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lunedì 31 ottobre 2022

La sovranità alimentare: ennesimo fallimento della sinistra rosé - Antonio Di Siena

 

“Siamo in grado di provvedere al nostro fabbisogno alimentare. Secondo alcune organizzazioni internazionali invece dovremmo vivere per sempre grazie ai loro aiuti alimentari, ma questi aiuti ci bloccano e indeboliscono le nostre volontà, e senza che nemmeno ce ne accorgiamo, piano piano, ci abituiamo così ad essere degli assistiti, dei poveracci. Questa abitudine va messa da parte, dobbiamo darci da fare, dobbiamo produrre, produrre di più, e il perchè mi sembra evidente: chi ti impone gli aiuti ti impone i suoi interessi [..] Dobbiamo far capire a tutti che i mercati africani sono i mercati degli africani. Dobbiamo produrre qui, trasformare le nostre materie prime qui e consumarle qui. Dobbiamo produrre ciò di cui abbiamo bisogno e consumare ciò che produciamo, non solo ciò che importiamo. Io e la mia squadra oggi vestiamo tessuti tutti prodotti da noi, col nostro cotone, dai nostri uomini e donne. Intendiamoci, non miro a presentare sfilate di moda, sto semplicemente dicendo che dobbiamo accettare di vivere all’africana, perchè è il solo modo che abbiamo per vivere liberi e con dignità”.

Thomas Sankara.

Quanto sta accadendo da ieri riguardo il tema della sovranità alimentare è la prova maestra di tutta la bestiale, irrimediabile ignoranza che da anni appesta il campo del centro sinistra italiano.

Un branco di minus habentes che ha scambiato un pilastro ideologico di tutti i movimenti terzomondisti, ecologisti e di emancipazione dei lavoratori dei sud del mondo per l’ennesimo pericolo fascista. Quindi, visto che la cantonata è davvero gigantesca, famo a capisse.

La prima volta che ho sentito parlare di sovranità alimentare è stato a Genova nel 2001 quando, poco meno che ventenne, incontrai una parola allora considerata fortemente di “sinistra” e il pensiero di una delle sue principali sostenitrici: Vandana Shiva. E per me, nipote di braccianti e coltivatori diretti del meridione, fu amore a prima vista. Al punto da scriverci, qualche anno dopo, addirittura la tesi di laurea in diritto agrario.

Ma cos’è la sovranità alimentare?

Volendo semplificare il concetto è il diritto di ogni popolo della terra ad alimenti e produzioni sane, nate da metodi e filiere sostenibili e legate alla tradizione, nonché il loro diritto a organizzare (e normare giuridicamente) il proprio sistema agricolo e alimentare nel rispetto degli ecosistemi, della cultura agroalimentare autoctona e della sostenibilità. È pertanto un concetto fortemente anti liberista perché al modello fatto di mercati, merci, multinazionali, ogm, sfruttamento del suolo e dei lavoratori ne contrappone un altro rispettoso dell’ambiente, dei cicli stagionali e dei coltivatori. Punta cioè a costruire un modello di produzione di filiera corta, equo, sostenibile e che consenta remunerazioni adeguate per produttori e lavoratori. È praticamente l’esatto contrario di ciò che accade oggi. E “grazie” a cui assistiamo inermi a disboscamenti massicci, sfruttamento intensivo, dissesti idrogeologici, carestie, fame e malattie. Fino ad arrivare ai nostri coltivatori costretti a svendere i loro prodotti di eccellenza - quando non a lasciarli direttamente marcire - perché strozzati dal meccanismo perverso della grande distribuzione.

