La marcia
indietro del Green Deal europeo, sotto la pressione delle lobby, dei partiti
di centro destra ed estrema destra e di diversi governi – con quello italiano in prima linea – sta
investendo in pieno anche la politica climatica, dopo aver già ritardato,
annacquato e spesso smantellato le normative ambientali. Tutto questo ha una
data d’inizio precisa: il 22 novembre 2023. Quel
giorno, il Parlamento europeo bocciò clamorosamente (con 299 voti
contrari, 207 a favore e 121 astenuti) il regolamento SUR (“Sustainable Use
Regulation”) che proponeva di dimezzare l’uso dei pesticidi chimici entro il
2030 e di vietarli del tutto nelle zone “sensibili” (le aree protette della
rete “Natura 200”, i giardini pubblici, i parchi giochi e i campi sportivi). A quella
bocciatura, che non era necessariamente definitiva, seguì poi, il 6 febbraio
2024, la decisione della presidente della
Commissione europea, Ursula von der Leyen, di ritirare la proposta di
regolamento. Von der Leyen, in quell’occasione, promise di ripresentare una
nuova versione del testo, ma poi si è ben guardata dal farlo. Inoltre,
da allora a Bruxelles è caduto in disgrazia tutto il resto della strategia “Farm to Fork“ (”dal campo alla tavola”), di
cui il regolamento SUR era una pietra angolare, e che aveva diversi altri
obiettivi di cui ormai non parla più, come la riduzione del 20 per cento
dell’uso dei fertilizzanti e del 50 per cento delle vendite di antimicrobici
per gli allevamenti e l’acquacoltura entro il 2030, e l’aumento del 25 per
cento, entro la stessa data, della superficie dedicata all’agricoltura
biologica. La marcia
indietro del Green Deal era stata innescata dalle manifestazioni degli
agricoltori, cominciate a metà 2023 e culminate poi nel 2024-2025 con le
“proteste dei trattori” a Bruxelles, che rivendicavano, tra l’altro, la
soppressione di una serie di norme e obblighi di protezione dell’ambiente e
della biodiversità, previsti dalla nuova PAC (Politica agricola comune)
per il periodo 2023-2027, come condizioni per accedere alle sovvenzioni e ai
fondi europei. La
richiesta è stata poi accolta con lo smantellamento di fatto, partire dal
2024, di questa “eco-condizionalità”, soprattutto per le aziende sotto i 10
ettari (il 65 per cento del totale), che non saranno più sottoposte a
controlli e sanzioni in caso di violazione. Gli obblighi sono stati
sostituiti dal principio degli incentivi (finanziamenti supplementari se le
buone pratiche ambientali sono attuate volontariamente). Ed è stato eliminato
del tutto, in particolare, l’obbligo di mantenere a riposo almeno il 4 per
cento dell’area coltivabile di ogni azienda agricola. Un’altra
normativa molto importante del Green Deal, su cui però le forze anti
ambientaliste di centro-destra al Parlamento europeo non sono riuscite a
ripetere il successo registrato sui pesticidi, è il regolamento sul “ripristino della
natura”. Il 27
febbraio 2024, il testo era passato con 329 eurodeputati favorevoli
all’accordo con il Consiglio Ue sul regolamento, 275 contrari e 24 astenuti.
L’approvazione finale è arrivata poi il 17 giugno dello stesso anno, da parte
del Consiglio Ambiente, a maggioranza qualificata, con Italia, Ungheria,
Svezia, Finlandia, Olanda, e Polonia contrarie e il Belgio astenuto. Da notare che
nel corso dei negoziati al Parlamento europeo e in Consiglio UE il
regolamento aveva subito non poche modifiche, che avevano indebolito le
ambizioni della proposta originaria della Commissione, in particolare con
l’introduzione di diverse deroghe, o possibilità di proroghe, per gli
obblighi previsti da parte degli Stati membri, e soprattutto con la
sostituzione di diversi obiettivi obbligatori con target indicativi.
