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giovedì 1 ottobre 2026

L’isola dei tesori - Mauro Armanino


Da Socrate, il cane nato in fabbrica, al mendicante di Piazza dell’Annunziata, fino alla piccola Natasha morta di fame: un viaggio tra le vite a cui attribuiamo valore e quelle che il nostro mondo ha imparato a non vedere.

L’avevo chiamato Socrate ed era nato in fabbrica. Sua madre, una cagna aperta all’ecumenismo, aveva partorito nell’officina meccanica della fabbrica nella quale lavoravo. In quei tempi non c’era la video- sorveglianza, i cronometri per misurare le pause per il caffé  e si esercitava perfino lo sciopero del rendimento. In alcuni fine settimana, nel turno di notte, in certi reparti si poteva anche arrostire la carne e bersi un bicchier di vino in compagnia. I guardiani e i padroni sapevano tutto ma c’erano le lotte sindacali e anche spazi di umana convivenza. Quello che sarebbe stato chiamato Socrate era l’unico cucciolo nero della nidiata multicolore custodita, con affezione, dagli operai e capi dell’officina meccanica dello stabilimento. Socrate, malgrado un nome altisonante è rimasto sempre piccolo e nero. Non si dava arie e stava al suo posto accanto al pollaio sulla riva del torrente. Qualche volta correva con me quando andavo in collina a zappare le fascie di terra per la semina.

Proprio accanto alla nota Piazza dell’Annunziata a Genova, a destra sulla strada che sale verso l’Albergo dei Poveri, non passa inosservata la scritta di una vetrina. Vi si legge ‘ L’isola dei tesori’. Appetibile titolo che gioca sulla prossimità col titolo del famoso romanzo per ragazzi di Robert Louis Stevenson, ‘L’isola del tesoro’, pubblicato nel 1881 o 1882. Solo che, avvicinandosi, si nota il disegno di alcuni cani e la minuscola scritta ‘dove gli animali sono preziosi’. A Gaza, nel Sudan, in Ukraina, nella Republica Democratica del Congo, in vaste porzioni della Nigeria e nel Sahel questa scritta non sarebbe stata neppure concepibile. Sono tornato l’anno scorso dal Niger dove, secondo il recente rapporto del Programma Mondiale dell’Alimentazione, nel 2026 quasi due milioni e mezzo di persone si trovano in grave insicurezza alimentare. Di queste un milione e 600mila bambini in stato di malnutrizione acuta. Nè il negozio nè la scritta sarebbe stata pensabile nell’altro mondo citato.

Mentre mi trovavo in missione fuori dal Paese Socrate è morto. E’ stato sepolto nel greto del fiume dove ha trascorso, con filosofia, la sua vita canina senza attese e pretese. Vivrà forse coi suoi simili in un paradiso riservato a queste creature forse senza padroni o guinzagli, giocando a fare i cani normali. A Genova se ne possono contare circa 181. 000, registrati all’anagrafe canina mentre stime locali e regionali recenti suggeriscono all’incirca 90.000 esemplari. In Italia si spende in media tra i 1.200 e i 1.300 euro all’anno per il mantenimento del cane. La cifra cambia in base alla taglia dell’animale e alla cura della salute. Il cibo è la spesa più alta e le visite di base, i vaccini e altri prodotti hanno un costo importante che può naturalmente variare a seconda del cane e le possibilità finanziarie del padrone. Mantenere un gatto, invece, risulta meno oneroso perchè costa in media 767 euro all’anno, fatti salvi gli imprevisti. Non sono naturalmente contabilizzati i circa 6.000 gatti randagi recensiti in città.

Nell’isola dei tesori del negozio di Piazza dell’Annunziata sono preziosi gli animali mentre, se salite la scalinata che porta alla basilica omonima, accanto alla porta d’ingresso, noterete una statua di bronzo. Dal 2023, donata dallo scultore Timothy Schmalz alla comunità di sant’Egidio, essa rapprenta un mendicante sotto il quale si nasconde il Cristo, nell’atto di chiedere l’elemosina. Nella propria vita, in fondo, non si tratta altro che di scegliere tra ciò è prezioso e ciò che è forse utile ma futile. Soprattutto si tratta di rieducare il nostro sguardo e di intercettare, nei propri simili, quanto di prezioso si trova nascosto dietro i pregiudizi e le esclusioni. Il mendicante con la ciotola e la mano tesa è l’altra isola del tesoro che, raggiunta, può rendere preziosa la nostra vita. Natasha, bimba della Sierra Leone giunta a Niamey con la madre durante il mio soggiorno, aveva un anno quando è morta di fame sulla strada. Nulla di più prezioso che la sua breve vita rapita dal vento.

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mercoledì 8 luglio 2026

I nascenti poli africani nella produzione di farmaci - Mauro Indelicato

L’obiettivo principale delle autorità sanitarie africane negli ultimi anni è quello di raggiungere una sempre maggiore autonomia. Per farlo, da più parti e da più tempo viene sottolineata l’importanza di avviare una propria produzione interna di prodotti farmaceutici. Attualmente le cifre appaiono piuttosto impietose: in media, secondo l’Oms, il continente importa tra il 70% e il 90% dei farmaci riguardanti il proprio fabbisogno. Se si parla poi dell’importazione dei principi attivi, le percentuali arrivano a quasi il 95%. Esistono alcuni esempi virtuosi di filiere produttive avviate in territorio africano, ma appaiono più che altro come piccole enclavi sparse a macchia di leopardo. Significativa l’incidenza dell’industria farmaceutica sudafricana, egiziana e marocchina, ancora molto indietro gli altri Paesi. Qualcosa però sembra iniziare a muoversi.

I poli africani di sviluppo dell’industria farmaceutica

Secondo i dati dell’Italiana Trade Agency, la quale a sua volta riprende quelli delle agenzie ufficiali del governo di Pretoria, in Sudafrica sono di più i farmaci prodotti all’interno del proprio territorio che quelli invece importati. In particolare, almeno il 70% del fabbisogno sudafricano è soddisfatto dai produttori locali, il 30% invece è la quota di farmaci presa dal mercato internazionale. L’industria farmaceutica sudafricana è la più importante del continente, del resto anche il suo sistema sanitario nel suo complesso è generalmente considerato il più affidabile. In poche parole, il Paese vanta una lunga tradizione nel comparto farmaceutico e sanitario e questo è riflesso dai dati relativi alla produzione interna di medicinali. Ci sono però alcuni elementi contrastanti da tenere in considerazione e che, a loro volta, appaiono come emblema della situazione in tutto il continente. A partire dal fatto che sono molto poche le esportazioni e, soprattutto, che la quota delle importazioni aumenta di anno in anno. Se anche il Sudafrica vede quindi aumentare la necessità di prendere dall’estero i farmaci, vuol dire che occorre attuare significative riforme in tutto il continente.

 

Lo stesso discorso vale per l’Egitto e per il Marocco. Il Cairo rappresenta un fondamentale hub per il nord Africa e i dati parlano anche di una minima ma importante quota di esportazioni, orientate soprattutto verso l’area del Magreb e in minima parte verso il medio oriente. Il Marocco, dal canto suo, appare come un riferimento importante per la produzione di vaccini. Gli investimenti nel settore sono cresciuti subito dopo il periodo Covid, oggi il Paese può vantare almeno 40 stabilimenti farmaceutici. Ma la scommessa di Rabat, è quella di investire ulteriormente per competere con lo stesso Egitto. L’intenzione, da parte dei tre principali poli farmaceutici africani, è di dare ulteriore sostegno al settore: in una fase in cui l’Africa scommette sull’offerta interna e vede crescere la domanda di prodotti farmaceutici, i tre Paesi di riferimento vorrebbero guidare il mercato locale.

