mercoledì 22 luglio 2026

A vent’anni dall’Operazione Arcadia l’onda nera internazionale è una seria minaccia per la Sardegna - Omar Onnis

L’Operazione Arcadia fu la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda.


Il ministro degli esteri (segretario di Stato) USA, Marco Rubio, convoca un summit internazionale anti-antifascista, sotto la fattispecie della lotta al “terrorismo rosso”. La fissazione dell’amministrazione Trump e dei suoi sostenitori per la minaccia “comunista” somiglia un po’ alla retorica di Silvio Berlusconi trent’anni fa.

Agitare uno spettro fittizio come quello del comunismo è un espediente di comodo per delegittimare e se possibile colpire in termini repressivi qualsiasi movimento democratico e popolare, organizzato o meno che sia. Lo spostamento a destra dell’asse politico occidentale (ma non solo) è un fenomeno ormai conclamato, le cui radici affondano nella reazione delle élite internazionali al periodo di fermento sociale e culturale tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Si innerva di ideologie securitarie e di fede cieca nelle virtù taumaturgiche del “libero mercato”.

Per inciso, ”libero mercato” è una formula vacua e menzognera (ideologica, appunto), dato che i grandi padroni del mondo – gruppi bancari, fondi di investimento, famiglie detentrici di rendite mostruosamente grandi, boss della Silicon Valley, industriali delle armi e dei farmaci, ecc. ecc. – aspirano ai monopoli e al controllo assoluto delle risorse, delle ricchezze materiali e delle informazioni. L’esistenza stessa dell’umanità e la salvaguardia della biosfera (l’unica di cui disponiamo) sono variabili dipendenti, persino elementi sacrificabili.

La finta dialettica tra élite tecnocratiche e movimenti politici di estrema destra camuffa una convergenza di interessi che ha tra i suoi obiettivi principali quello di prosciugare la partecipazione popolare alla politica, di ridurre la possibilità stessa di alternative politiche e sociali, di generare una frattura sempre più netta tra le classi dominanti e il resto della popolazione umana. Mentre nel mondo si pagano le conseguenze dei rapidi mutamenti climatici in corso, le élite internazionali – perlopiù negazioniste o comunque interessate a fare del problema un’occasione di arricchimento e di potere – si costruiscono bunker di lusso, preparandosi al peggio. 

La stessa retorica bellica, così di moda, in realtà riveste a malapena pulsioni di speculazione affaristica, soddisfatte dalla crescita del traffico di armamenti e strumenti di distruzione. Il vero interesse sta nei grandiosi ricavi che i conflitti garantiscono, il resto è inquinamento infodemico

Vale anche per il finto conflitto tra Occidente e Federazione russa, i cui vertici sono pericolosamente in consonanza ideale e strategica con quelli USA e con le destre europee. D’altra parte, l’esempio fornito dalle classi dirigenti del Vecchio continente è così poco dignitoso (pensiamo all’ultimo vertice NATO in Turchia) che davvero si fa fatica a immaginarle come baluardo contro l’onda nera montante e contro eventuali attacchi militari da est. Il prosciugamento della democrazia europea non è spettacolare e fanfarone come l’analogo fenomeno USA, ma non meno reale. Solo, applica preferibilmente il principio della “rana bollita”

L’iniziativa di Rubio, per quanto possa suonare grottesca e quasi caricaturale, ha un senso profondo che dovrebbe allarmarci molto. Ormai sta diventando legittimo il discorso pubblico di stampo fascista (lo vediamo sotto l’amministrazione Trump negli USA, ma anche nella maggior parte dei paesi europei, Italia in testa). Al contempo viene sempre più colpevolizzato qualsiasi discorso emancipativo, popolare, solidale, internazionalista, autodeterminazionista (sia nel senso delle garanzie per le scelte di vita individuali, sia nel senso del diritto di esistere delle varie minoranze, sia in termini di autodeterminazione dei popoli).

