccia a costo zero.

domenica 8 ottobre 2017

Don Palmiro Prisutto scrive ai signori delle industrie di Augusta

Illustri Signori proprietari, direttori ed operatori delle aziende del petrolchimico, sono un cittadino di Augusta che tutti voi sicuramente conoscete.
Sono un cittadino nato nell’anno 1954 quando qualcuna delle vostre aziende era già nata anche se portava un nome diverso.
Con grande sforzo della memoria talvolta ho tentato – ma non l’ho ancora completato – di fare una cronologia toponomastica dei vostri impianti, che regolarmente dopo qualche anno cambiavano denominazione e proprietario, così come cambiavano i loghi e le “insegne” degli ingressi degli stabilimenti.
Rasiom, Tifeo, Celene, Liquigas, Augusta Petrolchimica, Sincat, Montecatini, Liquichimica, …..
Sono nato quando già l’inquinamento era in atto.
Ho visto nascere quasi tutti i vostri impianti, ma ho visto distruggere gli agrumeti  dove oggi si trova la Sasol;
ho visto radere al suolo Marina di Melilli, accanto a cui venne costruita l’ISAB, la più grande raffineria del Mediterraneo;
ho visto chiudere le saline dove, in bicicletta, con mio padre andavamo a prendere periodicamente la borsa di sale;
ho visto il mare di Augusta cambiare colore, ho visto le morie dei pesci, ho buttato via quel pesce che stavo mangiando perché “sapeva di nafta”;
da piccolo ho “giocato” anche con il catrame che sempre più spesso sporcava le nostre coste e scogliere;
ho visto occupare dalle petroliere il porto di Augusta, ma ho visto sparire la consistente flottiglia di pescherecci locali che riempivano lo stesso porto e che da tempo immemorabile avevano dato di che vivere alla nostra gente…..;
di ciò che invece è stato seppellito sotto le colate di cemento o è stato distrutto dalle ruspe a Megara Hyblaea e dintorni non ne ho mai avuto visione: ritengo, però, che come tutte le città greche anche Megara avrebbe dovuto avere il suo teatro, ma  non è stato mai riportato alla luce; delle sue necropoli poco o nulla si è salvato, ma tutto quel che resta ancora visibile del patrimonio del nostro passato oggi versa in stato di grave degrado o quasi abbandono. Con certezza sappiamo che all’interno di qualche vostra azienda qualcosa è ancora rimasto visibile ma non visitabile. Qualcuno più vecchio di me raccontava che, mentre si scavava attorno a Megara per impiantarvi tubazioni e serbatoi, camion carichi di reperti archeologici prendevano con cadenza settimanale la via del nord Italia, da dove proveniva l’ultimo colonizzatore.
Ricordo che tanti decenni fa, andando da Augusta a Siracusa con i pullman della scomparsa ditta Ortigia, passando in mezzo alle vostre aziende, occorreva alzare (inutilmente) i vetri dei finestrini, mentre vedevamo quei fumi multicolori che ininterrottamente giorno e notte salivano verso il cielo. Oggi quei fumi multicolori sono diventati bianchi, ma sappiamo bene che non sono solo vapore acqueo, anzi, oggi con particolari accorgimenti, di cui siete possessori di brevetto, sono stati resi addirittura invisibili, dando talvolta l’illusione di trovarci di fronte ad una industria pulita.
Nelle vostre aziende, nel tempo, come tanti altri Augustani e non, hanno lavorato anche miei familiari e parenti. Per alcuni mesi, quando ancora frequentavo gli studi universitari, ci ho lavorato anch’io.
Ho avuto anch’io la possibilità di un approccio diretto con quel tipo di lavoro. Erano anche gli anni in cui tre Gesuiti, a Marina di Melilli, facevano l’esperienza dei preti operai. A quel tempo (anni settanta), e ancor prima, parlare di sicurezza sul lavoro, prevenzione, tutela dell’ambiente e cose del genere sembrava assurdo. Quel lavoro era considerato progresso, e produceva ricchezza e benessere.
Oggi, purtroppo, non possiamo più sostenere questa tesi.
Oggi si pagano le conseguenze di quel falso progresso ed il benessere si è dimostrato effimero; l’inquinamento e le sue conseguenze sono argomenti quotidiani, anche di questi se ne parla ormai dalla fine degli anni settanta, quando la situazione di degrado ambientale e sociale raggiunse livelli assai elevati.
Erano gli anni in cui veniva rasa al suolo Marina di Melilli, ma erano anche gli anni in cui non solo ad Augusta, ma negli ospedali della zona nascevano i bambini malformati e tanti cittadini e lavoratori partivano per i viaggi della speranza nel tentativo di sconfiggere il cancro (qui contratto) nella lontana Parigi o nelle strutture sanitarie del nord Italia che era anche il luogo della residenza fiscale di numerose aziende che operavano sulla nostra terra.
