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venerdì 4 settembre 2026

La scienza cinese fa passi da gigante ma l’Occidente continua a snobbarla - Federico Giuliani


L’agenda del Partito Comunista Cinese è fitta di obiettivi, piani e traguardi da raggiungere, compreso quello di trasformare il Paese in una superpotenza scientifica e tecnologica mondiale entro il 2050. Due gli strumenti sfruttati dal governo per imprimere un’accelerazione decisiva: un approccio fortemente tecnocratico alla politica scientifica e il costante apprendimento dalle nazioni più avanzate da rielaborare in chiave locale.

I risultati sono già evidenti nel campo dell’intelligenza artificiale, nelle auto elettriche e nella robotica ma Pechino punta ancora più in alto. Già, perché il Dragone è leader nelle scienze fisiche applicate e, come ha spiegato l’autorevole rivista Nature, “è sulla buona strada per superare gli Stati Uniti come maggiore contributore mondiale alla ricerca”.

Eppure, nonostante la sua continua ascesa, la ricerca scientifica cinese continua a essere snobbata dall’Occidente. Emblematico quanto sottolineato dall’Economist: nel 2025 gli autori cinesi hanno pubblicato un numero di articoli pari a quello dei ricercatori americani, britannici, tedeschi e giapponesi messi insieme ma sono stati in gran parte trascurati dai loro colleghi occidentali. Mancanza di qualità? Più probabile un’altra risposta: pregiudizi geopolitici.

 

La ricerca scientifica cinese? Snobbata dall’Occidente

La situazione è stata ben evidenziata da due paper. Il primo, firmato da Abhishek Nagaraj dell’Università della California, Berkeley, e Randol Yao, del Massachusetts Institute of Technology, mostra come, tra il 1980 e il 2022, solo circa un terzo delle citazioni ricevute dagli articoli scientifici cinesi provenisse dall’estero, contro circa la metà nel caso degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Cosa significa? Che la Cina tende a leggere e utilizzare molto la ricerca americana (mentre gli americani utilizzano poco quella cinese) e che una parte molto maggiore dell’impatto della ricerca cinese rimane all’interno del Paese.

Il secondo paper, pubblicato da un gruppo di lavoro sino-olandese sul server di preprint arXiv, ha confermato la suddetta tendenza: sebbene dal 2000 i ricercatori americani, britannici, francesi, tedeschi e giapponesi abbiano iniziato a citare sempre più spesso i lavori cinesi, nel 2022 questi erano ancora citati molto meno di quanto ci si sarebbe aspettato considerando l’enorme quantità di ricerca prodotta oltre la Muraglia. Il divario, in particolare, è particolarmente evidente nel rapporto tra Cina e Stati Uniti.

Certo, il primo studio potrebbe essere condizionato dalla tendenza dei ricercatori a citare più frequentemente i lavori dei propri connazionali, contribuendo così a gonfiare artificialmente i parametri di riferimento. Il secondo, invece, non tiene conto delle eventuali differenze nella qualità media della ricerca scientifica prodotta nei diversi Paesi. I due paper, insomma, presentano alcuni limiti ma il quadro che emerge resta comunque significativo e suggerisce che la ricerca cinese continua a essere sottovalutata al di fuori dei confini nazionali.

 

La Cina sta per sorpassare gli Usa?

I dati dell’Ocse indicano che, da almeno un decennio, la Cina ha aumentato la spesa complessiva per la ricerca e sviluppo (R&S) di quasi il 10% all’anno, superando di gran lunga il tasso di crescita degli Stati Uniti. Nel 2024, per esempio, il Dragone ha registrato un incremento annuo del 9,7%, quasi il triplo rispetto del 3,4% registrato negli Usa.

Nel 1991 Pechino ha sborsato 13 miliardi di dollari in R&S. Oggi, la sua spesa annuale supera gli 800 miliardi di dollari, seconda solo a quella degli Stati Uniti. Il governo cinese ha inoltre appena presentato un piano per aumentare il budget nazionale per la scienza del 7% ogni anno per i prossimi cinque anni.

Il gap tra Usa e Cina si sta riducendo sempre di più ma, come ha ipotizzato l’Atlantic, se la Repubblica Popolare Cinese dovesse finalmente superare gli Stati Uniti come superpotenza scientifica mondiale “non ci sarà alcun annuncio ufficiale né ci sarà necessariamente una spettacolare dimostrazione di forza”. Al contrario, “sarà un momento silenzioso, osservato da una piccola cerchia di scienziati specializzati”.

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venerdì 1 maggio 2026

Lula, Cina e schiavismo: il caso Byd scuote il Brasile - Paolo Laforgia

Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo.

La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo.

Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.

Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto.

I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza.

Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti.

Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori.

Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista.

Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito.

Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo.

L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico.

Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura.

Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali.

Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi.

In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici.

È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte.

La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita.

Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti.

Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.

Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema.

La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento.

In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.

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lunedì 16 marzo 2026

Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione ‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi - Luisiana Gaita

Lo studio del think tank Ecco esamina i flussi di investimento e commerciali tra i due Paesi in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie): "La vera priorità non è disimpegnarsi da Pechino, ma rafforzare la nostra capacità industriale"

I rapporti economici tra Roma e Pechino sono fondamentali per la transizione energetica e industriale verso l’energia pulita dell’Italia ma finora – senza una strategia che li trasformi in un vantaggio competitivo – hanno portato a una “relazione asimmetrica”. L’Italia dipende da tecnologie e componenti cinesi nel settore del solare fotovoltaico, delle batterie e, in misura minore, delle pompe di calore, sia direttamente attraverso le importazioni, sia indirettamente attraverso i partner dell’Ue, le cui catene di approvvigionamento incorporano una quota significativa di made in China. Ma se il deficit commerciale di Roma con Pechino è raddoppiato, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel 2020-2021 a 4-5 miliardi di euro entro il 2024-2025, questa bilancia commerciale non è principalmente una questione di clean tech. Riguarda altri settori, come plastica, elettronica di consumo e abbigliamento. Non solo: importare tecnologie pulite non equivale a importare combustibili fossili. Da questi elementi parte lo studio del Think tank Ecco, presentato durante un evento alla fiera Key Energy 2026, nel quale si analizzano i legami economici tra Italia e Cina nella transizione, proponendo cinque leve strategiche per rafforzare competitività e autonomia nazionale ed europea. “Confondere la decarbonizzazione con una nuova forma di dipendenza è un errore strategico. La vera priorità non è disimpegnarsi dalla Cina, ma rafforzare la capacità industriale italiana dentro questa interdipendenza” spiega Cecilia Trasi, analista senior di Ecco e co-autrice dello studio. Il lavoro esamina i flussi di investimento e le relazioni commerciali tra Italia e Cina in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie), identificando i comparti in cui vi sono ampi margini di manovra.