Operazione Arcadia: non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda

Il che in Sardegna dovrebbe suscitare un allarme ancora più vivo. Per combinazione, l’11 luglio cadeva il ventesimo anniversario dell’Operazione Arcadia, la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati (Massimiliano Nappi) e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda. Ripensarci oggi dovrebbe suscitare ancora maggiori preoccupazioni di quanto non sia successo al momento.

Va anzi detto che, sulle prime, quella vicenda non destò l’indignazione che ci si sarebbe aspettati non solo dal mondo indipendentista ma anche dalla società civile democratica. Il ceto medio istruito, in Sardegna, è da tempo il bacino di consenso dei partiti italiani, come tale ostile a qualsiasi discorso autodeterminazionista, anche blandamente autonomista (a dispetto delle retoriche spesso impiegate). Ma almeno l’ambiente indipendentista, sia nelle sue organizzazioni sia nella sua base sociale (che non è affatto così esigua come i risultati elettorali lasciano supporre), avrebbe dovuto reagire in modo forte e compatto.

L’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova consapevolezza

Era l’occasione per sviluppare anticorpi robusti contro ogni forma di repressione da parte degli apparati di sicurezza italiani. La memoria della repressione del “vento sardista”, negli anni Ottanta del secolo scorso, non era condivisa dalle nuove generazioni che animavano lo scenario politico del primo decennio di questo secolo: l’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova consapevolezza. Certo, la copertura mediatica dell’intera vicenda ha sempre lasciato a desiderare. Se da parte dell’informazione italiana ciò non può destare meraviglia, dalla stampa sarda, in un mondo ideale, avremmo potuto avere un apporto molto più sensibile alla realtà socio-politica dell’isola. Ma anche la stampa sarda è perlopiù funzionale a dinamiche di potere e di posizionamento dentro il grande gioco spartitorio neo-coloniale che colpisce la Sardegna. 

Molte persone, sedicenti progressiste, che nell’isola si scandalizzano per la deriva trumpiana e magari stigmatizzano la vicinanza del governo Meloni a tali istanze reazionarie, non hanno la minima idea di cosa sia stata l’Operazione Arcadia, di quale precedente inquietante rappresenti, proprio nell’ottica dell’aggressione all’anti-fascismo in atto. Così come non hanno mai battuto ciglio davanti a tutte le successive azioni repressive contro il movimento anti-occupazione militare, pure a volte clamorose (come l’Operazione Lince, per dirne una).

L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo

Insomma, non c’è di che stare tranquilli. In Sardegna i disegni di sfruttamento coloniale sono così palesi da risultare quasi invisibili, per paradossale che possa sembrare. L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo è una condizione basilare, purtroppo garantita dalle stesse forze politiche che occupano le istituzioni e tutti i vari posti di sottogoverno, para-pubblici, culturali ecc. Che siano affari generati dall’industria energetica, dal complesso militar-industriale, dai grandi fondi di investimento interessati a infrastrutture e speculazione immobiliar-turistica, dalle terre rare o da chissà cos’altro, la politica istituzionale sarda è delegata a garantirne il successo. È una tipica situazione coloniale, a dispetto delle obiezioni di intellettuali organici all’apparato di potere dominante.

Un’ulteriore stretta repressiva, che colpisca il dissenso nel cosiddetto Occidente (entità mitologica, più che altro, ma è per capirci), in Sardegna potrebbe avere effetti ancor più pesanti e assumere come obiettivi sia il mondo indy, sia quello dei comitati popolari, sia la galassia anti-militarista e anti-colonialista (ambiti che spesso si sovrappongono e si intrecciano, pur senza mai riuscire a diventare un fronte democratico compatto), sia anche le forze politiche non inquadrate nella consorteria oligarchica dei due (finti) contendenti del centrosinistra e del centrodestra di matrice italiana.

Le notizie riguardanti il summit convocato dalla destra statunitense e l’anniversario dell’Operazione Arcadia, nella loro concomitanza, assumono dunque il carattere di un monito, che nell’Isola dovrebbe essere colto non solo dai gruppi e dalle persone potenzialmente bersaglio di tale recrudescenza reazionaria, ma da tutte le persone e i gruppi, più o meno formalizzati, di sensibilità sinceramente democratica.

da qui

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