Ci fu così l’intervento coraggioso di un singolo “piccolo magistrato” che osò sfidare le grandi aziende e le multinazionali imponendo il rispetto delle leggi contro l’inquinamento. Qualcosa sembrò cambiare, ma fino a quando non venne decisa la sua promozione in tutt’altra parte dell’Italia.
Due mesi fa la Procura della repubblica di Siracusa, non la scomoda Pretura di Augusta di un tempo, dopo due anni di indagini tecniche ha sequestrato (senza fermarli) alcuni dei vostri impianti con la motivazione che “avevate inquinato”. Non era una scoperta, ma una conferma. L’inquinamento era qualcosa di pregresso. Lo sapevano tutti; la sapevamo tutti; lo sapevate tutti: ma nessuno interveniva.
Oggi, come ieri, gli interessi economici in gioco sono enormi, sia per voi sia per lo stesso Stato.
Quando succedeva qualcosa, considerata la vasta estensione dell’area industriale, rispondevate che nessuno di voi era responsabile, la colpa era sempre degli altri. In fondo, “per motivi di sicurezza” il “fuori servizio tecnico” era sempre una valida giustificazione. E dentro e fuori le fabbriche si respirava di tutto rassegnati e con senso di impotenza.
Da alcuni anni i fuori servizio sono passati da eccezionali a normali e frequenti, anche fin troppo frequenti. Da diversi anni questa puzza, questa “molestia olfattiva” da occasionale è diventata perenne. Colpisce a “macchia di leopardo” mentre la conta dei morti di cancro non si ferma, anzi aumenta. E non c’è solo il cancro: lo sanno bene sia gli operai, sia la popolazione, sia le “autorità” sanitarie. Ma è sempre meglio tacere o minimizzare: è in gioco una posta altissima: il lavoro, quello su cui si basa secondo l’art. 1 della costituzione la Repubblica italiana. Forse, oggi, sarebbe più giusto dire non il lavoro, ma i posti di lavoro. Perché il lavoro è dignità e il lavoro serve per vivere. Qui, però, di lavoro ci si ammala e anche si muore.
Ad alcuni questo progresso ha portato lauti guadagni, ad altri ha sottratto qualcosa di vitale. È certamente vero che questo tipo di progresso ha portato del pane, ma qualcuno sapeva che questo pane non era poi tanto buono.
Per giustificarvi dite che al progresso bisogna pagare un prezzo, ma questo prezzo lo stanno pagando i vostri e nostri operai e noi cittadini assolutamente indifesi, specie di notte.
Fino a qualche settimana fa si diceva che sui fondali della rada di Augusta erano sedimentati “solo” 18 milioni di metri cubi di fanghi industriali e quindi la bonifica non era possibile; oggi si dice che ne esistono altri 45 milioni di metri cubi fuori della rada: e non parliamo di discariche, dell’emungimento e dell’inquinamento della falda, non parliamo dell’atmosfera, ecc.
Qualche anno fa, l’Europa, nostro “capo”, stabilì che chi inquina deve pagare. Nel 2015 il nostro paese approvò la legge sugli ecoreati.
Ma nel nostro parlamento e nelle istituzioni è più facile trovare i rappresentanti delle lobby che i rappresentanti dei cittadini comuni o degli operai. Quando si fanno certe leggi non si tutelano anche certi interessi?
Scriveva circa 19 secoli fa un tale, un certo S. Paolo: il peccato c’è perché c’è la legge: quindi se non c’è la legge il peccato non sussiste; quindi, per analogia, l’inquinamento sussiste solo quando una legge lo fa esistere. Allora basterebbe non fare le leggi o fare le leggi a convenienza oppure fare leggi facilmente aggirabili.
Ragionando per analogia, se io commettessi un’infrazione e venissi scoperto, non mi basterebbe ammettere di avere sbagliato e chiedere scusa, ma certamente mi sarebbe stata inflitta una sanzione. Questa regola, però, non vale per tutti: nello Stato dove in teoria la legge è uguale per tutti, per quelli che invece hanno tanti soldi la legge si interpreta, non si applica; lo stato addirittura in taluni casi è sceso a trattativa. (evasione fiscale dei VIP, introiti dei padroni del WEB, …)
Purtroppo non si può scendere a trattativa quando ormai sei gravemente ammalato o morto.
Allora è vero che chi inquina paga? Fuori dell’Italia probabilmente sì, ma nel nostro paese?
Quante sentenze cominciano con “In nome del popolo italiano” ?
Illustri signori proprietari, direttori e dirigenti delle aziende del petrolchimico,