La sovranità alimentare quindi è un tema ecologico, economico e socialista al tempo stesso. Perché ribaltare lo schema neoliberista delle produzioni votate all’export significa prediligere la domanda e il mercato interno. E quindi, per forza di cose, far crescere i consumi e quindi i salari. Per consentire ai lavoratori di acquistare costosi generi alimentari d’eccellenza (San Daniele, Parmigiano, pomodori Pachino ecc) compensando il mancato guadagno del produttore derivante dalla impossibilità di esportarli e venderli a peso d’oro sul mercato estero. Prodotti che gli italiani non si possono più permettere, dovendo accontentarsi di surrogati di importazione a basso costo e di dubbissima qualità. Gli unici in grado di stare in un mercato a salari bassissimi e domanda interna compromessa senza scatenare rivolte. Significa, per fare un esempio comprensibile, consentire a tutti di fare la spesa da Eataly e non alla Lidl. Almeno in teoria. Significa mettere in discussione il globalismo, il libero mercato e la moneta unica perché senza sovranità monetaria non può esserci sovranità alimentare. Significa, in altre parole, un nuovo e radicale modello di sviluppo.

E il fatto che ne parli la Meloni è solo l’ennesimo colossale fallimento di un movimento “de sinistra” che nella sua parte consapevole è incapace di parlare - e farsi capire - dalle masse. E nella sua parte inconsapevole, semicolta e antifascista di maniera che l’ha scambiata per autarchia.

Sovranità alimentare infatti non significa autosufficienza ma consumo equo e sostenibile e commercio solidale con altri paesi. Coincide con la messa in discussione dei processi di sfruttamento e con la decolonizzazione produttiva concausa, tra le altre cose, anche delle migrazioni di massa. Sovranità alimentare quindi è internazionalismo in purezza. E questo ve lo dovete ficcare bene in testa.

Beninteso, non sto dicendo che il nuovo governo declinerà il tutto nei termini sopra esposti (anche perché la mia opinione su di loro la conoscete già). Anzi.

Molto probabilmente si limiterà a campagne slogan sul Made in Italy e a qualche dazio ai paesi ostili (Cina in primis), perché la destra atlantista non può essere anti liberista giacché la NATO è da sempre il braccio armato del libero mercato. Il cannone che precede il mercante. Ma fare entrare prepotentemente il concetto di sovranità alimentare nel dibattito politico è un fatto storico di importanza capitale. Ci offre un tema di lotta dirompente in un paese che sopravvive solo grazie all’agroalimentare. Il problema è che chi questa opportunità avrebbe dovuto coglierla all’istante, appena sentita la parolina al tiggì, sta ancora una volta dando la caccia al fascismo immaginario. Unica occupazione possibile per dissimulare un abisso di ignoranza profondo come la fosse della marianne. E il proprio essere inconsapevolmente e irrimediabilmente degli stramaledetti liberisti. Tacete per una buona volta, e mettetevi a studiare sul serio. Ne avete seriamente bisogno.

da qui

mercoledì 28 ottobre 2020

La memoria di Thomas Sankara - Mauro Armanino

Sankara non è morto’. Questo il titolo del film-documentario/fiction, realizzato da Lucie Vivier e presentato in modo molto virtuale e clandestino durante il confinamento che ha colpito anche il Burkina Faso. Il passato giovedì 15 ottobre, in un centro culturale informale costruito sulla strada e dedicato a Thomas Sankara, l’ingresso era libero. Qualche bambino addormentato prima della fine, giovani e pochi adulti, hanno celebrato così l’anniversario numero 33 dell’assassinio del capitano Sankara. Il suo volto stampato sulla locandina, un paio di magliette con le citazioni più note dei suoi discorsi e soprattutto la follia della memoria, cancellata e riscritta ogni giorno, del suo tragico transito nel ‘Paese degli Uomini Integri’. Questo è il senso, infatti, del Paese che i coloni avevano, per convenienza geografica, chiamato ‘Alto Volta’. Il fiume Volta, probabilmente battezzato così da commercianti d’oro portoghesi che significa ‘svoltare, girare’, costituito da numerosi meandri, nasce nel Burkina. Il fiume è formato dal Volta Bianco e dal Volta Nero che si congiungono nel vicino Ghana. La vera ‘svolta’ è venuta però da Sankara che ha trasformato la geografia in politica: il Burkina Faso ha sostituito l’Alto Volta. Il paese degli uomini ‘integri’ è un’affermazione politica più che etica e che, con Sankara, sarebbe da subito diventata rivoluzionaria, insurrezionale.