Tuttavia, resta l’obbligo fondamentale del ripristino degli ecosistemi oggi
degradati in tutti i Paesi membri, che dovranno attuare misure in questo
senso per almeno il 20 per cento di quelle aree, terrestri e acquatiche,
entro il 2030, con dei piani nazionali da presentare entro settembre di
quest’anno. Quella sul
ripristino della natura è forse l’unica importante normativa ambientale sotto
attacco che ha resistito alla marcia indietro del Green Deal, quando era
ancora possibile nel Parlamento europeo. La forte avanzata dei partiti di
centro destra e di destra estrema alle elezioni del giugno 2024 ha reso
possibile nell’attuale legislatura la formazione di una maggioranza anti
ecologista (e anti immigrazione) che il Partito Popolare europeo (Ppe) può attivare
ogni volta lo ritenga opportuno, con la fine, di fatto, del “cordone
sanitario” che escludeva l’ultradestra dai negoziati legislativi. In questo
nuovo quadro politico (a cui si aggiunge l’ormai netta prevalenza dei governi
di centro destra in Consiglio UE), Ursula von der Leyen si è dichiarata
disponibile, nel suo secondo mandato, a smontare gran parte del “Patto verde”
che lei stessa aveva proposto e in gran parte attuato nella precedente
legislatura. Così, la Commissione non solo ha avviato nuove iniziative
legislative molto meno ambiziose dal punto di vista ambientale, ma ha anche
avanzato decine di proposte di revisione della legislazione già approvata e
spesso già in vigore. Sono i famosi “Omnibus”, che hanno come obiettivo dichiarato
la “semplificazione” degli oneri normativi e burocratici e la riduzione dei
costi per le imprese, nel nome della nuova priorità dell’UE che ha sostituito
il Green Deal: la competitività. La
“semplificazione” in realtà si traduce spesso in una vera e propria
deregolamentazione. La tendenza generale è quella di eliminare del tutto gli
obblighi previsti dalle normative ambientali e climatiche per il maggior
numero possibile di imprese, soprattutto piccole e medie, e in altri casi di
ritardarne l’attuazione o limitarne la portata. Lo si è
visto subito con il primo degli “Omnibus” (ne sono già stati proposti nove,
nei settori più diversi), quello, recentemente approvato in via definitiva,
relativo agli obblighi di rendicontazione delle imprese riguardo alla
sostenibilità ambientale (direttiva CSRD) e al “dovere di diligenza” sugli
impatti ambientali e sociali nelle catene del valore (direttiva CSDDD): nel primo caso, il “reporting”
obbligatorio è stato limitato alle grandi società (sopra i mille dipendenti e
oltre i 450 milioni di fatturato), escludendo l’80 per cento delle imprese
precedentemente coinvolte; nel secondo caso, il perimetro di applicazione è
stato limitato alle sole aziende con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di
fatturato, è stato eliminato l’obbligo di presentare dei piani aziendali di
transizione climatica ed è stata ridotta dal 25 per cento al 3 per cento del
fatturato la soglia massima delle multe per inadempienza. Quanto ai
ritardi nell’applicazione, particolarmente emblematica è la vicenda del
regolamento contro la “deforestazione importata“, entrato in vigore nel giugno
