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sabato 14 settembre 2019

Repubblica Centrafricana, se la giustizia è affidata ai criminali - Tiziana Carmelitano



La Repubblica Centrafricana (RCA), situata nel cuore dell’Africa, continua ad essere uno dei Paesi più instabili al mondo. Bangui, la sua capitale, già qualche anno fa era stata definita dal quotidiano The Telegraph una di quelle città “che non vedi l’ora di lasciarti alle spalle“. Un luogo “selvaggio, non in senso positivo. Polveroso (…). Abbandonato e infelice“. In altre parole, lo specchio della violenza e della devastazione che affliggono l’ex colonia francese sin dalla sua indipendenza (1960) a causa dei continui colpi di stato, ammutinamenti e ribellioni.
L’ultima “crisi” è cominciata nel 2012 ad opera dei ribelli della Seleka – l’alleanza nata nelle regioni a maggioranza musulmana – che nel marzo 2013 hanno deposto il presidente Bozizé, conquistato Bangui e affermato il proprio controllo su gran parte del territorio nazionale.
La guerra civile si è conclusa, almeno formalmente, con l’accordo di Khartoum, siglato il 6 febbraio 2019, tra il Governo e 14 gruppi armati. Si tratta dell’ottavo accordo firmato dall’inizio del conflitto ed è difficile stabilire se costituirà il preludio per una pace duratura.
Sul piano sostanziale, infatti, il processo di riconciliazione nazionale sembra al momento inficiato, tra le altre cose, dal persistente clima di impunità verso i crimini perpetrati dalle parti in lotta.
Come in ogni guerra che si rispetti, anche nella Repubblica Centrafricana la popolazione civile è stata bersaglio di gravi violazioni dei diritti umani.
Nel report “Killing without consequences”, pubblicato da Human Rights Watch (HRW), si legge: “l’uccisione di civili, le aggressioni sessuali e la distruzione dei villaggi rappresentano una vera e propria tattica di combattimento usata tanto dai gruppi della Seleka che dalle forze anti-balaka (le milizie cristiane nate dopo l’ascesa al potere di Michel Djotodia).

Donne e bambini hanno pagato il prezzo più alto.
Le donne sono state abusate a livello fisico e psicologico, stuprate e spesso ridotte in schiavitù.
Human Rights Watch ha raccolto, nel report intitolato “They said we are their slaves”, le testimonianze di molte vittime, dalle quali emerge tutta la brutalità messa in atto dalle forze ribelli.
Natifa racconta che si trovava nei pressi della sua casa quando sono arrivati i combattenti anti-balaka. “Il comandante – dice – ordinò loro di condurmi dentro l’abitazione. Qui mi hanno torturata. Uno di loro aveva una granata in mano. Mi ha costretta a spogliarmi e ha inserito la bomba all’interno dei miei genitali”. Natifa è stata poi stuprata da due di questi guerrieri pur essendo incinta di tre mesi. Dopo aver confidato al marito quanto accaduto, l’uomo ha preso i loro bambini e l’ha abbandonata.
I ribelli della Seleka non sono stati da meno. Martine è stata la schiava sessuale di un gruppo di combattenti insieme ad altre venti ragazze, alcune delle quali neppure dodicenni. “Ci slegavano solo per fare sesso. Succedeva – rivela la donna – a tutte le ore, più volte al giorno e da parte di più individuiCome se non bastasse, dovevamo anche cucinare e lavare i loro vestiti”.

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Nessuna pietà neppure per i bambini, che sono stati privati di cibo, acqua, educazione e cure mediche.
E decine di migliaia sono stati arruolati come soldati. In una testimonianza raccolta dall’Unicef, una 14enne racconta: “ero armata con una pistola. In quel momento nulla mi toccava perché avevo assunto droghe. Non ero lucida. Anche se avessi avuto paura, non avrei potuto lasciare il gruppo”.



E forse non è così noto, ma per le Nazioni Unite quella centrafricana rappresenta, ad oggi, la terza crisi umanitaria a livello globale, preceduta soltanto da Siria e Yemen.
Gli autori degli abusi, salvo rare eccezioni, non stati ancora né individuati né tantomeno perseguiti.