I Paesi emergenti

La buona notizia per l’Africa è che, nonostante diverse difficoltà e innumerevoli limitazioni, ci sono anche altri Paesi intenzionati ad accrescere i propri investimenti nella produzione farmaceutica. Segno anche di un certo cambio di mentalità: il continente ha oggi intuito l’importanza di dipendere sempre di meno dalle importazioni. Nigeria e Kenya sono i due Paesi che più di tutti stanno premendo per aumentare il sostegno al settore. A Lagos, così come a Nairobi, si sta puntando a diventare un’alternativa all’industria sudafricana per l’Africa sub sahariana. Particolarmente importante l’investimento che il governo keniano negli ultimi anni ha effettuato sulla produzione nazionale di farmaci di base, percepita come un’esigenza inderogabile. Dibattiti sull’importanza di spingere l’industria farmaceutica sono nati anche all’indomani della chiusura dello Stretto di Hormuz, episodio che ha mostrato ulteriormente la vulnerabilità del sistema africano dipendente dalle importazioni.

Rimanendo nell’Africa sub sahariana, anche l’Etiopia da almeno un decennio ha intensificato i propri investimenti. Del resto, spendere per impiantare nuove industrie costa meno delle importazioni: Addis Abeba deve infatti acquistare dall’estero l’85% dei fermaci che servono per il fabbisogno di una popolazione da 110 milioni di abitanti. Nel 2015, il governo ha adottato un piano di azione decennale per lo sviluppo dell’industria farmaceutica locale: il piano, compreso all’interno del National
Strategy and Plan of Action for Pharmaceutical Manufacturing in Ethiopia 2015-2025
, ha messo sul piatto incentivi alla produzione locale. Più di recente, il governo si è impegnato per il completamento dei lavori del Kilinto Industrial Park. Si tratta di un complesso industriale, situato a 37 km da Addis Abeba, quasi interamente dedicato al settore farmaceutico. Una vera e propria “incubatrice” per decine di start up impegnate nella produzione locali di farmaci.

Particolarmente interessanti poi i casi di Ghana e Botswana. Il primo da tempo produce internamente almeno il 30% dei prodotti destinati al proprio uso farmaceutico, con una piccola ma non secondaria quota riservata all’export soprattutto verso Camerun, Costa d’Avori e Gambia. Diversi piani finanziati sia dal governo che dai privati, mirano all’ampliamento della quota di farmaci prodotti localmente. In Botswana, il governo ha deciso di puntare sulla produzione interna dopo la crisi sanitaria esplosa lo scorso anno, quando il default del proprio bilancio e l’aumento dei prezzi internazionali ha lasciato per settimane il Paese quasi senza farmaci.

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giovedì 5 febbraio 2026

Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta in Africa e smonta un rapporto di potere - Stefano Pancera

 

Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota mensile, si potesse “cambiare una vita”.

Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le donazioni — pratica nota da anni come poverty porn — non sono affatto neutrali. Producono immaginari, rafforzano gerarchie e raccontano l’Africa come un luogo di privazione, piuttosto che come uno spazio di organizzazione sociale.

Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito l’identità di molte grandi Ong occidentali attive in Africa, Asia e America Latina. Per mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero bimbo” è stata considerata intoccabile: una formula semplice e rassicurante composta da un bambino, un donatore e una promessa.

Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso, ma ha anche cristallizzato un’immagine distorta del continente africano: una terra fragile, dipendente e in perenne attesa.

Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo ha incarnato questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale approccio non è più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico nel mondo della cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo storico programma di sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di un’epoca passata. Non si tratta di accuse esterne, bensì di un’autocritica necessaria. È un passaggio complesso e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo della cooperazione internazionale e mette in discussione un sistema che ha garantito entrate stabili per decenni.

 

Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un bambino in un Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e fotografie. È tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino tramite una foto generi una relazione asimmetrica. Si definisce un divario tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un nodo che non è solo etico, ma profondamente simbolico. Non è solo una questione di metodo; è, a tutti gli effetti, una questione di potere.

Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione degli aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più limitarsi ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con movimenti locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i diritti, l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti in campagne pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di quegli apparati burocratici che alimentano stipendi privilegiati.

Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti ad accettare un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post strategici e furbetti sui social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno rassicurante e più complessa?

Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i programmi. Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al centro della Storia. Perché non lo siamo.

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mercoledì 24 dicembre 2025

Il furto dei gioielli della corona come specchio del saccheggio coloniale - Rokhaya Diallo

Il furto al Louvre suscita indignazione ma Mediapart ricorda che i musei francesi vengono dal saccheggio dei territori conquistati

Il clamoroso furto di parte dei gioielli della corona di Francia al museo del Louvre ha avuto il merito di riunire la classe politica in un coro di deplorazione per un grave misfatto contro l’integrità di un bene che sarebbe comune a tutti i francesi. Emmanuel Macron si è affrettato a denunciare «un attacco a un patrimonio che amiamo perché è la nostra Storia». Una storia molto più oscura di quanto sembri.

Mentre il mondo intero era rattristato dalla perdita di gioielli sontuosi, l’attenzione si è concentrata maggiormente sui dettagli della composizione di questi gioielli costituiti da pietre preziose appartenute a personaggi del Primo e del Secondo Impero: Maria Amalia di Borbone-Sicilia, Hortense de Beauharnais, Maria Luisa d’Austria (moglie di Napoleone I) e l’imperatrice Eugenia di Montijo (moglie di Napoleone III).

Gli account Instagram Everything is Political e Slow Factory hanno condotto una rapida indagine, ipotizzando l’origine dei gioielli rubati. Gli smeraldi provengono senza dubbio dalla Colombia, dove la miniera di Muzo era all’epoca la sola miniera conosciuta che fornisse gemme di questo tipo attorno all’inizio del secolo XIX; i diamanti proverrebbero da India e Brasie les diamants viendraient d’Inde et du Brésil (altre fonti indicano il Sudafrica, dove i primi giacimenti di Kimberley furono sfruttati già negli anni 1850-1860); le perle naturali del Golfo Persico o dell’Oceano Indiano; gli zaffiri di Ceylon (l’attuale Sri Lanka), principale fonte mondiale di zaffiri blu all’inizio del XIX secolo. Solo i granati provenienti dalle miniere degli Urali venivano trasportati nell’ambito del libero commercio europeo.

Nei territori sotto il dominio britannico, portoghese o spagnolo, era il lavoro coatto delle popolazioni indigene colonizzate a consentire l’estrazione di questi preziosi minerali. Che la manodopera fosse schiavizzata o a contratto, l’ottenimento di questi beni avveniva a vantaggio delle potenze imperialiste, che si arricchivano grazie all’estrattivismo praticato sui territori conquistati con la violenza e il lavoro delle popolazioni inferiorizzate.

Se oggi si deplora la perdita dei beni simbolici del regno di Napoleone Bonaparte, il cui nome è indebitamente venerato nella politica francese, ricordiamo che la sua fortuna è stata ampiamente costruita sulla violenza e la spoliazione di altre popolazioni.

