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martedì 14 ottobre 2025

“Limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”. Il disastro di Meloni nei dati Caritas, che bocciano Adi e Sfl - Franz Baraggino

 

Il Rapporto 2025 di Caritas Italiana sulle politiche di contrasto alla povertà in Italia boccia gli strumenti messi in campo dal governo di Giorgia Meloni, accusando le nuove misure di raggiungere meno persone e di aver accentuato le disuguaglianze sociali. Il titolo del rapporto è “Assegno di Inclusione: Un Primo Bilancio” e presenta analisi firmate da Nunzia De Capite, Giulio Bertoluzza, Massimo Aprea, Pietro Galeone, Michele Raitano, Massimo Baldini, Andrea Barigazz, Cristiano Gori e Lucia Mazzuca. Il risultato lascia ben poco spazio all’interpretazione. Col suo rapporto, l’organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) per la promozione della carità parla di “limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”. Denuncia le “gravi disuguaglianze” dovute all’introduzione dell’Assegno di Inclusione (Adi), la misura che ha sostituito il Reddito di cittadinanza, e la “debolezza strutturale” del Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl), l’indennità temporanea legata ai corsi di formazione per coloro che il governo ha dichiarato “occupabili”.

Al centro della critica della Caritas è l’abbandono del principio di universalismo selettivo a favore di una logica categoriale fondata sulla composizione familiare, un unicum nel panorama europeo, dove generalmente i requisiti categoriali sono applicati per prevedere maggiorazioni e non per escludere. Con l’introduzione dell’Adi, invece, l’Italia è di fatto tornata a essere l’unico Paese europeo a non disporre di una misura di reddito minimo rivolta a tutti gli individui poveri in quanto tali, ma solo ad alcune categorie. “Assicurare a tutti i poveri una vita decente non è più considerato compito dello Stato”, denuncia il rapporto, secondo cui “le politiche contro la povertà diventano un sottoinsieme di quelle per la natalità”. L’approccio ha portato a una distorsione dove l’obiettivo primario non è più “assicurare a chiunque cada in povertà il diritto a una vita decente, bensì quello di proteggere le famiglie con figli”. L’analisi lamenta la scelta politica per cui, “di fronte alla riduzione delle risorse, si sarebbe potuto escludere dal sostegno chi povero non è. Si è scelto invece di escludere chi non ha figli minori”. Criterio che “ha introdotto gravi disuguaglianze orizzontali – ovvero trattamenti differenziati di nuclei nelle stesse condizioni di bisogno – generando un unicum nel panorama europeo”.

Le accuse di ridotta copertura ed efficacia sono supportate dai dati. Dal picco di circa 1,4 milioni di nuclei raggiunti dal RdC tra il 2021 e il 2022, si è scesi a circa 650 mila nuclei nel 2024, con una riduzione sostanziale dei beneficiari. Quanto all’efficacia, cioè la capacità di ridurre il numero complessivo di persone o famiglie che vivono in povertà assoluta, basandosi su stime della Banca d’Italia il rapporto spiega che mentre il RdC riduceva l’incidenza dall’8,9% al 7,5% della popolazione, l’Adi riesce a portarla solo all’8,3%. La restrizione della platea ha infatti escluso una quota significativa di poveri assoluti, con il 40,6% dei poveri che beneficiavano del RdC che ha perso il diritto con l’Adi. Le categorie più penalizzate includono gli adulti soli in età lavorativa, i lavoratori poveri (working poor) e gli stranieri. Nonostante la riduzione da 10 a 5 anni del requisito di residenza, la diminuzione percentuale nel numero di nuclei beneficiari è stata maggiore per gli stranieri (-40%) rispetto agli italiani (-35%). Inoltre, gli stranieri costituiscono il 31% delle famiglie in povertà assoluta, ma solo il 9% dei percettori Adi. Il Rapporto evidenzia anche un forte disallineamento territoriale dovuto a criteri uniformi di calcolo: al Sud risiede il 68% dei beneficiari di Adi, a fronte del 45% dei nuclei in povertà assoluta sul totale nazionale, mentre al Nord, dove si concentra il 41% dei poveri assoluti, i beneficiari si fermano al 15%. Questo penalizza le famiglie residenti nelle regioni settentrionali e nelle grandi città, dove il costo della vita è più alto, creando “falsi negativi”, cioè poveri esclusi.

C’è poi il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL), tanto decantato dalla ministra del lavoro Marina Elvira Calderone e trasformatosi, secondo Caritas, in un disastro. “Doveva essere la grande novità – non più assistenza fine a se stessa, ma politica attiva – e invece quasi tutti concordano nel definirlo, al momento, una “scatola vuota”. Le criticità del SFL possono essere riassunte su due fronti: pochissimi hanno potuto usufruirne, e per quei pochi l’efficacia in termini di inserimento lavorativo è stata praticamente nulla”. Anche l’attuazione risulta problematica: a luglio 2025, solo 181.000 persone ne hanno usufruito. Gli operatori rilevano che i percorsi formativi sono “del tutto scollegati dalla realtà locale”, e che molti lo vedono come un mezzo per ricevere l’indennità da 500 euro al mese (fino al 2024 erano 350 euro), senza prospettive concrete di inserimento lavorativo. Peggio: il Sfl è ridotto a una misura che “rischia di creare un esercito di ‘nuovi poveri’ inattivi e disillusi”. La conseguenza della riduzione del sostegno pubblico? Le Caritas diocesane hanno registrato un aumento “consistente, e inatteso” delle richieste di aiuto. L’organizzazione si trova costretta a riassumere un ruolo di “presidio di prima linea” e di “paracadute”, concentrandosi sulla fornitura di beni di prima necessità (pacchi alimentari, contributi per affitto e bollette).

