Le pressioni e l’attenzione riservate all’accordo tra Stati Uniti e Cina sulla soia (oltre
che sulle terre rare) con Pechino pronta a riprendere gli acquisti, ritardando
di un anno la stretta sulle terre rare (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/26/accordo-usa-cina-tiktok-terre-rare-notizie/8173645/), mostra quanto
questo legume sia diventato un asset strategico a livello
globale. Al centro di una triangolazione tra Cina, Stati Uniti e Sud America (Brasile,
in particolare, ma anche Argentina), delle guerre commerciali e
pure del malcontento degli agricoltori statunitensi. Ennesimo
grattacapo per Trump. Oggi quasi onnipresente nei prodotti che
consumiamo tutti i giorni (non solo ad uso alimentare), i fagioli di soia
selvatici si utilizzavano già 9mila anni fa in Cina, considerata la patria di
questo legume. Ma oggi il Paese detiene anche il record delle
importazioni, dovuto anche all’aumento dei consumi di carne (e quindi
alla necessità di procurarsi il mangime per gli allevamenti intensivi).
Solo che tra il 2017 e il 2024, stando ai dati del Center for Strategic
and International Studies, se le esportazioni di soglia dagli Usa alla Cina
sono diminuite del 14%, a compensare questo calo ci hanno pensato i Paesi del
Sud America. In particolare, il Brasile che ha aumentato le sue
esportazioni del 35%. Tutto questo a svantaggio degli agricoltori
statunitensi, per i quali il mercato cinese è di vitale importanza. E che sono
sul piede di guerra, perché Pechino ha già risposto alla guerra commerciale
lanciata dal presidente Usa, quasi azzerando le importazioni di soia
statunitense. L’altra faccia della medaglia, sono gli effetti che l’aumento
di produzione ed export di soia da Brasile e Argentina hanno sugli
equilibri di ecosistemi delicati e strategici per tutto il
pianeta. In primis, quello della Foresta Amazzonica, dove le
piantagioni di soia continuano a sostituire gli alberi.
La guerra tra Usa e Pechino passa attraverso la soia sudamericana – Tutto è
iniziato negli anni Settanta, con un cattivo raccolto di soia negli Stati
Uniti. La Cina capì che doveva diversificare, Brasile e Argentina che
si stava aprendo un varco nel muro Usa. Il resto lo hanno fatto lo sviluppo e
il drastico cambiamento delle abitudini alimentare della Cina che
ha creato una domanda sempre maggiore. Così, a fasi alterne, quando la tensione
tra Washington e Pechino si è alzata, non è
stato impossibile sostituire la soia che arrivava dagli Stati Uniti. Basti
pensare a quanto avvenuto nel 2019, durante il primo mandato di Donald
Trump, quando il tycoon impose tariffe sui prodotti cinesi e Pechino ridusse
le importazioni di soia dagli Stati Uniti, spostando gli acquisti in Brasile.
Anche nei mesi scorsi, funzionari cinesi hanno confermato che la Cina potrebbe
rinunciare alle importazioni agricole statunitensi, senza eccessivi scossoni,
anche rispetto agli obiettivi di crescita.
Trump si gioca il consenso degli agricoltori (nei feudi repubblicani) – E questo
preoccupa gli agricoltori, memori proprio di ciò che avvenne del 2019 quando, a
causa della riduzione delle importazioni di soia della Cina, Washington fu
costretta a varare un piano di salvataggio dal 23 miliardi di dollari per
gli agricoltori. Non è un caso se, anticipando degli accordi con Pechino nel
corso del programma ‘Face the Nation with Margaret Brennan’ della Cbs News, il
segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent ha
citato proprio gli agricoltori. “I coltivatori di soia saranno estremamente
soddisfatti di questo accordo per quest’anno e per gli anni a venire” ha
detto Bessent, consapevole di quanto sia importante per Trump il
consenso dell’industria agroalimentare e dei coltivatori di soia. Di Illinois, Indiana, Iowa,
questi ultimi due feudi repubblicani.
