Lo studio del think tank Ecco esamina i flussi di investimento e commerciali tra i due Paesi in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie): "La vera priorità non è disimpegnarsi da Pechino, ma rafforzare la nostra capacità industriale"
I rapporti
economici tra Roma e Pechino sono fondamentali per la
transizione energetica e industriale verso l’energia pulita dell’Italia ma
finora – senza una strategia che li trasformi in un vantaggio competitivo –
hanno portato a una “relazione asimmetrica”. L’Italia dipende da
tecnologie e componenti cinesi nel settore del solare fotovoltaico,
delle batterie e, in misura minore, delle pompe di calore, sia direttamente
attraverso le importazioni, sia indirettamente attraverso i partner dell’Ue, le
cui catene di approvvigionamento incorporano una quota significativa di made in
China. Ma se il deficit commerciale di Roma con Pechino è raddoppiato,
passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel 2020-2021 a 4-5 miliardi di euro
entro il 2024-2025, questa bilancia commerciale non è principalmente
una questione di clean tech. Riguarda altri settori, come plastica,
elettronica di consumo e abbigliamento. Non solo: importare tecnologie pulite
non equivale a importare combustibili fossili. Da questi elementi parte lo
studio del Think tank Ecco, presentato durante un evento alla fiera
Key Energy 2026, nel quale si analizzano i legami economici tra Italia e
Cina nella transizione, proponendo cinque leve strategiche per rafforzare
competitività e autonomia nazionale ed europea. “Confondere la
decarbonizzazione con una nuova forma di dipendenza è un errore strategico. La
vera priorità non è disimpegnarsi dalla Cina, ma rafforzare la capacità
industriale italiana dentro questa interdipendenza” spiega Cecilia
Trasi, analista senior di Ecco e co-autrice dello studio. Il lavoro esamina
i flussi di investimento e le relazioni commerciali tra Italia e Cina
in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie),
identificando i comparti in cui vi sono ampi margini di manovra.
Il ruolo della Cina nella transizione italiana (e i
suoi modesti investimenti)
Per quanto
riguarda il solare, la produzione operativa di celle fotovoltaiche in
Italia è relativamente elevata, con circa 3 gigawatt di capacità
operativa, davanti a Germania, Francia e Spagna. Ma l’Italia non ha
una produzione significativa di wafer o polisilicio, fondamentali per le celle
fotovoltaiche, lasciando strutturalmente sottosviluppati questi segmenti. I
produttori italiani colmano questa lacuna affidandosi a wafer e celle
importati, prevalentemente da Cina e altri fornitori asiatici, e
concentrando le proprie attività sulla finitura delle celle, l’assemblaggio dei
moduli e l’integrazione dei sistemi. La capacità produttiva italiana nel
settore è comunque in espansione, ma rimane altamente concentrata e limitata in
termini di volume rispetto alle importazioni. Oltre il 70% dei pannelli
fotovoltaici sul mercato italiano è di produzione cinese. Pechino, inoltre,
esporta tra il 25% e il 28% del valore dei componenti per pompe di
calore assemblate in Italia e fornisce la maggior parte delle
batterie importate (857 milioni di euro nel 2024). Allo stesso
tempo, gli investimenti diretti esteri cinesi nella produzione
italiana di tecnologie pulite rimangono modesti. Sono stati molto
più consistenti in diversi Stati dell’Europa centrale e orientale e, in misura
minore, in Germania, Francia e Spagna. “Molti progetti annunciati
dalla Cina non si sono concretizzati in impianti di produzione su larga scala”
scrivono le analisti autrici dello studio, Cecilia Trasi, Ginevra
Vittoria e Chiara Francesca Ausenda, spiegando che il rilancio degli
investimenti cinesi in Italia è ora un obiettivo esplicito del piano d’azione
2024-2027 “anche se resta da vedere se questa ambizione si tradurrà in flussi
concreti”.
Le ragioni di una “relazione asimmetrica”
Ad oggi,
quindi, il settore italiano delle tecnologie pulite si sta sviluppando
all’interno di una relazione altamente asimmetrica con la
Cina. Questa dinamica non è unica in Europa, ma elevata esposizione alle
importazioni e produzione interna limitata in settori chiave rendono la
posizione dell’Italia particolarmente delicata. Il mercato interno dei
veicoli elettrici, per esempio, rimane uno dei più deboli dell’Ue (con
una quota di veicoli elettrici a batteria del 6,2% nel 2025, contro
una media europea di circa il 20%), riducendo la spinta della domanda per gli
investimenti in batterie e trasmissioni. I quadri di incentivi
industriali sono stati storicamente meno generosi, meno snelli e meno
chiari rispetto a quelli di Paesi come Spagna, Ungheria e Polonia.