Sotto il Consolato e l’Impero, l’arricchimento di Napoleone e dello Stato francese si basava in parte su un sistema di spoliazioni organizzate, indissociabile dalla logica dell’espansione coloniale e militare. Le grandi «campagne» (termine che difficilmente rende l’idea del livello di violenza impiegato), in particolare in Italia, Spagna ed Egitto, permisero il saccheggio massivo di opere d’arte, di tesori archeologici e risorse naturali, legittimandolo con il pretesto del “progresso scientifico” oppure con la pretesa della “civilizzazione” di popolazioni che non l’hanno richiesto.

La campagna d’Egitto è allo stesso tempo una spedizione militare e un saccheggio economico e culturale, volto a controllare le rotte commerciali orientali e a riportare in Francia antichità, manoscritti e oggetti d’oro. Questi bottini, registrati nei rapporti della Commissione delle scienze e delle arti e successivamente esposti al Louvre, hanno alimentato il prestigio imperiale, radicando al contempo l’economia francese nelle nascenti reti coloniali.

Così, la costruzione del potere napoleonico si inserisce nella continuità di un modello europeo di accumulazione basato sulla conquista, il dominio e l’appropriazione violenta delle ricchezze materiali e simboliche dei territori conquistati.

La Francia si vanta dei beni acquisiti con la brutalità

Alla luce di queste considerazioni, cosa significa la grande desolazione che ha accompagnato la scomparsa di questi oggetti rubati dal Museo del Louvre? Quale significato attribuisce il nostro presidente al concetto di “patrimonio francese”, considerando le origini immorali della costituzione di questi gioielli?

Il fatto che la Francia possa ancora oggi vantarsi del possesso di beni acquisiti con la brutalità e l’ingiustizia la dice lunga sul rispetto per la vita delle vittime della colonizzazione.

La maggior parte dei grandi musei europei ha costruito il proprio prestigio esponendo opere acquisite tra la fine del XIX e la metà del XX secolo – periodo segnato da un’espansione coloniale costellata di massacri e coercizioni – e provenienti da presunte spedizioni etnografiche che in realtà erano solo un pretesto per la predazione.

In Francia, secondo un rapporto redatto da Felwine Sarr e Bénédicte Savoye nel 2018, oltre il 90% delle opere d’arte più emblematiche dell’Africa subsahariana si trova al di fuori del continente. Ad esempio, il famoso museo Quai Branly-Jacques-Chirac, che raccoglie arte indigena proveniente da Asia, Africa, Oceania e Americhe, è ricco di oggetti arrivati in Francia all’epoca in cui il nostro Paese aveva un ascendente su questi territori: è il caso del 66% della collezione dell’unità “Africa”.

Per conservare queste opere sul proprio territorio, la Francia ha elaborato un espediente giuridico: integrarle nel demanio pubblico dello Stato, rendendole così insequestrabili e inalienabili.

Un vero e proprio museo degli orrori

Peggio ancora, i nostri musei conservano ancora importanti collezioni di resti umani, in primo luogo il Museo Nazionale di Storia Naturale e il Museo dell’Uomo, la cui “collezione moderna” comprende più di 1.000 scheletri e circa 18.000 crani ereditati da raccolte pseudo-scientifiche (in realtà razziste), coloniali e di polizia del XIX e XX secolo.

Un vero e proprio museo degli orrori che raccoglie resti umani provenienti da tutto il mondo (Algeria, Senegal, Madagascar, Guyana…), tra cui quelli di numerosi resistenti alla colonizzazione francese, ma anche di bambini. È quanto racconta Xavier Leclerc nel suo ultimo romanzo Le Pain des Français (Gallimard), dando voce a «Zohra», una bambina kabyle di 7 anni il cui cranio è conservato in una scatola da scarpe tra i circa 9.000 crani conservati nel Museo dell’Uomo.

La storia di Saartjie (Sawtche), detta “Sarah Baartman”, donna di origine ottentotta nata in Sudafrica e morta a Parigi dopo essere stata vittima di ripetuti abusi sessuali e fisici ed essere stata esibita nelle fiere, è emblematica di questa spoliazione. Dopo la sua morte, calchi in gesso del suo corpo, dei suoi organi genitali e del suo cervello furono esposti al Musée de l’Homme alla vista di tutti fino al 1974, prima di essere relegati nel seminterrato. Dopo un’aspra battaglia legale, promossa da Nelson Mandela, il Sudafrica ha finalmente potuto recuperare il suo corpo nel 2002.

Nel luglio 2020, Parigi ha restituito all’Algeria 24 teschi di resistenti anticolonialisti, tra cui Cheikh Bouziane, Cherif Boubaghla e Si Mokhtar ben Kouider al-Titraoui, conservati dal XIX secolo al Musée de l’Homme. Da allora, la Francia si è dotata di un quadro giuridico specifico: una legge del 2023 autorizza, in deroga all’inalienabilità, la restituzione di resti umani a uno Stato straniero a fini funerari.

In precedenza, nel 2012, erano state restituite le teste di alcune persone māori (originari di Aotearoa, nome māori della Nuova Zelanda).

Nel 2024, i corpi di sei Kali’na – Pékapé, Couani, Emo-Marita, Mibipi, Makéré e Miacapo -, rapiti in Guyana per essere esposti in una mostra coloniale, vengono celebrati al Musée de l’Homme nell’ambito di una cerimonia sciamanica, alla presenza di di capi tradizionali provenienti dal Suriname e dalla Guyana. Tuttavia, i loro resti non sono stati restituiti. Diversi altri casi sono ancora in corso e, di conseguenza, molti corpi rimangono ancora lontani dai loro territori d’origine.

Sotto la pressione del rapporto Sarr-Savoy, che esortava lo Stato francese a restituire le opere ai loro paesi d’origine e ai paesi africani, la Francia ha dovuto riconoscere l’ingiustizia. Nel dicembre 2020 è stata quindi approvata una legge per restituire alcuni beni culturali al Benin e al Senegal.

Il primo oggetto restituito è stata una sciabola attribuita al capo politico El Hadj Omar Tall. Anche il Madagascar ha recuperato la corona della regina Ranavalona III, considerata dal ministro della Cultura Lalatiana Andriatongarivo Rakotondrazafy uno dei simboli più preziosi dell’«orgoglio nazionale malgascio».

Inoltre, ventisei opere d’arte note come “Tesoro di Béhanzin”, donate allo Stato dal generale Alfred Dodds dopo essere state saccheggiate durante una guerra e conservate al museo del Quai Branly-Jacques-Chirac, sono state restituite al popolo beninese. Il loro ritorno è stato oggetto di un magistrale film documentario, Dahomey, realizzato dalla franco-senegalese Mati Diop.

Tuttavia, con ventisei opere, siamo ben lontani da una rivoluzione. Il museo ne conserva almeno 45.000 provenienti dai saccheggi coloniali.

La Francia fatica ancora a riconoscere che gran parte del suo potere e del suo fascino derivano dal suo ruolo violentemente distruttivo nelle ex colonie. Celebrare un patrimonio acquisito con disprezzo per le vite umane testimonia un persistente rifiuto di ammettere il prezzo del proprio prestigio, alimentato dai gravi danni causati in passato e che persistono ancora oggi.

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lunedì 24 novembre 2025

Tornato dal Sahel, ho sentito parlare solo di guerre. Anche qui impera la militarizzazione della società - Mauro Armanino

 

Sono le tre parole che ho sentito più usate dal mio ritorno dal Sahel. In questi pochi mesi mesi, armi, guerra e sicurezza sono proprio quanto credevo aver lasciato partendo dal Niger. Dopo 14 anni di permanenza tra le zone più ‘critiche’ dell’Africa pensavo di trovare ben altra musica tornando a casa. I militari al potere nei tre Stati confederati nel Sahel centrale, i gruppi armati affiliati a Al Quaeda e Stato Islamico, quelli di autodifesa, mercenari di varia provenienza e armi in quantità. Questo sembra essere il sentire e vivere quotidiano nel Mali, Burkina Faso e Niger. Società nelle quali l’ambito militare appare tanto pervasivo da incidere nei ritmi e stagioni politiche di questi Paesi. Mi sbagliavo.