2023, con attuazione prevista inizialmente al 30 dicembre 2024. Dopo un primo
rinvio di un anno approvato nello stesso dicembre 2024, il regolamento ha
subito un secondo rinvio nel 2025, e l’attuazione è prevista ora a partire
dal 30 dicembre 2026 per le grandi aziende e dal 30 giugno 2027 per le
piccole imprese. Inoltre, già dall’aprile di quest’anno ci sarà una
valutazione d’impatto sugli oneri amministrativi per le aziende, che potrebbe
portare a ulteriori modifiche. Il regolamento (sottoposto a forti pressioni
negative da parte degli Stati Uniti e di altri partner commerciali dell’UE)
mira a prevenire la deforestazione nei Paesi terzi causata dalla produzione
di cacao, caffè, olio di palma, soia, carta e derivati, e dall’estrazione di
materie prime (legno, gomma, carbone vegetale) che vengono importati nell’UE. L’ottavo pacchetto “Omnibus“, proposto a inizio dicembre
2025, riguarda la semplificazione delle normative ambientali, ma è per adesso
ancora troppo poco dettagliato per poter valutare le conseguenze negative che
potrebbe avere per la protezione della natura. Contiene innanzitutto un
regolamento per l’accelerazione delle valutazioni d’impatto ambientale nelle
procedure di autorizzazione dei progetti industriali, e prevede uno “stress
test” per le direttive habitat e uccelli (i due pilastri fondamentali
della tutela europea della biodiversità), che potrebbero essere riviste; così
come potrebbero essere riaperte le normative sull’acqua, sui rifiuti (anche
quelli elettronici), sulle emissioni industriali, sugli impianti di
combustione. C’è anche un alleggerimento degli obblighi della responsabilità
dei produttori che finora era estesa a tutto il ciclo di vita dei loro
prodotti. Per
tornare ai pesticidi, un altro “Omnibus”, il decimo, che riguarda alimenti
e mangimi, proposto dalla Commissione a metà dicembre 2025, prevede una
durata illimitata delle autorizzazioni per la loro immissione sul mercato.
Solo per le sostanze più tossiche per cui ancora non sono state trovate
alternative l’autorizzazione è limitata a sette anni. La durata illimitata
vale anche per i biocidi (le sostanze impiegate contro batteri, virus,
insetti e roditori) e gli additivi per i mangimi. Oggi le autorizzazioni di
tutti questi prodotti durano 10 anni, e il loro rinnovo (dopo una nuova
valutazione di rischio) scade dopo altri 15 anni. La nuova durata illimitata
riguarderà anche il rinnovo delle autorizzazioni esistenti, alla loro
scadenza. Inoltre, il “periodo di grazia” entro cui questi prodotti possono
restare sul mercato, dopo il ritiro dell’autorizzazione nel caso in cui nuove
evidenze scientifiche dimostrino l’esistenza di rischi inaccettabili, viene
raddoppiato a due anni per la distribuzione e la vendita, più un altro anno
per l’esaurimento degli stock esistenti, per un totale di tre anni. La
retromarcia del Green Deal sta ormai interessando sempre di più anche la
politica climatica, che inizialmente era stata sostanzialmente risparmiata
dagli attacchi, anche perché difesa con più convinzione dalla Commissione. La
vicenda più clamorosa è stata la revisione dell’obiettivo zero emissioni
nette di CO₂ per le auto e i furgoni immessi sul mercato a partire dal 2035.
