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martedì 30 settembre 2025

Crisi climatica: il cibo costa sempre di più - Luca Pisapia


Caldo, incendi, siccità, inondazioni. Gli eventi meteorologici estremi causati dai cambiamenti climatici stanno facendo aumentare i prezzi dei prodotti alimentari in tutto il mondo. E questi repentini aumenti dei prezzi del cibo hanno un impatto devastante sull’accesso al cibo per la parte più povera della popolazione. Quindi anche sulla sicurezza alimentare e sulla salute pubblica. Non solo dei Paesi del Sud del mondo, come è facile aspettarsi, ma anche di quelli cosiddetti ricchi e sviluppati dove sempre più persone vivono ai margini della soglia di povertà.

E non è finita qui. Perché l’aumento dei prezzi del cibo ha effetti anche sulla stabilità politica di interi Paesi. O di intere aree geografiche. I picchi dei prezzi portano infatti a una serie di conseguenze sociali a cascata, che possono essere nutrizionali, economiche e politiche. Perché le persone hanno sempre più difficoltà a permettersi il cibo.

E così, all’aumento dei prezzi si possono collegare le carestie nel Sudest asiatico o anche rivolte per il pane in Mozambico. O il fatto che negli Stati Uniti e nel Regno Unito, nel cuore del cosiddetto primo mondo, le fasce più povere della popolazione rinunciano ogni giorno di più a frutta e verdura, con conseguenze importanti per la salute. Basti pensare che già oggi una persona su sei negli Stati Uniti e nel Regno Unito soffre di insicurezza alimentare.

 

Eventi estremi e rincari alimentari

Tutto questo lo si evince da un rapporto pubblicato a luglio sulla rivista Environmental Research Letters. Il team di scienziati e ricercatori negli ultimi due anni ha monitorato sedici eventi meteorologici estremi –ovvero «qualsiasi evento al di fuori di quanto visto in precedenza» – e li ha collegati a specifici aumenti dei prezzi del cibo in determinate aree geografiche. Dalla ricerca, basata su uno studio precedente condotto in collaborazione con la Banca Centrale Europea e pubblicato nel 2024, emerge un quadro a tinte assai fosche.

Per capirci, il report sottolinea come il caldo estremo e le condizioni del suolo secco nell’estate del 2022 hanno portato a un aumento del 80% dei prezzi delle verdure in California e Arizona. O come la siccità tra il 2022 e il 2023 ha portato a un aumento del 50% dei prezzi dell’olio d’oliva in Spagna e in Italia. Mentre l’ondata di caldo del 2024 in Costa d’Avorio e Ghana, Paesi produttori del 60% del cacao mondiale, che hanno fatto aumentare il prezzo del cacao di oltre il 300%.

La siccità in Brasile nel 2023 ha portato a un aumento del 55% dei prezzi dei chicchi di caffè Arabica. E l’ondata di caldo in Asia nel 2024 ha raddoppiato i prezzi del caffè Robusta. Lo stesso aumento di temperature che ha fatto aumentare del 50% il prezzo del riso in Giappone. E del 30% quello di frutta e verdura in Cina. Mentre in Australia le alluvioni della primavera del 2022 hanno fatto aumentare il prezzo della lattuga addirittura del 300%.

 

Prezzi del cibo: seconda causa di morte climatica

«Possiamo osservare che esiste un ampio contesto globale per quanto accaduto negli ultimi anni, che si estende dall’Asia orientale all’Europa fino al Nord America», ha spiegato Maximillian Kotz, ricercatore presso il Centro di Supercalcolo di Barcellona e autore dello studio. «Quello che abbiamo scoperto è la prova evidente che temperature anormalmente elevate determinano aumenti dei prezzi del cibo e dell’inflazione complessiva. E che pertanto in futuro, con l’intensificarsi del caldo, ci aspettiamo di vedere sempre più aumenti di questo tipo. Il nostro articolo deve essere un invito all’azione. L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari è la seconda causa di morte dovuta agli impatti climatici, subito dopo il caldo estremo».

Raj Patel, ricercatore presso l’Università del Texas ad Austin e membro dell’International Panel of Experts on Sustainable Food Systems, ha spiegato che il principale avvertimento dello studio – ovvero che i cambiamenti climatici porteranno a ulteriori impennate dei prezzi – suggerisce che in futuro emergeranno «terribili conseguenze sociali». Patel ha fatto riferimento al numero già elevato di persone considerate insicure dal punto di vista alimentare, che si stima essere di circa 733 milioni, ovvero circa una su 11 a livello globale.

