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mercoledì 27 maggio 2026

Virus e batteri trovano negli allevamenti intensivi un ambiente ideale per diffondersi - Roberta Marchi

 

Negli ultimi anni le emergenze sanitarie legate agli allevamenti intensivi si sono susseguite con una frequenza sempre più inquietante. Influenza aviaria, peste suina africana, afta epizootica, Bluetongue, morbo della mucca pazza: nomi diversi per un problema che continua a ripresentarsi, spesso trattato come una fatalità inevitabile anziché come il sintomo di un sistema profondamente fragile, mostruoso e crudele.

Ogni nuova epidemia viene raccontata come un evento isolato, un’emergenza temporanea da contenere. Eppure il punto centrale resta quasi sempre fuori dal dibattito pubblico: il modello produttivo su cui si basa l’industria della carne e dei suoi sottoprodotti. Un sistema costruito sulla concentrazione di migliaia di animali in spazi ridotti, sulla massimizzazione della produzione e sulla compressione dei costi, dove il benessere animale diventa inevitabilmente secondario rispetto alla resa economica. E’, di fatto, sempre inesistente. Un tradimento vergognoso. Una bugia.

Per molto tempo tutto questo è rimasto invisibile agli occhi della maggior parte delle persone. Polli, maiali e bovini esistono quasi esclusivamente come prodotto finale: confezioni ordinate nei supermercati, ingredienti sugli scaffali, numeri all’interno della filiera alimentare. La loro vita reale, fatta di oppressione, crudeltà, sovraffollamento, selezione intensiva, trattamenti sanitari continui e abbattimenti di massa, resta lontana dall’immaginario collettivo.

Le epidemie però continuano a ricordare quanto quel sistema sia instabile. Corrotto. Malato. E contagioso. Virus e batteri trovano negli allevamenti intensivi un ambiente ideale per diffondersi rapidamente, mutare e attraversare specie differenti. Gli animali vengono gestiti come unità produttive concentrate in enormi strutture industriali: una condizione che rende il controllo sanitario sempre più complesso e che aumenta il rischio di nuove emergenze.

Il caso dell’influenza aviaria H5N1 rappresenta uno degli esempi più preoccupanti. Negli Stati Uniti è stato documentato il primo caso noto di trasmissione del virus da un gatto domestico a un essere umano. Negli ultimi anni numerosi gatti sono risultati positivi dopo essere entrati in contatto con fauna selvatica infetta o aver consumato alimenti contaminati, come carne cruda o latte non pastorizzato. Gli esperti continuano a parlare di “rischio basso” per la popolazione generale, ma il virus continua a evolversi, adattarsi e superare le barriere tra specie.

Ed è proprio qui che cambia la percezione pubblica. Finché le vittime restano animali confinati negli allevamenti, il problema sembra distante. Quando invece il rischio entra nelle case, coinvolgendo animali domestici o esseri umani, l’attenzione cresce improvvisamente. La paura diventa concreta soltanto quando ciò che accade quotidianamente negli allevamenti smette di riguardare esclusivamente animali considerati “da reddito”.

Eppure, per milioni di esseri viventi, quella realtà non è una novità. Malattia, isolamento, selezione genetica esasperata, contenimento sanitario e abbattimenti di massa fanno parte della normalità dell’allevamento industriale. Ogni volta che un focolaio esplode, la risposta è quasi sempre la stessa: eliminare migliaia o milioni di animali nel tentativo di fermare la diffusione del virus. Una pratica ormai accettata come inevitabile conseguenza del sistema produttivo.

Anche chi prova a mettere in discussione questo modello spesso si scontra con un muro politico e culturale. In diversi casi, persino animali salvati e ospitati nei santuari sono stati abbattuti per ragioni sanitarie, nonostante fossero sottratti alla filiera produttiva. Episodi che hanno acceso forti polemiche e mostrato quanto il confine tra tutela animale e logiche industriali resti estremamente fragile.

Alla base di tutto continua a esistere una distinzione profondamente radicata: alcuni animali vengono considerati membri della famiglia, altri semplicemente risorse economiche. Cambia il nome che diamo loro, non la capacità di soffrire.