Il ruolo della Cina nella transizione italiana (e i suoi modesti investimenti)

Per quanto riguarda il solare, la produzione operativa di celle fotovoltaiche in Italia è relativamente elevata, con circa 3 gigawatt di capacità operativa, davanti a Germania, Francia e Spagna. Ma l’Italia non ha una produzione significativa di wafer o polisilicio, fondamentali per le celle fotovoltaiche, lasciando strutturalmente sottosviluppati questi segmenti. I produttori italiani colmano questa lacuna affidandosi a wafer e celle importati, prevalentemente da Cina e altri fornitori asiatici, e concentrando le proprie attività sulla finitura delle celle, l’assemblaggio dei moduli e l’integrazione dei sistemi. La capacità produttiva italiana nel settore è comunque in espansione, ma rimane altamente concentrata e limitata in termini di volume rispetto alle importazioni. Oltre il 70% dei pannelli fotovoltaici sul mercato italiano è di produzione cinese. Pechino, inoltre, esporta tra il 25% e il 28% del valore dei componenti per pompe di calore assemblate in Italia e fornisce la maggior parte delle batterie importate (857 milioni di euro nel 2024). Allo stesso tempo, gli investimenti diretti esteri cinesi nella produzione italiana di tecnologie pulite rimangono modesti. Sono stati molto più consistenti in diversi Stati dell’Europa centrale e orientale e, in misura minore, in Germania, Francia e Spagna. “Molti progetti annunciati dalla Cina non si sono concretizzati in impianti di produzione su larga scala” scrivono le analisti autrici dello studio, Cecilia Trasi, Ginevra Vittoria e Chiara Francesca Ausenda, spiegando che il rilancio degli investimenti cinesi in Italia è ora un obiettivo esplicito del piano d’azione 2024-2027 “anche se resta da vedere se questa ambizione si tradurrà in flussi concreti”.

Le ragioni di una “relazione asimmetrica”

Ad oggi, quindi, il settore italiano delle tecnologie pulite si sta sviluppando all’interno di una relazione altamente asimmetrica con la Cina. Questa dinamica non è unica in Europa, ma elevata esposizione alle importazioni e produzione interna limitata in settori chiave rendono la posizione dell’Italia particolarmente delicata. Il mercato interno dei veicoli elettrici, per esempio, rimane uno dei più deboli dell’Ue (con una quota di veicoli elettrici a batteria del 6,2% nel 2025, contro una media europea di circa il 20%), riducendo la spinta della domanda per gli investimenti in batterie e trasmissioni. I quadri di incentivi industriali sono stati storicamente meno generosi, meno snelli e meno chiari rispetto a quelli di Paesi come Spagna, Ungheria e Polonia. L’Italia, inoltre, applica un regime di screening degli investimenti diretti esteri relativamente rigoroso. Basato sul quadro normativo del ‘golden power’, con una serie di poteri speciali di veto e di condizionamento che consentono al governo di vagliare, bloccare o imporre condizioni agli investimenti stranieri e alle transazioni societarie che coinvolgono beni e società strategici italiani, se considerate una potenziale minaccia alla sicurezza o agli interessi nazionali essenziali. Sebbene il ‘golden power’ non impedisca agli investitori stranieri di venire in Italia, comporta che le operazioni di grande entità o sensibili siano soggette a un ulteriore livello di rischi politici e legali che gli investitori (in particolare le aziende legate allo Stato cinese) devono valutare e pianificare.

L’Italia sulla linea difensiva

“Finora, l’approccio dell’Italia nei confronti della Cina ha seguito la traiettoria più ampia dell’Europa, con una crescente cautela strategica pur mantenendo un significativo impegno economico”. Ecco ripercorre le fasi che dall’adesione nel 2019 alla Belt and Road Initiative (l’Italia è stato l’unico paese del G7 ad aderirvi), della progressiva espansione del quadro di controllo degli investimenti ‘golden power’ a partire dal 2021, fino al ritiro formale dall’iniziativa nel dicembre 2023 e al lancio del Piano d’azione Italia-Cina 2024-2027 da parte del governo Meloni, pochi mesi prima della rielezione di Donald Trump. “Nel 2025, il decreto FER X Transitorio è più un segnale politico-industriale che una vera e propria strategia di reshoring” racconta Ecco. Il programma punta all’espansione e all’ammodernamento degli impianti rinnovabili con incentivi diretti per quelli fino a un megawatt e aste competitive per i progetti più grandi. “Un aspetto critico è l’esclusione dei componenti di origine cinese (moduli, celle e inverter) dai progetti fotovoltaici superiori a un megawatt, con l’obiettivo di promuovere la sovranità tecnologica e diversificare le catene di approvvigionamento” spiega il think tank. Attraverso il decreto, l’Italia è stata tra i primi Stati membri dell’Ue a rendere operativi i criteri di resilienza Nzia (Net zero industry act, il regolamento che punta a rafforzare la capacità produttiva europea nelle tecnologie pulite strategiche) e ha promosso la prima asta per grandi impianti fotovoltaici preclusi al made in China. Ma Ecco solleva interrogativi rilevanti in termini di efficacia industriale: l’asta conforme al NZIA ha registrato un premio di costo pari a circa il 17–20% rispetto al bando standard. “Un onere che, in ultima analisi, ricade sui consumatori e sul bilancio pubblico. La questione rilevante non è se l’Italia importi pannelli solari dalla Cina – scrive Ecco – ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione, integrazione e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico trattenuto e se stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può realisticamente competere”.

Trasformare l’interdipendenza in un vantaggio competitivo

E c’è un altro aspetto: “Quando l’Italia importa un pannello solare, il valore energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato indipendentemente dalle future interruzioni del commercio”. Discorso diverse per le importazioni di gas: “Quel valore viene bruciato ed esce dall’economia in modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”. Per Ecco “bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione con l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento per ritardare la transizione energetica”. Per questo, secondo Ecco, la predominanza cinese non costituisce un problema in sé, ma rivela la necessità di una strategia organica sul futuro delle clean tech in Italia. Sono tre le condizioni individuate per trasformare l’interdipendenza in opportunità: una visione di lungo periodo, una mappatura delle capacità produttive italiane attuali con una valutazione realistica di dove possono arrivare e una gestione della relazione commerciale con la Cina che non sia solo in chiave difensiva. Lo studio indica alcune leve operative per passare a una gestione proattiva e coerente nelle relazioni Europa-Cina. Il primo step è quello di rendere operativo e utilizzare il Piano d’Azione Italia-Cina 2024-2027 come strumento di diplomazia industriale nelle tecnologie pulite: trasferimento tecnologico nel fotovoltaico, cooperazione su riciclo e stoccaggio batterie e regole chiare per investimenti che rispettino pienamente governance e proprietà intellettuale. “Le quote ‘non cinesi’ e gli strumenti Nzia possono avere un ruolo solo se legati a competitività e riduzione dei costi, mentre è necessario stabilizzare la domanda e rafforzare la filiera delle pompe di calore e avviare una “seconda ondata” sulle batterie puntando sull’economia circolare.