«Ovviamente, questa cifra è destinata a salire come conseguenza diretta dei cambiamenti climatici», ha concluso Patel. Anche perché le proiezioni dell’analisi condotta dai ricercatori di quindici università nell’ambito del Climate Impact Lab, un consorzio di ricerca dell’Università di Chicago, dicono che ogni grado aggiuntivo di riscaldamento globale ridurrà la capacità mondiale di produrre cibo di 120 kcal a persona al giorno. Ovvero il 4,4% dell’attuale consumo giornaliero. Se la salute e il benessere delle persone deriva da quello che mangiano, la lenta ma inesorabile scomparsa del cibo diventa quindi uno dei problemi più urgenti per questa e per le prossime generazioni.

 

Ultima Generazione contro i rincari alimentari da crisi climatica

«Dall’11 ottobre boicottiamo i supermercati: tagliamo l’Iva!». Si chiama così la campagna di Ultima Generazione che cerca di offrire una risposta al problema dell’aumento dei prezzi del cibo dovuto ai cambiamenti climatici. «La crisi climatica distrugge i nostri raccolti con alluvioni e siccità. I prezzi del cibo sono alle stelle mentre gli agricoltori vengono schiacciati dalle grandi catene di supermercati, che continuano ad arricchirsi. Il governo deve intervenire tagliando l’Iva sui beni essenziali e prendendo i soldi da chi questa crisi l’ha causata».

«Chi rompe paga. La transizione non può essere finanziata con le nostre tasse ma con le ricchezze e con i privilegi di chi ha speculato per decenni sul nostro benessere e sul nostro ambiente. È responsabilità del governo reperire le risorse dove già esistono: l’agribusiness, la grande distribuzione, i grandi patrimoni, l’industria fossile e quella militare», spiegano i promotori della campagna, che ha già ottenuto 30mila adesioni e punta a raggiungere le 100mila persone entro il prossimo ottobre.

«Il boicottaggio coordinato è una tattica potente», concludono gli attivisti di Ultima Generazione. «Coinvolge migliaia di persone e mette una pressione reale sul governo e sulla grande distribuzione organizzata. Boicottare in maniera coordinata i luoghi dove compriamo i beni essenziali (i supermercati ndr.) ci permette di mandare un messaggio: non saremo noi a pagare questa crisi. Non solo. Mettendo pressione su di loro, sia economica che d’immagine, li costringiamo a spingere il governo a tagliare l’Iva sui beni essenziali».

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giovedì 23 gennaio 2025

Eni denuncia un professore di storia per aver detto la verità - Ultima Generazione


Ultima Generazione rende noto la denuncia da parte dell’Eni contro il professore di storia Giuli per aver detto la verità e invita il presidente Mattarella, non stare a guardare mentre il Governo difende i potenti


Le chiamano querele temerarie; sono quelle denunce che le grandi aziende e uomini politici fanno a privati cittadini – in genere giornalisti – per intimidirli e zittirli. Ultimamente Eni sembra averci preso gusto. Alla denuncia ad Antonio Tricarico di ReCommon è seguita, nella giornata di ieri, la denuncia a Giuli, un professore di storia aderente ad Ultima Generazione. Qui la sua testimonianza. Le accuse, assurde e strumentali, sono di diffamazione a mezzo stampa per delle affermazioni rilasciate sui social e persino di istigazione a delinquere. Il Prof. Giuli ha denunciato, e continuerà a denunciare, il ruolo criminale di Eni nel aggravare la crisi climatica. I fatti sono chiari: è dagli anni settanta che Eni è al corrente dei rischi derivanti dalle emissioni e continua ad investire nell’estrazione dei combustibili fossili facendo affari con regimi dittatoriali. Querelare chi dice la verità è un attacco alla libertà di espressione. Ma ciò che è ancora più grave e inaccettabile è l’atteggiamento complice di un governo che non solo chiude gli occhi di fronte a questo attacco sfacciato alla libertà di espressione, ma addirittura lo facilita. Il cosiddetto “ddl sicurezza” non è altro che l’ennesimo bavaglio imposto a chi alza la voce. È vergognoso che in un paese democratico si permetta un simile scempio dei diritti fondamentali, mentre i veri responsabili degli abusi e della crisi climatica restano impuniti. Per questo chiediamo al Presidente della Repubblica di non prestarsi a una firma vigliacca del ddl Sicurezza.