il reato da voi commesso è stato ormai accertato; se avete accettato le prescrizioni della magistratura sostanzialmente vi siete dichiarati colpevoli, ma non credo che entrerete mai in un’aula giudiziaria: l’operazione Mare Rosso insegna. Nessuno finora vi ha comminato una sanzione; nessuno di voi è stato giudicato o condannato e non credo che ciò potrà avvenire. Gli unici ad essere stati privati del diritto alla salute sono stati gli abitanti del territorio; gli unici ad essere stati condannati (magari ad una consapevole morte per cancro o altre malattie) sono stati gli abitanti di questo territorio e i tanti lavoratori delle vostre fabbriche.
A mio avviso il principio CHI INQUINA PAGA È SBAGLIATO se applicato in un determinato modo! Pagare un’ammenda con gli spiccioli di guadagni miliardari sarebbe facile e fin troppo comodo.
Quanto dovrebbe pagare chi ha inquinato? Chi dovrebbe stabilirlo? E a chi dovrebbe pagare? I vostri veleni non li respirano e non contaminano solo i vostri dipendenti.
CHI HA INQUINATO E INQUINA DEVE SMETTERE DI INQUINARE: oggi esistono nuove tecnologie e metodologie che consentono di farlo;
CHI HA INQUINATO DEVE BONIFICARE non perché qualcuno potrebbe imporglielo in un’aula giudiziaria, ma solo perché esiste anche il principio del ravvedimento e della riparazione dopo l’errore.
Bisogna dare un futuro nuovo e pulito a questa terra.
Circa tre quarti del territorio della provincia di Siracusa sono stati dichiarati “PATRIMONIO DELL’UMANITÀ”, solamente la parte nord di essa dove è ubicato il petrolchimico meriterebbe il titolo di pattumiera dell’umanità. Questo vuol dire che una parte della nostra provincia (Val di Noto ed oltre) vive di un lavoro pulito: turismo. Chissà perché nella zona nord della provincia di Siracusa questa parola non viene mai pronunciata, eppure di luoghi che potrebbero richiamare turisti ce ne sono ancora rimasti. Il porto di Augusta che ha ospitato superpetroliere e le portaerei degli Stati Uniti non potrebbe accogliere anche le navi da crociera?
Tempo fa, una delle vostre aziende, fece realizzare una propria segnaletica pubblicitaria come se fosse lo sponsor degli insediamenti turistico-archeologici del nostro territorio: alcuni di questi cartelloni li fotografai perché mi sembrarono contraddittori: come si può sponsorizzare il turismo dopo averlo distrutto?
In quanto cittadino nativo di questa “mia terra”, mi sento in dovere di fare a tutte le vostre aziende una PROPOSTA PER UN LAVORO PULITO inquadrandolo nell’ottica della giustizia e di un  “ravvedimento operoso”:
considerato il danneggiamento probabilmente irreversibile del territorio dovuto all’industrializzazione;
considerati i vostri profitti nel corso di tutti questi anni in cui avete inquinato;
considerato che la tassazione del lavoro ha prodotto ingenti guadagni anche per lo stato centrale;
fermo restando l’onere giusto e doveroso delle bonifiche,
chiediamo che parte di questi profitti siano restituiti alla comunità residente su questo territorio per i seguenti progetti: (ovviamente faccio riferimento alla mia città di Augusta; Melilli e Priolo potrebbero fare altrettanto)
potenziamento e riqualificazione dell’ospedale di Augusta; (non vanno sponsorizzate solo le società sportive ad es. l’Inter di Moratti, la Sampdoria di Garrone, Basket di Priolo dall’Enichem, ….)
realizzazione di un grande centro sportivo polivalente (stadio compreso) per il territorio ricadente nell’area; (al riguardo ricordiamo che negli anni 70 gli stadi di Augusta e Priolo – oggi chiusi – furono colmati dalle ceneri di pirite)
restauro completo dei beni storico-culturali del territorio: castelli Augusta e Brucoli, fortificazioni spagnole all’interno del porto, prosieguo degli scavi di Megara Hyblaea, realizzazione di un museo, recupero dell’hangar, restauro del convento di San Domenico, recupero e pubblica fruizione dei siti archeologici esistenti entro il perimetro dell’area industriale……
Quanto lavoro, quanti posti di lavoro e per quanti anni  potrebbe produrre una tale coraggiosa e doverosa decisione?
Ed una volta realizzato tutto questo, quel che è stato recuperato non potrebbe costituire il lavoro futuro, pulito e sicuro degli stessi figli degli operai del petrolchimico che magari sono rimasti orfani troppo giovani?
Quanto lavoro pulito e quanti posti di lavoro potrebbero dare oggi quegli stessi soldi che hanno “sporcato” il nostro territorio, ma che in gran parte sono andati a finire in qualche altra parte  d’Italia o del mondo?
Per questa nostra terra e per le nuove generazioni ci sarà mai la possibilità di un riscatto e di un futuro pulito?
Augusta, 28 settembre 2017
Palmiro Prisutto