Così l’Italia di Meloni e soci ne esce malissimo anche sul piano europeo. Mentre la Raccomandazione UE del 2023 spinge verso standard di adeguatezza e universalità, l’Italia ha scelto di muoversi nella direzione opposta, rendendo il sistema di protezione sociale meno inclusivo. La Spagna, ad esempio, ha rivalutato il proprio reddito minimo vitale del 42,8% tra il 2020 e il 2025 per mantenerlo in linea con il costo della vita, e la Germania ha introdotto il Bürgergeld per rendere il sistema più generoso e meno stigmatizzante. In Italia, al contrario, l’adeguamento delle soglie Adi nel 2025 si è limitato a un +8,3%, cifra che non copre nemmeno l’inflazione accumulata dal 2019. Di fronte a tale scenario, la Caritas italiana suggerisce, come prima cosa, di ripristinare tempestivamente l’universalismo selettivo, affinché le misure di reddito minimo siano “accessibili e coprano in modo completo tutti gli individui in condizioni di bisogno economico”. A livello europeo, si chiede di andare oltre le misure “morbide” e di introdurre “una Direttiva quadro sull’adeguatezza del reddito minimo” che stabilisca standard vincolanti per tutti gli Stati membri. Il rapporto propone inoltre di rivedere radicalmente il Sfl con percorsi formativi realmente legati al mercato del lavoro e di favorire la cumulabilità e la transizione al lavoro per incentivare l’accettazione di impieghi, evitando che la perdita immediata dell’Adi funga da disincentivo. Infine, si auspica una maggiore integrazione delle politiche (lavoro, casa, servizi sociali e sanitari) attraverso l’istituzione di équipe multidisciplinari.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/08/limitato-interesse-del-governo-per-la-lotta-alla-poverta-il-disastro-di-meloni-nei-dati-caritas-che-bocciano-adi-e-sfl/8153378/

venerdì 4 luglio 2025

È la guerra della povertà quella che miete più vittime al mondo. Ma nessuno se ne vergogna - Mauro Armanino

 

Miete più vittime delle altre registrate nel mondo. L’anno scorso i conflitti armati riconosciuti tali erano 61. Quest’unica guerra uccide più che tutte i conflitti messi assieme. Si tratta della guerra della povertà o, se vogliamo, della miseria che porta con sé, troppo spesso nel silenzio, milioni di persone. Un po’ come le cosiddette ‘morti bianche’ cioè quelle sul lavoro. Un’altra vera e propria battaglia quotidiana che vede come protagonista chi non è certo di tornare a casa dopo esserne uscito per lavoro, il mattino. Si calcola che l’anno scorso le ‘morti bianche’ abbiano raggiunto i tre milioni.

La guerra della povertà è peggio perché per gli economisti si perde nelle statistiche, mentre per la gente è una sparizione continua che passa inosservata. Ad essere cancellati sono i poveri. Le tracce della miseria durano a lungo perché coinvolgono i bambini, le donne e i giovani. La miseria è il frutto più immediato di guerre, movimenti forzati di popolazione, avversità climatiche ma soprattutto di classi politiche ammalate di potere e spogliamento del popolo nel più breve tempo possibile. Cause esterne, interne e purtroppo ‘eterne’ si perpetuano perché abbiamo smarrito la vergogna.

Sembra scomparsa, la vergogna, dal lessico e soprattutto dal volto, le parole e le azioni. Si tratta del sentimento, innato e allo stesso tempo frutto culturale, che manifesta l’inadeguatezza tra la verità dell’onestà e il nostro agire e sentire. La crescita, tutta occidentale, dell’individualismo e del fin troppo citato relativismo non possono che produrre l’esilio della vergogna. Gli atti, le scelte, le parole e financo l’abbigliamento non si misurano più con lo sguardo dell’altro. Il ‘principio di responsabilità’ è stato spazzato via dall’utilitarismo capitalista che tutto mercifica e traduce, senza vergogna, in denaro.

Investire somme abissali destinate a servizi sociali in armi, ordigni letali studiati e programmati allo scopo di uccidere il ‘nemico’ fa ormai solo vergognare i pochi irriducibili ‘idealisti’. Nel frattempo nel Sahel imperversa la vulnerabilità alimentare per milioni di persone, l’indigenza al quotidiano, la mancanza di strutture educative e sanitarie. Mancano dispositivi che facilitino l’ingresso dei giovani nel mondo lavorativo. Non si vergogna affatto la classe politica al potere, gli intellettuali attirati dalla retorica che sembra promettere loro un futuro e i leader religiosi che puntellano il sistema fatiscente.

Il Fondo Monetario Internazionale, che sappiamo non essere un ente di beneficenza, ha rilasciato un documento che, prendendo in considerazione il Pil dei Paesi, stila la lista dei 10 Paesi col reddito pro capite più basso in Africa. Con tutti i limiti che questo tipo di operazione sappiamo comporta, rimane utile affacciarsi su questa strana e drammatica classifica che nasconde ciò che mostra ed evidenzia ciò che nasconde. Ci sono numeri che offuscano le cause e facilitano l’operazione di sminamento del sentimento di vergogna che dovrebbe toccare i politici per primi.

Senza sorpresa, l’Africa subsahariana domina la classifica. I conflitti cronici, la debolezza istituzionale e una élite politica sempre più spesso militarizzata non sembrano in grado di offrire alternative coerenti ed efficaci alla precarietà di vita dei popoli che dovrebbe servire. Nell’ordine della lista si trova il Sudan del Sud, lo Yemen, il Burundi, la Repubblica Centrafricana, il Malawi, il Madagascar, il Sudan, il Mozambico, la Repubblica Democratica del Congo e il Niger, Paese nel quale ho il privilegio di trovarmi. Tutto ciò dovrebbe far vergognare chi profitta della miseria degli altri per arricchirsi o per illudere i poveri con vuote e false promesse di un domani migliore. Finché la vergogna non ritornerà ad essere una materia di insegnamento nella grammatica della vita quotidiana, sarà difficile cambiare lo sguardo sul mondo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/29/guerra-poverta-vittime-vergogna/8041750

domenica 8 dicembre 2024

Morto Marco Magrin, lavoratore povero sfrattato: la sua storia ci parla di salari da fame e crisi abitativa - Giuliano Granato

 

L’ho cercato sui giornali nazionali. Niente. L’ho cercato sui giornali più vicini al territorio. Ma niente. Il nome di Marco Magrin non c’è.

Non c’è, quindi, la sua storia. Quella di un uomo di 53 anni trovato morto in un box auto che da qualche tempo era la sua “casa”. Occupata abusivamente. Marco Magrin è stato ritrovato col cappello calato sulla testa e un giubbotto stretto addosso per difendersi dal freddo. Nel garage, infatti, non c’era riscaldamento.

Marco Magrin è morto di infarto, probabilmente proprio per il gelo.