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domenica 25 gennaio 2026

Guerra della soia, asset strategico tra potenze. La Cina la importa dal Brasile e Trump teme l’ira degli agricoltori Usa - Luisiana Gaita

 

 

Le pressioni e l’attenzione riservate all’accordo tra Stati Uniti e Cina sulla soia (oltre che sulle terre rare) con Pechino pronta a riprendere gli acquisti, ritardando di un anno la stretta sulle terre rare (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/26/accordo-usa-cina-tiktok-terre-rare-notizie/8173645/), mostra quanto questo legume sia diventato un asset strategico a livello globale. Al centro di una triangolazione tra Cina, Stati Uniti e Sud America (Brasile, in particolare, ma anche Argentina), delle guerre commerciali e pure del malcontento degli agricoltori statunitensi. Ennesimo grattacapo per Trump. Oggi quasi onnipresente nei prodotti che consumiamo tutti i giorni (non solo ad uso alimentare), i fagioli di soia selvatici si utilizzavano già 9mila anni fa in Cina, considerata la patria di questo legume. Ma oggi il Paese detiene anche il record delle importazioni, dovuto anche all’aumento dei consumi di carne (e quindi alla necessità di procurarsi il mangime per gli allevamenti intensivi). Solo che tra il 2017 e il 2024, stando ai dati del Center for Strategic and International Studies, se le esportazioni di soglia dagli Usa alla Cina sono diminuite del 14%, a compensare questo calo ci hanno pensato i Paesi del Sud America. In particolare, il Brasile che ha aumentato le sue esportazioni del 35%. Tutto questo a svantaggio degli agricoltori statunitensi, per i quali il mercato cinese è di vitale importanza. E che sono sul piede di guerra, perché Pechino ha già risposto alla guerra commerciale lanciata dal presidente Usa, quasi azzerando le importazioni di soia statunitense. L’altra faccia della medaglia, sono gli effetti che l’aumento di produzione ed export di soia da Brasile e Argentina hanno sugli equilibri di ecosistemi delicati e strategici per tutto il pianeta. In primis, quello della Foresta Amazzonica, dove le piantagioni di soia continuano a sostituire gli alberi.

La guerra tra Usa e Pechino passa attraverso la soia sudamericana – Tutto è iniziato negli anni Settanta, con un cattivo raccolto di soia negli Stati Uniti. La Cina capì che doveva diversificare, Brasile e Argentina che si stava aprendo un varco nel muro Usa. Il resto lo hanno fatto lo sviluppo e il drastico cambiamento delle abitudini alimentare della Cina che ha creato una domanda sempre maggiore. Così, a fasi alterne, quando la tensione tra Washington e Pechino si è alzata, non è stato impossibile sostituire la soia che arrivava dagli Stati Uniti. Basti pensare a quanto avvenuto nel 2019, durante il primo mandato di Donald Trump, quando il tycoon impose tariffe sui prodotti cinesi e Pechino ridusse le importazioni di soia dagli Stati Uniti, spostando gli acquisti in Brasile. Anche nei mesi scorsi, funzionari cinesi hanno confermato che la Cina potrebbe rinunciare alle importazioni agricole statunitensi, senza eccessivi scossoni, anche rispetto agli obiettivi di crescita.

Trump si gioca il consenso degli agricoltori (nei feudi repubblicani) – E questo preoccupa gli agricoltori, memori proprio di ciò che avvenne del 2019 quando, a causa della riduzione delle importazioni di soia della Cina, Washington fu costretta a varare un piano di salvataggio dal 23 miliardi di dollari per gli agricoltori. Non è un caso se, anticipando degli accordi con Pechino nel corso del programma ‘Face the Nation with Margaret Brennan’ della Cbs News, il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent ha citato proprio gli agricoltori. “I coltivatori di soia saranno estremamente soddisfatti di questo accordo per quest’anno e per gli anni a venire” ha detto Bessent, consapevole di quanto sia importante per Trump il consenso dell’industria agroalimentare e dei coltivatori di soia. Di Illinois, Indiana, Iowa, questi ultimi due feudi repubblicani.

Quanto crescono le importazioni dal Brasile – Questo il contesto nel quale sono cresciuti i flussi commerciali tra Cina e Paesi dell’America Latina. In modo particolare, dell’export dal Brasile. I dati: nel 2024 la Cina è stata il maggior importatore mondiale di soia, con acquisti dall’estero per circa 105 milioni di tonnellate, ma ne ha acquistata circa il 20% dagli Stati Uniti, mentre nel 2016 ne importava dagli States il 41%. Da gennaio a luglio 2025, inoltre, la Cina ha importato 42,26 milioni di tonnellate di soia dal Brasile, mentre le spedizioni dagli Stati Uniti sono state pari ad appena 16,57 milioni di tonnellate. Su questo fronte, a poco è servito il Liberation Day di aprile e anche l’estensione di 90 giorni della tregua tariffaria con Pechino con la richiesta di quadruplicare l’import dagli Stati Uniti: la Cina ha praticamente azzerato le importazioni di soia Usa e i coltivatori, che non hanno ricevuto prenotazioni per il raccolto di ottobre (si stima un calo dell’export di circa 14-16 milioni di tonnellate), perderanno miliardi di dollari. Parallelamente Pechino ha aumentato le prenotazioni della soia argentina approfittando dell’abbattimento delle tasse all’export di soia deciso dal presidente, Javier Milei (tra l’altro, sostenuto proprio da Trump). Ad oggi, di fatto, il 70% della soia importata da Pechino arriva dal Brasile e, di questa quota, il 30% passa dal porto di Santos, sulla costa atlantica. Certo, la rete di trasporti e le infrastrutture, per esempio, le capacità portuali, creano diversi problemi che negli Usa non ci sono. E c’è un altro problema: se il clima consente anche tre raccolti l’anno, il terreno argilloso ha bisogno di ingenti quantità di fertilizzanti e il Brasile ne ha sempre importato enormi quantità dalla Russia. Problemi che, però, non hanno fermato finora il trend.