Dall’altra parte del mondo, colui che per convenzione unilaterale si chiama ‘Nord’, si trova lo stesso clima solo declinato in un contesto che definire democratico è altrettanto fuorviante. Bisogna armarsi e riarmarsi, accrescere la potenza per colpire prima dell’eventuale attacco nemico. Occorre prepararsi alla guerra che verrà, probabilmente presto o comunque quando sarà necessario. La propria sicurezza sarà cercata, promessa e garantita, anzitutto e dappertutto. Per la nostra tranquillità ci sono le aree video-controllate nei bus, nei treni, i luoghi pubblici, le chiese, le frontiere e in ogni tipo di entrata che meriti questo nome. Anche in questa porzione del mondo si opera la militarizzazione della società.

Il canale privilegiato per la crescente militarizzazione della società è, naturalmente, il linguaggio che opera attraverso narrazioni pre-confezionate a misura della realtà che si vuole imporre. Da tempo non è il reale che veramente conti ma il tipo di realtà o meglio il consenso che da essa si desidera veicolare. I mezzi di comunicazione sono consapevoli di quanto disse al giornalista Ron Suskind del New York Times nel 2004 un consigliere dell’allora presidente degli Usa George W. Bush: “Non è più in questo modo che il mondo funziona. Adesso siamo un impero e, quando agiamo, noi creiamo la nostra propria realtà. Mentre voi studiate, giudiziosamente come lo desiderate, questa realtà, noi operiamo di nuovo e creiamo altre nuove realtà… che voi potrete debitamente studiare: è così che funziona…Noi siamo gli attori della storia e a voi non rimane che studiare ciò che noi facciamo”.

Per condurre a buon porto l’operazione la costruzione del nemico, vero, presunto, possibile o inverosimile, rimane una tappa primordiale. Da questo punto di vista basterebbe rileggersi Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Il giovane soldato Giovanni Drogo che spende la sua vita in una fortezza di confine e proprio quando il nemico sembra finalmente giungere è lui che scende per l’ultimo e definitivo viaggio. Viviamo come in una fortezza in attesa dei barbari e nel frattempo ci si arma, e si prepara la guerra per dare la sicurezza che, com’è noto, solo il cimitero può garantire. L’Occidente sembra determinato a trasformarsi in un immenso cantiere che organizza il cimitero dei sogni.

Demilitarizzare i pensieri e le parole. Mettersi all’ascolto del reale di cui i poveri sono il volto censurato. E, soprattutto, come disse nel 2002 a Bari la docente di linguaggio Nurith Peled Elanan, il cui figlio di 13 anni è stato ucciso, “termini come libertà e onore, Dio e pace, il bene del Paese e anche democrazia possono essere armi letali… siamo coloro che sanno che non c’è pace o libertà, nessun bene e nessun Dio dopo la morte di un bambino”.

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martedì 23 settembre 2025

Con quel che resta del mondo - Mauro Armanino


Dopo il ritorno definitivo dal Niger e quattordici anni di permanenza nel Sahel maltrattato da gruppi armati che usano la morte e il terrore come strategia. Dopo che le frontiere che si armano da troppe parti e i muri spuntano dappertutto al quotidiano. Dopo i morti migranti di chi cerca un altro mondo nel mondo. Dopo che le armi e le guerre che le utilizzano per perfezionarle sembra ormai la diplomazia tra Paesi con interessi divergenti. Dopo che gli imperi tornano a mostrare con arroganza il volto cinico del potere che non avevano mai abbandonato. Dopo che le illusioni del progresso illimitato e della globalizzazione felice sono state realizzate. Dopo che la giustizia sociale appare tradita e venduta per alcune denari di “coesione sociale”. Dopo che le grandi narrazioni della storia hanno lasciato il posto alla cronaca del quotidiano. Dopo i colpi di stato militari che tutto promettono di rifondare perché nulla cambi. Dopo tutto ciò ci si dovrebbe domandare che fare con ciò che resta del mondo.

Dopo l’ipocrisia del diritto internazionale con applicazione variabile. Dopo la democrazia esportata di forza e mistificata alla sorgente dalla sete di potere e del denaro. Dopo aver mutilato il mistero della persona umana alla sola dimensione del commercio e del consumo. Dopo aver continuato a scavare il fosso che separa i mondi tra chi può viaggiare liberamente e chi è destinato a scomparire tra i superflui. Dopo aver dichiarato e subito dopo confiscato l’affermazione che tutte le persone nascono uguali in dignità e possibilità. Dopo avere lottato per anni le conquiste del lavoro e vederle diluirsi nello sfruttamento programmato dell’esclusione a partire dalla nascita. Dopo le ideologie che hanno ingabbiato la realtà falsificandone i contorni e la portata sovversiva. Dopo aver creduto alla redenzione attraverso la violenza sacrificale degli innocenti. Dopo avere mentito per anni sul senso della storia per ritrovarsi in una storia senza senso. Che fare con ciò che resta del mondo.

Dopo l’epoca coloniale quella imperiale e infine quella del nulla o nichilista. Dopo che la merce e il mercato diventano tutto e tutto diventa mercanzia, compreso il corpo umano. Dopo che le parole sono state, svilite, svuotate, offese, manipolate e travisate da impostori. Dopo che si è banalizzata la violenza. Dopo che il confine tra vero e falso è reso negoziabile a seconda degli interessi. Dopo che la giustizia si è gradualmente trasformata in carità poi diventata appannaggio dell’ambiguità umanitaria. Dopo che i ricchi e i potenti hanno confezionato il mondo a loro immagine e somiglianza. Dopo che le religioni affiancano il potere per garantirne la durata e la stabilità. Dopo che le informazioni sono gestite da mestieranti e mercenari al soldo del dittatore di turno. Dopo che si confonde la pace con la dominazione della menzogna. Dopo che sembra impossibile credere ancora che un altro mondo è possibile. Che fare con ciò che resta del mondo.

Ricucire, ripulire, rinnovare, ricreare e ridare statuto e dignità alle parole. Rigenerale la politica e rimetterla davanti e prima delle scelte dell’economia. Ripristinare il senso della democrazia sostanziale a partire dai dimenticati, emarginati e traditi. Riscrivere la storia con e degli umiliati, impoveriti, abbandonati e svenduti del sistema. Riprendere ad ascoltare il silenzio perduto nel dolore delle madri e dei padri. Ridare spazio ai sogni e alle visioni dei giovani, soli a immaginare un mondo che ancora non si intravvede. Riconciliare l’utopia del disarmo senza sfilate militari, fabbriche di armi e testate nucleari. Rieducarsi a cancellare dal lessico ogni traccia di nazionalismo armato perché escludente dell’altro. Risuscitare la verità sepolta nelle lacrime degli esiliati quando troveranno una dimora. Riparare i ponti abbandonati e distrutti dall’indifferenza. Rifare quel che resta del mondo per affidare al vento, ogni mattina, le poesie dei bambini.