Marco Magrin non era un senzatetto e nemmeno un disoccupato. Originario di Padova, aveva un lavoro stabile: operaio di un’impresa di sfilettatura del pesce a Treviso. Solo che, pur con un lavoro regolare, lo stipendio non bastava a pagare l’affitto. Così, dopo qualche mensilità non pagata, era arrivato lo sfratto. Che, stando ai dati del Ministero dell’Interno, nel 2023 è stato il destino comune a ben 21.345 nuclei familiari (almeno 50mila persone). Più di 21mila nuclei familiari sfrattati. Significa 60 sfratti ogni giorno, tutti i giorni, 365 giorni all’anno, domeniche e festivi compresi.

La prima ragione per cui si viene sfrattati è la morosità (78% degli sfratti), cioè il mancato pagamento di qualche mensilità. Esisteva un fondo statale per morosità incolpevole per aiutare quegli inquilini che non riuscivano più a pagare perché si erano visti ridurre o azzerare lo stipendio (licenziamenti, cassa integrazione, riduzione ore lavorate, ecc.), ma il governo Meloni l’ha abolito da due anni.

La storia di Marco Magrin, al di là della fine tragica, è la storia di tantissimi. Perché ci parla di almeno due enormi questioni: i salari da fame e la crisi abitativa.

L’Italia, seconda potenza manifatturiera del continente europeo, è un Paese in cui ben 12 lavoratori su 100 sono “working poor”. Se un tempo la povertà era associata alla disoccupazione, oggi sempre più spesso sei povero pur lavorando: 12 lavoratori su 100 sono poveri anche se hanno un impiego. La percentuale balza al 17% tra gli operai. Operai come Marco Magrin. Con stipendi bassi e fermi, mentre i profitti delle imprese aumentano.

Nonostante ciò, quando si osa porre la necessità di un salario minimo orario di almeno 10 € l’ora, il governo Meloni si gira dall’altra parte, diventa sordo. Come se i salari da fame non fossero questione di vita o di morte per la maggioranza di chi lavora in questo Paese.

Se sei un lavoratore povero avrai enorme difficoltà a poterti permettere finanche un tetto. Gli affitti sono esplosi: +10,2% in media tra 2022 e 2023 (studio del Cresme). A Treviso tra novembre 2023 e novembre 2024 si è registrato un ulteriore boom: +7,08%.

Salari fermi e affitti alle stelle. E chi parla di tornare a porre un tetto agli affitti è considerato un pericoloso bolscevico. Chissà cosa deve pensare Giulio Andreotti, cui è associata la norma che dal 1978 aveva introdotto un calmiere denominato “equo canone”.

Accanto a case dai costi sempre più improponibili per lavoratori e lavoratrici, c’è un enorme patrimonio immobiliare vuoto. Nella sola provincia di Treviso si stima ci siano circa 68mila appartamenti sfitti; ben 6mila nella sola città di Treviso, un Comune abitato da 85mila persone. Le istituzioni anziché acquisire una parte di questi immobili, così da poterla mettere a disposizione della gente comune, vendono quel poco di patrimonio pubblico che è ancora nelle loro mani. Nel novembre 2023, la Regione Veneto, governata dal leghista Zaia, approvava un piano di cessione di 384 alloggi dell’Ater di Treviso, di cui 150 all’epoca sfitti. Meglio venderli per fare cassa che assegnarli alle famiglie bisognose di un tetto. “Un affitto, dieci famiglie in fila: caccia alla casa a costo calmierato a Treviso. Con le locazioni introvabili c’è la coda per i bandi Ater. E l’hinterland segue: 2 appartamenti, 17 candidati”, scriveva La Tribuna di Treviso il 24 novembre 2024, pochi giorni prima della morte di Marco Magrin.

O, anche, meglio tenerle vuote: a maggio di quest’anno, a Treviso il totale delle case popolari sfitte assommava a 364: 121 alloggi sfitti del Comune, 243 dell’Ater.

Affrontare il tema dei salari da fame e della crisi abitativa, però, sembra non interessare. Però di casa ultimamente si è tornati a parlare. Ma non degli affitti alle stelle, degli sfratti e della politica di dismissione del già scarso patrimonio immobiliare pubblico. Solo delle occupazioni abitative per dipingere gli occupanti come criminali, come feccia.

Per questo oggi non parlano di Marco Magrin. Perché la sua vita e, purtroppo, la sua morte, rompono la narrazione di potere politico e mediatico. Marco Magrin era infatti un occupante. Un abusivo. Era entrato in quel box auto illegalmente. Eppure Marco Magrin lavorava. Era italiano. Era bianco. Non è l’immagine del criminale che l’ultradestra brama per poter spargere la paura.

Per questo difficilmente leggerete titoloni sulla sua storia. Su Marco Magrin, lavoratore povero morto di gelo nell’Italia del 2024 perché è meglio tenere le case vuote per speculare sul mercato che assicurare un tetto sulla testa dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

da qui

domenica 11 agosto 2024

Il profumo della ricchezza - Umberto Rapetto

 

La povertà ha un suo odore, quello che impregna non il naso ma il cuore di chi – nonostante i tempi – si ostina ad avere un minimo di sensibilità.

Ben altra cosa sono gli aromi e le flagranze, roba per chi ha altri stili di vita e non conosce (né gli interessa conoscere) altri olezzi socialmente diversi.

Premessa la simpatia per gli animali e una certa preferenza per i gatti, continuo a dar precedenza agli umani e ai sentimenti che questi suscitano e meritano.

Non riesco a gioire, quindi, per la sensazionale notizia dell’essenza che Dolce e Gabbana hanno ideato per la gioia dei cani e soprattutto dei loro benestanti proprietari.

Devo la scoperta in questione al sito di CNN dove la novità trovava spazio tra le poco eleganti facce dei profughi palestinesi e le tutt’altro che snob macerie di Gaza. L’articolo mi ha rincuorato perché che, mentre c’è chi lotta per la sopravvivenza (e di questi temi basta fare un tuffo nel degrado della periferia per capacitarsene), fortunatamente c’è chi può sfruttare i sapienti dosaggi del maestro profumiere Emilie Coppermann e titillare le proprie narici con “un “capolavoro olfattivo caratterizzato dalle note avvolgenti e calde di Ylang, dal tocco pulito e avvolgente del Muschio e dalle sfumature legnose e cremose del Sandalo”.

