Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota mensile, si potesse “cambiare una vita”.
Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le
donazioni — pratica nota da anni come poverty porn —
non sono affatto neutrali. Producono immaginari, rafforzano gerarchie e
raccontano l’Africa come un luogo di privazione, piuttosto che
come uno spazio di organizzazione sociale.
Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito
l’identità di molte grandi Ong occidentali attive in Africa,
Asia e America Latina. Per mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero
bimbo” è stata considerata intoccabile: una formula semplice e
rassicurante composta da un bambino, un donatore e una promessa.
Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso,
ma ha anche cristallizzato un’immagine distorta del continente
africano: una terra fragile, dipendente e in perenne attesa.
Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo
ha incarnato questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale
approccio non è più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico
nel mondo della cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo
storico programma di sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di
un’epoca passata. Non si tratta di accuse esterne, bensì di un’autocritica
necessaria. È un passaggio complesso e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo
della cooperazione internazionale e mette in discussione un sistema che ha
garantito entrate stabili per decenni.
Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un
bambino in un Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e
fotografie. È tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino
tramite una foto generi una relazione asimmetrica. Si definisce un
divario tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un
nodo che non è solo etico, ma profondamente simbolico. Non è solo una questione
di metodo; è, a tutti gli effetti, una questione di potere.
Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione
degli aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più
limitarsi ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con
movimenti locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i
diritti, l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle
narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò
dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti
in campagne pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di
quegli apparati burocratici che alimentano stipendi privilegiati.
Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori
saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti
ad accettare un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post
strategici e furbetti sui social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno
rassicurante e più complessa?
Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i
programmi. Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al
centro della Storia. Perché non lo siamo.
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