L’effetto sugli ecosistemi – E questo ha conseguenze impattanti per il Brasile. D’altronde, se nel 2024 le esportazioni dell’agroalimentare brasiliano hanno raggiunto i 164,4 miliardi di dollari e, a guidare l’export verso 63 Paesi sono state soia (53,9 miliardi di dollari), carne (26,2 miliardi), zucchero e alcol (19,7 miliardi), prodotti forestali (17,3 miliardi) e caffè (12,3 miliardi) si capisce quali possano essere gli effetti sulle foreste. Ad agosto scorso, le autorità brasiliane hanno sospeso la moratoria che imponeva alle aziende di non acquistare soia da terreni deforestati in Amazzonia. Una sospensione che, dal 2006, aveva contribuito alla protezione della Foresta Amazzonica, evitando la deforestazione di circa 17mila chilometri quadrati (anche se hanno continuato a registrarsi fenomeni di conversione indiretta del suolo, soprattutto nelle savane del Cerrado e nelle aree di pascolo dismesse). Un recente studio pubblicato su Nature Food da Camilla Govoni e Maria Cristina Rulli del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, in collaborazione con La Zhuo dell’Accademia cinese delle scienze e Dirce Lobo Marchioni dell’Università di San Paolo, in Brasile, spiega come la crescente domanda di carne e proteine animali in Cina dipende sempre più dalle risorse agricole del Brasile, con effetti diretti sull’utilizzo del suolo, sulle risorse idriche e sulla deforestazione del Paese sudamericano. Tra il 2004 e il 2020 le importazioni cinesi di soia sono passate da 6 a 60 milioni di tonnellate: un aumento di oltre dieci volte, che nel 2020 ha richiesto 17,8 milioni di ettari di terreno brasiliano (un’area grande quanto l’Uruguay) e oltre 86 chilometri cubi di acqua piovana, più 0,29 chilometri cubi di acqua di irrigazione. Questa soia (destinata in gran parte all’alimentazione di suini, pollame e pesci d’allevamento) sostiene quasi un terzo delle proteine animali consumate in Cina.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/29/guerra-soia-usa-cina-brasile-notizie/8174740/

venerdì 19 dicembre 2025

Se volete dare un occhio al futuro verde del pianeta, fatevi un giro in Cina - Loretta Napoleoni

Chi avesse voglia di dare un’occhiata al possibile futuro verde del pianeta e alla transizione ecologica prodotta dall’innovazione tecnologica, dovrebbe farsi un giro in Cina.

La Cina, va detto, consuma più energia di qualsiasi altro paese al mondo. Ha un appetito vorace, alimentato per decenni dal carbone, che l’ha resa il più grande emettitore di CO₂ del pianeta. Ma da almeno dieci anni, questo gigante con una popolazione di un miliardo e 400 milioni di persone è impegnato in una svolta epocale. Il motivo? Raggiungere un obiettivo ambiziosissimo, il cosiddetto “doppio carbonio”: arrivare al picco delle emissioni entro il 2030 ed ottenere la neutralità carbonica entro il 2060. A che punto siamo? Nel 2024, per la prima volta, la capacità di energia non fossile installata in Cina ha superato il 60 per cento del totale nazionale, toccando i 2,2 miliardi di kW. Il resto, circa il 40 per cento, proviene ancora da fonti tradizionali, in primis il carbone, che rimane un pilastro per la stabilità della rete elettrica.

Si tratta di una transizione dove le tecnologie avanzate vanno a braccetto con un ripensamento radicale dell’intero sistema, una vera e propria rivoluzione energetica in casa. E per capire come questo futuro stia prendendo forma, bisogna guardare a una provincia lontana dai centri del potere finanziario e politico cinese, lo Xinjiang: 450 miliardi di tonnellate di riserve di carbone (il 40 per cento del totale cinese), un potenziale di energia solare pari al 40 per cento del potenziale tecnico nazionale e uno eolico di 1 miliardo di kW.

 

Siamo ad Urumqi, una cittadina vicina al confine nordoccidentale della Cina, sotto la Mongolia, a pochi kilometri dal deserto del Gobi. In una sala di controllo circondata da schermi olografici dove scorrono flussi di dati in tempo reale, pochi tecnici supervisionano 66 centrali energetiche sparse in una regione grande cinque volte l’Italia. È il Centro Operativo Intelligente di Urumqi, avamposto tecnologico e cervello operativo della più audace transizione energetica del pianeta. È infatti qui, in questa provincia remota battuta dai venti e bruciata dal sole, che si gioca una partita che potrebbe tra qualche decennio ridefinire gli equilibri energetici globali e per ora la Cina ha in mano tutti i jolly.

La Cina, a differenza delle nazioni occidentali, ha infatti capito da tempo una verità semplice ma rivoluzionaria: chi controllerà l’energia del futuro controllerà l’economia del XXI secolo e l’energia del futuro sono le rinnovabili. Xinjiang, con le sue distese assolate dove soffia vento costantemente, è il Texas cinese e le rinnovabili il suo petrolio verde.

Mentre l’Occidente dibatte sul costo della transizione ecologica, la Cina agisce and leads by example producendo una visione sistemica e comprensiva dello sfruttamento di diverse risorse. Il progetto “Energia dallo Xinjiang al resto della Cina” trasforma così l’abbondanza locale in uno strumento di politica nazionale. Corridoi a ultra-alta tensione (UHV) – come Hami-Zhengzhou e Zhundong-Anhui – sono le moderne arterie di un sistema circolatorio che pompa energia pulita verso le fabbriche e le città della costa orientale. Fino al 2024, hanno esportato oltre 800 miliardi di kWh, alimentando 22 province. È una strategia win-win: le regioni orientali ricevono energia a basse emissioni, lo Xinjiang si sviluppa e Pechino consolida il controllo su un’area strategicamente sensibile.

Il Centro di Urumqi è il simbolo di questa regia centralizzata. Non è una semplice sala controllo, è un sistema nervoso digitale che, attraverso un’intelligenza artificiale avanzata, gestisce 170 impianti per una capacità di 11,12 milioni di kW. Trenta di questi funzionano già in modalità “presenza zero” o semiautomatica. Questo modello risponde a un’esigenza duplice: massimizzare l’efficienza e minimizzare l’errore umano in un territorio sterminato. È l’applicazione pratica di un principio di sviluppo: la fusione tra pianificazione statale e tecnologie d’avanguardia che crea un acceleratore di sviluppo senza pari.

 

Perché la Cina ci riesce mentre l’Occidente arranca? La risposta non è solo tecnologica. È politica e sociale. Il vantaggio del ritardatario: la Cina si è industrializzata tardi, saltando fasi inquinanti che per l’Occidente sono state un costo irrecuperabile. La pressione sociale: i cinesi vogliono aria pulita. L’inquinamento non è più un prezzo accettabile per la crescita. Il calcolo economico dello Stato: l’inquinamento ha un costo sanitario enorme. Investire nel verde non è solo una questione ambientale, ma un modo per ridurre la spesa pubblica sanitaria.

L’Occidente, d’altro canto, è intrappolato in un paradosso: ha firmato gli Accordi di Parigi, ma manca la volontà politica di affrontare i costi di una riconversione industriale radicale. Qui, invece, la transizione è una priorità nazionale assoluta.

La lezione di Urumqi non è solo per la Cina. Questo modello è un prodotto esportabile nell’ambito della Belt and Road Initiative e per i partner dei Brics. Immaginate questo sistema applicato ai deserti dell’Arabia Saudita, dell’Iraq o del Nord Africa.