Eppure, lo stesso accordo di pace ha riconosciuto, nel preambolo, che “l’impunità ha alimentato il ciclo infernale della violenza, indebolito la magistratura, portato a violazioni su larga scala dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, nonché fomentato la sfiducia popolare nei confronti dello Stato”. E proprio su tale assunto, nel corso dei negoziati era stato deciso di escludere dall’accordo finale l’amnistia per i crimini perpetrati nel corso del conflitto, come invece avevano richiesto i gruppi ribelli in ragione di quanto accaduto in passato dopo i golpe del 1997 e del 2003.
Il Primo Ministro Firmin Ngrebada, il 29 aprile scorso, aveva dichiarato con fermezza di fronte all’Assemblea Nazionale: “la giustizia rappresenta l’ultima risorsa del popolo centrafricano”.
Tale dichiarazione non è stata però seguita da azioni tangibili volte a combattere in modo significativo l’impunità dilagante.
Senz’altro, va considerato che il sistema giudiziario centrafricano è sempre stato piuttosto fragile. E l’ultima guerra civile ne ha determinato il collasso definitivo. L’accesso alla giustizia è quindi diventato oltremodo complicato. “I tribunali statali, al di fuori della capitale, sono davvero molto pochi”, evidenzia uno studio dell’ASF (Avocats sans Frontières). Non si contano “i casi di corruzione, estorsione, intimidazione e detenzioni random” da parte dei servizi di sicurezza. Inoltre, “il costo delle prestazioni legali e il tipo di casi che gli avvocati preferiscono gestire (materia societaria in primis)” comportano di fatto l’esclusione della maggior parte dei cittadini dal sistema giustizia.
Tuttavia, la Repubblica Centrafricana avrebbe a sua disposizione alcuni strumenti di giustizia transitoria, che – se opportunamente utilizzati – contribuirebbero in modo efficace alla riconciliazione nazionale, alla ricostruzione del tessuto sociale del Paese e al ripristino della fiducia nelle istituzioni statali.
In primo luogo, esiste la Special Criminal Court (SCC). La Corte Speciale è stata istituita dalla Legge organica n. 15/003, promulgata dall’allora presidente ad interim Catherine Samba-Panza il 3 giugno 2015.
È un tribunale ibrido, nel senso che è composto da giudici nazionali ed internazionali con un mandato di 5 anni. Applica il diritto penale interno che può però integrare con le norme procedurali e sostanziali di diritto internazionale laddove risulti necessario colmare delle lacune o evitare discrepanze interpretative.
A differenza di altri tribunali penali internazionali ovvero ibridi, la SCC non è competente a giudicare solo i principali crimini internazionali bensì tutte le “gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario“, in particolare “genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità” (art. 3).
La sua giurisdizione è concorrente a quella della Corte Penale Internazionale (CPI), ma si fonda sul principio di complementarietà. Ciò significa che, se la SCC sta investigando e perseguendo in modo adeguato i presunti autori dei reati, la CPI non eserciterà le proprie prerogative.
Nell’ipotesi contraria, la Corte dell’Aja rappresenta comunque un’ulteriore valida possibilità per far sì che le atrocità commesse nel corso del conflitto centrafricano non restino impunite. A tal proposito, va ricordato che la Repubblica Centrafricana, il 17 novembre 2018, ha operato la prima estradizione verso la CPI. Alfred Yekatomleader delle milizie cristiane – accusato di omicidi, torture, sparizioni forzate e utilizzo di bambini-soldato – è stato infatti trasferito innanzi al Tribunale internazionale.
Tornando alla Special Criminal Court, c’è da dire che per oltre tre anni la sua attività è stata, per motivi burocratici e finanziari, pressoché nulla. La sessione inaugurale ha avuto luogo soltanto il 22 ottobre 2018. E risale allo scorso giugno la dichiarazione del procuratore, Toussaint Muntazini, secondo cui sono stati [finalmente] istruiti i primi tre casi e altri quattro fascicoli sono in fase di lavorazione“. Non si hanno dettagli sui casi in questione. Ad avviso della Corte, “la natura sensibile delle indagini e la situazione di generale insicurezza sull’intero territorio nazionale impongono il massimo livello di riservatezza“.