A dispetto dei volgari sacchetti del pane con cui i clochard avvolgono birre o alcolici per blindare la privacy su quel che tracannano, Dolce e Gabbana hanno scelto per gli affettuosi amici a quattro zampe un packaging di estrema sobrietà: la bottiglia di vetro laccato verde presenta una zampa placcata in oro 24 carati.

Anche il testo affidato ad un fine dicitore che, nello spot con sottofondo di musica classica, declama un memorabile “Sono delicato, carismatico, autentico, sensibile, enigmatico, ribelle, fresco, irresistibile, pulito. Perché non sono solo un cane. Sono Fefé”.

L’ispirazione per il prodotto di cui il mondo non sapeva di aver bisogno è arrivata dall’ “amore incondizionato” che Domenico Dolce, metà del famoso duo di stilisti, ha per il suo “fedele cane Fefé”.

Grazie dunque a Domenico Dolce che ci ha regalato l’opportunità di capire cosa davvero servisse a questo pianeta ormai fuori dall’orbita della generosità o semplicemente del buon senso e della proporzione.

 

(Umberto Rapetto Generale GdF – Fondatore e per dodici anni comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico)


da qui

sabato 18 maggio 2024

Everybody Eats: rubano cibo ai supermercati per darlo ai poveri

 Gli attivisti di Everybody Eats, un’organizzazione impegnata nella lotta contro la povertà alimentare nel Regno Unito, hanno condiviso sui social media un’azione di taccheggio di generi alimentari avvenuta nella sala ristorazione di un supermercato a Chorlton-cum-Hardy, Manchester.

Secondo quanto riportato, i prodotti sottratti sono stati successivamente donati alle banche alimentari locali. Alcuni degli attivisti erano vestiti come Robin Hood, simbolo di giustizia sociale. Nonostante l’evento sia stato segnalato, non ci sono stati arresti, sebbene la polizia di Greater Manchester sia al corrente dell’incidente.
Gli attivisti hanno annunciato l’intenzione di continuare queste azioni in altre catene di supermercati in tutto il paese fino a quando il governo non prenderà misure concrete per garantire la sicurezza alimentare.
I dati più recenti del Trussell Trust, una ONG che si occupa di contrastare la fame nel Regno Unito, rivelano che oltre tre milioni di persone hanno usufruito delle banche alimentari tra il 2022 e il 2023.
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Secondo The Telegraph, Everybody Eats ha dichiarato che le banche alimentari erano consapevoli dell’origine della merce donata. Il gruppo ha pubblicato su X (precedentemente Twitter) una foto con la didascalia: “Oggi abbiamo preso del cibo da un M&S a Manchester senza pagarlo. Il cibo sarà distribuito direttamente alle persone della comunità e alle banche alimentari locali. Non possiamo restare a guardare mentre noi, i nostri amici, le nostre famiglie e i nostri vicini soffrono la fame.”
Ulteriori video mostrano gli attivisti mentre riempiono sacchetti con olio d’oliva, pane, cereali, latte d’avena e altri articoli, uscendo poi dal negozio senza essere fermati dalla sicurezza o dai dipendenti.
Uno degli attivisti afferma: “Andiamo nei principali supermercati e preleviamo generi alimentari essenziali per distribuirli alle banche alimentari e a chi vive in povertà alimentare nella zona. Le banche alimentari ci hanno chiesto aiuto. È la cosa giusta da fare: la gente ha fame in un paese di abbondanza, ed è osceno.”
Una persona nel video dice: “I supermercati traggono enormi profitti dall’aumento dei prezzi dei beni essenziali in questa crisi del costo della vita . Molti dei loro dipendenti vivono in condizioni di povertà alimentare”.
La catena Marks & Spencer, proprietaria del supermercato, ha confermato di aver denunciato l’accaduto alla polizia.

Secondo uno studio di giugno 2023 i supermercati britannici buttano via l’equivalente di 190 milioni di pasti all’anno che potrebbero essere dati agli affamati. Gli ultimi dati mostrano che le 10 principali catene della Gran Bretagna donano meno del 9% delle eccedenze alimentari al consumo umano.
Delle 282.338 tonnellate di cibo invenduto prossimo alla data di scadenza o di scadenza, solo 24.242 tonnellate sono state consegnate ai bisognosi. L’organizzazione benefica Waste and Resources Action Program (Wrap), sostenuta dal governo, afferma che ulteriori 80.000 tonnellate di cibo avanzato sarebbero adatte per essere donate. 1.000 tonnellate equivalgono a 2,4 milioni di pasti.

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L’ultima azione di EveryBody Eats, si è svolta il 27 aprile scorso. Sono loro stessi a raccontarla sul sito.
La campagna Everybody Eats ha messo in scena un’altra azione “Robin Hood” sabato a Hastings. Un gruppo di soli tre cittadini comuni si è recato uno dopo l’altro in alcuni dei più grandi supermercati della città e ha preso abbastanza cibo per rifornire i siti di una banca alimentare senza pagare dopo aver sentito che non avevano più scorte e che 1000 persone avrebbero sofferto la fame la prossima settimana a meno che qualcuno non intervenga.
Il gruppo non ha nominato il banco alimentare per proteggere la propria identità a causa della storia di repressione dickensiana di questo governo nei confronti dei gruppi che danno da mangiare ai poveri.
Dave, 39 anni, che gestisce la banca alimentare indipendente senza l’aiuto del governo, ha detto:

Ci sono persone che vengono arrestate per furto perché non abbiamo cibo da dare loro. Non posso ringraziarvi abbastanza, avete contribuito a salvare vite umane. Posso dormire questo fine settimana perché ora posso distribuire pacchi di cibo a queste persone che non hanno niente, e non intendo niente. Quindi, dal profondo del mio cuore, grazie ragazzi, siete tutti degli angeli”.

Il gruppo ha ritenuto che fosse loro dovere civico aiutare le famiglie a nutrire i propri figli mentre il governo e i supermercati hanno voltato le spalle alla gente in questo periodo di scandalo senza precedenti sul costo della vita. Due settimane fa, il Primo Ministro ha detto ai rivenditori, come Tesco (i cui profitti sono aumentati di 882 milioni di sterline nel 2023), che ”ti copriamo le spalle” quando si tratta di taccheggio, ignorandone completamente la causa – l’aumento vertiginoso dei costi degli affitti e delle bollette che fanno soffrire la fame a quattro milioni di bambini nel Regno Unito.
Il gruppo ritiene che sia chiaro che il governo e i supermercati sono dalla parte dei profitti piuttosto che delle persone che presumibilmente rappresentano.
Uno del gruppo, Luke, 31 anni, ha detto:

Oggi agisco con Everybody Eats perché sono stanco di lottare, sono stanco di vedere così tanti altri lottare solo perché queste aziende possano realizzare sempre più profitti ogni anno. La vita sta diventando molto più difficile ed è perché dell’avidità, e il nostro governo arà nulla al riguardo, quindi tocca a noi fare qualcosa”.