Il centro di Urumqi è il prototipo di una futura rete energetica continentale, una “Via della Seta dell’elettricità” che potrebbe unire l’Eurasia con flussi di energia pulita. In un mondo dove Europa e Asia sono fisicamente un unico continente, questa non è fantascienza. È geopolitica.
Mentre da noi si negozia e si rimanda, qui, nel deserto del Gobi, il futuro energetico del mondo è già in funzione. E dall’Occidente non arriva la concorrenza, ma solo i visitatori, come me, a guardare e a prendere appunti.

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giovedì 27 novembre 2025

viaggiando in Cina (con Loretta Napoleoni e Ugo Bardi)

 

Il luogo che che sta sfidando le concezioni tradizionali di sviluppo e modernizzazione è in Cina - Loretta Napoleoni

 

Xinjiang - novembre 2025
Nelle distese aride del deserto del Gobi sta nascendo qualcosa di straordinario, qualcosa che sfida le concezioni tradizionali di sviluppo e modernizzazione. Lo Xinjiang, vasta regione nel cuore dell'Eurasia a due passi dalla Mongolia, non è semplicemente una provincia cinese in via di sviluppo - è il laboratorio vivente dove si sta scrivendo il futuro energetico del pianeta.

Ciò che colpisce immediatamente arrivando qui è la contraddizione apparente che invece funziona perfettamente. Un sistema socialista con un'economia capitalista, un partito unico che guida un mercato vibrante e innovativo. Mentre l'Occidente si arrovella su ideologie obsolete, la Cina ha creato qualcosa di unico: un ibrido che combina pianificazione statale lungimirante con l'agilità del mercato e l’innovazione tecnologica.

Quando scrivevo "Maonomics" oltre un decennio fa, avevo intuito il potenziale di questo modello, ma non avevo previsto che i risultati positivi arrivassero tanto velocemente. Oggi, vedendolo all'opera nello Xinjiang, posso confermare: le mie previsioni non solo si sono avverate, ma la realtà le ha superate. La Cina si è modernizzata in modo pacifico, in tempi record e lo ha fatto mantenendo la propria identità culturale. A differenza della Corea del Nord, si è aperta al mondo, un’apertura che non ha comportato l’omogeneizzarsi alla cultura occidentale. Nello Xinjiang non si trovano McDonald's a ogni angolo di strada, ma ristoranti che offrono piatti provenienti dalle 23 etnie presenti nella regione e si respira un'aria di autenticità e diversità che ormai in Occidente abbiamo dimenticato.

I dati sono impressionanti: 104,8 milioni di kW di capacità rinnovabile installata, con 40,37 milioni di kW aggiunti solo nel 2024. Ma i numeri da soli non rendono giustizia alla portata di ciò che sta accadendo. Quello che vediamo qui è la trasformazione di una provincia con grandi potenzialità energetiche in un modello nuovo globale.

Le riserve? 450 miliardi di tonnellate di carbone (25% del totale cinese), 4,2 miliardi di kW di potenziale solare (26,9% nazionale), 1 miliardo di kW di potenziale eolico (18% nazionale). Ma la vera rivoluzione non sta nell'abbondanza delle risorse, bensì nella visione strategica con cui tutte vengono gestite.

A Hami, conversando con Liu Xiaobo, presidente della Commissione per lo Sviluppo e le Riforme, ho capito la profondità della transizione. In dieci anni, la capacità installata è più che raddoppiata, superando i 23 GW. Oltre il 40 per cento del mix energetico locale è già rinnovabile. Ma ciò che veramente conta è come stanno risolvendo il problema fondamentale delle rinnovabili: l'intermittenza.

"La tecnologia di accumulo è la chiave", mi spiega Liu. E infatti vedo all'opera sistemi diversificati: batterie a flusso di vanadio nel Parco Industriale Fotovoltaico di Shichengzi, nel deserto Gobi, pompaggio idroelettrico, e soprattutto una riconversione intelligente del termoelettrico, che da fonte primaria diventa "stabilizzatore" di rete.    

La centrale solare termodinamica a torre con sali fusi da 50 MW nel deserto del Gobi è forse la cosa più bella che abbia visto in questo viaggio. Non solo per la sua efficienza - produce energia 24 ore al giorno - ma per la sua estetica. Una distesa immensa di specchi che riflettono il sole verso una torre centrale crea un paesaggio futuristico che sembra uscito da un film di fantascienza.

E poi le batterie. Visitando il parco fotovoltaico di Hami, ho capito che la soluzione all'intermittenza è già qui. La capacità di immagazzinare l'energia rinnovabile cambia tutto e qui ad Hami esiste. Non è più una questione di produzione, ma di gestione dell’energia verde. E in questo, la Cina è anni luce avanti all'Occidente.

All'Istituto Tecnico-Professionale Ferroviario di Hami, che ha appena lanciato il primo corso di laurea in rinnovabili, vedo realizzato ciò che fino a ieri era solo teoria: ogni edificio è una centrale elettrica, una visione futurista che avevo preannunciato in Maonomics e che oggi e’ realta’. Pensiline fotovoltaiche che ricaricano veicoli elettrici, pavimentazioni che producono energia, lampioni ibridi solari-eolici, facciate in perovskite che trasformano gli edifici in generatori.
Tutto cio’ non è solo tecnologia - è una filosofia energetica. L'integrazione tra didattica e industria, tra teoria e pratica, rappresenta l'unica risposta possibile all'avanzare dell'intelligenza artificiale. È la cooperazione "umana" che può prevenire il sopravvento delle macchine e che le può piegare ai bisogni della società.

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Nel mio viaggio a Shanghai ho visto il successo cinese sulle rinnovabili. Noi invece andiamo indietro – Ugo Bardi

Sono di ritorno da un soggiorno a Shanghai, in Cina, per un convegno sull’energia e la sostenibilità. Una cosetta un po’ in grande, organizzata, fra gli altri, dall’Unesco, dal Club di Roma e dall’Università di Scienze Ingegneristiche di Shanghai. Una maratona di presentazioni e discussioni fra ricercatori di 15 paesi diversi che mi hanno permesso di capire parecchie cose.

Nel campo della sostenibilità, la Cina ha fatto passi da gigante con il concetto di “civiltà ecologica” che è oggi una politica ufficiale del governo. L’idea è che la Natura e l’Economia umana devono mantenersi in armonia l’una con l’altra, un concetto anche espresso come “Le Due Montagne.” Solo chiacchiere? Direi di no. Quando i cinesi si mettono in mente di fare qualcosa, di solito la fanno seriamente.

Non che non si faccia greenwashing in Cina, ma una cosa i cinesi l’hanno capita: bisogna liberarsi dai combustibili fossili il prima possibile. La Cina importa quasi tutto il petrolio e il gas che usa, e questo è costoso e rende il paese strategicamente vulnerabile. Hanno ancora carbone come fonte principale di energia elettrica, ma è fortemente inquinante e non può durare per sempre. Quindi, i cinesi hanno capito che l’energia del futuro è rinnovabile e stanno puntando tutto su quello (incidentalmente, non ho sentito parlare di energia nucleare al convegno. Mi sembra di capire che ci lavorano sopra per lasciare aperta la possibilità che un giorno diventi conveniente, ma è una cosa marginale).