Le affermazioni contestate

Quali sono le affermazioni contestate? Sono due:

  1. “Eni continua a portare avanti affari illeciti dettando politiche energetiche all’Italia e sfruttando in modo coloniale le risorse di paesi come Nigeria e Mozambico”
  2. Eni è “colpevole e criminale” affermando che “non sta rispettando alcun accordo internazionale e invece sta aumentando gli investimenti in combustibili fossili” e ancora “ Eni sapeva fin dagli anni settanta perché aveva pubblicato degli studi privati che dicevano, testuali parole che ci sarebbero state delle conseguenze devastanti se avessero continuato ad immettere anidride carbonica nell’atmosfera”


La verità è una sola

Cominciamo dall’ultima affermazione (Eni conosceva i rischi delle emissioni). Da un’ inchiesta di ReCommon infatti sono emersi report del centro di ricerche di Eni che, già negli anni settanta, avvertiva dei rischi derivanti dalle emissioni. Avvertimenti che evidentemente sono stati ignorati. Ancora, dire che Eni: “… sta aumentando gli investimenti in combustibili fossili” è dire la verità. L’organizzazione Oil Change International basandosi su documenti ufficiali di Eni, pubblica un rapporto che riporta che il 90% del capitale investito di Eni riguarda progetti di estrazione ed esplorazioni di nuove fonti fossili. In più, veniamo a scoprire come nell’anno 2022 Eni, a fronte di un miliardo investito in Plenitude (il segmento “rinnovabile delle sue attività”) ha investito 15 miliardi nel segmento legato ai combustibili fossili. Dunque dire che Eni “sta aumentando gli investimenti in combustibili fossili”, fregandosene dei parametri stabiliti in sede internazionali per arrestare la crisi climatica, è dire la verità. Quanto all’accusa di “colonialismo”. Eni ha forti interessi in Africa, nei paesi citati dal Prof. Giuli, Nigeria e Mozambico, ma ha proficui rapporti anche con l’Egitto, cioè con un regime dittatoriale e spietato che, tra i tanti crimini, si è reso responsabile della morte del ricercatore italiano Giulio Regeni; è stata proprio la denuncia di questi rapporti a portare alla denuncia per diffamazione di Antonio Tricarico.

Eni, lo strapotere del fossile

Il maggior azionista di Eni è lo stato Italiano, attraverso il ministero di Economia e Finanza. Eppure si ha l’impressione che il rapporto gerarchico sia al contrario , cioè che sia Eni a dominare l’Italia. Claudio Descalzi è un uomo potentissimo, benvoluto da destra e sinistra (è ad di Eni da dieci anni, “sopravvissuto” a quattro governi), certamente molto più influente del Ministro dell’Ambiente Picchetto Fratin. Eni inoltre ha costruito un’immagine di fiducia con gli italiani, colonizzandone (è proprio il caso di dirlo) l’immaginario, attraverso le pubblicità greenwashing e le sponsorizzazione ai grandi eventi culturali (Sanremo, concerto del Primo maggio) e sportivi.

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mercoledì 24 gennaio 2024

Apologia del vandalismo nonviolento

 

La giustizia è di classe, forte coi deboli: debole coi forti, debole coi ricchi: forte coi poveri, debole con i ladri specie se politici, debole con gli inquinatori: forte con gli inquinati. Forte con gli inquinati: repressiva contro gli ambientalisti. A cui è concessa tutta la libertà di lamentarsi ma… 

lunedì 17 aprile 2023

Nessuna opera d’arte si è fatta male. Il pianeta invece brucia! - Eliana Como

Giù le mani dagli ecoattivisti di Ultima Generazione minacciati dalla repressione su misura del governo Meloni

Dalla discussione del Consiglio dei Ministri di ieri, a margine del DEF (il documento di programmazione finanziaria del Governo), sono uscite due proposte. Entrambe sono espedienti per distogliere l’attenzione dal fatto che il Governo, da un lato, non mette in programma le risorse che aveva promesso al mondo del lavoro, a partire da salario e pensioni; dall’altro, non riesce a risolvere politicamente alcuni dei temi politici più urgenti del paese, a partire dall’ondata migratoria che proviene dalla Tunisia e dalla crisi energetica. Come per il decreto rave, se non riesci a risolvere un problema, la cosa più facile è brandire il pugno di ferro e gestire la politica come fosse un problema di ordine pubblico. Ti inventi un nuovo reato, una nuova emergenza, un’altra ondata di repressione e criminalizzazione.