Va poi rilevato che l’accordo di Khartoum ha previsto la creazione di una Commissione di verità e giustizia con l’obiettivo di promuovere “la riparazione, la riconciliazione nazionale e il perdono“, occupandosi dei crimini di minore entità commessi nel corso del conflitto. La sua istituzione avrebbe dovuto aver luogo 90 giorni dopo il discorso del Primo Ministro sulla politica generale, avvenuto il 29 aprile. Il ministro per l’Azione Umanitaria, Sylvain Demangho, aveva affermato che la Commissione sarebbe stata creata “entro la metà di giugno”. È però trascorsa l’estate e l’organismo non ha ancora visto la luce.
Non è chiaro se sia mancanza di volontà politica o incapacità delle istituzioni statali di agire concretamente per riconciliare e ricostruire su solide basi il Paese. Certo, viene il dubbio che i giochi di potere stiano prevalendo sull’interesse nazionale considerando, ad esempio, che i leader dei tre principali gruppi armati centrafricani ricoprono cariche importanti all’interno della compagine governativa, formata lo scorso marzo.
Precisamente, Ali Darassa (capo dell’UPC – Unité pour la paix en Centrafrique), Mahamat Al Khatim (alla guida dell’MPC – Mouvement patriotique pour la Centrafrique ) e Sidiki Abass (comandante delle 3R – Return, Reclamation, Rehabilitation), sono stati designati quali consiglieri militari nell’ufficio del Primo Ministro.
Tali nomine hanno suscitato rabbia e frustrazione tra le vittime dei crimini perpetrati dall’UPC, dall’MPC e dalle 3R. “Il Governo e la comunità internazionale come hanno potuto permettere l’assegnazione di un simile incarico a quest’individuo [Ali Darassa] ?”, si domanda una trentenne sopravvissuta allo stupro da parte di un combattente dell’UPC in un’intervista a Human Right Watch. Incredula continua: “come possono dare credito a qualcuno i cui uomini hanno ucciso, violentato, torturato e distrutto interi villaggi? Ho perso la speranza di cercare giustizia perché adesso Darassa sarà responsabile per la mia sicurezza”.
È vero che la scelta di un “governo inclusivo” – sancita dall’accordo di Khartoum – è stata fatta nell’ottica di promuovere la riunificazione del Paese. Ma è vero anche che ciò non potrà avvenire fino a quando non ci saranno adeguate misure nel campo della giustizia.
L’impunità, infatti, non può essere compresa nel paradigma di risoluzione di un conflitto poiché non consente a vittime e carnefici di coabitare nel lungo periodo una volta deposte le armi. Del resto, “il passato irrisolto“, sostiene Allan Ngari ricercatore dell’ISS (Institute for Security Studies), “è ciò che provoca il ripetersi della violenza“.

mercoledì 26 giugno 2019

Colombia, barlumi di giustizia per i crimini sessuali di guerra - Tiziana Carmelitano




La Colombia è spesso salita agli onori della cronaca internazionale per la produzione e il commercio di cocaina. Il fatto che il Paese, per oltre 50 anni, sia stato teatro di una guerra civile conclusasi soltanto nel 2016 con la firma di un accordo di pace tra il governo e le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), non ha mai suscitato particolare interesse mediatico.
Eppure, ci sono stati 220mila morti, 25mila desaparecidos e 5,7 milioni di sfollati.
Il conflitto colombiano è stato peraltro caratterizzato da un ampio uso della violenza sessuale quale strumento di guerra. Le atrocità commesse tanto dalle forze governative che dai ribelli hanno raggiunto livelli di inumanità inimmaginabili, come emerge dai diversi report redatti da organizzazioni nazionali ed internazionali.
Le gravi violazioni perpetrate ai danni delle donne hanno inclusomolestie sessuali, stupri, stupri di gruppo, prostituzione, gravidanze, aborti e sterilizzazioni forzate.
Il 5 maggio 2003, nel territorio indigeno di Betoyes, alcuni soldati presumibilmente paramilitari (…) violentarono 4 ragazze di 11, 12, 15 e 16 anni. La sedicenne si chiamava Omaira Fernández ed era al sesto mese di gravidanza al momento dello stupro. Dopo aver assistito alla violenza, la comunità indigena fu costretta a guardare – con orrore – mentre le aprivano il ventre, estraevano il feto, lo tagliavano a pezzi gettandolo infine nel fiume insieme alla madre. Questa è una delle storie riportate dall’ONIC (Organizacion Nacional Indigena de Colombia) in un documento presentato al Rappresentante speciale ONU sulla violenza sessuale durante i conflitti armati in occasione della sua visita in Colombia nel 2012.