Sulle rinnovabili, il successo cinese è stato a dir poco strabiliante. L’industria cinese è oggi in grado di produrre impianti fotovoltaici per tutto il mondo a costi bassi che stracciano ogni altra fonte. Per non parlare delle batterie, delle auto elettriche, dell’automazione e dell’elettrificazione del sistema economico in generale. Tutte aree dove la Cina sta guadagnando un vantaggio tecnologico sull’Occidente che potrebbe presto diventare incolmabile.

E non è tanto questione che loro vanno più veloci di noi: mentre loro vanno avanti, noi andiamo indietro. Invece di investire nel futuro, ci stiamo affannando a puntare su tecnologie obsolete ancora basate sui fossili. C’è poco da dire, avremo quello che ci meritiamo.

Così, la crescita della produzione di energia rinnovabile in Cina è esponenziale, mentre il carbone è in stallo e se ne prevede un rapido declino nei prossimi anni. Il piano governativo presentato al convegno prevede di arrivare al “Net Zero” entro il 2060. Potrebbe essere troppo tardi per evitare grossi danni a tutto l’ecosistema terrestre, ma ci sono buone possibilità di accelerare la transizione. I cinesi sono noti per eccedere le aspettative quando ci si mettono.

Già ora, i risultati si vedono. Una volta, le città cinesi erano note per essere orribilmente inquinate ma oggi, se passeggiate per Shanghai sui grandi viali trafficati, potete sentire il profumo delle piante aromatiche che crescono sui bordi (a parte le zone dove l’odore principale è quello dei ristoranti cinesi!). I motorini sono tutti elettrici. Le auto private lo sono in gran parte, mentre il traffico pesante non è ancora elettrificato, ma ci stanno lavorando.

Non me la sono sentita di raccontare ai colleghi cinesi che in Italia sono tutti convinti che le macchine elettriche sono un imbroglio e prendono fuoco come fiammiferi. Prima o poi, certe cose le capiremo anche noi.

Come impressione dopo dieci giorni in Cina, a parte le bandiere rosse che sventolano agli angoli delle strade, la vita dei cittadini cinesi non è diversa da quella dei cittadini di tutte le grandi città del mondo. Shanghai è molto grande e affollata, ma è sicura, pulita, vivace e bene organizzata. Nelle zone centrali, l’aggettivo “mozzafiato” si applica bene all’architettura che ci trovate. Fra le tante cose, vi potete facilmente imbattere in una danza pubblica in una piazza, il guǎngchǎng wǔ, dove qualche centinaio di persone si impegnano tutte insieme per mantenersi in forma e socializzare. È un’atmosfera piacevole di comunità locale.

Se poi vi piace il cibo cinese, Shanghai è il posto giusto e i ristoranti non sono per niente cari. Insomma, se avete qualche ragione per andare in Cina, o semplicemente volete fare un po’ di turismo diverso dal solito, è un viaggio che vi consiglio caldamente.

Per concludere, al convegno ho presentato i miei risultati sugli effetti del CO2 come sostanza dannosa per la salute umana: un’altra buona ragione per liberarsi dei combustibili fossili. Trovate una breve discussione in un post precedente.

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venerdì 14 novembre 2025

Influencer: Cina vs. Italia, due modi opposti di regolamentare il web - Matteo Masi

  

È estremamente interessante osservare il divario tra i modelli di regolamentazione degli influencer adottati in Italia (e, più in generale, in Occidente) e in Cina. Queste due diverse impostazioni legislative riflettono in modo netto le differenze politiche e filosofiche tra i due sistemi.

La logica sottostante a queste due riforme è diametralmente opposta: se in Cina si privilegia la qualità e l’affidabilità dei contenuti, in Italia l’approccio è puramente quantitativo ed economico.

Il modello cinese: competenze certificate per la qualità dell’informazione

In Cina è stata progressivamente introdotta una regolamentazione (le cui basi risalgono agli ultimi due piani quinquennali) che impone requisiti molto specifici a chi divulga informazioni su temi critici.

La legge cinese obbliga gli influencer che trattano argomenti considerati fondamentali per la società — medicina e sanità, finanza, istruzione e diritto — a possedere competenze specifiche e certificate.

Questa normativa è totalmente slegata da una logica di profitto o di capitalizzazione. L’obiettivo primario è tutelare l’interesse pubblico e garantire che le informazioni che raggiungono la vastissima platea dei social network, inclusi i più giovani, siano divulgate da persone con le adeguate qualifiche. Lo Stato, quindi, mette la qualità del contenuto e la competenza del divulgatore al primo posto.

Il modello italiano: la logica del reddito e dei numeri

In Italia, invece, la regolamentazione degli influencer è stata introdotta dall’AGCOM, ma la sua filosofia di base è ancorata a criteri quantitativi ed economici.

L’iscrizione all’Albo degli Influencer (peraltro, un concetto molto “italiano” quello degli Albi) non è richiesta in base alla qualità o alla veridicità dei contenuti, bensì in base al raggiungimento di determinate soglie numeriche e alla capacità di generare reddito.

Le soglie attuali per l’obbligo di iscrizione sono:

  1. Avere più di 500mila follower.
  2. Oppure, avere una media di visualizzazioni superiore a un milione su qualsiasi piattaforma.
  3. In aggiunta a uno dei due punti precedenti: ricavare un reddito dalla propria attività di influencer.

L’AGCOM ha chiarito che l’iscrizione è obbligatoria solo per chi, superando una delle soglie numeriche, trae un guadagno economico dalla propria attività (pubblicità, sponsorizzazioni, ecc.).

In sostanza: nel nostro sistema non interessa se un individuo diffonde disinformazione, l’importante è che generi grandi numeri.

Questo approccio evidenzia che l’interesse primario della regolamentazione italiana non è la tutela della qualità informativa, ma il controllo del flusso economico derivante dall’attività degli influencer.

Paradossi del controllo

Questa dicotomia è paradossale. Spesso l’Occidente critica la Cina per il controllo che esercita sulla società; tuttavia, in questo ambito, è il modello occidentale (italiano, in questo caso) a implementare uno strumento — l’Albo basato sul profitto — che si configura come un potenziale strumento di controllo e tassazione puramente economico, ignorando la sfera qualitativa.

Mentre in Cina l’attenzione è rivolta alla sensatezza e alla qualità dei contenuti veicolati alla cittadinanza, qui l’unica metrica rilevante è quella quantitativa e performativa. La differenza è netta e ci invita a riflettere su quali siano realmente le nostre priorità regolamentari in un’era dominata dalla diffusione social delle informazioni.

