L’Operazione Arcadia fu la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda.
Il ministro
degli esteri (segretario di Stato) USA, Marco Rubio, convoca un summit internazionale
anti-antifascista, sotto la fattispecie della lotta al “terrorismo rosso”. La fissazione
dell’amministrazione Trump e dei suoi sostenitori per la minaccia “comunista”
somiglia un po’ alla retorica di Silvio Berlusconi trent’anni fa.
Agitare uno
spettro fittizio come quello del comunismo è un espediente di comodo per
delegittimare e se possibile colpire in termini repressivi qualsiasi movimento
democratico e popolare, organizzato o meno che sia. Lo spostamento a destra
dell’asse politico occidentale (ma non solo) è un fenomeno ormai conclamato, le
cui radici affondano nella reazione delle élite internazionali al periodo di
fermento sociale e culturale tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Si
innerva di ideologie securitarie e di fede cieca nelle virtù taumaturgiche del
“libero mercato”.
Per
inciso, ”libero mercato” è una formula vacua e menzognera (ideologica,
appunto), dato che i grandi padroni del mondo – gruppi bancari, fondi di
investimento, famiglie detentrici di rendite mostruosamente grandi, boss della
Silicon Valley, industriali delle armi e dei farmaci, ecc. ecc. – aspirano
ai monopoli e al controllo assoluto delle risorse, delle ricchezze
materiali e delle informazioni. L’esistenza stessa dell’umanità e la
salvaguardia della biosfera (l’unica di cui disponiamo) sono variabili
dipendenti, persino elementi sacrificabili.
La finta
dialettica tra élite tecnocratiche e movimenti politici di estrema destra
camuffa una convergenza di interessi che ha tra i suoi obiettivi principali quello
di prosciugare la partecipazione popolare alla politica, di ridurre
la possibilità stessa di alternative politiche e sociali, di generare una
frattura sempre più netta tra le classi dominanti e il resto della popolazione
umana. Mentre nel mondo si pagano le conseguenze dei rapidi mutamenti climatici
in corso, le élite internazionali – perlopiù negazioniste o comunque
interessate a fare del problema un’occasione di arricchimento e di potere – si
costruiscono bunker di lusso, preparandosi al peggio.
La stessa
retorica bellica, così di moda, in realtà riveste a malapena pulsioni di
speculazione affaristica, soddisfatte dalla crescita del traffico di armamenti
e strumenti di distruzione. Il vero interesse sta nei grandiosi ricavi
che i conflitti garantiscono, il resto è inquinamento infodemico.
Vale anche
per il finto conflitto tra Occidente e Federazione russa, i cui vertici sono
pericolosamente in consonanza ideale e strategica con quelli USA e con le
destre europee. D’altra parte, l’esempio fornito dalle classi dirigenti del
Vecchio continente è così poco dignitoso (pensiamo all’ultimo vertice NATO in
Turchia) che davvero si fa fatica a immaginarle come baluardo contro l’onda
nera montante e contro eventuali attacchi militari da est. Il
prosciugamento della democrazia europea non è spettacolare e fanfarone come
l’analogo fenomeno USA, ma non meno reale. Solo, applica preferibilmente
il principio della “rana bollita”.
L’iniziativa
di Rubio, per quanto possa suonare grottesca e quasi caricaturale, ha un senso
profondo che dovrebbe allarmarci molto. Ormai sta diventando legittimo il
discorso pubblico di stampo fascista (lo vediamo sotto l’amministrazione Trump negli USA, ma
anche nella maggior parte dei paesi europei, Italia in testa). Al contempo viene sempre più
colpevolizzato qualsiasi discorso emancipativo, popolare, solidale,
internazionalista, autodeterminazionista (sia nel senso delle garanzie per le
scelte di vita individuali, sia nel senso del diritto di esistere delle varie
minoranze, sia in termini di autodeterminazione dei popoli).
Operazione Arcadia: non siamo ancora giunti a un esito
definitivo della vicenda
Il che in
Sardegna dovrebbe suscitare un allarme ancora più vivo. Per combinazione, l’11
luglio cadeva il ventesimo anniversario dell’Operazione Arcadia, la vasta azione
repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra
indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla
formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo
vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati (Massimiliano Nappi) e costanti riformulazioni delle
accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda. Ripensarci
oggi dovrebbe suscitare ancora maggiori preoccupazioni di quanto non sia
successo al momento.