Le epidemie che colpiscono gli allevamenti non possono più essere archiviate come incidenti imprevedibili. Sono il risultato diretto di un modello intensivo che spinge la produzione oltre ogni limite biologico ed etico. Continuare a ignorare questa connessione significa affrontare soltanto le conseguenze, senza interrogarsi davvero sulle cause.

La domanda, oggi, non riguarda soltanto la salute animale. Riguarda il tipo di sistema alimentare che stiamo scegliendo di sostenere e il prezzo — sanitario, ambientale ed etico — che siamo disposti ad accettare perché tutto continui a funzionare esattamente come prima. Mentre dovremo avere il coraggio di cambiare radicalmente, sovvertendo ogni cosa, giungendo, infine, alla fine dell’industria della carne.

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martedì 17 febbraio 2026

Al di là del cibo, ciò per cui noi dei Santuari Liberi lottiamo è un vero movimento di liberazione - Lisa Marino

L’anno nuovo è arrivato, e con esso i buoni propositi. E così, da gennaio, siamo bombardati da stimoli e incentivi a pianificare progetti e obiettivi. Tra questi, compare anche quello di mangiare vegetale o “più” vegetale. Certo – ci viene da dire – perché no? Ma quello per cui quotidianamente lottiamo è un vero e proprio movimento di liberazione che, seppur sottendendolo, va ben oltre ciò di cui ci alimentiamo.

Quello in cui crediamo fermamente è la lotta contro ogni discriminazione e oppressione. E i Santuari, o rifugi antispecisti, ne sono campo d’azione. Luoghi al margine, estremamente sovversivi, dove individui di diversa specie esistono e resistono, riappropriandosi dei propri corpi e della propria identità. Individui che al di fuori dei Santuari sono visti come oggetti, ma che grazie all’alleanza con gli umani che attraversano questi luoghi, riacquistano lo status di soggetti aventi diritto alla cura, alla vita e alla solidarietà.

A chi non si è mai avvicinato ai Santuari, sfugge spesso l’istanza politica che li contraddistingue. Istanza che li rende ben lontani dall’essere spazi di svago, fattorie didattiche o luoghi in cui passare del tempo con gli animali per terapia o diletto. I Santuari, infatti, grazie all’alleanza tra non umani e umani e alla politica antispecista, si pongono come avamposti di liberazione totale, dove la testimonianza e la voce stessa degli animali mirano a uno scardinamento delle logiche del profitto che imperano nella società in cui viviamo. Una società capitalista, patriarcale e alla base, appunto, specista.

Insomma, il lavoro quotidiano di cura e solidarietà a fianco di quei corpi e quelle soggettività che portano i segni del sopruso e dell’ingiustizia è una pratica che per noi non si riduce alla scelta di cosa mangiare oggi.

Vediamo meglio alcune delle nostre motivazioni.

1. Mangiare vegetale non è sinonimo di antispecismo. Il veganismo, secondo la definizione data dalla Vegan Society, è “una filosofia e uno stile di vita volto a escludere, per quanto possibile e praticabile, tutte le forme di sfruttamento e crudeltà verso gli animali”. Ciò può essere rafforzato dall’antispecismo, ossia “il movimento filosofico, etico e politico che rifiuta la concezione specista di una presunta superiorità umana, negando che la specie di appartenenza giustifichi lo sfruttamento e la discriminazione degli animali non umani”. E (aggiungiamo noi), in quanto tale, l’antispecismo non può che essere intersezionale ed essere anche anticapitalista, antirazzista, transfemminista e antiabilista. Ridurre tutto ciò a un’alternativa alimentare, rischia di svuotare il movimento del suo significato intrinseco di alternativa politica critica alla società e alla cultura imperante, riducendo il tutto a una questione personale, a un trend o a una fase transitoria.

2. Gli argomenti indiretti hanno valore, ma distolgono dal cuore della questione. Spesso si parla dell’alimentazione vegetale segnalandone i benefici per noi, come possono essere il minore impatto ambientale e una migliore salute. Si tratta di valori certamente importanti. Ma a ben vedere, queste tematiche richiamano vantaggi per l’essere umano e mantengono dunque una connotazione antropocentrica, non contribuendo a costruire la solida consapevolezza che sta alla base dell’atto di alleanza con gli animali di altre specie, che in questa istanza diventano, di fatto, invisibili.