Quanto crescono le importazioni dal Brasile – Questo il contesto
nel quale sono cresciuti i flussi commerciali tra Cina e Paesi dell’America
Latina. In modo particolare, dell’export dal Brasile. I dati: nel 2024
la Cina è stata il maggior importatore mondiale di soia, con acquisti
dall’estero per circa 105 milioni di tonnellate, ma ne ha
acquistata circa il 20% dagli Stati Uniti, mentre nel 2016 ne importava
dagli States il 41%. Da gennaio a luglio 2025, inoltre, la Cina ha
importato 42,26 milioni di tonnellate di soia dal Brasile, mentre le
spedizioni dagli Stati Uniti sono state pari ad appena 16,57 milioni di
tonnellate. Su questo fronte, a poco è servito il Liberation Day di
aprile e anche l’estensione di 90 giorni della tregua tariffaria con Pechino
con la richiesta di quadruplicare l’import dagli Stati Uniti: la Cina
ha praticamente azzerato le importazioni di soia Usa e i coltivatori,
che non hanno ricevuto prenotazioni per il raccolto di ottobre (si stima
un calo dell’export di circa 14-16 milioni di tonnellate),
perderanno miliardi di dollari. Parallelamente Pechino ha aumentato le
prenotazioni della soia argentina approfittando dell’abbattimento delle
tasse all’export di soia deciso dal presidente, Javier Milei (tra
l’altro, sostenuto proprio da Trump). Ad oggi, di fatto, il
70% della soia importata da Pechino arriva dal Brasile e, di questa
quota, il 30% passa dal porto di Santos, sulla costa atlantica.
Certo, la rete di trasporti e le infrastrutture, per esempio, le capacità
portuali, creano diversi problemi che negli Usa non ci sono. E c’è un altro
problema: se il clima consente anche tre raccolti l’anno, il terreno argilloso
ha bisogno di ingenti quantità di fertilizzanti e il Brasile ne ha sempre
importato enormi quantità dalla Russia. Problemi che, però, non hanno fermato
finora il trend.
L’effetto sugli ecosistemi – E questo ha conseguenze
impattanti per il Brasile. D’altronde, se nel 2024 le esportazioni
dell’agroalimentare brasiliano hanno raggiunto i 164,4 miliardi di dollari e,
a guidare l’export verso 63 Paesi sono state soia (53,9
miliardi di dollari), carne (26,2 miliardi), zucchero
e alcol (19,7 miliardi), prodotti forestali (17,3
miliardi) e caffè (12,3 miliardi) si capisce quali possano
essere gli effetti sulle foreste. Ad agosto scorso, le autorità brasiliane
hanno sospeso la moratoria che imponeva alle aziende di non
acquistare soia da terreni deforestati in Amazzonia. Una sospensione che, dal
2006, aveva contribuito alla protezione della Foresta Amazzonica,
evitando la deforestazione di circa 17mila chilometri quadrati (anche se hanno
continuato a registrarsi fenomeni di conversione indiretta del suolo,
soprattutto nelle savane del Cerrado e nelle aree di pascolo dismesse). Un
recente studio pubblicato su Nature Food da Camilla
Govoni e Maria Cristina Rulli del Dipartimento di
ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, in
collaborazione con La Zhuo dell’Accademia cinese delle scienze e
Dirce Lobo Marchioni dell’Università di San Paolo, in Brasile, spiega
come la crescente domanda di carne e proteine animali in Cina dipende
sempre più dalle risorse agricole del Brasile, con effetti diretti
sull’utilizzo del suolo, sulle risorse idriche e sulla deforestazione del Paese
sudamericano. Tra il 2004 e il 2020 le importazioni cinesi di soia sono
passate da 6 a 60 milioni di tonnellate: un aumento di oltre dieci volte,
che nel 2020 ha richiesto 17,8 milioni di ettari di terreno brasiliano (un’area
grande quanto l’Uruguay) e oltre 86 chilometri cubi di acqua piovana,
più 0,29 chilometri cubi di acqua di irrigazione. Questa soia
(destinata in gran parte all’alimentazione di suini, pollame e pesci
d’allevamento) sostiene quasi un terzo delle proteine animali consumate
in Cina.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/29/guerra-soia-usa-cina-brasile-notizie/8174740/
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