venerdì 13 marzo 2026

C’è chi dice NO

I Comuni di Avigliana, Rivoli, Caselette e Sant’Ambrogio, insieme all’Unione Montana Bassa Valle Susa, ribadiscono il loro no al progetto “definitivo” della tratta Orbassano-Avigliana. (Precisazione: mettiamo definitivo tra virgolette proprio perché il livello di approfondimento, su più aspetti del documento, è incongruente, deficitario, approssimativo e rimanda a future fasi progettuali incompatibili con un progetto da considerarsi conclusivo a tutti gli effetti..storia, questa, che conosciamo fin troppo bene!).

Tecnici e Comuni, attraverso tre documenti distinti di 126 pagine (tecnico, urbanistico-paesaggistico e politico-amministrativo) che verranno recapitati al Commissario straordinario Mauceri, Rfi e Regione, smontano tutte le ballepropagandistiche e svelano come questo progetto sia nei fatti inutile, dannoso ed incoerente.

I principali punti toccati

In primo luogo, come già si diceva negli anni ’90, la linea ferroviaria ad Alta Velocità nasce con una previsione di traffici che non arriveranno mai. I dati non sostengono le previsioni di crescita dei treni merci e passeggeri tra Italia e Francia: le merci non stanno aumentando, anzi, viene registrato l’effetto contrario. “Non è un caso se nel 2025 è stato interrotto il servizio dell’Autostrada Ferroviaria Alpina senza ipotesi di riapertura a causa dello svantaggio tra costi e benefici”, sottolinea il sindaco di Avigliana, Andrea Archinà. “Anche per i passeggeri la linea storica tra Torino e la Val di Susa non risulta prossima alla saturazione e potrebbe gestire un traffico maggiore con dei semplici adeguamenti tecnologici”. Basterebbe che funzionasse il servizio attuale, con un treno per Torino ogni mezz’ora; invece, si continuano a rilevare soppressioni e ritardi (chissà cosa avrebbe da dire il Ministro dei Trasporti su questo).

 

Altro aspetto è il “risparmio di tempo”. Quello che ci si aspetterebbe da un treno ad alta velocità, sarebbe quanto meno un anticipo di percorrenza sull’intera tratta. E invece, secondo i calcoli dei tecnici, le merci sarebbero consegnate con un vantaggio di soli 73 secondi. Anche le tempistiche di realizzazione dell’opera sono un aspetto critico: contando già il ritardo complessivo, al di là delle bufale di Bufalini, i comuni coinvolti sarebbero invivibili per almeno 8 anni. In verità, la previsione è solo un’ipotesi, in quanto tutto dipende dai soldi. A parte i fondi europei, il governo sull’opera dovrebbe stanziare 1,5 miliardi e ad oggi si contano solo 827 milioni. Tenendo in conto che la Presidente Meloni al momento è impegnata assiduamente nel reperire fondi da destinare alla difesa e al riarmo, ci viene da dire che, a questo punto,diventa oggettivamente impossibile calcolare la fine dei lavori.

Centrali sono ovviamente anche gli impatti ambientali, estremamente gravi. La gestione dei materiali di scavo, l’occupazione e la sottrazione di aree agricole, l’aumento del traffico pesante sulla viabilità, sono elementi preoccupanti a cui il progetto “definitivo” non da risposte soddisfacenti di tutela. Si distruggerebbe la collina Morenica senza un reale beneficio. È evidente, guardando le carte, che i progettisti non si siano mai recati sui luoghi. Nella testa di queste persone, la Val di Susa è solo un foglio di carta su cui tracciare immaginifiche linee a matita, ma di quello che comporta nella pratica, non hanno la minima contezza. Tutto diventa “interferenza”: le vite delle persone sono pedoni sacrificabili per una strategia di gioco più alta, prezzi da pagare accettabili nella costruzione dell’infrastruttura.

Gli scenari

Per questo aspetto, riteniamo doverosa una premessa: l’Amministrazione del Comune di Avigliana incarna una postura istituzionale e ha ritenuto necessario fornire tre scenari alternativi con l’obiettivo di tutelare l’interesse pubblico della città, garantendo che ogni decisione sia fondata su dati aggiornati, verificabili e su soluzioni che, nel caso, minimizzino gli impatti sul tessuto urbano, ambientale ed economico. Obiettivo sicuramente comprensibile, ma su cui vogliamo dire la nostra.

L’unica soluzione accettabile (risoluzione prioritaria anche per la giunta Archinà) è quella che fa riferimento allo “Scenario 0”, cioè alla NON realizzazione della variante. Le altre opzioni NON sono da prendere in considerazione, proprio alla luce delle incongruenze riscontrate nelle analisi dei documenti.

Lo “Scenario 1”, qualora i proponenti decidessero comunque di procedere (cosa che prevediamo faranno), comporta la richiesta di ritornare al progetto preliminare del 2011 con binari interrati a galleria naturale e interconnessione ricollocata però più a valle in modo da non impattare sull’abitato.
Secondo l’amministrazione, questa alternativa ridurrebbe la cantierizzazione in superficie e gli effetti negativi su qualità urbana, paesaggio e attività locali, ma questo comunque non metterebbe al riparo da possibili danni ambientali generali.
Ovviamente chi si accoda di buon grado a questa ipotesi, sono gli esponenti locali del PD. E questo dovrebbe già far scattare numerosi campanelli d’allarme. Nel fregarsi le mani al sol pensiero delle future compensazioni, per loro, intraprendere questa strada, vorrebbe dire scegliere la via del rilancio in contrapposizione ad un declino inesorabile causato da una spaccatura sociale insanabile. Questa lettura miope e autocentrata riflette ciò che accade nel loro partito, qualcosa che nulla ha a che vedere con la realtà sociale e territoriale della Valsusa. Ma, chiaramente, da questi politicanti non ci si può aspettare niente di più.

Lo “Scenario 2”, sarebbe la conferma del progetto definitivo in superficie. Ovvero l’assoluta strafottenza rispetto all’autodeterminazione e autonomia del territorio, delle istituzioni locali e della popolazione. L’ennesima imposizione dall’alto.

Considerazioni

Quello che è certo è che siamo ad un punto cruciale. Le tre gambe dell’opposizione all’opera devono però ricominciare a camminare insieme. È giusto che le amministrazioni facciano la loro parte in quanto istituzioni e che i tecnici abbiano un approccio scientifico nel demolire i progetti.

Ma per essere efficaci, questi passaggi devono essere sostanziati dall’attivazione e partecipazione popolare e unitaria di tutti i valsusini e le valsusine contrari al Tav.

L’importanza e il valore aggiunto legati alla presenza, ancora oggi, sul nostro territorio di sindaci coraggiosi e competenti, non è messa in discussione. Ma questo non ci può bastare, perché non possiamo ragionare unicamente con una lente di ingrandimento puntata su un Comune tra tutti: dobbiamo tenere sempre in mente che il progetto ha ripercussioni su tutta la Valsusa e sulla città di Torino e che le conseguenze di questo progetto le pagheremo tutti, che un cantiere di trovi a Salbertrand o ad Orbassano.
Non si possono accettare soluzioni da riduzione del danno, poiché questo approccio sarebbe miope nei confronti di tutte quelle porzioni di territorio devastate dal Tav dal 2011 a oggi.

Sebbene siamo convint* che un granello di sabbia in ogni ingranaggio possa inceppare l’intera macchina, dobbiamo agire e pensare come corpo unico, soprattutto perché è la controparte per prima a trattare la Val di Susa come un Cantiere Unico.

da qui

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