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mercoledì 29 ottobre 2025

Come la Cina ha conquistato l’auto elettrica - Cesare Alemanni

 

Negli ultimi anni, l’auto elettrica è diventata uno dei simboli più discussi della transizione ecologica. Spinta o respinta dai governi, sostenuta o affossata dall’industria, osannata o temuta dall’opinione pubblica, la mobilità a batteria è un tema che divide. Da una parte viene raccontata come un passaggio inevitabile verso un futuro libero dai combustibili fossili, dall’altra viene bollata come una tecnologia immatura o addirittura come un cavallo di Troia per interessi cinesi e imposizioni “ecologiste”.

Entrambe le narrazioni tendono a semplificare – e a polarizzare – un fenomeno complesso e in evoluzione. Proviamo allora a gettare lo sguardo oltre le trincee dell’ideologia e a offrire una lettura il più “atea” possibile della questione, soprattutto per quanto riguarda le sue implicazioni geopolitiche.

Per cominciare, vanno chiarite due cose. La prima è che la diffusione dell’auto elettrica non è uniforme. Da un lato gli electric vehicles (EV) rappresentano ancora una quota trascurabile (il 4%, pari a 58 milioni di veicoli) del parco macchine mondiale. Dall’altro hanno rappresentato circa il 20% delle nuove immatricolazioni nel 2024. Il dato è caratterizzato da forti concentrazioni geografiche, ma è in crescita del 25% rispetto all’anno precedente. Stiamo quindi parlando di un prodotto che, a livello di mercato planetario, si sta muovendo da una nicchia molto piccola a un segmento significativo. Basti pensare che nel 2024 le vendite sono aumentate di 3,5 milioni di unità rispetto al 2023, più di quanto si fosse venduto in tutto il 2020.

La Cina domina il mercato, sia dal lato della domanda che dell’offerta, con quasi il 75% del venduto globale (11 milioni di EV). In Europa, invece, si registra ogni anno una leggera crescita delle nuove immatricolazioni (1,8% in più nel 2024), ma questa è altamente dipendente da incentivi statali e dalle strategie industriali nazionali. Nel 2025 si prevede che le vendite europee supereranno i 4 milioni di unità, con una quota di mercato del 25%, ma anche in questo caso si registrano grandi differenze tra paesi, in particolare tra Europa del Nord e del Sud.

Negli Stati Uniti il settore è stato finora trainato da Tesla e da sussidi pubblici introdotti da Biden (e appena tagliati da Trump), ma la penetrazione resta limitata al di fuori delle aree urbane. In tutto il 2024 sono state vendute solo 1,6 milioni di auto elettriche, per una quota di mercato del 10% e con un rallentamento della crescita rispetto all’anno precedente.

Per quanto riguarda i paesi emergenti, in America Latina e in Africa le vendite di EV sono aumentate nel 2024 rispettivamente del 100% e del 120%. In Brasile il mercato è dominato dalle importazioni cinesi (oltre l’85% nel 2024), mentre negli altri paesi della regione e in Africa le percentuali sono leggermente inferiori ma comunque preponderanti.

Questi dati sono utili a inquadrare un fatto: l’impronta dell’investimento nei veicoli elettrici non è uguale in tutte le zone economiche, così come diseguale è lo sviluppo del mercato e dell’industria. In particolare, è evidente come la Cina si trovi in una fase molto più avanzata rispetto al resto del mondo. Questo non si traduce solo in una leadership produttiva o commerciale, ma in un’esposizione più profonda e strutturale al destino della mobilità elettrica. 

A differenza di altre economie, dove l’auto elettrica rappresenta ancora una scelta sperimentale, in Cina è ormai una componente sistemica del mercato e della strategia industriale del Paese. Ne derivano, inevitabilmente, una grande forza industriale, ma anche una vulnerabilità più elevata in caso di contraccolpi globali e, proprio per questo motivo, un maggiore impegno (geo)politico da parte dello Stato cinese nello sviluppo e nella difesa del settore.

La seconda cosa da chiarire è che, dal punto di vista della produzione, le differenze tra un’auto tradizionale e un’auto elettrica sono così numerose e profonde che è come se si trattasse di due prodotti completamente diversi. Per certi versi si può dire che, più che di un processo di transizione industriale, lo sviluppo della mobilità elettrica andrebbe inquadrato come la nascita di una nuova industria. È importante evidenziare questo punto, poiché è una delle ragioni per cui la transizione elettrica dell’auto sta comportando cambiamenti così profondi delle geografie delle risorse e della geopolitica delle filiere.

Il passaggio dall’auto a motore a combustione interna (ICE) al veicolo elettrico non comporta soltanto un cambiamento nelle modalità di alimentazione, ma implica una rivoluzione tecnologica che investe l’intera filiera produttiva. Le competenze richieste per progettare, costruire e mantenere un’auto elettrica – a cominciare dal suo componente più cruciale, la batteria – sono radicalmente diverse rispetto a quelle necessarie per i veicoli tradizionali: servono ingegneri specializzati in elettronica di potenza, software, gestione termica e chimica dei materiali, piuttosto che esperti di meccanica e di fluidodinamica dei motori termici.

Questo ha implicazioni politiche nella misura in cui paesi come la Cina investono da quasi due decenni nella formazione di figure professionali e di ricercatori specializzati in questi ambiti, mentre Europa e USA hanno preferito continuare a puntare su competenze più tradizionali, col risultato che oggi le loro industrie non solo faticano a reperire le figure necessarie alla transizione, ma rischiano di dover operare ampi (e socialmente costosi) tagli del personale. Può non sembrarlo, ma anche questo è un tema geopolitico, in quanto ha direttamente a che fare con la resilienza dei corpi sociali dei paesi. 

Un tema ancor più spinoso è quello delle materie prime critiche per la produzione di batterie. A causa della transizione energetica (non solo quella dell’automotive), negli ultimi anni litio, cobalto, nichel, grafite e terre rare ( di cui abbiamo appena scritto su Guerredirete.it, ndr) hanno assunto un’importanza strategica simile a quella del petrolio o dell’acciaio.

L’approvvigionamento, la raffinazione e la lavorazione di questi materiali sono oggi al centro di una corsa globale, in cui le geografie della potenza economica si stanno rapidamente riorganizzando. Anche in questo caso la Cina si è mossa con grande anticipo. A partire dai primi 2000, Pechino ha investito nello sviluppo di una filiera completa e integrata della mobilità elettrica, dalla proprietà delle miniere all’estero (in Africa, America Latina e Australia), fino alla raffinazione dei minerali, alla produzione di celle per batterie, e infine alla progettazione e vendita di veicoli completi. Aziende cinesi specializzate in batterie per EV, come CATL, e produttori di veicoli elettrici come BYD e NIO non solo dominano il mercato domestico, ma stanno progressivamente espandendo la loro presenza internazionale, soprattutto in Europa.