3. Vegetale non fa sempre rima con etico. Non tutti i prodotti “vegan” sono privi di sfruttamento e crudeltà. A cominciare da quelli che finanziano la sperimentazione animale, alle aziende che devastano territori, foreste e animali selvatici, che si fondano su politiche di sfruttamento del lavoro, o sull’oppressione di minoranze o interi popoli. Siamo consapevoli che la ricerca della coerenza al 100% è utopistica, illusoria e, talvolta, controproducente. Quello che teniamo a rimarcare, però, è come la logica capitalista abbia cavalcato l’onda della richiesta vegan facendone merce portatrice di profitto, senza mettere in alcun modo in discussione un sistema che si basa sullo sfruttamento strutturale di esseri viventi.

In conclusione ci teniamo a specificare che quanto esposto non vuole essere una critica alle scelte individuali. Al contrario, è una riflessione su un sistema che fa della normalizzazione della violenza e del mantenimento dei privilegi di pochi il proprio caposaldo. Invitiamo chiunque ci legge ad approfondire e a sovvertire con noi. Da dove cominciare? Per esempio, dall’avvicinarsi ai Santuari di Animali Liberi.

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lunedì 22 dicembre 2025

Il rispetto di ogni vita passa anche dalla tavola: a Natale facciamo scelte consapevoli - Roberta Marchi


(Rete dei Santuari

Network di rifugi per animali scampati all'industria zootecnica)


Celebrare la vita mentre altre vite vengono sacrificate per imbandire le tavole è una contraddizione che non possiamo più ignorare. Il veganismo, in questo senso, non è una rinuncia ma un atto di coerenza

 

Il Natale è da sempre associato a parole come amore, famiglia, condivisione, pace. È un tempo dell’anno in cui si celebra la nascita, la speranza, la possibilità di un mondo migliore. Eppure, proprio durante le feste natalizie, milioni di animali vengono uccisi per diventare “tradizione”, “piatto tipico”, “consuetudine”. Durante le feste la richiesta di carne cresce e di conseguenza cresce il numero degli animali uccisi. Come Rete dei Santuari di Animali Liberi sentiamo la necessità di fermarci, ancora una volta, a riflettere sul significato profondo di questo periodo e su quanto sia urgente estendere il messaggio del Natale a ogni forma di vita.

L’antispecismo ci invita a mettere in discussione un’idea radicata: quella secondo cui alcune vite valgano più di altre solo in base alla specie di appartenenza. È una prospettiva che ribalta completamente il modo in cui siamo stati educati a guardare il mondo e che ci chiede di riconoscere gli animali non umani come individui senzienti, capaci di provare paura, gioia, dolore, desiderio di libertà. Nei santuari, ogni giorno, viviamo questa esperienza: incontriamo sguardi, conosciamo storie e scopriamo personalità che rendono impossibile continuare a pensare agli animali come a risorse o prodotti.

Il Natale, se davvero vuole essere una festa di amore universale, non può escludere proprio chi paga il prezzo più alto della nostra incoerenza. Celebrare la vita mentre altre vite vengono sacrificate per imbandire le tavole è una contraddizione che non possiamo più ignorare. Il veganismo, in questo senso, non è una rinuncia, ma un atto di coerenza e responsabilità. È una scelta che trasforma il Natale in un momento di rispetto reale e concreto, in una giornata dal vero sapore di pace e amore.

Mangiare veg durante le feste non significa rinunciare alla convivialità o alla tradizione, ma riscriverle in chiave etica. Significa scegliere piatti che non portano con sé sofferenza, che non implicano la separazione forzata di madri e figli, che non sono il risultato di allevamenti intensivi e violenza sistemica, che non prevedono la prigionia e l’agonia di altri individui. Oggi esistono infinite alternative vegetali capaci di raccontare nuovi sapori e nuove storie, senza tradire lo spirito di condivisione che dovrebbe caratterizzare il Natale: condividere una ricetta veg natalizia, sperimentarla e provarla con le persone con cui si condivide il pranzo di Natale. E’ così che si compie un gesto politico e affettivo allo stesso tempo.