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Quasi 1,5 milioni di pacchi alimentari sono stati distribuiti dal Trussell Trust alle persone tra aprile 2023 e settembre 2023, tuttavia questo rappresenta solo una frazione di quelli in condizioni di insicurezza alimentare poiché un gran numero di persone fa affidamento su banche alimentari indipendenti che non necessitano di rinvio.
Il numero di persone che ricevono pacchi alimentari è passato da 346.992 a 2,99 milioni in soli dieci anni. Queste banche alimentari indipendenti stanno ora acquistando cibo o addirittura razionando i pacchi alimentari per far fronte alla situazione.
Il settore riferisce inoltre che è falso presumere che i supermercati aiutino fornendo scorte in eccesso poiché il cibo è di scarsa qualità e consente semplicemente ai supermercati di smaltire i propri rifiuti con il pretesto di fornire sostegno alla comunità. Le banche alimentari sono un sintomo di povertà e dobbiamo affrontarne le cause: l’avidità dei nostri politici e delle grandi imprese.

Ciò fa seguito ad azioni precedenti in cui il cibo è stato liberato da un M&S a Manchester e distribuito, e in cui il cibo è stato prelevato dai supermercati di dodici città e messo direttamente nei cestini delle donazioni. Il gruppo afferma che continuerà queste azioni finché nessuno soffrirà la fame e non avrà raggiunto i suoi obiettivi di pasti scolastici gratuiti, un programma alimentare nazionale: buoni alimentari settimanali sovvenzionati di £ 20 per tutti per aiutare con l’aumento del costo del cibo e supermercati obbligatori. segnalazione degli sprechi alimentari
Un portavoce dice:

Quello che chiediamo non potrebbe essere più ragionevole; sono semplicemente misure per garantire che tutti, nel sesto paese più ricco del mondo, possano permettersi di nutrire se stessi e i propri figli. Come può la gente soffrire la fame in Gran Bretagna nel 2024? I nostri antenati hanno combattuto per creare la Gran Bretagna moderna e ora i nostri politici vogliono rimandarci all’era vittoriana”.

Per saperne di più su Everybody Eats: https://www.everybody-eats.com/ People are hungry. It’s time to do something about it.

da qui

sabato 11 marzo 2023

poveri

 Tutto quello che non avreste voluto sapere e nemmeno chiedere sulla povertà in Italia  


A cura dell’Associazione Marco Mascagna Onlus – Giardini di Marco


Cosa sappiamo dei poveri? Quanti sono? Perché lo sono? Che vita fanno?

La maggioranza delle persone ha idee molto vaghe. Altre hanno idee ben precise, ma spesso del tutto errate.

Quanti sanno, per esempio, che in Italia vi sono 1,4 milioni di bambini e ragazzi in povertà assoluta (cioè che vivono in famiglie che hanno un reddito che non riesce a soddisfare i bisogni essenziali)?

I poveri assoluti sono 5,6 milioni in Italia, le persone senza dimora oltre 55.000 (circa 100.000 secondo alcuni studiosi) [1].

Spesso si pensa che un povero è un disoccupato o uno che vive di lavoretti, invece 4 poveri assoluti su 10 hanno un lavoro stabile e regolare (nel 60% dei casi come dipendente), ma quasi sempre di bassa qualifica e, quindi, con uno stipendio che spesso non raggiunge i 1000 euro netti o che li supera di poco. Se si ha famiglia o un qualsiasi problema familiare (per esempio un genitore disabile o malato o più povero del figlio) non si può non fare la fame [1]. Una parte dei poveri che risulta disoccupata ha un lavoro a nero (in piccole industrie, esercizi commerciali, botteghe artigiane, aziende agricole ecc.) e un’altra parte svolge dei lavoretti con regolari contratti o, più spesso, a nero (consegna pacchi, distribuzione di volantini, lavoro in ristoranti il sabato e la domenica, vendita ambulante, pulizie ecc.), ma, se sono magri i salari dei lavori di basso livello con regolare contratto, quelli a nero lo sono ancora di più e con i lavoretti non si può mantenere una famiglia e nemmeno se stessi.

Altri poveri vivono di elemosina, altri si vergognano di chiederla, altri ancora riescono a vivere solo grazie a qualche organizzazione umanitaria o all’assistenza dello Stato. Ci sono poveri che hanno una casa (spesso in affitto, perché comprarla non è mai stato nelle possibilità proprie, dei propri genitori e avi), quelli che usufruiscono di quella di un parente (spesso un genitore) e quelli che non hanno casa e dormono per strada, in qualche edificio diroccato o in un dormitorio.

La povertà è molto più frequente al Sud Italia che al Nord o al Centro (l’incidenza è 12% al Sud, 6,7% al Nord e 4,2% al Centro), colpisce in uguale misura uomini e donne, più i giovani che gli anziani (il 5% degli ultra 65enni, il 14% degli under 17enni e l’11% dei giovani tra 17 e 34 anni) [1].

Il 43% dei poveri assoluti non ha alcun titolo di studio o al massimo la licenza elementare, il 42% ha conseguito la sola licenza media inferiore [1].

La Caritas ha compiuto un’interessante ricerca sulle persone di nazionalità italiana tra i 36 e i 56 anni, che non sono senza fissa dimora e che hanno usufruito della loro assistenza (distribuzione di pasti, di abiti ecc.) [2]. Si tratta quindi di poveri assoluti, italiani, non in situazione di povertà estrema (come i senza tetto). Il 61% di loro ha (o aveva) un padre con al massimo la licenza elementare (il 7% del tutto analfabeta) e il 24% con la licenza media inferiore. Il 62% ha (o aveva) una madre con al massimo la licenza elementare (il 9% del tutto analfabeta) e il 26% con la licenza media inferiore.