QUI un documentario molto interessante

giovedì 15 dicembre 2016

Noi diventati poliziotti vegetariani

di Alessio Ribaudo


L’appuntamento, per tre giorni a settimana, è fissato a mezzanotte. Prima si infilano stivali alti, indossano materiali tecnici per sopportare il freddo intenso, inseriscono potenti torce nella cintura e, dopo una riunione in Commissariato, si inerpicano sui monti del Parco dei Nebrodi con dei fuoristrada: sino a 1.800 metri dove le strade asfaltate si interrompono e diventano sentieri. Sono in dieci e battono palmo a palmo pascoli e boschi alla ricerca di animali rubati o casolari trasformati in macelli clandestini dove si sezionano pure carni adulterate e potenzialmente rischiose per la salute. Solo ieri, nell’ultimo blitz chiamato «Gamma-Interferon», coordinato dalla procura di Patti, nel Messinese, hanno eseguito 33 provvedimenti cautelari che hanno colpito allevatori, macellai e veterinari. Senza considerare altri 17 indagati fra cui un comandante dei Vigili e un sostituto commissario di Polizia.
L’idea della squadra
Sono stati ribattezzati «la squadra dei vegetariani». «Ci hanno affibbiato questo nomignolo pensando di ridicolizzarci — spiega il vicequestore aggiunto Daniele Manganaro, 42 anni, due lauree e un master universitario di secondo livello — ma noi lo siamo diventati a ragion veduta perché più scoprivamo illegalità e più, uno dopo l’altro, abbiamo smesso di mangiare carne». Manganaro, guida il commissariato di Sant’Agata di Militello (Messina), dal 2014. «Appena arrivato — prosegue — ho intuito che nei Comuni del Parco di mia competenza c’era qualcosa di strano: troppi imprenditori denunciavano smarrimenti e furti di bestiame». Da qui l’idea di creare una squadra specializzata in abigeati, macellazioni clandestine, sofisticazioni alimentari e truffe per ottenere fondi pubblici.
Le diverse competenze
«Ho scoperto che fra i miei uomini c’erano figli di allevatori come Salvatore Mangione che conoscono quei boschi e sanno come trattare gli animali durante i controlli; c’erano chimici come Tiziano Granata in grado di analizzare i medicinali rinvenuti e, poi, altri ragazzi encomiabili che passano notti al freddo per osservare i movimenti sospetti».
Il supporto del questore
Un incastro umano che ha trovato la sponda dal questore di Messina, Giuseppe Cucchiara. Un dirigente schivo, con un lungo passato da investigatore della Mobile, che alla scrivania preferisce la strada. «Supportandoli con uomini e mezzi ho fatto solo il mio dovere — dice Cucchiara — e a furia di seguire le loro indagini anche io sono diventato vegetariano»…