…‘Lo schiavo che non è capace di assumere la sua rivolta non merita che si abbia pietà della sua sorte. Questo schiavo è il solo responsabile del suo destino se si fa delle illusioni sulla condiscendenza sospetta di un padrone che vorrebbe affrancarlo. Solo la lotta libera’

Lo diceva Sankara in un memorabile discorso all’assemblea delle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1984. Tre anni dopo, lo stesso mese, sarebbe stato assassinato, con la probabile complicità di un amico intimo, come sempre accade nella storia umana. I tradimenti di qualcuno sono possibili solo perché a tradire sono i più vicini, persino un popolo intero,  quando dimentica ciò che lo ha generato. Sankara sapeva che non sarebbe vissuto a lungo e, come i profeti autentici, aveva dichiarato che i suoi giorni erano contati e che si sentiva come un ciclista, sulla montagna, con un precipizio dai due lati, costretto ad andare avanti per per non sfracellarsi. Muoiono le persone ma non le idee, diceva, e non muoiono coloro che, nell’ambiguità della storia umana, mettono la vita in gioco per qualcosa più grande della loro vita. Le ragioni per vivere valgono di più della vita stessa, quando quest’ultima è obbligata a ‘strisciare’ per esistere, a rinnegarsi per sopravvivere e a tradire per perpetuarsi. Solo la lotta libera, a condizione di mettere il proprio popolo, i poveri, come propri capi.

…’Ex Africa semper aliquid novi’, sosteneva Plinio il Vecchio. Dall’Africa arriva sempre qualcosa di nuovo. Plinio riconosce che l’Africa, continente allora quasi del tutto inesplorato, a parte le sue coste mediterranee, riservava allo studioso sempre nuove scoperte e sorprese. La stessa frase, oggi, è usata a volte anche un po’ ironicamente, per significare che da qualcuno non si sa mai bene che cosa aspettarsi, ovvero ci si può aspettare di tutto. C’è del nuovo che ci arriva dal Continente africano, dal Sahel con la sua sabbia, gli ostaggi liberati e quelli ancora in cattività. L’Africa del tutto minoritaria ma significativa dei naufragi del Mediterraneo. L’Africa, col parziale declino dell’America Latina e il crepuscolo dell’Europa, è attualmente il continente più rivoluzionario di tutti, a condizioni di assumerne il grido e il cammino. Senza peraltro sottacere che non sono gli altri, i coloni e i neo-coloni, gli imperialisti o i mercanti che fanno problema. Loro fanno il loro mestiere, si capisce bene. Esattamente come i gruppi armati terroristi o insorti o banditi comuni o tutto quanto insieme con minime differenze qui nel Sahel. Non sono loro il problema. Il principale nemico dell’Africa, può sorprendere… ma sono gli africani stessi. Assurdamente sono i loro primi nemici. Lo sanno bene e per questo non si fidano di nessuno e si tradiscono, con le interessate complicità esteriori. Fanno di tutto per vanificare o soffocare ogni tentativo di trasformazione rivoluzionaria.

Altri l’hanno detto prima di me fino a che punto si è scavato il fossato tra i popoli benestanti e quelli che non aspirano che a mangiare, bere e difendere la propria dignità. Nessuno immagina fino a che punto sia il grano del povero a nutrire la vacca del ricco… (Thomas Sankara)

                                                                 Niamey, 15 ottobre 020

https://comune-info.net/la-memoria-di-thomas-sankara/

venerdì 28 ottobre 2016

Per ogni villaggio una foresta - Marinella Correggia

Forse gli eroi non esistono ma certo questo analfabeta che semina gli alberi somiglia assai all’idea di una persona normale/eccezionale che impegna la sua vita al servizio dell’umanità.