L’80% di questi poveri ha (o aveva) un padre con un’occupazione non qualificata, il 60% viene da una famiglia povera e oltre la metà di questi da una famiglia gravemente povera (che campava grazie a sussidi, elemosine o donazioni) [2].

Appare evidente quindi che è difficilissimo che se si nasce in una famiglia ricca o con genitori di alta istruzione si diventi povero, mentre se si nasce in una famiglia povera o con genitori di bassa istruzione è molto probabile che si rimanga povero ed è difficilissimo diventare ricco. Ma mentre il figlio di un ricco o di un benestante, anche se non prende un diploma superiore o non si laurea, ha molte probabilità di continuare ad essere ricco e benestante nell’altra parte della scala sociale ogni svantaggio diventa causa di ulteriori svantaggi. Infatti, se si ha solo la licenza elementare o media inferiore, si finirà per avere un lavoro non qualificato e quindi si avrà una magro stipendio. Non solo, se si ha una bassa istruzione o si fa un lavoro non qualificato o si ha uno scarso reddito si finisce anche per avere una salute cagionevole e per avere qualche disabilità già in giovane età (l’1% più povero in media ha già una disabilità a 53 anni; l’1% più ricco ne è libero fino a 70 anni [3, 4]). Se la salute è cagionevole si ha più difficoltà a trovare e mantenere un lavoro e si hanno più spese. Se si è di bassa istruzione più facilmente si infrangono regole e si delinque (il 5% dei detenuti è analfabeta, il 18% ha solo la licenza elementare e il 58% ha solo la licenza media inferiore e ciò malgrado la popolazione carceraria sia in maggioranza giovane: il 60% dei detenuti ha tra i 18 e i 50 anni [5]). Se si è avuto a che fare con la giustizia trovare lavoro diventa difficilissimo. Se si sono vissute queste esperienze negative si finisce per avere anche un “brutto carattere”: rapporti burrascosi o freddi con il partner, con parenti, colleghi, datori di lavoro, vicini ecc. E anche ciò è un importante fattore di rischio per la povertà [2].

Varie ricerche hanno evidenziato che si va sempre più diffondendo l’aporofobia, cioè la paura, il fastidio e l’odio nei confronti dei poveri [6]. Non li si sopporta e non li si vorrebbe vedere, ci si convince che se sono poveri è per colpa loro e che bisogna non essere solidali e caritatevoli, ma severi e senza pietà. Ed ecco i provvedimenti che puniscono chi chiede l’elemosina, chi dorme per strada, chi rovista nei rifiuti, ecco le richieste di maggiore severità per i minori che delinquono, ecco l’indignarsi perché si stanziano soldi per assicurare un minimo di reddito a chi è in povertà assoluta mentre si sta zitti, o addirittura si plaude, se si stanzia tanto di più per rifare gratis la casa, anche di villeggiatura, a chi ha la fortuna di averla o si regalano 6.000 euro a chi compra un’auto elettrica.

Come autorevoli economisti hanno dimostrato la povertà deve essere prevenuta e combattuta con una politica fiscale maggiormente progressiva (maggiori tasse a chi è ricco e benestante per avere i fondi necessari per aiutare chi è in difficoltà e per creare posti di lavoro); con un forte impegno nell’istruzione, in particolare nella fascia d’età 1-6 anni (nidi e scuole dell’infanzia dovrebbero essere soprattutto per i figli dei poveri, il contrario di quello che avviene oggi); con un aumento dei salari e degli stipendi minimi e una maggiore tutela dei diritti del lavoratore; con un forte investimento nei servizi sociali di sostegno alle famiglie povere con bambini; con un sistema sanitario pubblico universalistico efficace ed efficiente e attento a contrastare le disuguaglianze (purtroppo spesso oggi le perpetua e le accentua); con un sostegno al reddito che permetta a chi ha avuto una sorte iniqua (e soprattutto ai suoi figli) di avere gli stessi diritti effettivi di chi è stato più fortunato [6].

Spesso si condanna l’assistenzialismo come se fosse un incentivo alla povertà (affermazione mai dimostrata e invece confutata dai fatti come hanno dimostrato varie ricerche [8]). Quello che spesso viene bollato come assistenzialismo è nient’altro che rispetto dei Diritti dell’Uomo (art. 25: “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia”) e della nostra Costituzione (art. 3: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”).

Come ricorda la Caritas a conclusione del rapporto questi provvedimenti avrebbero due ulteriori importantissimi effetti positivi: rafforzare la coesione sociale e favorire la crescita economica.

Note: 1) Istat 2022; 2) Caritas Italiana: L’anello debole: rapporto 2022 su povertà ed l’esclusione sociale in Italia; 3) OMS Ufficio Regionale per l’Europa: Una vita sana e prospera per tutti in Italia. Rapporto sullo stato dell’equità in salute in Italia. 2022; 4) The Equality Trust: Equal opportunities for health; 5) Ministero della Giustizia 2022; 6) CENSIS; 56° rapporto sulla situazione sociale italiana, 2022; Cortina A: Aporofobia, 2017; 7) Per esempio i premi nobel per l’economia Amartya Sen, James J. Heckman, Abhijit Banerjee, Esther Duflo, Michael Kremer; 8) Goldsmith S.: The Alaska Permanent Fund Dividend: a case study in implementazion of a basic income guarantee, 2010; Franzini M, Granaglia E, Raitano M: Le critiche al reddito di cittadinanza: proviamo a fare chiarezza; Menabò di Etica e Economia, 2020.

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Come diventare poveri negli Usa per tre generazioni. La trappola del ciclo della povertà


Il ciclo della povertà è un termine usato per descrivere il fenomeno in cui le famiglie povere rimangono impoverite per almeno tre generazioni. In generale, se i tuoi nonni erano poveri e i tuoi genitori erano poveri, ci sono buone probabilità che anche tu sarai povero.

È un ciclo che può essere interrotto, ma può essere difficile farlo. Ad esempio, i genitori facoltosi possono decidere di pagare per l’istruzione universitaria dei propri figli e, se i loro figli sono adulti e incontrano problemi finanziari, molto probabilmente possono aiutarli con un prestito senza interessi.

Se i tuoi genitori sono poveri, probabilmente non possono aiutarti tanto. Se le cose vanno davvero male, ti potrebbe essere chiesto di non proseguire la tua istruzione al college o in una scuola professionale e di accettare un lavoro dopo il liceo e iniziare a indirizzare parte del tuo reddito alla famiglia.