Dopo aver negato per mesi che sarebbe stato rimesso in discussione questo
traguardo, la Commissione ha accettato infine, il 16 dicembre 2025, di rivedere
dal 100 per cento al 90 per cento l’obiettivo di riduzione delle emissioni
delle auto, rinunciando quindi alla messa al bando dei motori a combustione
interna, e lasciando aperta la possibilità di continuare a produrre veicoli
ibridi e a emissioni “low carbon” (alimentati con carburanti sintetici o biocarburanti)
anche dopo il 2035. Più in
generale, riguardo agli impegni di riduzione delle emissioni a effetto serra
in tutta l’Unione nel percorso fino al traguardo finale della “neutralità
climatica” nel 2050 (che non è mai stato messo in questione), è stato
confermato l’obiettivo intermedio per il 2040 (-90 per cento rispetto al
1990), ma introducendo la possibilità di includere nel conteggio del taglio
fino al 5 per cento dei cosiddetti “crediti internazionali di carbonio” (con
l’acquisto di certificati riguardanti i tagli alle emissioni non nell’UE ma
in Paesi terzi). È stato anche definito il “Contributo determinato a
livello nazionale” (Ndc) per tutta l’UE previsto dall’Accordo di Parigi sul
clima, riguardo alla riduzione delle emissioni per il 2035, che tuttavia è
indicata con una forchetta, tra il 66,25 per cento e il 75,2 per cento, e non
un obiettivo unico. Le
pressioni più forti, intensificatesi dopo l’attacco militare di Stati Uniti e
Israele all’Iran e le sue conseguenze su prezzi del gas e del petrolio, si
stanno concentrando ora contro il mercato europeo dei permessi di emissioni Ets (”Emission Trading System”
), che riguarda circa 11 mila impianti del settore energetico e delle
industrie energivore (siderurgia, vetro, raffinerie, chimica, cemento), i
trasporti aerei intraeuropei, e ora anche il settore marittimo, con una
integrazione graduale dal 2024. Il sistema
Ets, introdotto nel 2005, ha funzionato egregiamente, almeno da quando, nel
2013, ha cominciato a essere applicato più rigorosamente alle centrali
energetiche, con l’eliminazione delle quote gratuite (che invece continuano a
essere concesse generosamente alle industrie energivore). Qui la Commissione
finora ha resistito bene, difendendo con determinazione dalle critiche questo
meccanismo che si è dimostrato il più efficace per la decarbonizzazione.
L’obiettivo previsto è di arrivare entro il 2030 a una riduzione delle
emissioni del 62 per cento rispetto al 2005 per i settori interessati. «Dal
2005 a oggi, le emissioni delle industrie incluse nell’Ets sono diminuite del
39 per cento, mentre questi stessi settori hanno avuto una crescita del 71
per cento; quindi decarbonizzazione e crescita possono procedere
parallelamente» ha sottolineato Ursula von der Leyen al
vertice informale UE nel castello belga di Alden Biesen, il 12 febbraio. Tuttavia,
alcuni Paesi dell’UE e diversi comparti industriali (soprattutto chimico e
siderurgico) chiedono varie modifiche all’Ets (l’Italia sollecita addirittura una sua
“sospensione”,ma la richiesta è stata sostanzialmente ignorata dal Consiglio
europeo del 19 marzo), e in particolare un rinvio della già prevista
eliminazione progressiva (fino al 2034) delle quote di emissioni concesse
ancora gratuitamente alle imprese energivore. La Commissione ha annunciato
che presenterà una proposta di revisione entro il prossimo mese di luglio, e
qualche nuova misura sarà proposta certamente, ma non si prevedono
cambiamenti radicali, niente che possa essere definito, in questo caso, come
una marcia indietro. È previsto
anche che il sistema delle quote di emissione venga esteso (con un meccanismo
separato chiamato Ets2) ai fornitori di combustibili per il riscaldamento e
al trasporto stradale. E qui una prima frenata c’è già stata: l’attuazione
dell’Ets2, prevista inizialmente a partire dal 2027, è stata rimandata di un anno, al 2028. E non è
affatto escluso che, avvicinandosi la scadenza, si prospetti un nuovo rinvio,
come per il regolamento sulla deforestazione. Anche perché l’Ets2 comporterà
sicuramente un rincaro dei carburanti imposto alle famiglie e alle imprese,
che potrebbe provocare una forte protesta sociale, in una fase in cui la
questione più importante da risolvere è come ridurre i prezzi dell’energia.
Lorenzo
Consoli è
corrispondente per l’UE a Bruxelles per l’agenzia di stampa italiana
Askanews, dove si occupa di questioni europee con particolare attenzione
all’economia, all’energia, alle politiche ambientali e alle problematiche
istituzionali. È stato anche docente presso l’IHECS (Institut des Hautes
Études en Communication Sociales) di Bruxelles, ed è stato eletto due volte
presidente dell’Associazione Internazionale della Stampa di Bruxelles (API)
dal 2006 al 2010. |
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