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mercoledì 7 agosto 2024

Perché gli italiani, puristi del caffè espresso, ordinano il ginseng al bar? - Paolo Ferraresi


di Paolo Ferraresi, presidente dei Comitati consultivi misti dell’AUSL di Bologna

Siamo moralisti dell’espresso con un compromesso, il dannato ginseng. Il non caffè, processatissimo, falso come Giuda fin dall’infinitesimale percentuale di ginseng stesso tra gli ingredienti.

No il caffè non mi piace, preferisco un ginseng. Tazza grande o tazza piccola? Ma è già zuccherato? Che siate o no tra gli amanti di questa alternativa al bar, vi sarete di certo accorti come questa sia un’abitudine in crescita costante: fatta eccezione per le vere e proprie caffetterie e specialty coffee, non c’è locale che sia privo ormai della macchinetta per erogare la miscela nocciolata/caramellata/non-ben-identificata che gli italiani apprezzano sempre di più, e che ormai riconoscono come una normalissima scelta accanto a cappuccino, espresso, macchiato e tè.

Come siamo arrivati a questo punto, e come sia possibile che proprio qui abbia attecchito una bevanda del genere è un mistero: non eravamo noi, sul globo terracqueo, i più puristi dell’espresso? Quelli che “Starbucks fa schifo perché non vende caffè ma dessert” (in riferimento ai “venti” e ai “grande” fantasiosi che la Sirena propone in tutto il mondo)? Eppure siamo qui, che al mattino al posto dell’espresso in purezza da veri duri scegliamo il ginsenghino (d’altronde siamo gli stessi che sottostimano la margherita fatta all’estero ma in Italia apprezzano tacitamente la presenza della pizza con wurstel e patatine su tutti i menu).

La promessa di energia extra

Senza dubbio, il ginseng come alternativa al caffè è nato nei primi anni duemila grazie a una comunicazione marketing geniale. Sì perché ricordo bene che nessuno puntò sul gusto o sul piacere di un nuovo sapore, bensì su quella “percentuale di ginseng” che teoricamente avrebbe dato la stessa carica del caffè ma senza essere vincolati alla caffeina. Non dico che volessero sembrasse una cosa salutare, ma il concetto mistico della radice naturale che ti migliora la concentrazione e “tonifica” era ben presente. Peccato che, esattamente come il caffè, nemmeno il ginseng è un alimento che di fatto ci appartiene.

–   Per noi è una novità, la versione ultra-commerciale e ultra-processata di un ingrediente usato invece da millenni altrove. Questa pianta è originaria dell’Asia orientale e del Nord America, ed è conosciuta per le sue proprietà medicinali. La radice di ginseng è infatti utilizzata nella medicina tradizionale cinese per migliorare l’energia, la concentrazione e il benessere generale. Da qui, i vari integratori per una resa maggiore nello studio, fino ad arrivare anche al ginseng al bar fatto per chi crede in un effetto analogo ma facendo colazione. Insomma se il boom di panacee commerciali come l’Aloe Vera messa ovunque e i semi di Chia come presenza fissa in yogurt e pudding ha attratto per poco tempo, incredibilmente il ginseng del bar in Italia perdura.

Molto meglio l’orzo, a questo punto

Il periodo dell’orzo è lontano, quasi nostalgico: c’è ancora, molti bar hanno a disposizione la macchinetta erogatrice del caffè d’orzo, ma è impolverata e messa nell’angolo come Baby in Dirty Dancing. Quella che eroga ginseng, invece, è sempre bella fresca e attiva. Non sveliamo nulla di inedito o straordinario affermando che gli ingredienti del ginseng sarebbero da evitare, tra aromi, latte in polvere, stabilizzanti, una quantità esagerata di zucchero.

Senza considerare il fatto che (oltre al danno, pure la beffa) la percentuale di ginseng è talmente infinitesimale da perdersi come un granello di sabbia nel Sahara. Fosse almeno una percentuale bassa ma di “nettare puro” o dell’essenza estratta dalla radice mistica sarebbe anche accettabile. Invece no: è il ricordo di radice di ginseng, che nulla può fare per la nostra concentrazione e la nostra rigenerazione cellulare. Non ha alcun “potere tonificante”, non fa nessuna “sinergia con il caffè” e di certo non è “più salubre della caffeina”.