E se vivi in una comunità a basso reddito, questo è il momento in cui le probabilità diventano davvero contro di te, secondo Jason Douglas, assistente professore di sanità pubblica alla Chapman University di Orange, in California.

Douglas dice che quando sei in una comunità a basso reddito, probabilmente hai più forze che ti impediscono di andare avanti.

“Ad esempio, gli affitti alle stelle spesso costringono i residenti svantaggiati in condizioni abitative sovraffollate, che aumentano l’esposizione alle malattie infettive”, afferma.

“L’impossibilità di accedere a parchi pubblici e luoghi sicuri in cui i bambini possono giocare, nelle comunità svantaggiate è un fattore di rischio riconosciuto per l’obesità infantile. L’esposizione agli inquinanti atmosferici nelle comunità svantaggiate aggrava l’asma e le eccessive disparità di salute legate al caldo.

E se l’asma o qualche altro problema di salute che hai contratto nella tua comunità ti fa perdere tempo a scuola e al lavoro e spendere un sacco di soldi in spese mediche , “il ciclo di povertà perpetua continua”, dice Douglas.

Come si spezza quel ciclo di povertà? Molte persone non lo fanno. Ecco perché alcuni accademici e professionisti che studiano la povertà sollecitano l’intervento del governo.

Lori Brown, professoressa di sociologia e criminologia al Meredith College di Raleigh, nella Carolina del Nord, afferma che vorrebbe che il governo trovasse un modo per aiutare i poveri a guadagnare o conservare più soldi. Indica la bassa retribuzione come la più grande trappola della povertà.

“Tutti dovrebbero guadagnare un salario dignitoso, con tutti i benefici in modo da non essere sommersi dalle spese mediche. Il salario minimo deve aumentare».

Gran parte del problema, dice Brown, è “strutturale”. Dice che “la povertà è una scelta che abbiamo fatto come Paese”.

Che tu sia d’accordo o meno, ci sono numeri ufficiali che indicano se una famiglia è considerata povera. Il governo ha considerato una famiglia che guadagna un massimo di 14.580 dollari come in povertà.

Il salario minimo federale è di 7,25 dollari l’ora, ma molti stati hanno fissato salari minimi più elevati. Se guadagni 7,25 dollari l’ora, lavori 40 ore a settimana e lavori 52 settimane all’anno, guadagneresti 15.080 dollari. Saresti appena sopra la soglia della povertà, ma non di molto.

Se hai due persone nella tua famiglia e guadagni 19.720 dollari o meno all’anno, verrai considerato povero. Per tre persone in famiglia, dovresti guadagnare 24.860 dollari o meno all’anno per essere definito in povertà. Per una famiglia di quattro persone, i numeri implicano un reddito annuo di 30 mila dollari o meno.

E anche se guadagni più del salario minimo, i timori di una recessione, oltre all’inflazione alle stelle del prezzo dei bisogni di base come il cibo e l’affitto, creano una prospettiva finanziariamente scomoda per molte persone.

Esistono numerose trappole che possono tenere le persone in un ciclo continuo di povertà, impantanate nei debiti o addirittura in uno stato finanziario tutt’altro che ideale, a cominciare dai prestiti ad alto interesse.

Lenette Azzi-Lessing, professoressa presso la Boston University School of Social Work, afferma che molti che hanno preso un prestito finiscono per pentirsi di essersi rivolti società che si rivalgono prendendo anticipi sullo stipendio perchè “applicano tassi di interesse ridicolmente alti” e afferma che alcuni debiti contratti con la con carta di credito possono influire in maniera altrettanto grave .

“In molte situazioni, gli interessi che maturano costantemente e le commissioni per i ritardi finiscono per costare ai mutuatari molto più del prestito originale”, afferma Azzi-Lessing. Un altro esempio di sfruttamento delle persone in condizioni di povertà sono alcune delle società di affitto a riscatto che addebitano canoni mensili per l’affitto di mobili e televisori che, se pagati nel tempo, costano all’affittuario più di quanto questi articoli costerebbero agli affittuari se avessero potuto acquistarli a titolo definitivo.

Azzi-Lessing afferma di consigliare di lavorare con un servizio di consulenza ai consumatori senza scopo di lucro per creare una strategia per ripagare i prestiti in sospeso.

Se non hai molti debiti che ti appesantiscono ma hai un punteggio di credito scarso , lavorare per migliorarlo pagando le bollette in tempo dovrebbe alla fine aumentare le probabilità che tu abbia diritto a prestiti a basso interesse, permettendoti così di acquistare un auto o una casa a un prezzo più conveniente. Dovrai anche provare a mettere dei soldi in un conto di risparmio e creare un fondo di emergenza, quindi non fare affidamento su prestiti ad alto interesse. Ma ovviamente, tutto questo è più facile a dirsi che a farsi quando sei sepolto dai debiti o bloccato in un ciclo di povertà.

Un altro peso enorme che spinge a restare in povertà è il peso dei debiti studenteschi. Sempre Azzi-Lessing spiega come una formula che sembra salvare il tuo futuro finanziario può in realtà anche rovinarlo.

“Sebbene ai giovani venga costantemente detto che ottenere un’istruzione è essenziale per il benessere economico, andare al college finisce per intrappolare troppi di loro nella povertà o quasi a causa dei prestiti agli studenti”, afferma .

“Ciò è particolarmente vero per i giovani adulti provenienti da famiglie in difficoltà, che potrebbero non comprendere le conseguenze dell’accumulare decine di migliaia di dollari di debiti. Questo debito e il suo interesse in costante crescita possono schiacciare le loro prospettive future, soprattutto se abbandonano il college o si laureano con una specializzazione a basso reddito.

Sfortunatamente, non c’è molto che puoi fare una volta che sei impantanato nel debito studentesco se non assicurarti di rimanere al di sopra di esso, dal momento che i pagamenti mancanti e il pagamento in ritardo danneggeranno solo il tuo credito e la capacità di ottenere prestiti a basso interesse .

Jennifer Greenfield è professore associato presso la Graduate School of Social Work dell’Università di Denver ed è specializzata in politiche sociali e disparità di salute e ricchezza. Dice che il “cliff effect”, letteralmente “effetto scogliera”, ovvero quando un aumento di stipendio con il superamento anche per pochi dollari di una soglia di reddito provoca una perdita sproporzionata di assistenza governativa, spesso rende le persone più povere che mai.