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venerdì 15 agosto 2025

Etiopia, la vetrina africana dell’Italia che bluffa

Dietro ai sorrisi, ai fiori, agli applausi ben inquadrati dalle telecamere e alle strette di mano con il premier Abiy Ahmed, il viaggio di Giorgia Meloni in Etiopia conferma ciò che ormai appare chiaro: il cosiddetto Piano Mattei è una costruzione propagandistica, più utile a fare campagna elettorale che a definire una reale politica estera e di cooperazione.

Il viaggio, presentato come “storico”, non ha prodotto nulla di realmente misurabile. Accordi vaghi, fondi non quantificati, progetti indefiniti. Si parla di sviluppo, ma non si sa per chi, come, né quando. Nessuna delle promesse ha una calendarizzazione concreta, e gli investimenti italiani restano ipotetici, condizionati da dinamiche future non precisate. Ancora una volta, si annuncia molto e si realizza poco.

Ma il problema più grave è la visione geopolitica completamente assente. La premier si è recata in una delle aree più instabili del continente africano senza nemmeno citare le tensioni crescenti tra Etiopia ed Eritrea.

Silenzio sulla militarizzazione della regione del Tigrai, sui rigurgiti autoritari del governo Abiy, sulle tensioni lungo il corridoio del Mar Rosso, strategico anche per l’energia italiana. Se si cerca stabilità senza parlare di conflitti, si mente per omissione.

Il silenzio di Meloni sui diritti umani è ancora più grave. L’Etiopia è uno dei Paesi con la più alta incidenza di sfollati, vittime civili, e repressioni politiche degli ultimi anni. Dopo la brutale guerra civile nel Tigrai, non c’è stato alcun reale processo di verità o riconciliazione.

L’idea di rafforzare i rapporti senza neanche accennare a condizioni democratiche o libertà civili non è solo cinica: è miope. Aiutare regimi repressivi non costruisce stabilità, la deteriora.

Il Piano Mattei – che si propone come alternativa alla Cina e come argine alle migrazioni – continua a oscillare tra una facciata di cooperazione solidale e un evidente intento securitario.

Dietro la narrazione umanitaria, si cela l’idea che basti comprare la “buona volontà” dei governi africani per bloccare i flussi verso l’Europa. Una logica da outsourcing coloniale, mascherata da partenariato.

Infine, un’ultima osservazione: dove sono i partiti di opposizione? Questo vuoto strategico e diplomatico dovrebbe offrire terreno fertile per una critica politica chiara e alternativa. E invece nulla.

Nessuna voce autorevole mette in discussione le ambiguità del Piano Mattei, né denuncia la copertura politica offerta a governi che reprimono, affamano e respingono. Anche su questo fronte, il silenzio è assordante.

Se l’Italia pensa di costruire una nuova relazione con l’Africa a colpi di sorrisi, contratti vuoti e omissioni comode, il fallimento è garantito. E i costi – economici, politici e morali – li pagheremo tutti.

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venerdì 4 luglio 2025

È la guerra della povertà quella che miete più vittime al mondo. Ma nessuno se ne vergogna - Mauro Armanino

 

Miete più vittime delle altre registrate nel mondo. L’anno scorso i conflitti armati riconosciuti tali erano 61. Quest’unica guerra uccide più che tutte i conflitti messi assieme. Si tratta della guerra della povertà o, se vogliamo, della miseria che porta con sé, troppo spesso nel silenzio, milioni di persone. Un po’ come le cosiddette ‘morti bianche’ cioè quelle sul lavoro. Un’altra vera e propria battaglia quotidiana che vede come protagonista chi non è certo di tornare a casa dopo esserne uscito per lavoro, il mattino. Si calcola che l’anno scorso le ‘morti bianche’ abbiano raggiunto i tre milioni.

La guerra della povertà è peggio perché per gli economisti si perde nelle statistiche, mentre per la gente è una sparizione continua che passa inosservata. Ad essere cancellati sono i poveri. Le tracce della miseria durano a lungo perché coinvolgono i bambini, le donne e i giovani. La miseria è il frutto più immediato di guerre, movimenti forzati di popolazione, avversità climatiche ma soprattutto di classi politiche ammalate di potere e spogliamento del popolo nel più breve tempo possibile. Cause esterne, interne e purtroppo ‘eterne’ si perpetuano perché abbiamo smarrito la vergogna.

Sembra scomparsa, la vergogna, dal lessico e soprattutto dal volto, le parole e le azioni. Si tratta del sentimento, innato e allo stesso tempo frutto culturale, che manifesta l’inadeguatezza tra la verità dell’onestà e il nostro agire e sentire. La crescita, tutta occidentale, dell’individualismo e del fin troppo citato relativismo non possono che produrre l’esilio della vergogna. Gli atti, le scelte, le parole e financo l’abbigliamento non si misurano più con lo sguardo dell’altro. Il ‘principio di responsabilità’ è stato spazzato via dall’utilitarismo capitalista che tutto mercifica e traduce, senza vergogna, in denaro.

Investire somme abissali destinate a servizi sociali in armi, ordigni letali studiati e programmati allo scopo di uccidere il ‘nemico’ fa ormai solo vergognare i pochi irriducibili ‘idealisti’. Nel frattempo nel Sahel imperversa la vulnerabilità alimentare per milioni di persone, l’indigenza al quotidiano, la mancanza di strutture educative e sanitarie. Mancano dispositivi che facilitino l’ingresso dei giovani nel mondo lavorativo. Non si vergogna affatto la classe politica al potere, gli intellettuali attirati dalla retorica che sembra promettere loro un futuro e i leader religiosi che puntellano il sistema fatiscente.

Il Fondo Monetario Internazionale, che sappiamo non essere un ente di beneficenza, ha rilasciato un documento che, prendendo in considerazione il Pil dei Paesi, stila la lista dei 10 Paesi col reddito pro capite più basso in Africa. Con tutti i limiti che questo tipo di operazione sappiamo comporta, rimane utile affacciarsi su questa strana e drammatica classifica che nasconde ciò che mostra ed evidenzia ciò che nasconde. Ci sono numeri che offuscano le cause e facilitano l’operazione di sminamento del sentimento di vergogna che dovrebbe toccare i politici per primi.

Senza sorpresa, l’Africa subsahariana domina la classifica. I conflitti cronici, la debolezza istituzionale e una élite politica sempre più spesso militarizzata non sembrano in grado di offrire alternative coerenti ed efficaci alla precarietà di vita dei popoli che dovrebbe servire. Nell’ordine della lista si trova il Sudan del Sud, lo Yemen, il Burundi, la Repubblica Centrafricana, il Malawi, il Madagascar, il Sudan, il Mozambico, la Repubblica Democratica del Congo e il Niger, Paese nel quale ho il privilegio di trovarmi. Tutto ciò dovrebbe far vergognare chi profitta della miseria degli altri per arricchirsi o per illudere i poveri con vuote e false promesse di un domani migliore. Finché la vergogna non ritornerà ad essere una materia di insegnamento nella grammatica della vita quotidiana, sarà difficile cambiare lo sguardo sul mondo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/29/guerra-poverta-vittime-vergogna/8041750

venerdì 6 giugno 2025

due lettere dal Niger - Mauro Armanino

Scampati al deserto, Traoré Ali e Ousmane non rinunciano ai loro sogni e ne hanno fatto una foresta - 

La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’

Sono entrambi originari della Costa d’Avorio ed è per me come un piacevole ‘giocare in casa’. Non si dimentica mai il primo amore. Sbarcato in questo Paese nel millennio scorso, dal 1976 al ’78, la prima volta nel continente africano. Il ritmo della lingua, i luoghi e lo stile sono riconoscibili ad occhio e orecchio nudo.