Nei santuari, il giorno di Natale è spesso un momento silenzioso ma potentissimo. È il tempo in cui guardiamo animali che hanno conosciuto lo sfruttamento finalmente al sicuro, liberi di esprimere se stessi. E’ un giorno dove si celebra la vita ma dove c’è una grande sofferenza pensando a tutti coloro che non ce l’hanno fatta. Ogni animale salvato è la dimostrazione vivente che un altro mondo è possibile, che la compassione non è utopia ma pratica quotidiana e nei Santuari si lavora e si lotta ogni giorno per realizzare questo mondo. Visitare un santuario, soprattutto durante le feste, significa incontrare da vicino queste storie, dare un volto e un nome a chi solitamente resta invisibile, trasformare l’empatia in consapevolezza.

Per questo il nostro invito è semplice ma profondo: venite a conoscere i santuari dove gli animali sono finalmente liberi. Guardateli negli occhi. Ascoltate le loro storie. Sosteneteli con una donazione, fondamentale per garantire cure, cibo e protezione durante tutto l’anno. Valutate l’adozione a distanza di un animale libero: un gesto simbolico che crea un legame e rende concreta la responsabilità verso chi dipende interamente dalla solidarietà umana. E portate il cambiamento anche nelle vostre case, condividendo ricette vegane natalizie, sperimentando nuovi piatti, dimostrando che un Natale senza sfruttamento non solo è possibile, ma è anche più giusto.

Vivere un Natale antispecista significa allargare il cerchio dell’empatia, riconoscere che la pace non può essere selettiva e che l’amore non può fermarsi davanti al piatto. Significa accettare che le tradizioni non sono immutabili, ma evolvono insieme alla nostra coscienza. Se il Natale è davvero il momento in cui celebriamo la vita, allora è il momento perfetto per scegliere di non toglierla a nessuno. Come Rete dei Santuari, continueremo a ricordarlo: il Natale può essere davvero di tutti solo se non esclude nessuno.

da qui

domenica 16 febbraio 2025

Macachi chiusi in laboratorio all’Università di Ferrara: chiediamo la loro liberazione

di Rete dei Santuari di Animali Liberi*


Esistono storie che non troveranno mai posto nei libri di storia, racconti di dolore e speranza soffocati dall’anonimato. Storie che rimangono celate tra le mura fredde degli stabulari, dove migliaia di animali vivono e muoiono nel silenzio di esperimenti a loro imposti. Questi animali diventano numeri e soggetti di ricerca, ma le loro storie restano sconosciute, rinchiuse in un universo di sofferenza senza testimoni.

Tra queste esistenze invisibili, ci sono sei macachi la cui vicenda, ora raccontata, potrebbe sembrare un’eccezione. Ma in realtà rappresenta solo una frazione di un dramma molto più ampio e silenzioso. Le loro storie sono solo una goccia nell’oceano di sofferenza che molti animali devono affrontare ogni giorno.

Questa è la storia di Clarabella, Eddi, Cleopatra, Cesare, Archimede e Orazio, sei primati che da molti anni vivono all’università di Ferrara.
Clarabella è nata nel 1999, ha 26 anni e da 23 anni sopravvive nello stabulario ferrarese. Cleopatra è stata rinchiusa nel 2014, come Cesare, entrambi da 23 anni rinchiusi in quelle mura. Archimede ed Eddi sono nati lì, rispettivamente nel 2005 e 2007, 20 e 18 anni di reclusione. Non conoscono altro mondo se non quello dentro e intorno alla loro gabbia, un metro cubo, al di là delle sbarre una stanza senza cielo, sole, luna, stelle, solo la luce artificiale che si accende e spegne così a differenziare il giorno dalla notte. ⁠

E poi c’è Orazio. Lui non c’è più. E’ stato sperimentato e poi ucciso. Nel 2020 fu aperto un procedimento portato avanti dall’avvocato David Zanforlini per Limav (Lega Internazionale Medici per l’Abolizione della Vivisezione) e dall’associazione Animal Liberation che vede come indagati l’ex rettore dell’università ferrarese, Giorgio Zauli, allora responsabile dello stabulario, l’attuale rettore di Unife, Laura Ramaciotti, il professore Luciano Fadiga, del Dipartimento di Neuroscienze, e il veterinario, Ludovico Scenna, membro dell’organismo che dovrebbe tutelare il benessere degli animali soggetti a sperimentazione, che ha consentito che tutto accadesse nel silenzio, senza opporsi.