I racconti delle donne non appartenenti a minoranze etniche hanno purtroppo lo stesso tenore. “Era notte, due uomini armati con indosso uniformi militari mimetiche hanno portato fuori dalla casa mio marito puntandogli una pistola alla testa. Ho cercato di calmare la nostra bambina cantandole una canzone per farla addormentare”, dice una vittima di Bogotá all’ONG Oxfam, “dopodiché uno di loro mi ha condotta nel corridoio (…) mi ha tolto i vestiti, mi ha coperto la bocca e mi ha stuprata. Quando ha finito, mi ha detto ‘non è successo niente. In fondo, le donne servono a questo‘”.
Le forze di sicurezza statali (esercito e polizia) anziché tutelare donne e bambine ne hanno abusato nel peggiore dei modi. Nel report “Colombia: Women, Conflict-Related Sexual Violence and the Peace Process”, si legge: “l’undicenne Yolanda stava tornando a casa da scuola quando è stata fermata da un soldato che, già da un po’ di tempo, la stava tormentando con avances sessuali. Di fronte all’ennesimo rifiuto, il soldato l’ha prelevata di forza portandola nel luogo dove si trovava la sua unità. Qui, l’ha stuprata tenendola prigioniera fino al mattino successivo.
Nel caso della Colombia non è stato semplice tracciare un legame tra violenza sessuale e conflitto in corso. In parte, ciò è stato determinato dal fatto che la violenza contro le donne è, in un certo qual modo, insita nel sistema socio-culturale colombiano. Un sistema fortemente patriarcale basato sulla dominazione maschile, la discriminazione di genere e la marginalizzazione sociale ed economica di alcuni gruppi, in particolare gli indigeni e gli afro-colombiani.
Circa il 70% delle mujeres colombianas ha subito una qualche forma di maltrattamento nel corso della propria vita. Nel 95% delle ipotesi, si tratta di violenza domestica.
In un simile contesto, gli abusi hanno finito con l’essere considerati dalla società come qualcosa di “normale“. Molte donne non si ritengono neppure vittime perché non sanno che la violenza sessuale è un crimine.
D’altro canto, la guerra non si è limitata a esacerbare una realtà già radicata all’interno del Paese. Non ha soltanto reso le donne ancora più vulnerabili di quanto già non lo fossero. Ma ha trasformato i loro corpi in un vero e proprio strumento bellico utilizzato da tutte le parti in lotta (forze governative, paramilitari e guerriglieri) per punire e umiliare il nemico, ostentare il potere militare sul territorio e affermare il proprio controllo sulle risorse economiche.
La Commissione Inter-Americana per i diritti dell’uomo, in un report del 2006, rilevava: “nel conflitto armato colombiano, la violenza contro le donne, in primis quella di natura sessuale, ha il preciso scopo di terrorizzare e indebolire la controparte (…). Le donne sono vittime dirette e collaterali (…) in ragione del loro legame affettivo come madri, mogli, compagne e sorelle” di uomini appartenenti alla fazione opposta.
Il Governo di Bogotá ha però per molto tempo negato e nascosto i crimini sessuali, permettendo così il perpetuarsi di un meccanismo di impunità. Il 98% degli abusi sessuali restava, infatti, senza un responsabile. Solo una vittima su cinque denunciava e su 100 casi giusto un paio arrivavano in tribunale con relativa sentenza di colpevolezza.
Il movimento femminista colombiano e le associazioni a tutela dei diritti delle donne hanno avuto un ruolo determinante nel processo di denuncia delle violenze sessuali connesse al conflitto. Il primo studio articolato sul tema è stato svolto nel 2011, nell’ambito della campagna “Rape and other violence: leave my body out of the war”, da un team di ricercatrici dell’associazione Casa de la Mujer.
Il report finale ha evidenziato che, nel periodo 2001-2009, ben 489.687 donne sono state vittime di violenza sessuale nelle municipalità interessate dal conflitto, con una media di 54.410 donne all’anno, 149 al giorno, 6 ogni ora. Il fenomeno è però ancora sottostimato dal momento che ad oggi non esistono dati ufficiali.