Traoré, di mestiere panettiere e pasticciere nella città di Man, nel nord ovest della Costa d’Avorio. Parte l’anno scorso, coi suoi 32 anni e una famiglia lasciata a casa, per inventarsi un futuro diverso e più luminoso di quello che si trova tra le mani che impastano povertà e nulla più. Derubato come tutti i migranti dai gruppi armati nel Mali, raggiunge l’Algeria e lavora prima come panettiere e poi, al solito, in un cantiere edile ‘cinese’ della capitale. Al momento di ritirare il frutto del suo lavoro arriva ‘casualmente’ la polizia che spoglia i migranti di tutti gli averi, li arresta e li deporta a Tamanrasset in un centro di detenzione. Da lì, lui e gli altri saranno condotti al confine col Niger, in un luogo desertico che bisognerà attraversare per raggiungere la prima cittadina abitata, Assamaka.

Ali ha invece 19 anni. Non ha potuto terminare la scuola elementare e fatica a leggere e scrivere in francese. In Costa d’Avorio era apprendista riparatore di frigoriferi e climatizzatori. Vorrebbe imparare meglio il mestiere e mettere da parte il capitale per viaggiare in Europa, dove i sogni si infrangono sulle coste o ancora prima di raggiungere il mare. Per questo passa un paio di settimane in Tunisia. Il tempo di essere deportato in Algeria e da lì, come Traoré suo compatriota, gettato nella fascia di deserto che non separa affatto l’Algeria dal Niger. Lui e Traoré mettono assieme i sogni confiscati dal sistema che stima né utile né sopportabile accettare chi non si adegua alle norme stabilite di sparizione programmata dei giovani per luogo di nascita.

Ali e Traoré sono tra le migliaia di giovani che inventano, tessono, rischiano sogni non esportabili o delegabili ad altri. Assumono il rischio dell’incomprensione, della persecuzione e financo dell’eliminazione dei giovani che osano un futuro fuori dalle regole stabilite dal sistema dominante. Diventano, malgrado loro, rivelatori di violenza. La stessa che accompagna da decenni la Democratica Repubblica del Congo, ex Zaire, di Moboutu Sese Seko, dittatore liquidato poi dai Grandi.

Ousmane di 23 anni, imbianchino senza lavoro. Abbandona la capitale dove ha il dubbio di essere inghiottito dal nulla per la nascita in una famiglia numerosa per andare, con un sogno nascosto negli occhi, a sfidare il Mediterraneo. Sarà invece il mare di sabbia, il Sahara, nome che significa, per l’appunto, mare che pone una barriera invalicabile al suo andare. Passato il deserto algerino sarà catturato, spogliato degli averi e imbarcato, assieme agli altri e come pacchi postali, sul camion fino alla frontiera di sabbia col Niger. Ousmane e i due avoriani passano qualche giorno ad Assamaka, saturata con migliaia di migranti espulsi dall’ Algeria, la Tunisia, la Libia e il Marocco. L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, a nome delle Nazioni Unite, è in difficoltà per accogliere, nutrire e ricondurre i migranti ai rispettivi Paesi di origine. Questa è la ragione per la quale i tre amici hanno raggiunto fortunosamente la capitale Niamey. Scampati al deserto, Traoré, Ali e Ousmane non vogliono chiudere i loro giorni in un labirinto umanitario che assomiglia fin troppo all’anticamera dell’inferno.

I sogni confiscati dal sistema non vanno affatto perduti perché sono come semi che seppelliti nel letame dei potenti, a loro insaputa, crescono e prosperano. Senza darlo a vedere e ispirati da innumerevoli poeti scomparsi, si sono messi assieme. Stagione dopo stagione e albero dopo albero si è andata formando una foresta che nessuna cartina o rilevamento dall’alto potrà identificare. La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’. Dentro la foresta si trovano gruppi di bambini che giocano con gli animali e inseguono farfalle di ogni tipo. Al centro del bosco c’è una sorgente d’acqua perenne che disseta i sogni e li affida, come preziosa eredità, al vento cha passa ogni mattina di buonora.

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L’isola dei bambini mai arrivati – La lettera di P. Mauro

Molti di loro sono certamente passati dal Niger, Terra di Mezzo. Li abbiamo incontrati e poi dimenticati . Erano accompagnati da uno o entrambi i genitori oppure confusi tra fratelli, amici e conoscenti d’occasione. Hanno attraversato non si sa come il deserto e, per gli strani sentieri del destino, sono riusciti ad imbarcarsi e tentare il Mare di Mezzo, il Mediterraneo. Secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia ONU per la protezione dell’infanzia, l’UNICEF, in dieci anni, circa 3500 bambini hanno perso la vita nel mare, sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Questa porzione di mare è riconosciuta come la frontiera più mortale del mondo.

Ciò significa, sempre per il rapporto citato, che in questi ultimi 10 anni ogni giorno un bambino è scomparso nel mare. Mancava perfino la mano di uno dei genitori a dare l’ultimo aiuto.

Sette bambini su dieci che hanno effettuato la traversata viaggiavano soli.

Quanti sono giunti sull’altra riva e interrogati hanno confessato che, durante il viaggio, molti di loro hanno sofferto violenze fisiche e altri sono stati arbitrariamente detenuti. Sono fuggiti da guerre, conflitti, violenze, miseria e soprattutto l’abbandono di una parte d’Africa che ha tradito e venduto il loro futuro ai commercianti di vite umane.

I bambini fanno parte delle oltre 20mila persone morte o disperse nel corso egli ultimi dieci anni nello stesso Mare.

L’isola dei bambini si è creata da sé, come per caso, un giorno feriale di un anno che nessuno ricorda.

Il numero degli piccoli migranti mai arrivati aumentava al quotidiano e si rese necessario, col tempo, organizzare la vita della colonia e far sentire i nuovi arrivati come a casa loro. All’inizio non è stato facile perchè i bambini cercavano di imitare quello che ricordavano della società dei grandi. Armi, guerre, muri come frontiere e parole armate generatrici di violenza e divisione. Si organizzò dunque una prima assemblea consultativa aperta a tutti i residenti senza distinzione. Si decise all’unanimità che l’isola sarebbe stata guidata senza più tener conto del sistema creato dai grandi.

Inventarono strade, cortili, piazze, giochi e feste. Alcuni dei più grandi che già avevano imparato un mestiere si industriarono a trasmettere ad altri il loro sapere. Le bambine più grandi organizzavano la cucina, la cura dei più piccoli e rallegravano la vita dell’isola con canti e danze improvvisate. L’isola dei bambini mai arrivati era anch’essa migrante e, in realtà, non andava da nessuna parte. Si muoveva, invisibile o visibile secondo le stagioni e, come esse, mutevole nei colori e nella forma. Quando, da lontano, spuntava un’imbarcazione i bambini migranti innalzavano una bandiera inesistente e accendevano fuochi sperando che il fumo avrebbe segnalato la loro presenza.

L’isola è ben là fino a tutt’oggi e continua a ricevere nuovi ospiti ai quali viene chiesto il nome, l’età e il Paese di origine. Nel caso di neonati i nomi sono scelti a seconda dei giorni di sole, di pioggia e di vento. Non c’è una rotta prestabilita perché l’isola inventa ogni giorno nuovi orizzonti e c’è chi giura d’averla vista passare ma c’era nebbia quel giorno. Alcuni dei primi residenti immaginano che un giorno l’isola dei bambini si trasformerà in un continente che avrà dimenticato per sempre l’arte della guerra.