È così che ieri sono uscite dal Consiglio dei Ministri queste due proposte: l’istituzione dello stato di emergenza sull’immigrazione (si parla addirsi di una possibile chiusura della frontiera con la Slovenia!) e un pesante inasprimento delle pene (retroattivo!), cucito addosso agli attivisti e alle attiviste di Ultima Generazione e di altri gruppi simili, definiti in senso dispregiativo «ecovandali».
Nella bozza, si legge: «Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili o non fruibili beni culturali o paesaggistici propri o altrui è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 20 mila a euro 60 mila». (…) «Chiunque deturpa o imbratta beni culturali o paesaggistici propri o altrui, ovvero destina i beni culturali a un uso pregiudizievole per la loro conservazione o integrità ovvero ad un uso incompatibile con il loro carattere storico o artistico, è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10 mila a euro 40 mila». I proventi delle sanzioni saranno devoluti al Ministero della Cultura per il ripristino dei beni, «a prescindere dall’appartenenza pubblica o privata dei medesimi».

Come è ovvio, il reato esiste già. È l’articolo 733 del Codice Penale e incrimina «chiunque distrugga, deteriori o comunque danneggi un monumento o altra cosa propria di rilevante pregio, purché ciò cagioni un nocumento al patrimonio archeologico, storico o artistico della nazione». Quello che viene introdotto è un inasprimento severo della pena e soprattutto un messaggio di tolleranza zero verso le iniziative dei gruppi per la giustizia climatica, ormai sempre più noti e evidentemente importanti, altrimenti non servirebbe tanta enfasi per provare a fermarli.
Se il Governo impiegasse altrettanta determinazione nel dare risposte ai temi della siccità, della transizione energetica e della crisi climatica, forse saremmo un paese migliore. Anche se venisse usata altrettanta fermezza contro chi inquina, devasta, saccheggia, cementifica, distrugge valli, fiumi, laghi, territori interi.
Peraltro i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione non sembrano così facili da piegare e se il Governo pensa che si lascino impaurire tanto facilmente, a occhio e croce, pecca di sottovalutazione, non soltanto di loro, ma soprattutto della causa che stanno portando avanti. Il pugno di ferro e l’olio di ricino non funzionano sempre e, a volte, la repressione non rende più debole la militanza, ma al contrario la irrobustisce. Soprattutto se è in gioco la salvaguardia del pianeta e il futuro stesso di una generazione che mette in conto di essere «l’ultima».

La scelta di criminalizzazione del consenso non è certo imprevedibile da parte di questo Governo. Va però detto che questa decisione è frutto del clima di caccia alle streghe che è montato in queste settimane contro le iniziative di Ultima Generazione, sui social, nell’opinione pubblica e in larga parte nella rappresentanza politica, in modo abbastanza trasversale. Il punto è la loro scelta di usare anche monumenti, opere d’arte e palazzi storici come mezzi per veicolare al grande pubblico le loro azioni. Scelta in tutta evidenza efficace per uscire da quel cono d’ombra in cui altrimenti rimarrebbero, come infinite altre vertenze e cause. Non certo per colpa loro, ma a causa di un sistema di informazione che difficilmente ti dà ascolto se non usi metodi eclatanti, indipendentemente da quanto sia importante e urgente quello che denunci.
Premetto che amo l’arte, ne studio la storia e mi appassiona il mondo del restauro, ma questo clima mi porta a una considerazione, forse non popolare. Questa diffusa indignazione intorno alla difesa dell’arte e alla sua intoccabile importanza mi pare, a volte, più perbenista che convinta. Anche perché c’è un incontrovertibile dato di fatto: ad oggi, dopo mesi di iniziative del movimento sulla giustizia climatica, nessuna opera d’arte «si è fatta male». Il pianeta, il clima, la natura, nel frattempo, hanno invece continuato a bruciare.
A me pare incredibile che si dovesse attendere che un gruppo di ragazze e ragazzi decidesse di metterci in guardia sul collasso del pianeta per accorgerci di quanto siano inviolabili e preziose le opere d’arte di questo paese.
Se ci si indigna per i danni prodotti dalla iniziative di Ultime Generazione sulle opere d’arte, danni che oggi si approssimano allo zero, perché invece si rimane più o meno indifferenti ai danni causati dal turismo di massa, per esempio, a Pompei? Alle alluvioni nel parco archeologico della piana di Sibari. All’inquinamento che quotidianamente rovina opere all’aperto nelle nostre grandi città.