Ginseng anche a casa, non solo al bar

Talmente normalizzato e diffuso, il ginseng, da non riguardare più solamente la sfera della pausa caffè al bar. Ha invaso anche le case, a suon di preparati solubili, di capsule adattabili per le macchinette del caffè, addirittura di miscele al ginseng prodotte da grandi marchi (Lavazza, per esempio, ma non è l’unica).

In quest’ultimo caso diciamo che la cosa può essere anche interessante: conferire alla moka o al caffè filtro un’aromaticità differente, come chi aggiunge un pizzico di cannella per esempio, non è un reato. Sui preparati solubili invece meglio non addentrarci in considerazioni troppo caustiche: le etichette parlano già di per sé.

da qui

giovedì 4 luglio 2024

L’INFERMIERE DI FAMIGLIA RESTA ANCORA UNA RIVOLUZIONE MANCATA

 

a cura di Paolo Ferraresi, presidente dei Comitati Consultivi Misti dell’AUSL di Bologna

La nuova figura è cruciale per le cure sul territorio e a casa dei pazienti. Il fabbisogno minimo è di 20mila operatori, ma al momento ne sono operativi circa 3mila. Intanto le regioni si muovono in ordine sparso.

L’infermiere di famiglia è uno dei nuovi protagonisti della sanità del territorio: quell’assistenza cioè che dovrebbe avvicinare le cure a casa dei cittadini, evitando così che questi ingolfino ospedali e pronto soccorso.

Lì dove s’è già è diventato un punto di riferimento soprattutto per i pazienti cronici e gli anziani con più patologie. Ma oggi questa figura così importante è in realtà ancora una comparsa e rischia di restarlo per molto tempo ancora, nonostante il PNRR e il conseguente DM77 (il decreto che nel 2022 ha delineato gli standard della nuova sanità territoriale) faccia affidamento sull’ “”infermiere di famiglia e comunità”” (questa la denominazione ufficiale) per aiutare i pazienti a casa, negli ambulatori e nelle Case di Comunità, che stanno finalmente per aprire i battenti, grazie ad i fondi europei del Piano di ripresa e di resilienza.

–  A dirlo sono soprattutto i numeri dei 19.617 infermieri di famiglia previsti come minimo fabbisogno da questi standard (uno ogni 3.000 abitanti) ma ne sono operativi poco più di un decimo: l’ultima rilevazione dell’AGENAS, l’Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali, parlava di soli 1380 in servizio. “”Oggi sono di più, in diverse Regioni, come ad esempio La Lombardia, sono cresciuti, ma il numero complessivo si aggira sui 3000 infermieri di famiglia. Siamo ancora molto lontani dal target previsto””, assicura Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione Ordini Professioni Infermieristiche. Tra l’altro una volta tanto le risorse ci sono pure: le prime sono state stanziate nel 2020, con il decreto Rilancio, con fondi sufficienti ad assumerne oltre 9000, poi la legge di bilancio del 2022 ha messo in pista fondi pluriennali per le assunzioni nella sanità territoriale, senza neppure dover scontare i paletti del tetto di spesa delle assunzioni. Ma la situazione è cambiata poco. I problemi essenzialmente sono due aggiunge Mangiacavalli:

1) il fatto che gli infermieri sono introvabili e se lo sono per gli ospedali lo sono anche per il territorio.

2) il secondo e più complessivo è legato al fatto che manchi un percorso specifico per questa figura, che non deve partire solo dall’informazione per cui va immaginata anche una laurea magistrale, ma da un trattamento economico e di carriera, che valorizzi anche questa tipologia di infermiere come altre figure specializzate.

Invece, già a partire dai concorsi che vengono banditi, oggi si cercano genericamente solo degli infermieri.””

Nel frattempo, come spesso accade nella, sanità italiana, le Regioni si muovono in ordine sparso: c’è il Veneto che è l’unica Regione che ha normato in tutti gli aspetti la figura dell’infermiere di famiglia e/o comunità (IFEC o IFOC che dir si voglia) dalla valorizzazione delle competenze al percorso di formazione, ma altre regioni quali Friuli, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, hanno previsto norme ad hoc per questa figura. Nel resto delle regioni vi sono riferimenti normativi oppure mancano del tutto, come è nel caso di Umbria, Molise e della Provincia di Bolzano.

A provare a disegnare un identikit definitivo dell’Infermiere di Famiglia e Comunità è stata di recente l’AGENAS, con le sue linee di indirizzo, dove si prevede che lavorerà a livello ambulatoriale, domiciliare o più in generale nella comunità: non solo come un “”erogatore di assistenza, ma anche come potenziale attivatore di servizi assistenziali””.