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domenica 1 giugno 2025

Di Africa non si parla (quasi) più: il rapporto Amref sulla copertura mediatica 2024 del continente

Quale e quanta Africa emerge dai media italiani? Quale corrispondenza o distanza dall’immagine che ne ha l’opinione pubblica? Sono solo alcune delle domande a cui tenta di rispondere la VI edizione de “L’Africa MEDIAta”, il rapporto presentato a Roma da Amref Health Africa-Italia e che si inserisce in una serie di iniziative che Amref Italia dedica al continente, gli Africa Days. Il rapporto – curato dall’Osservatorio di Pavia – analizza le prime pagine dei quotidiani nazionali, i notiziari di prima sera e i programmi televisivi. Per la prima volta è stata “misurata” la presenza di africani e afrodiscendenti in tv.

Quotidiani. Sulle prime pagine di sei quotidiani nazionali analizzati è netto il ridimensionamento dei titoli rilevati nel 2024: 50% in meno rispetto al 2023. Per il 77,3% si tratta di notizie ambientate in Italia o in altri “Paesi occidentali” – cioè, quella che il Dossier definisce l’”Africa qui”, come il Piano Mattei, il caso della pugile algerina Khelif o gli italiani afrodiscendenti alle Olimpiadi. Ai fatti collocati nella cornice africana – l’”Africa là” – va il 25,2% dei titoli, dove al primo posto c’è la “categoria” guerra e terrorismo, con Sudan e Repubblica Democratica del Congo su tutto.

Tg. Anche nei notiziari di prima serata, nel 2024, si accentua una tendenza già rilevata negli anni precedenti: la riduzione progressiva delle notizie “africane” – dall’1,9% del 2023 all’1,2% del 2024 – pur in presenza di un aumento complessivo delle notizie sull’Africa, riferite principalmente alla gestione dei flussi migratori e al Piano Mattei in Italia e nel contesto occidentale, (4,5% nel 2024, 3 volte rispetto al 2023). Nell’insieme dei tg analizzati sono state rilevate 1.830 notizie pertinenti, pari al 4,5% dell’agenda complessiva, il dato più alto in 6 anni di rilevazioni.

Programmi tv. La dimensione naturale e le bellezze paesaggistiche del continente africano si confermano al centro delle citazioni dei programmi di approfondimento e infotainment, raggiungendo il 30%. Piano Mattei, vertice Italia-Africa e progetti di cooperazione umanitaria alimentano il dibattito pubblico, per la prima volta in modo deciso rispetto agli altri temi, spostando in parte l’attenzione dal tema del fenomeno migratorio e degli sbarchi. Ed è per questo che il tema cooperazione è secondo, col 23%, seguito da guerra e terrorismo (17%).

Africani in tv. Per la prima volta è stata “misurata” la presenza di soggetti africani o afrodiscendenti in tv (da settembre 2024, l’Osservatorio di Pavia rileva l’identità degli ospiti). Su 587 puntate analizzate, di 16 programmi tv, il numero di apparizioni di soggetti africani o di origine africana corrisponde a 62, ossia l’1,2% del totale (97% italiani, 1,7% occidentali). I temi maggiormente trattati, alla loro presenza: condizione femminile nell’Islam (32,2%), infibulazione, 16,1%; criminalità e immigrazione 14,5%, disagio nelle periferie (Caso Ramy) 11,3%. Anche con soggetti africani o afrodiscendenti ospiti non si parla mai di Africa là.

Dati media e dati opinione pubblica. In linea con una “invisibilità” delle persone africane e afrodiscendenti, il rapporto – grazie al confronto con l’indagine “Africa e Salute: l’opinione degli italiani”, condotta da Ipsos per Amref nel settembre 2024 – evidenzia anche una assoluta corrispondenza tra la percezione e la rappresentazione del continente africano. Nei media mainstream, infatti, si conferma l’esclusività, o quasi, dei “soliti” temi affiancati all’Africa: la povertà, le migrazioni, le guerre, a cui si aggiungono carestia, sovrappopolazione, malattie, disoccupazione, terrorismo. Argomenti, questi, che restituiscono i contorni di una “Africa senza speranza” e che si insinuano purtroppo anche negli occhi e nel pensiero degli italiani. Come testimoniato dal sondaggio Ipsos, alla domanda “quali sono le parole che associ principalmente all’Africa?”, il 67% degli intervistati ha risposto con “povertà, malattie, e migrazione”.

In un’altra sezione, il report propone dei ragionamenti su casi studio afferenti tv e quotidiani, utili per esemplificare le principali criticità. Come nel caso del Vertice Italia-Africa, tenutosi a Roma nel gennaio 2024: in quell’occasione sono stati numerosi i commenti dei politici italiani dei vari schieramenti, ma soltanto in un caso è stato aperto brevemente il microfono a due leader africani. Anche alcuni titoli di quotidiani hanno insistito sulle incompatibilità culturali, sancendo frontiere tra un “noi” rassicurante e un “loro” che si configura come una minaccia per i nostri valori. Nell’analisi c’è spazio anche per presentare le narrazioni più corrette, inclusive o innovative. Come, ad esempio, un programma tv di divulgazione scientifica e tecnologica che ha dimostrato un’attenzione non sporadica all’Africa all’applicazione delle nuove tecnologie nel Continente.

La presidente di Amref Italia, Paola Crestani, ricorda che qualche anno fa il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella usò queste parole “l’Italia è più che mai convinta della necessità che i nostri due continenti affrontino insieme le sfide rivolte oggi alla comunità internazionale”. Continua la presidente: “Il modo in cui si racconta un continente può alimentare pregiudizi, distanza, paura. Oppure può costruire ponti di conoscenza, rispetto, collaborazione. Ponti di sviluppo. Possiamo essere quel ponte verso l’Africa, per le sfide comuni, ma abbiamo bisogno di allargare la conoscenza del continente a noi così vicino. Un seme di speranza lo offre proprio un dato, dal sondaggio Ipsos, in merito al tono con cui si parla di Africa. L’82% auspica un approccio che metta più in luce gli aspetti positivi e le potenzialità del continente, e questa percentuale sale all’88%, con i giovani, la Generazione Z”.

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venerdì 7 marzo 2025

Le scelte disastrose che hanno creato gli strani confini africani - Francesca Sibani

Questa settimana sul sito di Al Jazeera è uscito un articolo curioso che si chiede perché i confini dei paesi africani sono così strani, a volte dritti e squadrati, altre molto frastagliati e irregolari. E soprattutto: perché il Gambia è così sottile e perché ci sono tre paesi chiamati Guinea e due Congo? Come risaputo, le frontiere africane furono in gran parte disegnate a tavolino in una conferenza a Berlino di 140 anni fa, in cui le grandi potenze europee decisero come spartirsi l’Africa, un territorio ricco di risorse utili – ieri come oggi – ad alimentare il loro sviluppo industriale.

È impressionante il confronto tra la mappa dell’Africa nel 1880, quando appena il 10 per cento del territorio era sotto il controllo europeo e dell’impero Ottomano, principalmente lungo le coste, e la mappa del 1914, quando il 90 per cento dell’Africa era dominato da pochi stati europei. Molti di questi governi agivano con la pretesa di “sviluppare e civilizzare” – come fu scritto nel documento che fu firmato il 26 febbraio 1885, alla fine della conferenza – quello stesso continente che fino a cent’anni avevano sfruttato riducendone gli abitanti in schiavitù.