Lo sapete, tanto per dire, che la Piramide Cestia a Roma è solo recentemente tornata bianca, perché dopo decenni di inquinamento era talmente annerita da attirare l’attenzione di un ricchissimo mecenate orientale ossessionato dal bianco, che ha deciso di finanziarne a sua spese il restauro?
Perché a Roma istituzioni e opinione pubblica insorgono perché non sopportano di vedere l’acqua nera di carbone vegetale nella Barcaccia di Piazza Spagna, ma non gli interessa se il giorno dopo i turisti ci buttano dentro bottiglie vuote come fosse un cestino della spazzatura. Perché, per fare un altro esempio, l’opinione pubblica ha più o meno taciuto quando si è deciso di costruire la metropolitana sotto il Colosseo e i Fori Imperiali?
L’arte è preziosa e inviolabile, è necessaria come ogni bene comune, è insostituibile come l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, vale più di ogni pozzo di petrolio al mondo. Allora perché un paese come questo, che ne è una delle più antiche culle, normalmente la trascura, la lascia all’incuria, la consegna come se niente fosse al mercato, la sfrutta a uso e consumo del turismo di massa, costringe chi ci lavora a precarietà, bassi salari, catene infinite di appalti e subappalti, lavoro gratuito e gavette infinite. Perché opinione pubblica e istituzioni se ne accorgono solo quando Ultima Generazione la usa come veicolo per comunicare che un bene per definizione ancora più prezioso e primario come il pianeta stesso sta per implodere.
A me pare ipocrita questo meccanismo. E mi fa infuriare ancora di più quando proviene da sinistra. Da destra me lo aspetto: chi si schiera con le multinazionali del fossile, perché dovrebbe perdere l’occasione di attaccare il movimento per la giustizia climatica. Non mi aspetto chi invece si professa progressista, democratico e ambientalista, chi da un lato dice che hanno ragione i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione, d’altro li biasima perché usano l’arte in modo provocatorio.
La cosa che più mi fa infuriare è il paternalismo di coloro che dispensano giudizi e consigli come Gesù nel tempio. «Avete ragione ma sbagliate nei metodi che usate!»

Erano allora giusti i metodi che abbiamo usato noi e ancora prima la generazione precedente alla mia e ancora indietro? È stato giusto sottovalutare gli scienziati che ci dicevano decenni fa che così il pianeta non reggeva?
Secondo me, una volta ogni tanto, dobbiamo essere noi a fare autocritica e ammettere che siamo noi quelli che hanno sbagliato, perché anche se lo sapevamo da sempre, abbiamo lasciato correre il conto alla rovescia di quanto mancava alla fine del mondo, tanto era lontano. Ora, questi ragazzi e ragazze non possono più fare finta di niente, sono «ultima generazione». E davvero pensiamo di avere l’autorità di consigliare, giudicare, venire a dire loro che sbagliano, peggio ancora, lasciare che un governo di destra radicale li criminalizzi.
Sarò provocatoria, ma se pensiamo che abbiano ragione, se pensiamo che non c’è più tempo, che è esaurito anche il tempo della sensibilizzazione, se pensiamo che i governi non hanno più tempo di rimandare, se pensiamo che la salvaguardia del pianeta non possa più essere graduale né indolore e che ambiente e profitto saranno su due lati opposti del tavolo. Insomma, se hanno ragione, dobbiamo difenderli, appoggiare le loro lotte e al limite ammettere che sono responsabili perché la zuppa di pomodoro l’hanno lanciata sul vetro e non sulla tela di Van Gogh invece che sul vetro. Non dobbiamo accusarli ma ringraziarli per quanto sono intelligenti nel decide di essere provocatorii, si, ma non violenti. Altro che 40mila euro di multa.
Anche perché, se trasmettere l’arte ai posteri è un dovere assoluto dell’umanità, la prima preoccupazione che dobbiamo avere è che ci sia un pianeta da tramandare alle generazioni future.

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