Va anzi
detto che, sulle prime, quella vicenda non destò l’indignazione che ci si
sarebbe aspettati non solo dal mondo indipendentista ma anche dalla società
civile democratica. Il ceto medio istruito, in Sardegna, è da tempo il bacino
di consenso dei partiti italiani, come tale ostile a qualsiasi discorso
autodeterminazionista, anche blandamente autonomista (a dispetto delle
retoriche spesso impiegate). Ma almeno l’ambiente indipendentista,
sia nelle sue organizzazioni sia nella sua base sociale (che non è affatto così
esigua come i risultati elettorali lasciano supporre), avrebbe dovuto
reagire in modo forte e compatto.
L’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una
nuova consapevolezza
Era
l’occasione per sviluppare anticorpi robusti contro ogni forma di repressione
da parte degli apparati di sicurezza italiani. La memoria della repressione del
“vento sardista”, negli anni Ottanta del secolo scorso, non era condivisa dalle
nuove generazioni che animavano lo scenario politico del primo decennio di
questo secolo: l’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova
consapevolezza. Certo, la copertura mediatica dell’intera vicenda ha sempre
lasciato a desiderare. Se da parte dell’informazione italiana ciò non può
destare meraviglia, dalla stampa sarda, in un mondo ideale, avremmo
potuto avere un apporto molto più sensibile alla realtà socio-politica dell’isola.
Ma anche la stampa sarda è perlopiù funzionale a dinamiche di potere e di
posizionamento dentro il grande gioco spartitorio neo-coloniale che colpisce la
Sardegna.
Molte
persone, sedicenti progressiste, che nell’isola si scandalizzano per la deriva
trumpiana e magari stigmatizzano la vicinanza del governo Meloni a tali istanze
reazionarie, non hanno la minima idea di cosa sia stata l’Operazione
Arcadia, di quale precedente inquietante rappresenti, proprio nell’ottica
dell’aggressione all’anti-fascismo in atto. Così come non hanno mai battuto
ciglio davanti a tutte le successive azioni repressive contro il movimento
anti-occupazione militare, pure a volte clamorose (come l’Operazione Lince, per
dirne una).
L’esclusione sistematica della popolazione locale da
qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo
Insomma, non
c’è di che stare tranquilli. In Sardegna i disegni di sfruttamento coloniale
sono così palesi da risultare quasi invisibili, per paradossale che possa
sembrare. L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi
decisione riguardi il territorio sardo è una condizione basilare, purtroppo
garantita dalle stesse forze politiche che occupano le istituzioni e tutti i
vari posti di sottogoverno, para-pubblici, culturali ecc. Che siano affari
generati dall’industria energetica, dal complesso militar-industriale, dai
grandi fondi di investimento interessati a infrastrutture e speculazione
immobiliar-turistica, dalle terre rare o da chissà cos’altro, la politica
istituzionale sarda è delegata a garantirne il successo. È una tipica
situazione coloniale, a dispetto delle obiezioni di intellettuali organici
all’apparato di potere dominante.
Un’ulteriore
stretta repressiva, che colpisca il dissenso nel cosiddetto Occidente (entità
mitologica, più che altro, ma è per capirci), in Sardegna potrebbe avere
effetti ancor più pesanti e assumere come obiettivi sia il mondo indy, sia
quello dei comitati popolari, sia la galassia anti-militarista e
anti-colonialista (ambiti che spesso si sovrappongono e si intrecciano, pur
senza mai riuscire a diventare un fronte democratico compatto), sia anche le
forze politiche non inquadrate nella consorteria oligarchica dei due (finti)
contendenti del centrosinistra e del centrodestra di matrice italiana.
Le notizie
riguardanti il summit convocato dalla destra statunitense e l’anniversario
dell’Operazione Arcadia, nella loro concomitanza, assumono dunque il carattere
di un monito, che nell’Isola dovrebbe essere colto non solo dai gruppi e dalle
persone potenzialmente bersaglio di tale recrudescenza reazionaria, ma da tutte
le persone e i gruppi, più o meno formalizzati, di sensibilità sinceramente
democratica.
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