L’Italia, inoltre, applica un regime di screening degli investimenti diretti
esteri relativamente rigoroso. Basato sul quadro normativo del ‘golden
power’, con una serie di poteri speciali di veto e di condizionamento che
consentono al governo di vagliare, bloccare o imporre condizioni agli
investimenti stranieri e alle transazioni societarie che coinvolgono
beni e società strategici italiani, se considerate una potenziale minaccia alla
sicurezza o agli interessi nazionali essenziali. Sebbene il ‘golden power’ non
impedisca agli investitori stranieri di venire in Italia, comporta che le
operazioni di grande entità o sensibili siano soggette a un ulteriore livello
di rischi politici e legali che gli investitori (in particolare le aziende
legate allo Stato cinese) devono valutare e pianificare.
L’Italia sulla linea difensiva
“Finora,
l’approccio dell’Italia nei confronti della Cina ha seguito la traiettoria più
ampia dell’Europa, con una crescente cautela strategica pur mantenendo un
significativo impegno economico”. Ecco ripercorre le fasi che dall’adesione nel
2019 alla Belt and Road Initiative (l’Italia è stato l’unico
paese del G7 ad aderirvi), della progressiva espansione del quadro di controllo
degli investimenti ‘golden power’ a partire dal 2021, fino al ritiro formale
dall’iniziativa nel dicembre 2023 e al lancio del Piano d’azione
Italia-Cina 2024-2027 da parte del governo Meloni, pochi
mesi prima della rielezione di Donald Trump. “Nel 2025, il
decreto FER X Transitorio è più un segnale politico-industriale che
una vera e propria strategia di reshoring” racconta Ecco. Il programma punta
all’espansione e all’ammodernamento degli impianti rinnovabili con incentivi
diretti per quelli fino a un megawatt e aste competitive per i progetti più
grandi. “Un aspetto critico è l’esclusione dei componenti di origine cinese (moduli,
celle e inverter) dai progetti fotovoltaici superiori a un megawatt, con
l’obiettivo di promuovere la sovranità tecnologica e diversificare le catene di
approvvigionamento” spiega il think tank. Attraverso il decreto, l’Italia è
stata tra i primi Stati membri dell’Ue a rendere operativi i criteri di
resilienza Nzia (Net zero industry act, il regolamento che punta a
rafforzare la capacità produttiva europea nelle tecnologie pulite strategiche)
e ha promosso la prima asta per grandi impianti fotovoltaici preclusi al made
in China. Ma Ecco solleva interrogativi rilevanti in termini di efficacia
industriale: l’asta conforme al NZIA ha registrato un premio di costo pari a
circa il 17–20% rispetto al bando standard. “Un onere che, in ultima
analisi, ricade sui consumatori e sul bilancio pubblico. La questione
rilevante non è se l’Italia importi pannelli solari dalla Cina – scrive Ecco –
ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione, integrazione
e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico trattenuto e se
stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può realisticamente
competere”.
Trasformare l’interdipendenza in un vantaggio
competitivo
E c’è un
altro aspetto: “Quando l’Italia importa un pannello solare, il valore
energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche
più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e
un bene domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato
indipendentemente dalle future interruzioni del commercio”. Discorso diverse
per le importazioni di gas: “Quel valore viene bruciato ed esce dall’economia
in modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”.
Per Ecco “bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione
con l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento
per ritardare la transizione energetica”. Per questo, secondo Ecco, la
predominanza cinese non costituisce un problema in sé, ma rivela la
necessità di una strategia organica sul futuro delle clean tech in Italia. Sono
tre le condizioni individuate per trasformare l’interdipendenza in opportunità:
una visione di lungo periodo, una mappatura delle capacità produttive italiane
attuali con una valutazione realistica di dove possono arrivare e una gestione
della relazione commerciale con la Cina che non sia solo in chiave difensiva.
Lo studio indica alcune leve operative per passare a una gestione
proattiva e coerente nelle relazioni Europa-Cina. Il primo step è quello di
rendere operativo e utilizzare il Piano d’Azione Italia-Cina 2024-2027 come
strumento di diplomazia industriale nelle tecnologie pulite: trasferimento
tecnologico nel fotovoltaico, cooperazione su riciclo e stoccaggio batterie e
regole chiare per investimenti che rispettino pienamente governance e proprietà
intellettuale. “Le quote ‘non cinesi’ e gli strumenti Nzia possono avere un
ruolo solo se legati a competitività e riduzione dei costi, mentre è necessario
stabilizzare la domanda e rafforzare la filiera delle pompe di calore e
avviare una “seconda ondata” sulle batterie puntando
sull’economia circolare.
Nessun commento:
Posta un commento