A oggi, la Cina raffina oltre il 60% del litio globale, il 70% del cobalto, e quasi il 90% delle terre rare, numeri che ne fanno un attore insostituibile in tutte le fasi della catena del valore dei componenti decisivi di un’auto elettrica, ovvero quelli elettronici, magnetici e chimici usati all’interno di software, sensori, motori e batterie. Questa concentrazione rappresenta un punto di vulnerabilità per le case automobilistiche non cinesi, che rischiano interruzioni di fornitura critiche. Non è quindi un caso che – già prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca – proprio il tema della “terre rare” sia finito al centro delle trattative sul commercio tra Cina e Stati Uniti.

Proprio le trattative tra blocchi economici in risposta alla minaccia dei dazi di Trump ci ricordano che, come molti altri settori strategici, negli ultimi anni anche quello dell’automotive ha assistito a un prepotente ritorno degli Stati nella regolazione della vita economica e industriale. L’avvento della mobilità elettrica sta riportando al centro del dibattito concetti come “sovranità tecnologica” e “politica industriale”, costringendo governi e istituzioni a confrontarsi con il fatto che la competizione globale non si gioca più solo sul mercato, ma sulla capacità di presidiare le filiere produttive. Si tratta di una materia in continua evoluzione, complessa e altamente tecnica, che spesso i governi faticano a comprendere appieno. In molti casi, mancano sia le informazioni aggiornate che le competenze per analizzarla con la precisione e la profondità necessaria.

La geopolitica della mobilità EV si muove infatti lungo coordinate altamente mobili, in cui innovazione tecnologica, instabilità internazionale e politiche pubbliche interagiscono in modo non lineare. Per questo, la vera posta in gioco non è solo industriale, ma cognitiva e culturale: la capacità di capire per tempo quale traiettoria tecnologica emergerà come dominante (che, retrospettivamente, è la ragione dell’attuale vantaggio cinese).

Uno scenario cruciale per il futuro riguarda, per esempio, l’evoluzione delle batterie. Se le tecnologie allo stato solido, oggi in fase avanzata di sviluppo presso aziende come Toyota, QuantumScape e CATL, dovessero arrivare alla maturità industriale nei prossimi 5 anni, si assisterebbe a una vera discontinuità tecnologica: densità energetica superiore, tempi di ricarica più brevi, minore infiammabilità e, soprattutto, una diminuzione della dipendenza da materie prime come litio e cobalto. Questo ridurrebbe l’influenza dei paesi oggi dominanti in queste risorse, ma potrebbe farne emergere altri (tra cui Giappone e Corea del Sud, tra i più avanzati nello sviluppo di batterie allo stato solido), a dimostrazione di quanto la partita dell’EV, e la sua traiettoria evolutiva, sia tutt’altro che chiusa o definita, come invece la raccontano tanto gli entusiasti quanto i detrattori. 

L’autore di questo articolo ha pubblicato da poco proprio un libro sul tema automotive: Velocissima).

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domenica 26 ottobre 2025

La setta col biglietto numerato - Michele Agagliate

 

Shen Yun, il culto che vende la grazia come fosse uno spettacolo. In un mondo che ha perso la fede ma non la carta di credito.

A chi non è capitato, negli ultimi mesi, di aprire YouTube o Instagram e trovarsi davanti lo spot di Shen Yun Performing Arts?

Quel carosello di sete colorate, sorrisi estatici e promesse di “un viaggio spirituale nella vera Cina”, sparato ovunque come se stessero pubblicizzando l’Apocalisse in 4K.

E poi quella frase, ripetuta con la convinzione di chi ha appena assistito alla Seconda Venuta:

“Uno spettacolo veramente importante!”

Sembra un trailer della Disney diretto dal Dalai Lama dopo una settimana di ayahuasca.

Tutti estasiati, tutti redenti, tutti con lo sguardo di chi ha appena visto la luce – o, più probabilmente, la fattura.

È la spiritualità del XXI secolo: con biglietto su TicketOne, musica dal vivo e merchandising incluso.

Ma il problema non è lo spettacolo in sé — i costumi sono splendidi, i ballerini impeccabili — il problema è il messaggio che passa sotto le pieghe delle sete.

Dietro la patina di “arte tradizionale cinese” si muove un’operazione ideologica vera e propria: un culto fondato dal signor Li Hongzhi, un predicatore che sostiene che l’evoluzione sia un’invenzione aliena, che le razze si separeranno in paradiso e che l’omosessualità sia un errore cosmico.

Il tutto condito da rivelazioni sul fatto che lui, sì, può attraversare i muri e rendersi invisibile.

Altro che spiritualità: questa è fantascienza da discount.

Eppure, milioni di spettatori nel mondo assistono in silenzio, applaudono, si commuovono, si convincono.

Perché l’illusione del “ritorno ai valori tradizionali” è potente, specie in un’epoca che ha svuotato di senso tutto il resto.

Ci siamo disabituati alla verità, e così ci bastano quattro proiezioni colorate per scambiare la propaganda per arte e la fede per intrattenimento.

È la religione del capitalismo spirituale: preghi, ma pagando; mediti, ma su prenotazione; ti elevi, ma solo se hai il posto in platea.

Intanto, gli organizzatori si presentano come i custodi della purezza morale contro la “decadenza del mondo moderno”, mentre vendono biglietti da 80 a 150 euro nei teatri più borghesi d’Europa.

Predicano l’ascesi, ma a prezzo pieno.

E i teatri, i giornali, le istituzioni? Zitti.

Perché quando la fede porta incasso, nessuno osa chiamarla setta: diventa “evento culturale”.

A dicembre arriveranno persino al Teatro Regio di Torino, la mia città: quella dove un tempo si facevano rivoluzioni operaie e oggi si ospitano liturgie orientali sponsorizzate sulle piattaforme web.

E tutto questo in una Torino che, intanto, affoga nel degrado urbano, nello sfruttamento, nella povertà crescente e in una nuova schiavitù del lavoro che passa anche attraverso l’immigrazione mal pagata e senza diritti.

Non è razzismo, è realtà: se un operaio bengalese lavora dodici ore a quattro euro l’ora, anche un italiano finirà per accettarne cinque.

È così che muore il vero laburismo — non per colpa dei migranti, ma per chi li sfrutta mentre predica l’accoglienza.

C’è qualcosa di profondamente tragico in questo bisogno collettivo di comprarsi la purezza.

Abbiamo trasformato la fede in un’esperienza premium, la grazia in un evento da prevendita.

Ci raccontano che basta un costume di seta e un violino cinese per ritrovare l’anima, e noi ci crediamo — come sempre.

È la fame di senso di un mondo che non crede più in nulla, ma ha ancora bisogno di sentirsi buono.

Ed ecco che, in mezzo alle macerie morali di un Paese stanco, si cercano miracoli nel posto sbagliato: sul palco, tra gli applausi, sotto le luci.

Ma se il divino esiste ancora, di certo non danza per 80 euro a sera.

E di sicuro non ha bisogno di un coreografo.

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