Seminare foreste per fermare l’avanzata del deserto. Hanno il respiro lungo e il passo del maratoneta le suggestioni ispirate da Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso che seppe incendiare l’Africa, ridando senso – nel continente più difficile – a una parola piegata e abusata come “rivoluzione”. Ce lo ricorda, a quasi trent’anni dal suo assassinio, un ricercatore analfabeta che, secondo fonti autorevoli, ha fatto molto per preservare il Sahel, più di tanti prestigiosi gruppi di ricerca internazionali. Negli anni Settanta, da commerciante diventò pioniere nella lotta alla desertificazione «per avere un’attività non fondata sul denaro». Yacouba Sawadogo è l’uomo che semina gli alberi e ha fatto crescere una foresta usando la strategia ecologica e sociale della Rigenerazione naturale assistita dagli agricoltori (Rna), nella quale gli alberi spontanei sono protetti perché trattengono l’umidità nel suolo e aiutano i raccolti. Marinella Correggia lo ha incontrato a Torino


«Per ogni villaggio, una piccola foresta»: uno dei tanti sogni di quell’utopista concreto che si chiamava Thomas Sankara. Ma il 15 ottobre 1987 il presidente del Burkina Faso fu assassinato e finì una rivoluzione che parlava al mondo partendo dai contadini saheliani tormentati dalla miseria e dall’avanzare del deserto. In soli 4 anni di governo – prima della restaurazione del golpista Blaise Compaoré -, i burkinabè non riuscirono a rinverdire il Sahel. Ma in tutti questi decenni, qualcuno ha portato avanti il lavoro sul campo. Seminare foreste tornerà ad essere una priorità nazionale dopo la sollevazione popolare dell’autunno 2014 che ha cacciato Compaoré e malgrado le tante contraddizioni del nuovo governo? Yacouba Sawadogo non lo sa. Ma continua a lavorare.
Chi si reca al villaggio di Gourga, deve cercare Sawadogo nel grande bosco che si estende per ettari ed ettari, ricco di acacie, pruni, datteri del deserto, leiocarpus, gomma arabica, moringa; per gli uccelli e gli altri animali selvatici, piccoli punti di acqua sparsi qui e là. Una foresta dove decenni fa non c’era nemmeno un arbusto.
Niente piantumazioni monovarietali, costose e che spesso muoiono in quell’ambiente ingrato. Lui, Yacouba, gli alberi non li pianta: li semina. Pratica la strategia ecologica e sociale della Rigenerazione naturale assistita dagli agricoltori (Rna), nella quale gli alberi spontanei sono protetti perché trattengono l’umidità nel suolo e aiutano i raccolti. Tecniche simili di coltivazione e riforestazione naturale sono portate avanti, fra gli altri, dai Groupements Naam, un’associazione di gruppi di villaggio assai diffusa in Burkina Faso.

Sawadogo ha raccontato la sua storia giorni fa a Torino e Cumiana, partecipando all’incontro internazionale «Terra madre». Ci ha spiegato che negli anni Settanta, anni di totale siccità, mentre i contadini fuggivano dalle campagne assetate, egli come un folle fece il cammino opposto. Da commerciante diventò pioniere della lotta contro il deserto, «per avere un’attività non fondata sul denaro». A Gourga allora si faceva la fame. Yacouba, da buon innovatore delle buone tradizioni, reintrodusse lo zai, un’antica tecnica tipica delle aree del nord, a più bassa pluviometria: nella stagione secca si scavano buchi regolari nei campi, per trattenere l’acqua nella successiva stagione delle piogge.
La novità ideata da Sawadogo consisteva nello scavare buche più grandi, e nel deporvi compost e letame e anche le termiti, che aiutano a smuovere il terreno. Poi si seminano cereali e specie arboree. Così, sotto le mani di Sawadogo e dei contadini affamati di Gourga ai quali offriva cibo in cambio di lavoro, migliorarono i raccolti (fino a 1,5 tonnellate di miglio per ettaro anziché 500 kg) e crebbe la foresta. Dapprima lo credono folle, i capiclan cercano di boicottarlo perché sono abituati ad assegnare in tutta discrezionalità le terre – in Burkina sono dello Stato. A un certo punto la foresta è stata minacciata perfino da un progetto di espansione immobiliare della vicina Ouahigouya, poi per fortuna fermato. Ma lui ha resistito, fedele al principio che «il valore di una persona si misura con il tempo che ci mette a desistere». Tuttora distribuisce semi e dispensa consigli e corsi di formazione a chi glieli chiede.