Un contributo sostanziale al riconoscimento della violenza sessuale quale arma di guerra è arrivato anche dalla Corte Costituzionale. Con i provvedimenti 092 del 2008 e 009 del 2015, la Corte ha, infatti, rilevato che “la violenza sessuale costituisce una prassi sistematica, abituale, invisibile e generalizzata” nel conflitto colombiano.
Immagine dell’utente Flickr Marcha Patriótica rilasciata in licenza Creative Commons
Questa nuova presa di coscienza tanto da parte della società civile che delle istituzioni ha permesso di migliorare l’accesso alla giustizia per le vittime attraverso la creazione di una sottocommissione, all’interno della Procura Generale, competente ad investigare su siffatta tipologia di crimini.
Ha consentito, inoltre, di portare la questione della “violencia sexual en el conflicto armado” al tavolo dei negoziati di pace. Nell’Accordo finale, i crimini sessuali sono stati inseriti tra i reati sottoposti alla giurisdizione del Tribunale Speciale per la Pace (JEP). Inoltre, è stato stabilito che per detti crimini non sarà concessa alcuna amnistia o indulto.
La JEP è una giurisdizione straordinaria, composta da giudici nazionali e internazionali. Il suo compito è quello di giudicare, nell’arco di 15 anni, le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dai belligeranti dall’inizio del conflitto fino al 1° dicembre 2016 (data della ratifica dell’accordo), in condizioni di autonomia e indipendenza rispetto alla giustizia ordinaria.
Gli imputati che si dichiarano colpevoli, ammettendo le loro responsabilità in ordine ai crimini commessi e riparando le vittime, potranno beneficiare di pene diverse dall’incarcerazione. Sono comunque previste forme di limitazione della libertà personale per le violazioni più gravi. Mentre le sanzioni alternative riguardano i lavori di pubblica utilità, ad esempio: attività di sminamento, ricerca e individuazione delle persone scomparse, ricostruzione delle infrastrutture chiave.
I detrattori della JEP, tra cui il presidente Ivan Duque, sostengono che le vittime di violenza sessuale non otterranno davvero giustizia attraverso questo meccanismo, nella misura in cui ai colpevoli non saranno applicate le condanne ordinarie fissate dal codice penale. Motivo per il quale, l’attuale Governo colombiano vorrebbe apportare delle modifiche all’accordo di pace.
Il presidente dalla JEP, Patricia Linares, ha però sottolineato che “la vocazione fondamentale dell’accordo di pace è chiudere in via definitiva il conflitto”. La scelta di “un sistema di ‘giustizia riparatoria’ anziché ‘punitiva’ è dettata dal convincimento di poter meglio chiarire la verità” sugli orrori commessi durante il conflitto.
In altre parole, la giustizia transitoria avrebbe come fine ultimo quello di ricostruire la verità dei fatti per contribuire attivamente al processo di riconciliazione nazionale.
In effetti, le vittime di violenza sessuale sembrano avere fiducia nella JEP. Nell’agosto 2018, sono stati presentati al tribunale speciale 2.000 casi documentati di crimini sessuali perpetrati durante il conflitto. I fascicoli sono frutto di due anni di lavoro sull’intero territorio nazionale ad opera delle organizzazioni a tutela dei diritti delle donne Red de Mujeres Víctimas y Profesionales Mesa Nacional de Víctimas, nonché della campagna “No es hora de callar entregaron (non è il momento di restare in silenzio).
Lo scorso 24 aprile, l’associazione Sisma Mujer ha depositato altri 72 casi. La sessione innanzi alla JEP si è svolta in forma privata per garantire la sicurezza delle vittime, che cominciano a confidare nella possibilità di ottenere giustizia per le devastazioni subite.
Vogliamo la verità. Noi donne vittime di violenza sessuale sentiamo il peso della guerra sui nostri corpi. Chiediamo giustizia così da evitare qualsivoglia impunità”ha affermato una delle vittime durante la consegna del rapporto.
Per il quinto anno consecutivo, il 25 maggio, si è celebrata la Giornata nazionale per la dignità delle vittime della violenza sessuale, istituita con il decreto 1480 del 2014.
Una commemorazione importante perché la memoria non serve soltanto a ricordare il passato ma anche a guardare al futuro in una prospettiva di cambiamento. Un cambiamento, soprattutto di ordine culturale, di cui le donne colombiane sembrano avere davvero bisogno per godere appieno dei loro diritti.