In questo ruolo si integra con “” i professionisti presenti nella comunità, medici di medicina generale/pediatri di libera scelta, assistente sociale, professioni sanitarie tecniche della prevenzione e della riabilitazione, e infermieri di assistenza domiciliare integrata (A.D.I.)””

Il percorso formativo prevede il conseguimento di un master universitario di primo livello ad hoc, ma potranno accedere a questo ruolo infermieri che lavorano già in ambito territoriale e abbiano maturato un’esperienza almeno biennale.

“”Ecco, ripartiamo da questo documento e facciamo che le Regioni lo facciano proprio per dare finalmente una spinta a questa figura”” conclude la Presidente degli Ordini Degli Infermieri Barbara Mangiacavalli.

MARZIO BARTOLONI – IL SOLE 24 ORE del 31 ottobre 2023

Post Scriptum 1

Secondo il regolamento del DM77 gli IFEC O IFOC nella nostra Città Metropolitana avrebbero dovuto essere almeno uno ogni tremila abitanti, cioè 297.  In realtà, fino a qualche mese fa erano circa 20.

–  I primi 20 professionisti hanno preso servizio nelle Case di Comunità, nel micro aree e nei Centri di salute mentale: sette nel distretto di Bologna città, tre in pianura est, due in pianura ovest, tre nel distretto di Reno-Lavino-Samoggia, due nel distretto Savena-Idice e infine tre in Appennino.

–   La cifra di 20 IFEC sembra però destinata a non dover aumentare. La nostra AUSL afferma che per ora la loro quantità è più che sufficiente. Non ci è dato di capire se il problema sia strettamente economico finanziario oppure se, nelle pieghe della Sanità Territoriale Metropolitana, siano già presenti in quantità sufficiente infermieri specializzati da utilizzare come IFEC/IFOC

–   La nostra AUSL afferma che comprendendo gli infermieri impiegati nell’Assistenza Domiciliare Integrata (A.D.I.) che è un servizio che non tutte le Regioni hanno o nell’assistenza territoriale del post-acuzie, si raggiunge facilmente la cifra indicata del DM77 –

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Post Scriptum 2

Questo articolo però sugli IFEC finalmente ci dà ragione sulle risorse stanziate negli anni passati sulla figura degli infermieri. Sappiamo che negli anni trascorsi, con la gestione della sanità del Ministro Speranza, erano stati stanziati fondi per l’assunzione degli Infermieri.

–   Al fine di assicurare l’implementazione degli standard organizzativi, quantitativi, qualitativi e tecnologici ulteriori rispetto a quelli previsti dal PNRR per il potenziamento dell’assistenza territoriale, era stata autorizzata dal Ministro Speranza nel marzo 2022 la spesa per il personale di 90,9 milioni per l’anno 2022, 150,1 milioni per l’anno 2023, 328,3 milioni per l’anno 2024, 591,5 milioni per l’anno 2025, in deroga ai tetti di spesa.

–   I più ad integrazione dei fondi del PNRR erano stati previsti stanziamenti statali di 500 milioni ogni anno dal 2022 fino al 2026 per i costi del personale, relativi all’assistenza domiciliare, cioè infermieristica.

–   Sicuramente dal 2023 tutti questi fondi sono stati cassati dal governo Meloni, però dal Decreto Rilancio del 2020 fino all’Audizione di Speranza del febbraio 2022 alla Commissione Affari Sociali, è probabile che circa un miliardo di fondi siano stati stanziati ad hoc nel Paese per l’assunzione di personale, in particolare infermieristico, ma non si è mai potuto sapere che fine abbiano fatto.

–   Quasi sicuramente saranno finiti nel pozzo senza fondo delle spese sostenute dalle Regioni per combattere la Pandemia del Covid, ma, se fosse vero, almeno queste ultime non avrebbero dovuto lasciarlo  per sottinteso, e avrebbero dovuto chiarire ai cittadini e utenti come purtroppo in quali altri capitoli di spesa socio-sanitaria siano stati spostati quei finanziamenti, in realtà di primaria importanza per l’assistenza territoriale e in particolare per il sostegno all’utenza anziana con cronicità.

di Paolo Ferraresi, Comitati Consultivi Misti dell’AUSL di Bologna

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