Migliaia di famiglie negli anni grami sono sopravvissute grazie alle sue tecniche: «Se riesce a produrre cibo a sufficienza, il paese si salverà», dice. Per Chris Reji, esperto internazionale della Rna, «Yacouba, ricercatore analfabeta, ha avuto più impatto sulla preservazione del Sahel di tanti gruppi di ricerca internazionali e nazionali». Una ricerca della Fao stima che con l’equivalente di poche decine di euro si potrebbero rimborsare le ore di lavoro e le risorse necessarie ai contadini per rigenerare un ettaro di Sahel. Ma questo sostegno, una vera restituzione internazionale a chi è vittima anche dell’ingiustizia climatica, langue. Così la tecnica dello zai continua ad avere un risvolto duro: fatica nella polvere, con le pesanti zappe in mano e il sole che batte. In mezza giornata, otto persone valide possono scavare mille zai, ma piccoli. Poi agli zai vanno associate le dighette antierosive formate da cordoni di pietra – da trasportare a mano o con la carriola. Tanta fatica, tanto tempo significano anche una diffusione inferiore a quella che sarebbe necessaria. Gli stessi Naam non hanno quasi trattori e nemmeno zappe ergonomiche.
Lo Zai può anche essere praticato con un attrezzo trainato dagli animali. E qui si apre un altro capitolo: gli asini burkinabè – da sempre compagni dello sforzo umano – sono stati decimati per anni, carne e pelli esportati verso l’Asia. Nello scorso agosto, anche grazie a una piccola campagna di pressione, il Burkina seguendo il Senegal ha introdotto una legge per la loro protezione. Ma questa è un’altra storia.