A quell’epoca il Regno Unito, la Francia, la Germania, il Portogallo e re Leopoldo II del Belgio, tra gli altri, avevano cominciato a spedire degli esploratori e degli inviati per assicurarsi il controllo di rotte commerciali e per stringere accordi con i leader locali, comprando da loro o semplicemente rivendicando ampie porzioni di territorio. Quando queste rivendicazioni si sovrapponevano, si correva il rischio che scoppiasse una guerra. Proprio per questo fu convocata la conferenza di Berlino nel novembre 1884, per negoziare i termini del processo di colonizzazione. Ovviamente, nessun paese africano fu invitato o consultato.

Parteciparono i diplomatici di quattordici paesi, tra cui l’Italia, l’impero Ottomano e gli Stati Uniti. Questi ultimi non firmarono il trattato finale visto che, come spiega Al Jazeera, “ la politica interna a quell’epoca stava prendendo una piega antimperialista”. Oltre a disegnare i confini rimasti invariati ancora oggi, il documento “internazionalizzò il libero commercio nei bacini dei fiumi Congo e Niger”, obbligando i firmatari a “proteggere le tribù native e il loro benessere morale e materiale” (un obbligo da cui pochi si sentirono vincolati, considerate le atrocità che furono commesse ovunque, dal Congo alla Namibia alla Libia).

L’accordo stabiliva inoltre che piantare una bandiera non era sufficiente ad acquisire nuove terre e che “un’occupazione effettiva” comportava anche l’istituzione di un’amministrazione coloniale nelle regioni interessate.
Secondo alcuni storici, la conferenza non segnò esattamente l’inizio della colonizzazione dell’Africa, ma fece semplicemente da catalizzatrice di un processo già in corso, che ha portato tanti mali al continente e che gli africani continuano ancora oggi a pagare.

In ogni caso l’immagine di un gruppo di uomini bianchi che decide a tavolino del destino di milioni di persone e delle ricchezze di un continente enorme è altamente simbolica e ancora oggi dovrebbe metterci in guardia dai tentativi, più o meno consapevoli, di ripetere questo approccio.

Tornando alla questione dei confini, gli stati africani decisero di non cambiarli quando nel 1963, in piena decolonizzazione, fondarono l’Organizzazione dell’unità africana, oggi Unione africana. Ma poi, a modificare la geografia politica africana, ci hanno pensato la storia, e le tante guerre continentali.

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giovedì 21 novembre 2024

Da avventurieri a migranti: grazie al lessico occidentale, chi si muove è diventato criminale - Mauro Armanino

 

Sbarcando a Niamey il mese di aprile del 2011 la parola ‘migrante’ non faceva parte del lessico locale. Si parlava piuttosto di ‘avventurieri’ oppure più semplicemente di ‘esodanti’. Questo due parole nominavano altrettante visioni del migrante, come gli occidentali lo chiamavano. L’avventuriero è una delle figure tipiche dell’immaginario culturale dell’Africa Occidentale perchè andare lontano e di preferenza al mare era come un cammino iniziatico. Il giovane diventava ‘uomo’, avventurandosi verso il totalmente sconosciuto per i Paesi del Sahel, il mare! L’immenso, l’ignoto e cioè la grande sfida.

La seconda parola che definiva il migrante era, appunto, ‘esodante’. Una parola evocativa che suona come un esilio scelto, un andare senza conoscere come e se il partente sarebbe tornato.
In effetti nel Niger, da tempo, si praticava una migrazione stagionale che a volte si trasformava in definitiva. I Paesi della costa atlantica o il nord Africa, Algeria, Marocco e soprattutto Libia erano privilegiati. Un esodo provvisorio, per affrontare la stagione di passaggio tra il raccolto e la nuova stagione. Quanto gli avventurieri o esodanti mandavano o portavano a casa permetteva alla famiglia di creare nuove opportunità di emancipazione.

Arrivò poi, dall’Occidente, con una certa violenza, un nuovo lessico che trasformò radicalmente e in modo radicale, la percezione delle migrazioni. L’esodante divenne un ‘migrante’, si trasformò presto in ‘clandestino’, poi in ‘illegale’, ‘irregolare’, in ‘criminale’ o in un ‘illuso’ dall’Eldorado occidentale. L’esternalizzazione delle frontiere europee, peraltro iniziate prima del vertice nel 2015 a La Valette, col Marocco e il Sudan in particolare, hanno completato il processo di ‘criminalizzazione’ della migrazione come fenomeno.

Si trattava di bloccare o almeno ridurre il numero di ‘potenziali migranti’ che avrebbero potuto attraversare il Mediterraneo. L’organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, l’Unione Europea e gli accordi bilaterali, hanno contribuito a rendere le rotte migratorie più inaccessibili, pericolose e onerose. Nel solo il mare ma anche il deserto si sono trasformati in cimiteri senza nome e volto. L’agenzia Frontex ha collaborato al respingimento di 27.288 naufraghi tra il 2019 e il 2023. I morti nel Mediterraneo dal 2014, secondo Statista sono stati più di 30mila. Una guerra!

La mobilità è una componente inseparabile della storia dell’umanità. Non casualmete essa è riconosciuta dalla Dichiarazione fondamentale dei diritti umani al numero 13. Ed è proprio dal continente africano, secondo gli specialisti, che si è iniziato il popolamento del mondo. L’Europa, tanto per rimanere in tema di memoria, è stata per oltre un secolo il continente dell’emigrazione verso le Americhe e l’Australia….

Si calcola che tra ‘800 e ‘900 quasi 50 milioni di persone intrapresero un viaggio senza ritorno verso nuove patrie. Le cause di questo fenomeno furono sia demografiche, con l’aumento della popolazione indotto dalla transizione demografica, che economiche, con l’aumento della produttività del lavoro in agricoltura. L’Italia, con quasi 9 milioni di emigranti, fu uno dei paesi che contribuirono maggiormente a questi flussi migratori. Le correnti migratorie, innescatesi nella seconda metà del XIX secolo si mantennero sostenute fino al secondo dopoguerra (www.units.it).

Le ragioni delle migrazioni sono molteplici e, in fondo, ogni migrante è la sua migrazione… Tuttavia, nell’analisi delle cause, non si dovrebbe sottostimare la realtà delle disuguaglianze economiche, le possibilità di formazione, crescita umana e, naturalmente, l’immaginario simbolico. Rimane un fatto inconfutabile che molti economisti di valore sottolineano. Si sostiene che la migrazione è stata finora il mezzo forse più importante per sfidare la povertà. Naturalmente la complessità del fatto migratorio dovrebbe renderci più attenti alle semplificazioni che spesso polarizzano il tema e le posizioni. Ad esempio l’idea che i popoli africani ‘invadano’ l’Europa appare come fuorviante perchè, com’è noto, la maggior parte delle migrazioni africane si effettuano all’interno dell’Africa, in particolare nell’Africa Occidentale.

I miti da smantellare o perlomeno da ridimensionare sono molti ed è innegabile che un’oculata politica di riflessione e accompagnamento del movimento migratorio, nel dialogo coi Paesi da dove provengono i migranti, gioverebbe a tutti, compresa l’economia dei paesi del Nord. L’inverno demografico dell’Occidente non è irrilevante e compito della politica dovrebbe essere anche quello di prevedere il futuro. Proprio di questo si tratta in fondo. Quale tipo di mondo vogliamo abitare assieme. Se un mondo di muri, reticolati, pattuglie e centri di detenzione esternalizzati o, preferibilmente, un mondo dove l’architettura principale siano i ponti.

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