“Le attuali politiche della rete di sicurezza sono spesso strutturate con forti ‘precipizi’, che sono limiti di reddito oltre i quali la persona ammissibile perde l’accesso al beneficio”, afferma Greenfield, citando esempi tra cui Medicaid, supporti abitativi come la Sezione 8, Assistenza temporanea alle famiglie bisognose e sussidi per l’assistenza all’infanzia in molti stati.

“Questi effetti spesso creano incentivi perversi a ridurre l’orario di lavoro o a rimanere in posizioni poco remunerative, poiché un piccolo aumento del reddito può causare la perdita di benefici che lasciano il lavoratore meno benestante finanziariamente o impossibilitato a lavorare a causa della mancanza di assistenza all’infanzia , copertura dei farmaci o altri supporti vitali “, afferma Greenfield.

Dice che questi effetti possono persino colpire le famiglie con un reddito elevato, come il Child Tax Credit , “che prevede un’eliminazione graduale di 50 dollari per ogni 1.000 dollari di reddito guadagnato oltre i 200 mila dollari per i single e 400 mila per le coppie sposate”.

Ma il “cliff effect” è davvero difficile per i poveri, dice Greenfield. Spiega che a Denver il salario minimo è appena stato portato a 17,29 dollari. Questa dovrebbe essere una buona notizia, ma l’aumento del salario minimo ha ora fatto sì che molte famiglie stiano guadagnando troppo per beneficiare di programmi come lo Special Supplemental Nutrition Program for Women, Infants and Children, noto anche come benefici WIC.

Greenfield afferma che molti lavoratori stanno riducendo le loro ore perché non possono permettersi di perdere quegli importanti benefici WIC.

L’unico modo per evitare di precipitare in povertà a causa di disattenzioni sui comportamenti sopra illustrati è di informarsi costantemente leggendo i giornali e pianificare attentamente le decisioni finanziarie.

Non farlo è il modo in cui la maggior parte delle persone finisce in guai economici seri, indipendentemente dal fatto che siano poveri o ricchi. Educare te stesso sulle tue finanze è il modo migliore per contrastare la trappola della povertà, secondo Azzi-Lessing.

“L’alfabetizzazione finanziaria dovrebbe essere insegnata in tutte le scuole superiori per consentire ai giovani di assumere il controllo del proprio benessere finanziario e pianificare il futuro. La gestione delle proprie finanze è un’abilità essenziale nella vita che viene trascurata dalla maggior parte del nostro sistema di istruzione pubblica”, afferma Azzi-Lessing.

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domenica 12 giugno 2022

Dove si va in vacanza quest’estate? - Marco Arturi

 

Tra pochi giorni arriveranno i dati ufficiali dell’Istat sulla povertà assoluta in Italia. Vi anticipo le stime preliminari in due cifre: si parla del 7,5 per cento delle famiglie, per cinque milioni seicentomila persone in totale. Che tradotto nella lingua degli ignoranti come me significa una persona su dieci. Ma questi sono solo numeri, che non ci dicono cosa significhi davvero vivere sotto la soglia di povertà assoluta; cosa che forse molti di noi avrebbero bisogno di capire, sempre se gli avanza il tempo tra una prenotazione aerea e una cena al ristorante.

La povertà assoluta è una buca delle lettere piena da scoppiare perché chi ha più il fegato per guardarla, è uno che sta in casa ma non risponde al citofono, è un calendario appeso al muro scrostato intasato di appunti indecifrabili che guardi in continuazione sperando che i giorni della tua vita passino in fretta. È una nottata insonne seguita da un risveglio da incubo; è una domenica torrida e noiosa passata in un posto dove non c’è un cane per strada, è un gelato non comprato perché fa male alla pancia, è una macchina con la targa che comincia per DD che non può circolare nei giorni dei blocchi ecologici. È una multa raddoppiata perché chi cazzo aveva i soldi per pagarla e poi pensavo sarebbe andata meglio e invece, è i libri di tuo figlio tutti strappati e sottolineati perché li hai presi al Libraccio che chi aveva quattrocento euro da spenderci. È quando a scuola chiamano tuo figlio per dirgli che tu non sei in ordine coi pagamenti, è quando compri merda sapendo di comprare merda all’hard discount poi vai sul social e leggi le reprimende di quelli con la pancia piena che dicono che le cose costano troppo poco e che bisognerebbe comprare a chilometro zero. È uno sguardo basso di fronte a un capo che ti rimprovera di fronte ai passanti. È una camicia col collo liso, è una scarpa con la suola consumata, è i denti che mancano in bocca.

È molte altre cose ancora, come la solitudine e l’isolamento: perché in questo paese, anzi nella testa della gente di questo paese, la povertà è una colpa, un peccato da espiare, un’onta da risciacquare, un reato. Chi è povero in qualche modo – pigrizia, incapacità, ignoranza – se l’è meritata, quindi non rompesse troppo: non pretendesse aiuti da noi che lavoriamo duro e paghiamo le tasse, non si aspettasse nessun bonus che quelli servono a chi i soldi li ha già. Il cash chiama il cash e hai poco da citare i Clash, che qui siamo nella vita reale e se non ce l’hai fatta è un problema tuo.

Ecco perché nessuna prima pagina, vi anticipo anche questo, per il 9,4% di persone che in questo paese stanno sotto la soglia della disperazione: perché non ce ne frega niente. Abbiamo cose più importanti a cui badare, dalla guerra (che a qualcuno torna molto utile) a Dybala all’Inter passando per i prezzi degli ombrelloni. E a cinque referendum sulla giustizia (che nessuno andrà a votare) che non hanno niente a che vedere con la giustizia vera, che sarebbe anzitutto non lasciare solo chi è rimasto indietro.

L’importante è fingere di non vederlo, quell’uno su dieci che non ce l’ha fatta, altro che cercare di dargli una mano o pretendere che chi dovrebbe farlo lo faccia: e poi magari è povero anche perché non è stato disposto a diventare un servo come noi. E fingere di non sapere che essere povero può anche significare arrivare a pensare che la vita non valga la pena di essere vissuta. Ma questo è meglio non raccontarcelo che ci si guastano i pensieri, anzi volevo giusto chiedervi: dove si va in vacanza quest’estate?

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