venerdì 26 giugno 2015

TrivAdvisor

"Trivellazioni magnifiche"
http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/code/2015/trivadvisor/img/voto4.png 02/09/2020
Finalmente io e la mia famiglia abbiamo potuto vedere questo panorama di petrolio di cui avevamo tanto sentito parlare: le trivellazioni sono proprio a pochi chilometri dalla costa!...perfetta per i bambini che possono passare il tempo a contare i pozzi! Da tornare
"Niente esplosioni, peccato!"
http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/code/2015/trivadvisor/img/voto3.png 21/08/2020
Sono partito perché mi avevano parlato molto degli airgun, di come siano incredibili le esplosioni sott'acqua...ma niente, c'era troppa gente a fare la fila per i pedalò per vedere le esplosioni

"Brutto tempo, non ho visto la piattaforma"
http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/code/2015/trivadvisor/img/voto3.png 26/06/2020
Penso che dovrò tornare perché il tempo era bruttissimo e non si vedeva la piattaforma...soldi buttati, prima di andare È NECESSARIO guardare il meteo!!!


La costa orientale siciliana è stretta tra due aree di intervento dei petrolieri: una a sud, fino a ridosso di Capo Passero, l'altra a est, nel tratto  che divide l'isola dalla Calabria, al largo delle coste di Catania ed Acireale. Le trivelle premono soprattutto da sud: un permesso di ricerca di petrolio, un'area di 337 chilometri quadrati, arriva fino all'Isola delle Correnti.

Firma ora per un futuro senza trivelle.




Ti sembra uno scherzo? Purtroppo non lo è, e stavolta abbiamo voluto comunicarlo in un modo inusuale: abbiamo ideato il sito “TrivAdvisor, perché tutti possano conoscere il panorama che ci mette di fronte lo Sblocca Italia,  quello delle trivellazioni offshore nei nostri mari, e mobilitarsi per chiedere un cambiamento!
La strategia energetica italiana, in modo inspiegabile e paradossale sia dal punto di vista ambientale che da quello energetico ed economico, ha infatti scelto lo sfruttamento degli idrocarburi dei nostri mari. Nuove concessioni sono già realtà sia nel Canale di Sicilia che nell’Adriatico e nello Ionio; altre sono già all’orizzonte.
È un’idea miope che porterà profitti solo nelle tasche dei petrolieri, scaricando tutti i rischi sulle comunità, sull’ambiente, sulla fauna ittica, senza nemmeno soddisfare il fabbisogno energeticodel Paese! Le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali infatti equivalgono a meno di 2 mesi dei consumi nazionali, quelle di gas a circa 6 mesi.  Le ricadute occupazionali e le entrate fiscali previste sono modestissime, mentre possiamo immaginare cosa accadrà a turismo e pesca sostenibile.
Con lo Sblocca Italia il Governo, semplificando gli iter autorizzativi ed esautorando le amministrazioni locali, ha scelto la sua strada, quella della petrolizzazione del mare. Ma si tratta di una via a senso unico: non si torna indietro. Nessuno può escludere un disastro ambientale...e in Italia, è bene ricordarlo, il rischio di uno sversamento grave non è neppure previsto nelle valutazioni di impatto ambientale!

È ora di cambiare registro, ma per essere più forti dei petrolieri serve anche la tua voce:unisciti a noi, firma per liberare il mare dalle trivelle!