domenica 14 ottobre 2012

ricordo di Thomas Sankara - Marinella Correggia


Ecologia, femminismo, fame e povertà zero, cultura, altermondialismo, il credito e non il debito dell'Africa. A 25 anni dall'assassinio di Thomas Sankara, la rivoluzione del giovane presidente del Burkina Faso è ancora più che attuale «Lo supplicavo di proteggersi la vita, gli dicevo che un eroe morto non serve a niente. Adesso però penso che un eroe morto serva da riferimento». Così il giornalista malgascio Sennen Andriamirado, nella biografia postuma Il s'appelait Sankara sottolineava il lascito di quel Che Guevara africano diventato nel 1983 presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso ovvero «paese degli integri». Una vicenda luminosa e breve come un lampo. Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali e internazionali ebbero la meglio su un'esperienza scomoda e potenzialmente contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15 ottobre 1987: venti anni e una settimana dopo l'assassinio del Che. Come una parola d'ordine Quattro anni sono troppo pochi perché una rivoluzione sopravviva alla scomparsa violenta della sua guida, soprattutto se di tutta la testa superiore agli altri politici. E tuttavia Sankara, eroe senza corona e senza privilegi, rimane un mot de passe , una specie di parola d'ordine. Un richiamo a ideale e pratiche locali e internazionali adatti al futuro. «Se ci fosse ancora Sankara», si intitolò un convegno a Torino, nel 2007. Non c'è angolo che la rivoluzione burkinabè al tempo di Sankara non abbia esplorato: «Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo». Una sfida enorme, in quel «concentrato di tutte le disgrazie del mondo» (aspettativa di vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, poca acqua, tanta fatica) nel quale però «donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino« (dal discorso all'Assemblea dell'Onu nel 1984, v. Thomas Sankara, i discorsi e le idee , edizioni Sankara). Ma ecco un popolo, fatto al 90% di contadini e donne oppresse, tentare la fuoriuscita dalla miseria, sulla via di uno sviluppo autonomo, partecipato, egualitario, ecologico per necessità. Il paradigma sociale e culturale della rivoluzione sankarista era proiettato nel futuro. Cos'è infatti il buen vivir (o vivir bien ) ora rivendicato da diversi paesi latinoamericani se non la ricerca di un semplice benessere per tutti, nel rispetto della natura e dei beni comuni, da raggiungere con strumenti quali democrazia diretta, economia popolare, risorse endogene? «La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono un po' più felici grazie ad essa», disse il presidente a Bobo Dioulasso il 2 ottobre 1987. Sovranità alimentare nel Sahel L'obiettivo era immenso e immane in quel contesto. La prova del nove fu superata: risultati materiali inauditi in poco tempo e quasi senza mezzi. Tutto all'insegna del motto di Sankara: «Contare sulle proprie forze». Coltivare e irrigare con poche risorse per garantire due pasti e dieci litri d'acqua al giorno a ognuno. La sovranità alimentare: «Produrre e consumare burkinabè». «Operazioni commando di alfabetizzazione» degli adulti. I progetti «un villaggio un bosco, un villaggio un ambulatorio, un villaggio una scuola». Le «tre lotte contro il deserto» per un commovente Burkina verde. Il faso dan fani , abito di cotone locale lavorato artigianalmente. La «battaglia per la ferrovia». L'informazione partecipata con la «radio entrate e parlate». I lavori comunitari anche per i funzionari (un tentativo di redistribuzione della fatica). La cultura, inventare il Festival del cinema africano, le proiezioni nei villaggi, lo sport di massa per la salute... E i soggetti. La mobilitazione tentata a tutti i livelli nei comitati rivoluzionari. Al centro di tutto, i contadini e le donne, anche contro i capi villaggio e gli sfruttatori della tradizione. Presidente femminista, un otto marzo dichiarò: «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva. (...) Una società come la nostra deve lottare contro l'escissione e ridurre anche i lunghi tragitti che la donna percorre per andare a cercare l'acqua, la legna . Non possiamo parlare di liberazione della donna senza parlare del mulino per macinare il grano, dell'orto, del potere economico» (da Thomas Sankara. I discorsi e le idee , edizioni Sankara). Un presidente senza privilegi Per investire tutto nei bisogni di base Sankara impose una spending review all'osso: «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero». Senza accettare imposizioni dal Fondo Monetario internazionale (che «va oltre il controllo di bilancio e persegue un controllo politico»), l'austerità fu autogestita: stipendi modestissimi a presidente e ministri, niente sprechi di rappresentanza, vendute le auto blu, aboliti gli eventi di lusso, rimpicciolita ogni spesa amministrativa. Ma non riuscì a Thomas Sankara la lotta contro la corruzione, e contro gli abusi di potere nei Comitati rivoluzionari. L'impegno antimperialista fra i non allineati e a fianco delle esperienze rivoluzionarie. La lotta contro il debito estero e per il disarmo. Nel suo discorso di fronte ai capi di stato africani, alla Conferenza dell'allora Organizzazione per l'Unità Africana (Oua) ad Addis Abeba, 29 luglio 1987, Sankara ripeteva l'invito fatto al Movimento dei paesi non allineati tre anni prima a New Delhi: «Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. (...) Abbiamo il dovere di creare il Fronte unito contro il debito». Ma al tempo stesso tutta l'Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le armi. Le risorse liberate erano necessarie alla fuoriuscita dalla miseria e all'integrazione regionale (sul modello dell'attuale Alleanza bolivariana Alba in America Latina): «Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (...) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».