Troppo spesso funziona così, in ogni ambito dove chi non può parlare è la vittima, l’oppresso. Briciole di prescrizioni inadeguate non rispettate, ignorate. Chi dovrebbe vigilare si gira dall’altra parte, non interviene, partecipa ad un sistema malato, compiacente verso chi è senza scrupoli e commette dei crimini.

Immaginate ora, provate ad essere lì con loro, in quelle gabbie.
Minuti, ore, giorni, mesi, stagioni, anni che si susseguono sempre uguali, un tempo insostenibile dell’orrore senza confini. In un metro cubo. Come mostrano le immagini catturate e diffuse da Animal Defenders.

Ma al di là dell’aspetto etico e morale che è già di per sé enorme, c’è altro: pare che le condizioni dei macachi siano ingiustificate e in contrasto con la normativa vigente. Infatti, il punto rilevante della vicenda, nonché l’appiglio legale pieno di speranza per le piccole scimmie, risiede proprio nelle condizioni di detenzione e stabulazione ingiustificabili, se non per il breve lasso di tempo dell’esperimento, non per il tempo indefinito del limbo in cui stanno vivendo sospesi, in quella che è una non vita.

Segregati e stabulati in gabbie singole, sepolti e dimenticati dentro ad una stanza dell’Università di Ferrara, senza possibilità di interagire fra loro, socializzare. Come è nella loro natura. Per questo motivo chiediamo di liberare i macachi superstiti detenuti negli stabulari dell’Università di Ferrara, chiediamo venga disposto il loro sequestro e che vengano spostati in un luogo dove vivere il tempo che a loro resta in una libertà che non sarà mai quella vera, ma dove possano arrampicarsi sugli alberi, interagire con i loro simili, vivere quel tempo che rimane scoprendo che un altro mondo esiste oltre quelle sbarre.

E chiediamo giustizia per Orazio. Che sia fatta chiarezza sulla sua tragica fine. E chiediamo ancora di porre fine alla sperimentazione animale, di finirla con quelle metodologie medievali mascherate da ricerca scientifica, di investire in metodi alternativi.

Nel 2025, con il progresso tecnologico e del sapere scientifico, non possiamo più accettare procedure obsolete e crudeli. Pensiamo che la scienza possa fare di meglio. Ricordiamo il recente caso di cronaca relativo all’Università di Catanzaro dove il mondo della ricerca non ha esitato a delinquere, utilizzando fondi pubblici per i propri tornaconti personali. Anche in questo caso sono indagati il rettore e altre personalità di rilievo.

Il 22 febbraio a Ferrara ci sarà un Corteo organizzato da Limav e Animal Liberation per esprimere dissenso e chiedere la liberazione dei macachi che alla luce di quanto sopra è sacrosanta e innegabile.
La Rete dei Santuari sarà presente. In nome della giustizia. In nome della libertà.

* La Rete dei Santuari di Animali Liberi è un network che riunisce e coordina rifugi per animali così detti da reddito, scampati all’industria della carne. Attualmente conta 26 santuari aderenti, disseminati per tutto il Paese, isole comprese. In essi, in questo preciso momento, risiedono più di 3400 animali, liberati dalla politica di dominio che agisce sugli animali nella nostra società e dall’industria zootecnica. I santuari della Rete non sono solo semplici rifugi. Sono antispecisti. Antifascisti. Per tanto si trasformano in spazi politici di resistenza, pace e libertà, in cui ogni animale torna ad essere ciò che è: ovvero una persona. Un individuo, unico al mondo.
Nei santuari si pratica la Cura e ha luogo un’economia al contrario, in cui quelli che, da tutto il mondo, sono considerati animali da reddito, diventano animali da “debito”, in quanto cessano di creare profitto e devono essere mantenuti (per cui costituiscono un impegno, un debito) da chi gestisce i santuari. E, così, gli animali che, per millenni di domesticazione, sono stati costretti a lavorare per l’uomo, si riposano e sono gli umani a lavorare per loro.

www.anmaliliberi.org, ig@retedeisantuari_official, fb @retesantuari

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